III
Tanto dur è di servitute il giogo,
ed è la libertà tanto soave,
che libero più tosto in duro logo,
viver vuol l'uom che in servitù non grave;
molti iti son per l'acqua e per lo fogo,
come essempi infiniti ogni età n'ave
per viversi la lor vita sicura,
in quella libertà che dà natura.
E quanto altri è contra ragion più astretto
a servir, tanto più sdegnoso serve,
e cerca, con ogn'arte, in suo concetto,
libere far le voglie sue, di serve;
ed è da tal desio spesso sì astretto,
sì calda intorno al cor l'ira gli ferve
ch'a morte certa se ne va talora
per trar di servitù l'anima fuora.
Per l'acqua Clelia servitù fuggio,
per lo foco Aristomene prigione,
e toccò tanto il cor questo desio,
poi che fu in man di Cesare a Catone;
ché per fuggire il servil giogo e rio
ei, ch'attese a salvar l'altre persone
né ferro mai nel civil sangue tinse,
con forte mano sé medesmo estinse.
E quantunque ciascuno abbia desire
viver la vita sua libera e sciolta,
però non vi è cui più pesi il servire,
che a quei, ch'a le grandezze han l'alma volta;
costor, tosto che veggono venire
l'occasione o sia palese o occolta,
voltan l'ingegno e voltano ogni forza
a uscir di mano a chi servir gli sforza.
Di ciò dié segno il valoroso Alcide,
dopo la morte del leon Teumeso,
poscia che la sua patria oppressa vide,
e del giogo servil portare il peso;
egli com'uom, cui duol aspro conquide
e dal danno commun si sente offeso,
patir non puote, che il crudele Ergino
abbia Tebe supposta al suo domino.
Era l'insolente uom tanto oltre gito
che Tebe astretta avea a dargli tributo
tanto l'orgoglio fu grave, infinito,
tanto il popol tebano avea temuto;
e preso avea più tosto per partito
dar quello che non era a dar tenuto,
che l'insolenza di costui provare,
ch'al mondo in quella età fu senza pare.
Or mentre gode Ercol de la vittoria,
ch'avuta avea di cigno empio e del mostro
e i teban lieti ad immortal memoria
sacrano il gran valor da lui dimostro,
e mentre ei più di tal onor si gloria,
ché non fanno de l'oro i re e de l'ostro,
ecco dal re de i mini venir vede,
chi l'ingiusto tributo, a i teban chiede.
Questo gli fu tanto noioso e greve,
quanto rea cosa ad uom greve esser possa
e disse: – Dunque, patria mia, non deve
essere alcuno in te di tanta possa,
ché da sì grave peso ti soleve,
sì che da te la servitù sia scossa
e non ti lasci sotto il costu' impero,
empio via più di ogni tiranno fiero?
E s'ognuno, per te si sta dubbioso,
e di darti salute non ha speme,
né cura il tuo, né il suo proprio riposo,
tanto l'orgoglio del tiranno teme,
debbo star forse anch'io sì nighitoso,
ché ti vegga servir con loro insieme,
e servendo mi stia mai sempre in pena,
come servo legato a la catena? –
E ciò seco dicendo, andò a Creonte,
che di Tebe avea allor la signoria,
e, fattoglisi inanzi a fronte, a fronte
gli disse: – Parmi che vergogna sia,
che da Ergin tu sostenga sì gravi onte,
e che il popolo tuo sotto lui stia,
qual si sta greggia vil sotto la verga,
perché la libertà nostra disperga.
Gir vuoi co' costui pié, co' costui occhi
vedere? Udire co'costui orecchi?
E fin che morte in lui l'arco suo scocchi,
vuoi ch'a servirlo il tuo popolo invecchi?
Ed a seguir desii malvagi e sciocchi
di questo reo dì e notte si apparecchi?
Non vedi che ciò è un esser morto vivo,
d'ogni baldanza e d'ogni gioia privo?
Però non vo' Creonte, unqua patire,
che la patria in cui nacqui e vivo, serva:
che cosa troppo indegna è del mio ardire,
veder la mia città suggetta e serva;
e se tu a quel, che si conviene, mire,
e punto di virile in te si serva,
prenderai l'arme e ci opporremo a questo
tiranno ch'a tort'ha il tributo chiesto.
E se del tuo dever non ti soviene,
o per la tema o per la vecchia etade,
abbi del biasmo ch'al tuo popol viene,
per servire a costui qualche pietade;
ed a chi bolle il sangue entro le vene
lascia ricuperar la libertade,
sì che quel danno ristorato sia,
ch'egli ci ha dato e più non ce ne dia.
Io, insin che vita avrò, ch'avrò vigore,
non mancherò di far vedere aperto,
che sol la libertà stimo e l'onore,
e cerco vendicare il mal sofferto;
e (quando tu il consenta) mi dà il core
farti di quel ch'io dico così certo,
ch'ove Ergin n'ha tra' tributari suoi,
egli sì mora o sia suggetto a noi.
Non conoscer vorrei pria la virtute,
o non esser giamai venuto al mondo,
ché, cercando di dar pace e salute,
e far ciascun per me viver giocondo,
te lasciassi, con dura servitute,
metter da questo rio tiranno al fondo,
e non togliessi da le mani ladre,
te patria mia, te mia benigna madre! –
Come chi cosa intenda, ch'egli voglia,
ma gliele faccia non voler la tema,
e per ciò il freno ponga a quella voglia,
la qual fa ch'ora speri ed ora tema,
e scieglia alfin più tosto stare in doglia,
che cercar cosa onde più pianga e gema,
s'egli avenisse contra il suo desio,
fiero accidente o qualche caso rio.
Qual fior cui l'umor manchi e dal sol sia
tocco, co' caldi rai, per ogni verso,
che lascia il bel vigor, ch'egli avea pria,
né più vermiglio si dimostra o perso,
tal diviene ella a quella fiamma ria,
che 'n cener le ave, quasi il cor converso,
onde cangiossi in questo tempo tutta
sì che vista non fu cosa più brutta.
Irti ave i crin, già volti in giri ondosi,
crespa la fronte e gli occhi orridi e cavi,
pallidi i labbri e i denti rugginosi,
qual'aver suol chi febre assidua aggravi;
il bianco petto e i due pomi amorosi,
ch'esser solean sì vaghi e sì soavi,
mutansi in dura pelle e ne le vene
il sangue manca e cuoio ed ossa viene.
Ma benché sia così pallida e magra,
e senza quel vigor, ch'ella avea prima,
ella però non men che prima flagra
né meno il fier dolor la rode e lima;
il pastor, la cagion de la doglia agra
le chiede e che sia ogn'altra cosa stima,
che l'amor, ch'ella a quel barone porti,
ch'è forte sol, tra tutti gli altri forti.
Ma giunta ella già essendo a l'ore estreme
sì che sente da sé dipartir l'alma,
non cela più perch'ella sude e treme,
a un tempo istesso, ne la fragil salma;
e fa saper, che quegli, ond'ella geme,
che solo avrà del suo morir la palma,
per l'ardore, onde vive in sì gran pena,
è il gran figlio di Giove e d'Alcumena.
