III
S'unqua v'amai, Signor Pandolfo, hor v'amo
doppiamente e vi osservo, e sopra tutti
gli altri voi col fratel prudenti chiamo.
Che per far quanto aggrada al zio ridutti
vi sète in questi boschi e in questi monti
per dimostrar del vostro ingegno i frutti,
ne l'ubidir colui disposti e pronti,
che Dio vi diede, accioché le parole
vostre oda, e l'opre veggia e i passi conti.
Ben sopra ogni altra cosa hoggi mi dole,
che non basti a lodar mia rozza rima
fra tante virtù vostre almen tre sole.
L'obedienza, ch'io vi ho detta in prima
è l'una, e l'altra il grande amor fraterno,
che sì poco nel mondo hoggi si stima;
la terza è poi quel desiderio interno,
ch'io veggio in voi di saper tanto acceso,
che gli agi e le città prendete a scherno.
Di tutte insieme havrei l'animo inteso
a ragionarvi, ma il parlar di tante
fora a gli homeri miei soverchio peso.
De l'ultima dirò, benché bastante
non mi trovi anco a dir di questa sola,
sì rauca è la mia voce e sì tremante.
Ma tu Polinnia hoggi ogni mia parola
rischiara, e tu mi guida hoggi la mano,
e tu me stesso hoggi a me stesso invola.
Canta alcun Greco illustre, alcun Romano,
che per fuggir l'invidia e l'odio e mille
fraudi da le città stette lontano,
habitando ne gli horti e ne le ville,
dove ciascun darsi a gli studii puote
con le menti più salde e più tranquille,
se cadendo talhor d'alto percuote
con mormorio soave i sassi un rivo,
se Philomena con dolenti note,
Zephiro per le frondi, e d'acqua un vivo
fonte per l'herbe il loco fan sì ameno,
che al cor dolcezza n'ho mentre ne scrivo.
Ma s'io volessi raccontarvi a pieno
ciascun piacer del viver solitario
pria venirebbe tutto il giorno meno.
De le città gli affanni per contrario
taccio, e gli odii e l'invidie, e per esempio
v'adduco il saggio e forte Belisario;
che di valor, d'honor, di virtù tempio
cieco e mendico andar vagando il fece
nel fin de gli anni Augusto ingrato et empio.
O invitto, o illustre Duce adunque in vece
dei trophei, de le palme e de gli allori
con questo il tuo Signor ti satisfece?
Ma se nel colmo de la gloria, fuori
de la cittade fosti a tempo uscito
da l'insidie lontan de i traditori,
benché il tuo nome da l'Hesperio lito
risuoni, fin dond'esce il Phebeo raggio,
e che sia grande, pur saria infinito.
E tu che dotto fra i più dotti, e saggio
sei tra i più saggi, e di bontà si crede,
che in Grecia non havesti unqua paraggio,
deh dimmi al fin qual premio, e qual mercede
l'ingrata patria o Socrate, e di tanti
gran merti tuoi, qual guiderdon ti diede?
Mortal venen risponde, e con sembianti
lieti lo presi, ogni viltà sbandita
da me sbandite e le querele e i pianti.
O del sommo Rettor bontà infinita,
come quei s'ingannaron, che pensando
di darti morte al fin ti dieron vita.
Ma il tuo maggior discepol, che volando
sì col pensier, che a Dio poggiò vicino
poste le vanità del mondo in bando,
tal che anchor serba il bel nome divino,
di starsi fuor d'Athene havea costume
onde imitollo il gran lume Latino.
Dico quel vivo, eterno, unico lume,
di cui più che d'Augusto hoggi si vanta
Roma, e l'inchina qual celeste nume.
Questi è quel, che sì chiaro e dolce canta,
e c'ha produtto e produrrà più frutto,
che non produsse mai feconda pianta.
Ma s'egli dispensato havesse tutto
nel Tusculano il tempo suo, non fora
stato il fin di sua vita in doglia e in lutto.
Così quel gran Pompeo, cui Roma honora,
tanto a Nettuno grato e tanto a Marte,
che fan più chiaro il suo bel nome ogni hora,
se ritirato in solitaria parte
si fosse, dopo tante e varie genti
dome, e per l'Asia le nostr'armi sparte,
né foran tante lagrime e lamenti
stati per tutto, ovunque Roma stese
la man, né tanti cittadini spenti.
Quanti anchor dopo mille altere imprese,
dopo i triomphi e le vittorie havute
le menti a la quiete hebbero intese?
Quanti dopo l'haver molta virtute
mostrata armati in guerra, in un vil horto
si stetter con riposo e con salute?
