III

By Francesco Bolognetti

S'unqua v'amai, Signor Pandolfo, hor v'amo

doppiamente e vi osservo, e sopra tutti

gli altri voi col fratel prudenti chiamo.

Che per far quanto aggrada al zio ridutti

vi sète in questi boschi e in questi monti

per dimostrar del vostro ingegno i frutti,

ne l'ubidir colui disposti e pronti,

che Dio vi diede, accioché le parole

vostre oda, e l'opre veggia e i passi conti.

Ben sopra ogni altra cosa hoggi mi dole,

che non basti a lodar mia rozza rima

fra tante virtù vostre almen tre sole.

L'obedienza, ch'io vi ho detta in prima

è l'una, e l'altra il grande amor fraterno,

che sì poco nel mondo hoggi si stima;

la terza è poi quel desiderio interno,

ch'io veggio in voi di saper tanto acceso,

che gli agi e le città prendete a scherno.

Di tutte insieme havrei l'animo inteso

a ragionarvi, ma il parlar di tante

fora a gli homeri miei soverchio peso.

De l'ultima dirò, benché bastante

non mi trovi anco a dir di questa sola,

sì rauca è la mia voce e sì tremante.

Ma tu Polinnia hoggi ogni mia parola

rischiara, e tu mi guida hoggi la mano,

e tu me stesso hoggi a me stesso invola.

Canta alcun Greco illustre, alcun Romano,

che per fuggir l'invidia e l'odio e mille

fraudi da le città stette lontano,

habitando ne gli horti e ne le ville,

dove ciascun darsi a gli studii puote

con le menti più salde e più tranquille,

se cadendo talhor d'alto percuote

con mormorio soave i sassi un rivo,

se Philomena con dolenti note,

Zephiro per le frondi, e d'acqua un vivo

fonte per l'herbe il loco fan sì ameno,

che al cor dolcezza n'ho mentre ne scrivo.

Ma s'io volessi raccontarvi a pieno

ciascun piacer del viver solitario

pria venirebbe tutto il giorno meno.

De le città gli affanni per contrario

taccio, e gli odii e l'invidie, e per esempio

v'adduco il saggio e forte Belisario;

che di valor, d'honor, di virtù tempio

cieco e mendico andar vagando il fece

nel fin de gli anni Augusto ingrato et empio.

O invitto, o illustre Duce adunque in vece

dei trophei, de le palme e de gli allori

con questo il tuo Signor ti satisfece?

Ma se nel colmo de la gloria, fuori

de la cittade fosti a tempo uscito

da l'insidie lontan de i traditori,

benché il tuo nome da l'Hesperio lito

risuoni, fin dond'esce il Phebeo raggio,

e che sia grande, pur saria infinito.

E tu che dotto fra i più dotti, e saggio

sei tra i più saggi, e di bontà si crede,

che in Grecia non havesti unqua paraggio,

deh dimmi al fin qual premio, e qual mercede

l'ingrata patria o Socrate, e di tanti

gran merti tuoi, qual guiderdon ti diede?

Mortal venen risponde, e con sembianti

lieti lo presi, ogni viltà sbandita

da me sbandite e le querele e i pianti.

O del sommo Rettor bontà infinita,

come quei s'ingannaron, che pensando

di darti morte al fin ti dieron vita.

Ma il tuo maggior discepol, che volando

sì col pensier, che a Dio poggiò vicino

poste le vanità del mondo in bando,

tal che anchor serba il bel nome divino,

di starsi fuor d'Athene havea costume

onde imitollo il gran lume Latino.

Dico quel vivo, eterno, unico lume,

di cui più che d'Augusto hoggi si vanta

Roma, e l'inchina qual celeste nume.

Questi è quel, che sì chiaro e dolce canta,

e c'ha produtto e produrrà più frutto,

che non produsse mai feconda pianta.

Ma s'egli dispensato havesse tutto

nel Tusculano il tempo suo, non fora

stato il fin di sua vita in doglia e in lutto.

Così quel gran Pompeo, cui Roma honora,

tanto a Nettuno grato e tanto a Marte,

che fan più chiaro il suo bel nome ogni hora,

se ritirato in solitaria parte

si fosse, dopo tante e varie genti

dome, e per l'Asia le nostr'armi sparte,

né foran tante lagrime e lamenti

stati per tutto, ovunque Roma stese

la man, né tanti cittadini spenti.

Quanti anchor dopo mille altere imprese,

dopo i triomphi e le vittorie havute

le menti a la quiete hebbero intese?

Quanti dopo l'haver molta virtute

mostrata armati in guerra, in un vil horto

si stetter con riposo e con salute?