Sanno le ninfe allora, i pastor sanno,
ch'ella, per Ercol solo esce di vita;
e tutti ciò che ponno insieme fanno
per levarle la doglia aspra infinita,
ma tutti in venti i lor conforti vanno,
ché la forza vitale è sì finita,
che se ne mor, posta ogni speme in bando,
il nome d'Ercol sol sempre chiamando.
La morte de la donna ad ognun dolse
tanto, quanto doler può morte acerba,
ma la bontà del ciel patir non volse
che se la speme sua ben morì in erba,
la speme, ch'ad amare Ercol la volse,
fusse ver lei la sorte sì superba,
che di amor tal, di così ferma fede,
non avesse da lor qualche mecede.
E la mutaro tosto in erba verde,
in testimon de l'amorose pene,
tal, ch'ella d'anno in anno si rinverde,
e il nome della donna anco ritiene.
Felice lei che fu condutta al verde
ch'al mondo più che mai viva la tiene,
e fa che chiaro appar di tempo, in tempo,
l'amor che la distrusse in poco tempo.
Ché nel terren così bene l'informa
qual desio, per lo quale a morte corse,
che la radice ancor serba la forma
de la gran mazza, ch'ella ad Ercol porse,
e fa che l'amoroso piacer dorma
in qualunque il suo fiore o l'erba morse,
e nasce nel palustre umido suolo,
per mostrar de la ninfa il pianto e il duolo.
Ninfa o pastor, colmo d'ardenti voglie,
o che pensier d'amor ne l'alma tegna,
l'erba, né il fior, né la semente accoglie,
perch'ella il lor desio caldo non spegna,
onde sicuri i fior sono e le foglie
da ciascuno, il qual ami ed a lei vegna,
tal, ch'ella a l'ombra, al sole ha sempre pieno
d'erba, di fiori or bianchi, or gialli il seno.
Ercol, dopo queste e quell'altre imprese,
tolto il fiero leon sovra le spalle
per ritornare a Tebe, il camin prese,
per lo più breve e più spedito calle;
con voci di letizia immensa accese,
i teumesii il seguir sino a la valle,
ove il pastor capanna avea di gionco,
che dato gli avea in dono il forte tronco.
Il quale udendo andare a l'aria il grido
del nome d'Ercol, subito uscì fuore,
del pastorale suo palustre nido,
e con lui si allegrò di tanto onore;
poi gli fe' noto il cor, l'animo fido
de la donna ch'estinta per amore,
s'era mutata al fine in verdi fronde,
per don celeste ne le palustri onde.
Ad Ercol, che cortese era, si spiacque
veder la ninfa morta, in tal maniera
che la vittoria assai meno gli piacque,
ch'avuta avea di cigno e de la fiera;
volse veder le fronde e veder l'acque,
ove la ninfa tramutata s'era,
e giunto ivi su l'erba gli occhi fisse
e, da la pietà vinto, così disse:
– Chi creder mai poria, che 'n così poco
tempo ti avesse amore arsa e destrutta?
Ché vinta per straniero uomo dal foco,
ad erba divenir fusti ridutta,
deh perché, mentre stetti in questo loco,
non conobbi il tuo amor ch'a tal condutta
non saresti or per me, ch'al tuo desio
avrei fatto conforme il voler mio?
Ma poscia che così ha voluto il cielo
poco secondo a' tuoi caldi desiri,
te non spenga giamai caldo, né gelo,
ma sempre intorno a te dolce aura spiri;
e 'n testimon del tuo cocente zelo,
Febo, con sì benigno occhio ti miri
ché come l'arbor suo non perde fronde,
così verde tu sia sempre ne l'onde.
Intanto i' vo' che il tuo bel nome serbe
la mazza, che la tua destra mi diede,
acciò che come tu per me tra l'erbe,
dai segno del tuo amor, de la tua fede;
così in memoria de le doglie acerbe,
del nome tuo sia questa mazza erede,
ed io, fin mai che questa vita vivo
lo mi terrò nel cor scolpito vivo! –
E detto ciò chiamò Ropalo il legno,
dal nome de la donna che gliel porse,
die' di letizia manifesto segno
quella erba che da l'acqua alquanto sorse,
ed Ercol riputò del suo amor degno,
poscia ch'allor tanto gentil lo scorse,
e come già il chiamò crudele e ingrato,
così or parve goder trovarsel grato.
Ciò detto, a Tebe andò veloce Alcide,
con infinita gente in compagnia;
il popolo teban, tosto che il vide,
lieto incontro gli andò per ogni via,
gridando: – Ecco chi i mostri aspri conquide,
ecco chi toglie noi da sorte ria! –
E gli dier tutti insieme quelle rare
lodi ch'a gran virtù si soglion dare.
Ercol, dopo la publica allegrezza,
ond'era insino al ciel gito il suo nome,
come chi Dio, quanto più puote, apprezza,
offerse a Giove le superbe some
de la bestia crudel, piena d'asprezza,
Rendendo grazie a lui de l'aver dome
l'incredibili forze di quel mostro,
che sì terribil s'era al mondo mostro.
Vedute del figliuol le immense prove
e quale in lui d'onor raggio riluce,
annoverar vuole il leone Giove
tra' segni che nel cielo hanno più luce;
e il corpo e il capo e i pié di stelle nove
gli orna in modo che, quando in lui il sol luce,
manda così vivaci e ardenti lampi,
che par che il mondo, a i vivi raggi avampi.
E volse che qualunque uomo nascesse
sotto segno sì altiero e sì pregiato,
tanto valore e tanto pregio avesse,
quanto ad alcun giamai ne fusse dato;
e l'alma sempre di desir gli ardesse
di acquistar signoria, di acquistar stato,
lucendo, per virtù, come un Piropo,
ch'ogni lume mortal si lasci dopo.
Tale il vecchio Creonte allora venne,
mentre Ercole sentì così parlare
ch'ancor che il grave giogo che sostenne
tant'anni, dur gli fusse a tolerare,
nondimeno egli, per lo meglio tenne,
(benché ingiusto) il tributo anco pagare,
più tosto, che destare a maggior sdegno
il tiranno crudel, contra il suo regno.
E disse ad Ercol che il suo giovanile
desio poteva Tebe a tal condurre,
ché non gli gioveria poi cor virile,
per volerla a lo stato buon ridurre,
e però, che meglio era, che il senile
parer seguisse e si lasciasse indurre
a temer quello Ergin, ch'ognun temea,
e pagargli perciò quel che chiedea.
E che creder deveva che se fosse
stato d'utile a Tebe a Ergino opporse,
quando da lui tributo adimandosse,
cercato non avria mai di comporse,
ma che, per lo furor, con cui si mosse,
poscia che varie cose ebbe discorse,
per lo minor di tutti i mal su eletto,
fare il popol tebano a lui suggetto.
Contrario al suo pensiero esser veggendo
Ercol Creonte si voltò a coloro
che per Ergino instavano chiedendo
il tributo a i teban d'argento e d'oro,
e, pien d'ira e di sdegno rispondendo
disse che si tornassero al re loro,
e gli dicesser che quel non chiedesse,
che il giusto non volea che gli si desse.