Signor la villa è il nostro almo conforto,
e quivi, poi c'habbiam gran tempo errato
in questo mar d'affanni, è il nostro porto:
domandatene Quintio Cincinnato,
che gli Equi e i Volsci con tal gloria vinse;
domandatene il gran Curio Dentato
che il Re d'Epiro fuor d'Italia spinse,
e l'uno e l'altro con la mano istessa,
che l'aratro guidò la spada strinse.
Lucullo, Attilio e Scipion, che impressa
lasciò talmente a tutti la memoria
de' gesti suoi, che a lui nullo s'appressa.
Ma troppo sarei lungo, s'ogni historia
di quei narrar volessi, che sprezzaro
per la quiete la terrena gloria.
Pur non posso, per l'ultimo, quel raro
essempio hoggi tacer, di quello invitto
Re che successe al buon figlio di Caro,
poi che la Gallia vinta hebbe e l'Egitto,
con l'Oriente, e morti quei tiranni
c'havean l'Impero in ogni parte afflitto,
e poi che stato fu diece e diece anni
Augusto, e che felice il suo gran nome
fatto hebbe al Ciel salir con chiari vanni,
considerando con prudentia come
felicità del mondo unqua non dura,
de l'Imperio lasciò le gravi some,
d'un vago e picciol horto havendo cura,
piantando e seminando arbori e herbe
con quelle man che a i Re fer già paura.
Lasciò i palazzi alteri e le superbe
cittadi e i manti d'oro e le diademe
regali, cinte d'aspre cure acerbe.
S'odia tra queste, e notte e dì si teme,
vi alberga invidia e v'ha fermo l'impero
l'ambition, d'ogni mal frutto seme.
L'orme stampate voi per quel sentiero
Signor, che da tal peste mille miglia
lontan ci guida ov'è riposo vero.
De la superbia e d'Acheronte figlia,
suora de l'odio e del' invidia questa
le corti e le città turba e scompiglia.
Punge, rode, consuma, ange e molesta
hor fa gli effetti occulti e hor palesi
la ria furia infernal cruda e funesta.
Sia fra terra, o nel mar tutti i paesi
da questo venenoso horribil mostro
furon mai sempre crudelmente offesi.
Ma più parmi veder che al tempo nostro
dentro il petto de i miseri mortali
come a Titio l'augel roda col rostro.
Domandate e prelati e cardinali,
con tutti quei che se ne stanno in corte,
quanti tormenti ogni hor sentano e quali.
S'ella havesse poter di porgli a morte,
come da Dio non le vien mai permesso,
fora bastante il duol tenace e forte.
Ma quel, che per contrario a lei fu messo,
o sia il dispregio de gli honori, o sia
altri, che il nome non so dirvi espresso.
Tanto è miglior quanto è costei più ria,
dunque di fuggir lei, seguendo a punto
quel suo contrario voi sète per via.
Anzi mi par già di vedervi giunto
a quel termine proprio, a quella meta,
che tien con la quiete il cor congiunto.
Desio d'haver, desio d'honor si acqueta
mentre s'habita in villa, ove si pensa
solo al ben far con mente pura e queta.
Quivi utilmente il tempo si dispensa,
pensando quanto il viver nostro è breve
rispetto a l'alta gloria eterna, immensa.
Qui si discorre quanto è vano e lieve
chi pone in cose fragili speranza,
cui strugge il tempo come l'Austro neve.
Quivi pensiam, che il mondo è nostra stanza
sol per tre giorni, e che dal male al peggio
chi per malitia va, chi per usanza.
Si guarda in ciel, dicendo: “Sui è il mio seggio
fatto da Dio, che a sé la notte e il giorno
mi chiama, et io non l'odo e pur vaneggio”.
Ma de la villa a ragionarvi torno,
dove Monsignor vostro anch'ei già stette
e dove anch'io farei lieto soggiorno.
Ma l'haver la consorte a destra e sette
figli a sinistra, né fornito havendo
pur meza l'opra anchor, non mel permette.
Perché in voi dunque il bel desio comprendo
di seguir pronto con gli effetti l'orme
di tanti illustri heroi, letitia prendo.
Se il vulgo, che non sa se vegghia o dorme,
questo biasmasse, deh, non vi curate
d'esser con lui d'opinion conforme.
Non vi sovvien di tanti, che infiammate
l'alme havendo di puro ardente zelo,
stavan soli ne i boschi e verno e state,
sprezzando e pioggie e venti e caldo e gielo
per servir quel gran Dio che a morir venne
in terra per tirar noi vivi al Cielo?
Ma parmi ch'anco a dir di lui m'accenne
quel Triphon Gabriel, c' hoggi ne mostra
come si voli al Cielo e con quai penne,
nuovo Socrate e vero a l'età nostra.