Signor la villa è il nostro almo conforto,

e quivi, poi c'habbiam gran tempo errato

in questo mar d'affanni, è il nostro porto:

domandatene Quintio Cincinnato,

che gli Equi e i Volsci con tal gloria vinse;

domandatene il gran Curio Dentato

che il Re d'Epiro fuor d'Italia spinse,

e l'uno e l'altro con la mano istessa,

che l'aratro guidò la spada strinse.

Lucullo, Attilio e Scipion, che impressa

lasciò talmente a tutti la memoria

de' gesti suoi, che a lui nullo s'appressa.

Ma troppo sarei lungo, s'ogni historia

di quei narrar volessi, che sprezzaro

per la quiete la terrena gloria.

Pur non posso, per l'ultimo, quel raro

essempio hoggi tacer, di quello invitto

Re che successe al buon figlio di Caro,

poi che la Gallia vinta hebbe e l'Egitto,

con l'Oriente, e morti quei tiranni

c'havean l'Impero in ogni parte afflitto,

e poi che stato fu diece e diece anni

Augusto, e che felice il suo gran nome

fatto hebbe al Ciel salir con chiari vanni,

considerando con prudentia come

felicità del mondo unqua non dura,

de l'Imperio lasciò le gravi some,

d'un vago e picciol horto havendo cura,

piantando e seminando arbori e herbe

con quelle man che a i Re fer già paura.

Lasciò i palazzi alteri e le superbe

cittadi e i manti d'oro e le diademe

regali, cinte d'aspre cure acerbe.

S'odia tra queste, e notte e dì si teme,

vi alberga invidia e v'ha fermo l'impero

l'ambition, d'ogni mal frutto seme.

L'orme stampate voi per quel sentiero

Signor, che da tal peste mille miglia

lontan ci guida ov'è riposo vero.

De la superbia e d'Acheronte figlia,

suora de l'odio e del' invidia questa

le corti e le città turba e scompiglia.

Punge, rode, consuma, ange e molesta

hor fa gli effetti occulti e hor palesi

la ria furia infernal cruda e funesta.

Sia fra terra, o nel mar tutti i paesi

da questo venenoso horribil mostro

furon mai sempre crudelmente offesi.

Ma più parmi veder che al tempo nostro

dentro il petto de i miseri mortali

come a Titio l'augel roda col rostro.

Domandate e prelati e cardinali,

con tutti quei che se ne stanno in corte,

quanti tormenti ogni hor sentano e quali.

S'ella havesse poter di porgli a morte,

come da Dio non le vien mai permesso,

fora bastante il duol tenace e forte.

Ma quel, che per contrario a lei fu messo,

o sia il dispregio de gli honori, o sia

altri, che il nome non so dirvi espresso.

Tanto è miglior quanto è costei più ria,

dunque di fuggir lei, seguendo a punto

quel suo contrario voi sète per via.

Anzi mi par già di vedervi giunto

a quel termine proprio, a quella meta,

che tien con la quiete il cor congiunto.

Desio d'haver, desio d'honor si acqueta

mentre s'habita in villa, ove si pensa

solo al ben far con mente pura e queta.

Quivi utilmente il tempo si dispensa,

pensando quanto il viver nostro è breve

rispetto a l'alta gloria eterna, immensa.

Qui si discorre quanto è vano e lieve

chi pone in cose fragili speranza,

cui strugge il tempo come l'Austro neve.

Quivi pensiam, che il mondo è nostra stanza

sol per tre giorni, e che dal male al peggio

chi per malitia va, chi per usanza.

Si guarda in ciel, dicendo: “Sui è il mio seggio

fatto da Dio, che a sé la notte e il giorno

mi chiama, et io non l'odo e pur vaneggio”.

Ma de la villa a ragionarvi torno,

dove Monsignor vostro anch'ei già stette

e dove anch'io farei lieto soggiorno.

Ma l'haver la consorte a destra e sette

figli a sinistra, né fornito havendo

pur meza l'opra anchor, non mel permette.

Perché in voi dunque il bel desio comprendo

di seguir pronto con gli effetti l'orme

di tanti illustri heroi, letitia prendo.

Se il vulgo, che non sa se vegghia o dorme,

questo biasmasse, deh, non vi curate

d'esser con lui d'opinion conforme.

Non vi sovvien di tanti, che infiammate

l'alme havendo di puro ardente zelo,

stavan soli ne i boschi e verno e state,

sprezzando e pioggie e venti e caldo e gielo

per servir quel gran Dio che a morir venne

in terra per tirar noi vivi al Cielo?

Ma parmi ch'anco a dir di lui m'accenne

quel Triphon Gabriel, c' hoggi ne mostra

come si voli al Cielo e con quai penne,

nuovo Socrate e vero a l'età nostra.