E che bene per lui farebbe a starsi
di quel contento, ch'egli aveva avuto,
e non voler cercar di provocarsi
tale, ch'insino allora avea taciuto,
che se contra lui astretto era d'armarsi,
col chieder questo suo ingiusto tributo,
gli farebbe veder, che cosa importi
il voler far servir gli uomini forti.
Molto fu detto e molto fu risposto
ma i mini alfin senza tributo andaro
e poscia che ad Ergino ebbero esposto
quel ch'Ercol detto avea con viso amaro;
egli a vendetta far tutto disposto,
fe' ch'i soldati suoi si ragunaro,
e fe' che tutti i suoi confederati
vennero a lui nel dì prescritto armati.
Gli orcomeni ad Ergin vennero prima,
e tutti in numer fur sei mila e cento,
i trichi gente dier di minor stima,
non di numer minor, non d'ardimento,
due mila i pagasei che fusser stima,
chi a mirar que' soldati allor fu intento
e con tre mila vennero gli elmoni,
i larissi, gli iletii ed i cranoni.
Venne con questa gente Ergin nel piano,
che la Beozia e la Tessaglia parte,
u' da la destra e da la manca mano
son monti di cui questi e quegli han parte,
sotto le loro insegne a mano, a mano,
accolse tutte quelle genti sparte,
e volse tutti lor vedere in mostra,
per quella d'alti colli ombrosa chiostra.
De gli orcomeni è capitano Odrino,
e per insegna ha un bianco liocorno,
Olindro fier che viso ha di mastino,
conduce i trichi al segno d'un verd'orno
coi pagasei Griseo va a lui vicino,
raccolti sotto il tremolar d'un corno
dipinto in un zendado azzuro e giallo,
sopposto a i forti pié di un gran cavallo.
Gli elmoni han capitano il buon Melampo,
ch'un fulmine infiammato ha per insegna;
gli ilessii Acrisio tiene sotto un lampo,
che da una accesa stella par che vegna
un cervo porta in un candido campo
Pelor che l'ordine a i larissi insegna;
i cronomi ha Pineo sotto l'imago
d'una fiamma di foco in bocca a un drago.
Ippodamo, che figlio è del signore,
cinque mila a cavallo insieme ha accolto,
gente armata di ferro e di valore,
da non mostrar giamai senon il volto,
una donzella, che 'n man tiene un core,
ch'ella del petto a un giovanetto ha tolto
e la sua insegna, per cui vuol crudele
la sua donna mostrare e sé fedele.
Messe da Ergino insieme queste schiere,
di tutto il campo sé fa capitano;
l'insegna sua tra tutte le bandiere,
un gigante è che una gran lima ha in mano,
con cui vuol dimostrar come egli fere,
come è tra tutti il suo valor sovrano,
come egli lima ogni potenza e preme
e fa ch'ognun solo al suo nome treme.
Fatta la mostra padiglioni e tende
Ergino fa ne la campagna porre,
e perché il loco in gran spazio s'estende,
le stalle a' pié de i monti fa disporre
tutte di canne, ove allogare intende
i suoi corsier sì che gli possa accorre
a un son di tromba e insieme avergli in punto,
se fusse forse a la sprovista giunto.
Ché, benché tanta gente unita avesse,
non si volse però porre in battaglia,
pria ch'a Creonte noto non facesse,
ch'egli vestito aveva e piastra e maglia,
e 'n un accolto il meglio, che tenesse
sotto l'imperio suo, ne la Tessaglia,
sol per pigliar vendetta di colui
che sì altier mostrò s'era verso lui.
E che quando volesse era finita
col dargliele prigion tutta la guerra,
ma che s'a lui volea servar la vita,
a foco, a ferro metteria la terra,
Creonte, poi c'ha l'ambasciata udita
tra diversi pensier vaneggia ed erra
e teme danno o ver ruina certa
da la codizion ch'Ergin gli ha offerto.
Come chi in gran tempesta da un lat'ave
lo scoglio e da l'altr'ha superbe l'onde
che non sa ove girar debba la nave,
sì che ella non si spezze o non s'affonde,
e però trema tutto e del fin pave
mentre Euro e Borea il mar turba e confonde;
così or bisogna che il pensier suo inforse
Creonte e stia tra sé medesmo in forse.
Vede da un lato la nemica gente
e del crudele Ergin l'alta insolenza,
e se forse di dargli Ercol consente,
di aver la città contra ha gran temenza,
vive il timor, son le speranze spente,
né sa ove cader faccia la sentenza,
e (come in dubbio caso uomo far suole)
quel che prima volea, poscia non vuole.
Mentre dubbio pensiero ange Creonte,
e 'n questa parte il fa piegare e 'n quella,
un'uomo antico nominato Oronte,
si lieva in piede e contra Ercol favella
e dice: – Chi cagion stat'è de l'onte,
che contra noi mess'hanno Ergino in sella,
patir dee pena di quel che ne in colpa
Ergin, non la città che non vi ha colpa. –
Meglio è per tutti dar sol'una testa,
che per un se n'andiamo a morte tutti,
però, Creonte, altro qui far non resta,
che chi stat'è cagion de i nostri lutti,
si dia subito a Ergin, sì che sia questa
guerra finita e noi non siam distrutti,
però commetter dei, ch'egli sia preso,
e il foco spenga che il suo ardire ha acceso.
E, se questo non fai, le mura i' veggio
de la nostra cittade a terra stese
ed Ergin far ciò che si può far peggio
di noi, poscia che tanto Ercol l'offese,
però se brami star nel real seggio,
se salvi i cittadin brami e il paese,
prigion gliele dei dar, poi ch'egli il chiede,
ed impetrar così pace e mercede.
Come pungente spron fa al corso desto
animoso corsier, così Ercol sprona
il parlar di costui poco modesto,
che tanto altiero ed orgoglioso tuona;
e volto a lui d'ucciderti i' mi resto,
disse ch'io sdegno così vil persona,
nata a le ciancie sol come la pica
che gracchia e mai non sa ciò che si dica.
Vattene tra le vecchie vili e' inette,
con la conocchia a lato, a narrar sole,
poi che tanto timor nel cor ti mette
questo mal uom, con le minaccie sole,
poco io curo suoi sdegni o sue vendette,
se questa man può quel che poter suole,
rimanti tu sicuro a contar gli anni,
fuor di questo timor di questi affanni.
E poi che parti che il mio capo sia
quel che questa battaglia abbia a finire,
ed a l'ostil furor per ciò si dia,
per acquetar del tiranno empio l'ire;
i'nol ricuso e vo' ch'egli si stia
a ogni periglio, fin ch'io fo morire
con la mia man.questo cane orgoglioso,
ch'esser pensa di noi vittorioso.
Né pur mi move a ciò lo sdegno solo,
ancora che di sdegno arda, ma il giusto,
la patria che mi prega che di duolo
la tragga e da le man di questo ingiusto,
onde meco mi allegro e mi consolo,
ché tra tanti di cor d'animo angusto
per mio raro destin sia a me serbato
ridur la patria mia nel primo stato.
