IL BUE

By Antonio Guadagnoli

Il Bue, Signori miei, per un Dottore

Che vuol trattare in versi un argomento,

Parmi un Eroe da poter fargli onore;

E specialmente ai nostri dì, che sento

Più d'uno prodigar le lodi sue

A degli Eroi, che son da men del Bue.

Piacciavi adunque d'ascoltarmi. Ieri

Mentre Lungarno il solito cammino

Faceva in compagnia de' miei pensieri,

Alzo il capo, e mi trovo un Bue vicino!

Non stupii di vederlo a me dappresso,

Perché tai casi mi si danno spesso;

Ma restai ché muggendo, ed in me gli occhi

Fissando, parea dirmi: e che? cantare

I topi si dovranno ed i ranocchi,

E le pulci, e le mosche, e le zanzare,

E le lumache, et caetera animalia,

Ed io un poeta non avrò? In Italia !!

Ond'io compreso quel lamento, alfine

Dir gli volea: che grave non gli fosse

Se finor si lodàr bestie piccine,

Ché è questo il secolo delle bestie grosse...

Ma a me d'accanto un nuovo autor passare

Vidi in quel punto, e non osai parlare.

Or poi da me lodare il Bue si vuole,

Giacché ho piena del Bue la mente e il petto;

Chi mi darà la voce e le parole

Convenïenti a sì nobil soggetto,

Sicché ai Grandi dimostri il canto mio

Che le gran bestie so stimarle anch'io?

Come di doppio corno in cielo adorna

Alza Cintia la fronte mäestosa,

Così si pregia il Bue d'aver le corna;

Ah son le corna pur la bella cosa!

Onde avvien che pe' corni ei si distingua,

Come tutte le donne per la lingua.

Si chiamò pur Giunone « occhi-di-bove »

Da quel più che mortal vate celeste;

Del Bue la coda nel novanta-nove

Che spicco avrebbe fatto in certe teste!

E dalle gambe sue, forse, chi sa!

Vennero i quarti della nobiltà.

Sì; che dia il Bue di nobiltade indizio,

È chiaro; e infatti, non veggiamo adorno

Più d'un antico stemma gentilizio

Qual d'un capo di Bue, quale d'un corno?

Anzi, quanto più Bue colà s'innesta,

E più la nobiltà si manifesta.

Ma ohimè! dove mi perdo? Ognun discerne

Che il Bue l'è una gran bestia! Or se si loda

In lui ciascuna delle doti esterne,

Vi vuol'altro! lasciam dunque e la coda

E gli occhi e i corni che sul capo ei tiene,

Ché son cose comuni, e si san bene;

E mostriam come colle virtù sue

Ci può far da maestro. Ma, figliuolo,

Che diavol dici? da maestro un Bue?

Un Bue, sicuramente: oh sarà il solo!

Tant'è, dica chi vuol, per me non trovo

Un maestro più bravo, e ve lo provo.

Egli esce all'alba della stalla fuore,

E fino a sera a lavorare è avvezzo.

Che scuola è questa qui per le signore

Che dormon fino al tocco, o al tocco e mezzo,

Poi pranzano, e si vanno a divertire

Fino all'ora che tornano a dormire!

Sentite un impiegato: « eh qui non posso

Resister, che si burla! non vo' mica

Intisichir con tanti affari addosso!

Tutto a me! questo è troppo? » - E il Bue fatica,

Né mai si lagna: e pur, diverso fato!

L'uno si paga, e l'altro è bastonato!

Sì, per noi questo docile animale

Soffre, suda, s'affama al caldo e al gelo;

E allor che un monte ripido si sale,

Va innanzi alla vettura per trapelo;

Peccato che i suoi simili talora

Stien dentro alla carrozza, ed egli fuora!

Deh! che non usa per cavalcatura,

Ch'io su vi monterei, ben persuaso

Di fare addosso al Bue la mia figura!

Quantunque non sarebbe il primo caso

Che dalla gente più sagace e scaltra

Si scorgesse una bestia sopra l'altra!

Né gli si ascriva a colpa l'andar piano,

Poiché con ciò vuol darci insegnamento

Che in questo mondo « chi va pian, va sano; »

E che se l'uom fosse in oprar più lento,

Fatte non si vedriano a capo all'anno

Tante corbellerìe quante si fanno!

Un giogo è Imene, e va portato in due:

Ma ditemi un pochin: quelli aggiogati

Lo portan così unito come il Bue?

Eh giusto! ormai li veggo i conjugati;

Quando di bocca han fatto uscir quel « sì »

Chi va in qua, chi va in là; ma il Bue sta lì.

Non si disse pero senza mistero

Il vostro letto il toro maritale,

Perché il Bue vi stia sempre nel pensiero.

E in fatti: chi si ammoglia, essere uguale

In tutto deve al Bue fuorché in un caso...