E, questo detto, alzò il suo tronco in alto,
e disse: – Chi veder vuol salva Tebe
me segua e venga meco a dar l'assalto
al campo ostil. – Ma non già col cor ebe,
tal ch'avea di paura il cor di smalto
de la nobilitade e de la plebe
si assicurò con gli altri e tutti insieme
s'armar contra il crudel che Tebe preme.
Tutta la gioventù se n'andò al tempio
in cui solean servarsi e lancie e spade,
e poi ch'armati fur contra quell'empio,
ch'a suoi dì non conobbe unqua pietade,
pensan tutti d'Ergin far crudo scempio
e ricovrar l'antica libertade,
in ordine Ercol tutti gli conduce,
fatto da lor lor capitano e duce.
Amfitrion, visto Ercole partire,
per gire a quella perigliosa impresa,
con gli altri insieme anch'ei si volse unire
con l'alma di valore immenso accesa,
visto Ercole che il padre volea gire
seco a vendetta far de l'alta offesa
che Ergin faceva al popolo tebano,
far de la gente il volse capitano.
Nol volse consentire il saggio vecchio,
ma disse: – Poi che tu volta hai la mente
a questo fare e messo in apparecchio
sì valorosa e sì forbita gente,
per dimostrarti a ognun di valor specchio,
e vero lume di virtute ardente,
vo' che a me, e a tutta questa turba fida
in così rara impresa tu sia guida.
Così sovente ne la primavera
per non restar più ne le case vecchie,
visto ho seguire in bella e lunga schiera
in aria il novo re le nove pecchie,
lasciando il primo mel, la prima cera
a l'altro re, che con la greggia invecchia
ed ordine dia e legge a le prime api
godendo insieme le raccolte d'api.
Molto Ercol disse e molto Amfitrione
ma uopo fu alfin ch'Alcide il duce fosse
poste ch'ad ordine ebbe le persone,
Ercol, le schiere ad una ad una mosse
senza voler che tromba o tambur suone,
acciò che Ergino il campo non ingrosse,
vedendo contra sé venire armata
la gente ch'aveva Ercole adunata.
Visto Alcumena il suo marito e il figlio,
che s'eran messi contra Ergino in punto,
seco considerando il gran periglio,
si sente il cor da grave ambascia punto;
e volta verso lor con mesto ciglio,
dice: – A che il fier destin (lassa) mi ha giunto,
ch'io vegga i lumi de la vita mia,
a guerra andar così aspra e così ria? –
Amfitrion, questa tua età già grave,
ch'avrebbe di riposo omai mestiero,
fa che ogni gran pericol che Marte ave,
tema de la tua moglie il cor sincero
ed il valor del figlio fa che pave
la madre per vederlo così altiero,
che pericol non stima e con gran core
va ovunque è più paura ed è più orrore.
E pensa che ad un core ardito e forte
avezzo a l'arme, il finir vita in pace,
sia vergognosa e disorrevol morte,
ond'esser tra le spade ognor gli piace,
ma poi che il fier destin l'acerba sorte
così dolente e misera mi face,
prego il figlio che volte abbia le voglie
a la madre e il marito a la sua moglie.
E che pensiate che mia vita viva
in ambi voi e che se fusse spenta
la vostra, anco la mia serebbe a riva,
ché a seguitarvi mai non serei lenta,
perché più non potrei qui viver, priva
di chi viver mi fa lieta e contenta;
però cercate di servare in voi
lei, c'ha voi sol per fin de i desir suoi.
Tacque piangendo, ciò detto, Alcumena
e per sé e per lo padre Ercol rispose
e disse: – Madre, van timor vi mena
a imaginar di noi cose paurose,
andiam per liberar da la catena
(ché a torto a noi questo tiranno pose)
la patria e ciò ne fa sperar di avere
Giove propizio e le celesti spere. –
Sia in pace o'n guerra l'uomo ave il suo fine,
predestinato e il primo dì l'estremo
ci dà, in regioni nostre o'n pellegrine,
e questo fa che caso alcun non temo
che se il ciel destinato ave che il crine
persefone mi tagli e il viver scemo
mi sia tra l'arme, nulla gioveramme
lo stare in danza tra amorose fiamme.
La via de l'acquistarsi gloria è rara
in questo mondo e però se si scopre,
la deve avere il coraggioso cara,
per mostrar quanto val con nobili opre,
ne la più bella mai, ne la più chiara
ad uom, che per virtù il valore adopre,
mostrata fu dal sommo Giove in terra
di quella che noi chiama a questa guerra.
Per tema di morir non debbiam dunque
lasciar di gire a questa impresa bella,
la quale è tal che infiammeria qualunque
avesse a ogni valor l'alma rubella,
perché ciò fia cagion sempre ch'ovunque
di valor di virtuti altri favella,
sia questo nostro ardir da ognun lodato
e il nostro nome insino al cielo alzato.
E voglio che speriate anco voi, madre,
non picciola merce d'impresa tale
che, vinte ch'avrem noi l'ostili squadre
e dato avremo guiderdone uguale
de l'opre al reo tornerà il figlio e il padre
(se ciò consentirà il corso fatale)
carchi di spoglie d'oro e di ricco ostro
e ciò che porterem tutto fia vostro.
La sconsolata donna allor rispose,
ostro non cerco, figlio e non cerco oro,
sol vo' poi che tu e il padre si propose
volere andare a debellar costoro,
che tra l'opere vostre gloriose;
(e ciò le spoglie fia, fia il mio tesoro)
cerchiate di tornare a Tebe salvi,
io Giove pregherò ch'ambi voi salvi.
Da l'una parte e da l'altra fur dette
queste parole affettuosamente,
ora Ercole ch'avea le genti elette
per gire ad assalir quello insolente,
tutte quante in bell'ordine le mette
come suol capitan far diligente,
e le face marchiare a schiera, a schiera
per gir là ove accampato Ergino s'era.
Ma fe' in Tebe tener gli ambasciatori
d'Ergin, perché non dessero notizia,
ch'ei conducesse quella gente fuori,
a punir di quel reo la gran nequizia
senza strepito alcun, senza rumori
(quel raro capitan ne la milizia)
se n'andò sì che quei de la Tessaglia
contra lor nol sentir messo in battaglia.
Eran duo montagne ivi erte e sassose,
tra le quali era un bene angusto piano,
né altronde per vie aperte o per nascose
gire indi si potea al campo tebano,
Ercol celatamente ivi dispose
le genti sue per far d'Ergino insano
senza sospetto alcun, giusta vendetta,
con pugna pare in quella piazza stretta.
Disposta ch'ebbe tutta la sua gente
Ercole a luochi suoi, fa su la cima
d'un monte salire un ch'attentamente
l'essercito d'Ergin tacito estima,
fa l'uomo accorto officio diligente,
e, sotto il gran vessillo de la lima,
maggior numer di gente accolta vede,
ch'egli seco non pensa e che non crede.
Ma star la scorge senza ordine e legge,
e dormir come gente che non tema,
a guisa che talor soglion le gregge,
quando il pastor non ha del lupo tema,
Ercole, inteso ciò, tacito elegge
ché il campo suo nascosamente prema
quello d'Ergin la notte a l'improviso,
pensando di vederlo o rotto o ucciso.
In volto aveva ne la vesta bruna
la notte il giorno e tra le stelle avea
quasi il mezzo del ciel corso la luna,
e ciascuno ammal sonno prendea;
quando Ercol tentar volse la fortuna,
che seconda a desir suoi gli parea,
veggendo Ergin senza ordine e la molta
sua gente in grave sonno esser sepolta.
E, a sé chiamati i suoi, disse: – E cagione
l'insolenza d'Ergin, ch'armati siamo,
per dimostrargli, che contra ragione
tra tributari suoi ci annoveriamo,
e se ciascun di noi qui si dispone
a superarlo, la vittoria abbiamo,
poi ch'egli come quei che nessun cura,
vive sicur né del suo campo ha cura.
E pensa prima ogni impossibil cosa,
ché ci debbiamo armar contra di lui,
e però co' soldati si riposa,
senza sospetto alcuno aver di nui,
se 'n questa occasion sì aventurosa
l'assagliam dunque ed i soldati sui,
dal sonno oppressi, senza dubbio alcuno,
non rimane di lor vivo pur uno.
Onde, poi che la sorte ora ne scopre
sicura strada a la vittoria nostra,
sol ci resta che noi, con le nostre opre,
l'occasion prendiam, che il crin ci mostra,
e per la patria ognun di noi si adopre,
e tutti entriamo con tal core in giostra,
ché il tiranno crudel ne la campagna
con la sua gente rea, morto rimagna.
Andiamo adunque, valorosi, insieme
ove il cielo e l'onor nostro ne chiama,
e mentre che costui di noi non teme,
e por la città nostra a strazio brama,
assagliam lui, con ben sicura speme
d'acquistarci di ciò non pur gran fama,
ma di sottrarre il collo al servil giogo,
e uccider lui, ch'a noi minaccia il fogo.
Poi ch'ebbe detto ciò contra l'uom fiero,
né trovò alcun de suoi restar sospeso
ma esser con lui tutti di un pensiero
e il core avere a la battaglia acceso,
via più, che prima, divenuto altiero,
perché Ergino restasse o morto o preso,
egli cercò di condur tosto a effetto
quello che nel suo core avea concetto.
E de suoi scieglie trenta uomini arditi,
non valorosi men, che saggi e accorti,
ché se ne vadan, così insieme uniti,
sin che le guardie tessale abbian scorti,
poscia, o congiunti in uno o dipartiti,
(come l'occasion parrà che porti)
dian lor la morte e, datagliele, indicio
dian, di finito aver l'imposto officio.
Ch'egli poi quel farà, che meglio fia,
per vittoria ottener de l'ostil campo,
vanno i cor valorosi; e a mezza via
trovaro uno ch'avea nome Mesampo:
il prendon ratti e trovan ch'è una spia,
ch'era caduta in non pensato inciampo,
e da costui fu lor quel segno dato,
per cui poteano andar per ogni lato.
Preso Mesampo e datagli la morte,
di mano, in mano a le altre guardie andaro,
e, poi che l'ebber tutte quante morte
sicuramente lor, l'arme spogliaro,
e vistasi felice esser la sorte,
e quanto lor l'astuzie lor giovaro,
s'armaro tutti di quelle arme istesse,
sì che pareano quelle guardie espresse.
Il nome aveano che, a chi l'ave, è segno
di andar sicur, per la nemica parte,
il qual diero essi, per fidato pegno
a i tessali di sé, di parte, in parte,
e sì bene adoprar sepper l'ingegno
così bene celar seppero l'arte,
che se ne andaro come veri amici,
sicuri tra lo stuol de lor nemici.
Ed arrivaro insieme, in tempo poco,
ove Ergin de i cavalli avea l'armento
e vi accesero dentro sì gran foco,
che non poté per acqua esser poi spento,
non sentì Ergino così strano gioco,
né l'essercito suo a dormire intento,
fin che non fur tutte le stalle accese,
ch'allor svegliossi e ratto l'arme prese.
E corser tutti quanti ove le fiamme,
de i legati corsier faceano strazio,
ma non giova ch'Ergin gli animi infiamme
ché d'aiutargli il foco non dà spazio,
dice: – Alcun damme l'acqua e alcun damme
la scure, il grafio e non si vede sazio
alcun d'oprar, ma tardi è ogni soccorso,
ché il foco è tal che 'n parte è scorso. –
Ch'eran di secche canne quelle stalle,
onde ardean come fussero secca esca,
non giova portar acqua per la valle,
ché par che l'acqua il foco via più accresca,
han dinanzi i cavalli, hanno a le spalle
la fiamma, né vi è loco ond'alcuno esca,
onde i miser, legati a la catena,
del peccato del re portan la pena.
Non pensa Ergin, che ciò sia a posta fatto,
ma che venuto sia l'incendio a caso;
l'incendio, che di modo l'ha disfatto,
che un cavallo non gli è vivo rimaso
e mentre imputa a la fortuna il fatto,
non vede che vicino ave il suo occaso,
e, tutto in faccia sbigottito e tristo,
se ne riman, non men che pria, sprovisto.
Ondeggia il fumo e face l'aria nera,
e manda le faville al cielo il vento,
Ercol, che il segno ha da la fiamma altiera
di dar l'assalto a Ergin prende ardimento
e lasciate le guardie al loco, ove era,
a spinger la sua gente non fu lento,
e mandò il suono de le trombe in alto,
ed al nemico stuol dié un fiero assalto.
Come altiero falcon va tra le starne
quando la fame sostenuta il punge,
e si dà a preda sanguinosa farne,
e morte a tante dà quante ne aggiunge,
così Alcide bramoso sol di darne
l'ultimo danno a Ergin feroce giunge,
con l'essercito suo, vage di sangue,
e questo e quello fa cadere esangue.
Tosto che il nome d'Ercole si sente,
i tessali in disordine van tutti,
chi a l'arme se ne va, chi poi si pente,
chi grida morti siam, siamo destrutti,
chi cerca di nascondersi repente,
e chi si dà come vil donna a i lutti,
la tromba de i teban tuttavia sona,
ed Ercol su i nemici si abbandona.
Quale se ne la selva Ombro o Molosso
spinto dal cacciator passando latra,
i cervi fuggon poscia, ch'egli a dosso
a questo e a quel si gitta e ingioia e isquatra,
e lo stuolo s'appiatta in speco o'n fosso,
temendo sostener morte aspra ed atra,
tale faceano tutti i tessali ivi,
d'ardire in tutto e di baldanza privi.
Amfitrion dal fianco non si parte
del caro figlio e fa prove stupende
e valor mette in opra e senno ed arte,
e rompe ed apre e strazia e fora e fende;
gode a veder ch'Ercol rassembri un Marte,
qualor sovra i nemici il tronco stende,
e che gli altri, seguendo i lor vestigi,
mandin quei di tessaglia a i laghi stigi.
Ergin vede lo strazio, ode la tromba
de la nemica gente insieme accolta,
ed ode il lamentar ch'al ciel ribomba,
de la sua gente tutta in fuga volta,
pallida sì che par tratta di tomba,
ove sia stata più giorni sepolta,
né sa miser che dir, né sa che farsi
se non cercar d'accor gli uomini sparsi.
E abbandonato il loco, che la speme
de suoi cavalli già tolta gli avea,
chiama Melampo, Ippodamo ed insieme
ciascun, ch'appresso lui grado tenea
e grida forte, qual timor vi preme?
Perché fuggite questa turba rea?
Se vi fermate qui, se state forti,
ad uno, ad un tutti costor fian morti.
Ercole segue e la sua gente in tanto
face del sangue ostil vermiglio il campo,
egli qua vola e là con valor tanto,
che par di foco uno infiammato lampo,
gli uomini a dieci, a venti in ogni canto
a terra manda, alfin giunge Melampo,
che buona gente insieme aveva accolto,
e dagli al collo un colpo orribil molto.
Ché tutta gli levò netta la testa,
e la mandò, come una palla, in aria
senza nome il suo tronco in terra resta,
Ercole i colpi adosso a gli altri varia,
de i tebani nessun punto s'arresta
e tutti insieme fan de la contraria
gente quel che leon fa nelle selve,
quando irato è de le nemiche belve.
O quel che far veggian rapace Astorre
de le anitre talor, delle colombe,
Ergin di qua, di là gridando corre,
ed a l'arma fa dar tamburi e trombe,
ma così ognun la grave mazza abborre
ed il ferir de i dardi e de le frombe,
ché tra tante migliaia pochi sono
ch'odano di tambur, di trombe il suono.
Così quando talor tempesta atroce
assale in mezzo il mar nave spalmata,
quantunque il buon nocchiero alzi la voce,
perché si opponga a l'onde la brigata,
tanto il grave timore ad ognun nuoce;
ché non l'ode la gente spaventata,
perché il vento crudel, l'ira de l'onde
la mente occupa a ognuno, ognun confonde.
In tanto quei, ch'aveano acceso il foco,
e sicuri ivan per la gente ostile,
tutti insieme si unirono in un loco,
con cor feroce, ed animo virile.
e fattisi vicini a poco a poco,
con modo non men destro che sottile,
di mano a Acrisio tolser la bandiera,
e tutti se n'andaro ove Ercole era.
E dato il segno, che fedeli amici
dimostrar gli devea al figlio di Giove;
tra lo stuolo si poser de i nemici
facendo di valore immense prove,
cosa, che fu cagione a gli infelici
de la Tessaglia di non saper ove
devessero fuggire, ove fermarsi,
veggendo i suoi contra di loro armarsi.
Ché da gli iletii si pensar traditi,
tosto che il lampo dell'accesa stella
videro tra i tebani e loro arditi
scorrere il campo in questa parte, e 'n quella,
e perciò, come fuori di sé usciti,
non sapeano schifar quella procella,
ma chiamavan gli iletii misleali,
e cagion del lor danno e de i lor mali.
Onde avenne che a quanti iletii foro
tra lor cercaro i minii di dar morte;
gli iletii si voltar contra costoro
dando segno di cor, d'animo forte,
molti di quei morir, molti di loro,
per non aver le ostili insidie scorte
e per sì fatto caso immantinente
in disordine andò tutta la gente.
Qual già si vider ne' campi Dircei
quei che de i denti eran de l'angue nati,
contra lor stessi impetuosi e rei,
per le lor proprie mani al fin menati
tal'io non credo pur, ma giurerei,
che costor si serian tutti atterrati,
se il duce lor non conoscea l'inganno
e non cercava dar rimedio al danno.
Ergin, che questo vide, imaginossi
quel ch'era e d'acquetar cercò i soldati,
ma tutti a tal furore eran già mossi;
tutti gli animi avean così infiammati,
ch'a gran fatica, questo e quel fermossi
e cessò da gli assalti incominciati,
onde da suoi minor mal non avea
di quel che da nemici sostenea.
Ma tanto disse e fe' pur che fece alto,
alzar facendo il suo real stendardo,
Ippodamo con lui segue l'assalto
né al menar de le man si mostra tardo
Ercole tra costoro entra di un salto;
veloce più che ben veloce pardo
il segue il padre ed Ercol con la mazza
e quei col brando loro atterra e amazza.
Vola ora in aria un braccio, ora una coscia
or cadono le teste da le spalle
e a venti e a trenta fa sentire angoscia,
tal che il sangue discorre in ogni calle
e antunque Ergin pria, Ippodamo poscia
scorra di qua, di là tutta la valle
e questi e quei, con la tagliente spada,
si faccia, ovunque va, far empia strada.
Non dimen paion solo uomini quelli
ed Ercol contra loro un marte sembra
mentre man spezza e fiacca ossa e cervelli,
e 'n mille guise i suoi nemici smembra;
Amfitrion vulcan par che martelli
su le corazze e su le nude membra
e segue, quanto può seguir più il figlio,
la gente ostil mettendo in gran scompiglio.
Ercole in tanto vide lo spietato
Olindro, che facea de i teban strazio,
la onde avendo Amfitrion lasciato
che fesse de i nemici il suo cor sazio,
s'era, col tronco in man, ver lui voltato,
e con lui cento, in un medesmo spazio,
uccise e poscia da le ostili squadre
si volse, ove egli avea lasciato il padre.
Ma, mentre contra Olindro egi era gito,
e con Ippodamo era Amfitrione
a le mani, l'aveva Ergin ferito
di nascosto di punta entro al galone,
tale che il forte cavaliero ardito,
senza poter finir la sua tenzone,
sen cade a terra per l'aspra ferita
e col sangue ne versa anco la vita.
Nel girarsi Ercol vede Ergino fiero
c'ha in terra Amfitrione e gli sta sopra
col brando nudo e con sembiante altiero;
e la man manca a disarmarlo adopra,
qual veltro Ercole va pronto e leggiero,
per impedire d'Ergin la crudel opra,
ma visto Amfitrion in terra estinto
fu da giusta ira a la vendetta spinto.
E come tigre, cui sian stati i figli
dal cauto cacciator del covil tolti,
che co i denti si pensa e con gli artigli
vendetta farne e il segue a passi sciolti
così fa il gran dolor, ch'Ercol s'appigli
a la vendetta e tutti i pensier volti
ad isfogare il suo acerbo dispetto
col trarre a chi l'ha ucciso il cor del petto.
Ergin, che contra lui vede venire
Ercole, acceso di disdegno acerbo,
e visto già più volte ave al ferire
quanto egli abbia valor, qual'abbia nerbo,
si apparecchia a soffrir l'impeto e l'ire,
non men fiero che pria, non men superbo,
veggendosi devere aver battaglia
con chi, col tronco, ogni lorica smaglia.
Era Ippodamo entrato tra i tebani,
quando Ercol giunse e ucciso aveva Alceste,
e gittato Ermo e Ippalco sovra i piani,
e spezzate a molti altri e braccia e teste,
ché sì fiero era e sì forte le mani
aveva ed al ferir sì gravi e preste,
che rasembrava, tra l'ostili spade
villan.che con la falce atterri biade.
Solo Ergin dunque d'una punta assale
Ercole e tenta di ferirlo al volto;
Ercole in un momento indietro sale,
ed al fianco d'Ergino ha il tronco volto;
egli si gira e come avesse l'ale,
il colpo fugge, ma si ratto tolto
non si è disotto, che il fier colpo scende
a la coscia sinistra e gliele offende.
E se piena giungea quella percossa
la gamba avuto avea l'ultimo spaccio,
ché, ben che fusse l'armatura grossa,
ed d'acciaio ben fin, parve di ghiaccio,
Ergin, che prova quanto costui possa;
con ogni studio cerca uscir d'impaccio,
e si raccoglie in sé e, quanto più puote,
di un taglio il destro braccio gli percuote.
Ma fusse buona sorte, o caso, o fosse
che ad Ergin si volgesse il brando in mano,
di piatto il ferro il bracco gli percosse,
tal, che il colpo crudel scese giù in vano;
se giungea pien tagliava nervi ed osse
e gli tagliava il braccio il colpo strano
e non giovava ad Ercole esser figlio
di chi la terra e il ciel tempra col ciglio.
Ma non avenne già così ad Alcide
nel percuotere a Ergin la destra spalla
che da gli umeri il braccio gli divide,
col tronco di cui'l colpo unqua non falla;
Ippodamo, cui fier duolo conquide,
visto che, per cadere, Ergin traballa,
si move e spinto da lo sdegno grave,
ché per lo padre suo dentro il cor ave.
Se contra il figlio d'Alcumena gira,
con quel furor, con quella rabbia istessa,
che il toro fa se la giuvenca mira
dal lupo, ne la selva, in terra messa
che contra lui va per sfogarne l'ira,
né di ferirlo quinci e quindi cessa,
e adopra corna e pié contra la belva,
perché rimanga morta ne la selva.
Ma non sì tosto giunge che raddoppia
Ercol la botta e il capo a Ergino pesta,
e poco gli giovò la lama doppia,
di ch'era il lucido elmo, ch'avea in testa,
che il cervello de l'ossa fuor gli scoppia
sì ch'una particella non ven resta,
che fronte, naso, bocca, occhi gli schiaccia,
sì ch'en lui non riman forma di faccia.
In questa giunge Ippodamo e ben fora,
che preso avesse da suo padre essempio,
e non volesse che, ad un'istessa ora,
le spoglie d'ambi Ercol portasse al tempio,
ché se la spada sua ben taglia e fora,
e fa de l'altra gente acerbo scempio,
non porà però far ch'Ercole il forte
nol fiacchi al fine e nol conduca a morte.
La spada ora di dritto, or di riverso
intorno gira il giovane robusto,
or la pungente punta drizza verso
il volto, or verso il collo, or verso il busto
or finge, or cenna, assale or da traverso
il nemico, ma colpo non va giusto,
ch'Ercole il meglio suo sempre prevede,
ed a misura move e mano e piede.
Che 'n armeggiare era Ercole sì esperto,
ch'alcun non fu ne la città a lui pari,
e non men con la mazza era coperto
che sia, chi con lo scudo si ripari;
colpo il nemico non avea sì certo
ch'Ercol nol fesse van con modi rari,
e ciò fu, che ne l'arme ebbe maestro
castor, via più d'ognuno agile e destro.
Però si stava con la mazza in punto
aspettando, tra mille, un colpo solo
seco dicendo: – Se questi fia giunto
solo una volta avrà l'ultimo duolo,
sta su l'aviso, e accortamente ha giunto
il piede con la mano, agil su il suolo,
né sì a ferirlo Ippodamo s'ingegna
che possa colpo far come disegna.
Così, signor il mio principe ho visto,
degno figliuol de l'eccellenza vostra,
quando nel gioco de la spada acquisto
ha cerco far di chi il ferir gli mostra,
però che il meglio suo sempre ha previsto,
né giova a l'altro fargli finta mostra
di sé, per ingannarlo, ch'egli accorto
il meglio sempre ed il vantaggio ha scorto.
Dando segno or nel quintodecimo anno
come Ercol dié ne la medesma etade,
di voler fare a morte illustre inganno,
col senno, col valor, con la bontade,
e spregiare ogni noia ed ogni affanno,
per scorrer di virtù l'alte contrade,
sol per mostrarsi non men figliuol vostro,
ch'Ercol di Giove figlio si sia mostro.
Tal che com'ha del suo forte avo il nome,
così simil gli sia ne la virtute,
e ne rimangan quelle forze dome,
che s'armeran contra la sua salute,
acciò ch'eternamente egli si nome,
ovunque le virtù sian conosciute,
e, ne la pace e tra l'ostili squadre,
si vegga impresso in lui l'Avolo e il padre.
Cresci e l'orme de l'avo e le paterne
segui, figlio gentil, per quella strada,
per cui puoi far che, per imprese eterne,
il nome tuo per ogni parte vada,
e che la fama la tua gloria eterne
per opra de l'ingegno e de la spada,
sì ch'abbian sempre i più degni scrittori
a cantare i tuoi pregi e i tuoi onori.
Io serbo a miglior tempo e penne e inchiostri
per onorar la tua virtù suprema,
bastami, ch'io accenni or quel che tu mostri
in questa età, perché l'oblio tu prema,
bisogna or dir del domator de i mostri,
seguendo il cominciato mio poema,
per dimostrare il fin de la contesa,
che con quello orgoglioso egli avea presa.
Ippodamo su il capo ferir tenta
Ercole e di gittarlo estinto a terra,
Ercole il tronco al fier colpo appresenta,
ed incontra la spada e gliele atterra,
e, lasciata la mazza, a lui s'aventa,
e il braccio destro ad ambe man gli afferra,
e, levatogli l'elmo da la fronte,
il ruota in aria e gittalo oltra un monte.
Alto era il monte più d'un grosso miglio,
oltra il quale a due mani Ercol gittollo,
e tutto il corpo se n'andò in scompiglio
tosto che in terra dié l'ultimo crollo,
che fe' sì del suo sangue il suol vermiglio,
che non si scorse in lui capo, né collo,
né la parte dinanzi, né di dietro,
come se stato fusse un ghiaccio, o un vetro.
Mentre Ercol con costor fece battaglia,
i capitan de la Tebana parte
fugati e morti avean quei di tessaglia,
con sommo ardire e con mirabil arte,
eran per tutto il campo, e piastra e maglia,
e braccia e capi e piedi e mani sparte,
onde correa d'intorno per lo piano,
in grandissima copia, il sangue umano.
Non altramente che ne la Romagna
su il nobil pian del Ravennate suolo
si vedesse sanguigna la campagna,
signor per man del vostro padre solo,
allor, che ruppe Giulio e fugò spagna,
ed atterrò l'altro nemico stuolo,
riportandone quella alta vittoria,
ch'a Francia dié salute ed a lui gloria.
Quei tessali, che vivi erano, ratti
per non far, come gli altri, i campi rossi,
Odrin'avea ne la città ritratti,
ed ivi nel sicur tutti riscossi,
e per non esser da i teban disfatti
s'erano dati a far ripari e fossi,
onde restò sol la tebana gente
nel campo, ove la pugna era sì ardente.
Così, per spazio di una mezza notte,
Ercol, con diece mila de i tebani,
tutte le genti tessale ebbe rotte,
e fatti tutti i lor desegni vani,
che non giovò ad Ergino aver condotte
genti infinite, ivi a menar le mani,
onde allor quanto vaglia in tali imprese
più il consiglio, che il numer si comprese.
Felice il capitan, felice il duce,
che il campo suo con gran prudenza regge,
ché chi gli armati suoi così conduce,
e gli move con ordine e con legge,
la parte aversa spesso a tal riduce,
che di lei fa quel che, leon di grgge
e se n'ave tal prova a nostri tempi,
che soverchio è volerne dare essempi.
Non negherò, ch'esser d'ardito core,
meglio non sia, che di demesso e umile,
ma, se il senno non è giunto al valore,
poco più il forte val, che vaglia il vile,
che se l'ardir guidato è dal furore,
face piana la strada al campo ostile
di fargli danno, non men duro e grave
di quello, ch'ora Ergin sostenuto ave.
La bella Aurora, co'bei crini d'oro,
già si mostrava in oriente pura,
e il sol menava al suo antico lavoro,
a far giorno seren di notte oscura,
quando tutti i tebani in punto foro,
per gire a dar l'assalto a l'alte mura
di Minia e porle a fatto a terra tutte,
per vederle, per sempre, allor distrutte.
Ad Ercol, che non meno di pietate
aveva in sé, che di valor, d'ardire,
non parve che quell'anime infiammate
andassero i nemici ad assalire,
pria che non fusser sepolture date
a que' forti tebani, che morire
voluto avean, perché sicura stesse
la patria loro e 'n libertà vivesse.
Tra diece mila di tessali morti
trovò cento teban di vita usciti;
tutti ne' visi e ne' lor petti forti
come valorosi uomini feriti,
Ercol si dolse assai de le lor morti,
e poscia ch'arsi gli ebbe e sepelliti,
a i lor sepolcri, con mirabil cura,
appender fe' gli scudi e l'armatura.
E di sua mano il lor nome vi scrisse,
facendo fede de la lor prodezza,
ma il buono Amfitrion, ch'Ergin trafisse,
ch'era di senno essempio e di fortezza,
non volse, ch'ivi alcuno sepellisse,
per dar del suo valor maggior contezza,
e però volse, che perpetua requie
gli desse Tebe con pompose essequie.
Però, toltogli l'elmo da la faccia,
e volti gli occhi al sanguinoso viso,
che cosa poss'io aver, che più mi piaccia,
disse, piangendo: – Poscia che te ucciso
veggo, dal cui valor, da le cui braccia
sperai lo stuolo ostil veder conquiso,
de quali s'averrà ben ch'io triomfi,
ingrati mi seran tutti i triomfi?
Poi ch'or, che mi s'è mostra in parte lieta
la fortuna, da cui temeva insidia,
mi ti toglie il destin crudele e vieta,
e il fato ingiusto il mio piacer m'invidia,
ai come l'aspra sorte alla quieta
vita nostra mortal repente insidia?
Come angoscia e dolore il cor ne preme,
quando maggiore abbiam di gioir speme?
Ma.in questa così grave e dura sorte,
in questo privo esser di tale amico,
via men grave il destin m'è, e via men forte,
poscia ch'estinto veggo il fier nemico,
che ti dié, con insidia, acerba morte,
e me privò del caro padre antico,
oltre gli altri infiniti, ch'atterrasti
tu di tua man, mentre la spada usasti.
E preda a i lupi son, son preda a i cani,
a i corbi, a i nibbi, a gli avidi avoltori,
da le lor genti e popoli lontani,
senza ch'alcun lor dia gli ultimi onori,
degna mercede a lor fatti villani,
cagione a me di così gran dolori,
che meraviglia è che teco i'non pera,
vinto dal duolo e da l'ambascia fiera.
Ai quanto, oimé, la tua cara consorte,
che per te forse porge a Giove voti,
vuol trista rimaner de la tua morte,
visti d'effetto i casti preghi vuoti,
ma ne l'acerba e dispietata sorte,
che compiti ha in estinguerti i suoi voti,
porà restar la misera contenta,
vista, con sommo onor, tua vita spenta.
Io, padre, tutto quel che si può farti
d'amorevole figlio, in questo caso,
da me fia fatto e poscia ch'altro darti
per mio fiero destin, non mi è rimaso,
senonse quella pompa apparecchiarti,
che si apparecchia ad uom gito a l'occaso,
non mancherò (benché di dolor pieno)
di farti a mio potere onore a pieno.
E così detto, il padre su lo scudo
fe' porre e porgli poi l'altre arme a canto
e disse: – Non di gloria o d'onor nudo
avrai di Tebe e de la moglie il pianto,
ma, ne la morte e ne 'l tuo fato crudo,
tra i miglior cavalier ti darà vanto,
veggendoti quel forte fianco aperto,
che tu a la patria hai, per salvarla, offerto. –
Ch'Ergino, che temea d'esser conquiso,
Ergino fier, ch'or per mia mano giace
per salvarsi, oso a riguardarti in viso
non fu, ma come infame lupo face
con insidia veder ti volse ucciso,
quantunque forte fusse e fusse audace,
e di te aver mostrò tanto timore,
ch'a guerra aperta uscir non ardì fuore.
E questo detto d'uomini un stuol chiaro
tra i soldati tebani Ercole elesse
che portassero a Tebe quel più raro
cavalier, ch'unqua la Beozia avesse,
costoro alzaro il lor compagno caro
sovra gli umeri lor, versando spesse
lagrime fuor per gli occhi e a lento passo,
portaro Amfitrion di vita casso.
Parte di loro avevan le bandiere
gli usberghi, gli elmi e gli altri ostili arnesi,
che tolti avean tra le nemiche schiere,
a quei ch'erano morti e ch'eran presi;
ed acciò che gli usati onori avere
potesse Amfitrion, da que' cortesi
cavalier fur prigion molti menati
da essere a la santa ombra svenati.
L'armatura d'Ergino era tra queste
con l'elmo del suo Ippodamo, ch'avea
Letre, per mano d'Ercole, conteste
la breve, che di lor conto rendea,
con pompa tale quelle anime meste
portaro Amfitrion, cui sorte rea
per dimostrar la sua forza infinita
aveva, anzi il suo dì, tolto di vita.
Nel partir di costor, Ercole alquanto
sovra sé stette e con dolenti note
disse poi che: – La sorte aversa tanto
mi è stata e il corso de le eterne ruote
ch'al maggior uopo, la tua morte ho pianto,
né fare a tua salute altro si puote;
rimanti in pace, io l'opra incominciata
seguirò e ne fia l'onta appareggiata. –
Andaro a Tebe i forti cavalieri,
portando or quegli, or questi'l corpo estinto
tutti con l'alma di mesti pensieri
piena e col viso di ver duol dipinto,
Ercole, con quegli altri animi altieri,
Odrino andaro ad assalir, che cinto
s'era d'argini e fossi;al fine è questo,
ne l'altro canto spiegherovvi il resto.