Nel lasciarsi, cioè, menar pel naso.

Oh quanto è corto nelle mire sue

Quel patrizio che sbuffa, e lo molesta

Il sentirsi chiamar: testa di Bue!

Testa di Bue vuol dire una gran testa,

Un uomo grande, e vien così chiamato

Per contrapporlo appunto a uno scapato.

Ma supponiamo ancor, che ad un signore

Del Bue si desse, non può stargli addosso?

Vi stette a Cima-bue bravo pittore?

Cavalca-bue non era un pezzo grosso?

E non vive immortal per l'opre sue

Il famoso Aristarco Scanna-bue?

E tanto è ver che il Bue fu ognor coi dotti,

Che leggendo Aristofane, trovate

Che i medici chiamò « Buoi Cipriotti »

E il Saccenti, non scrisse al figlio abate

Col tuono più patetico e sincero:

Figliuol mio grande e grosso, e bue davvero?

O tu che il Bue più grande che vi sia

Ogn'anno in carro trïonfale erigi,

E lo vedi tra i plausi e l'allegria

Passar per le tue vie, bella Parigi,

Non ir superba, perché ancor fra noi

Spesso si veggon trionfare i Buoi.

Sì, chi ha fama di Bue, sempre è gradito,

Specialmente se è ricco, in società;

Egli è inoltre servito e riverito,

Ed ha titoli e onori in quantità;

E quando avvien che morte lo raggiunga,

Gli fanno un'iscrizione lunga, lunga.

Sapete voi perché dai Greci messa

Fu l'immagin del toro sulle sfere

In un de' segni del zodiaco espressa?

Perché vollero darci a divedere

Quegli inventori delle cose belle

Che quanto uno è più Bue, più va alle stelle.

Dunque ad Italo orecchio sonar grato

Debbe anzi il Bue, non sol perché Eliopoli;

Gli eresse altari, e in Memfi fu adorato

Per nume suo da que' famosi popoli,

Ma ancora perché in lingua di Levante

Italus vuol dir Bue chiaro e lampante.

E infatti a onor del Bue fur celebrati

Quei giuochi che si dissero Boalia,

In cui venìano i bovi coronati;

Il qual'uso corrottosi in Italia,

La ghirlanda che avea quell'animale

Si dette poi per laurea dottorale.

E il Bue, sia che la troppa quantità

Ne venisse il disprezzo a generare,

O fosse sua crudel fatalità,

O ciò che più plausibile mi pare,

Volessero i Pagani Sacerdoti

Mangiarselo alle spalle dei devoti;

Il Bue prima tenuto come rara

Divinità, trafitto dal coltello

Dipoi vittima cadde innanzi all'ara;

Dall'ara passò in seguito al macello,

Ed ora se ne fa carneficina

Più che non fa un dottor di medicina.

È ver che dopo, giusta il calendario,

Il loco, ove al macello ivano i buoi,

Da loro si chiamo Foro Boario;

Come foro chiamiam quello fra noi

Ove spesso i legali, e i giusdicenti

Fanno la pelle ai poveri clienti;

Ma perché bestia tal dev'esser morta,

Se sotto al carro a nostro bene indura,

E i necessarj generi trasporta,

E a noi la messe, arando il suol, procura!

Perché non dare il maglio sulla testa

A tante bestie che non vaglion questa?

Pur, generoso! benché a morte addotto,

Anco da morto ci vuol far del bene;

E ora in forma di lesso, or di stracotto

Appar tra i pranzi, e tra le laute cene,

E se al rosbiffe non si attacca il dente,

Ai pranzi inglesi che si mangia? niente!

T'ammali? Ed ecco il medico che corre,

Scrive ricette, e tasta, e pigia sodo;

Ma alle spossate forze chi soccorre?

Val più una tazza di cordiale, un brodo

Di Bue, che tutte quelle porcherie,

Quelle acque tinte delle spezierie.

Quando le apparve di Sichèo l'immagine,

E fuggì Dido dal paterno regno,

Delle famose mura di Cartagine

Colla pelle d'un Bue non fe' il disegno?

E non si fan di Bue scarpe e stivali,

Che son dell'uom le basi principali?

Servon gli ossi a far l'anime ai bottoni:

E i corni, in specie se son lunghi e belli,

A formar di que' pettini son buoni

Con cui le donne acconciansi i capelli;

E in verità, per aggiustar la testa,

Non v'è cosa più semplice di questa!

E se il nerbo è quel mezzo salutare

Che ai ragazzi imparar fa la lezione,

E il buon'ordine ajuta a conservare;

Tutto il merto e l'onor dell'istruzione

Chi negherà che debbasi fra i due

Più che al maestro, attribuire al Bue ?

Sicché, o lettor, dai versi miei tu vedi

Che nostra guida è il Bue, nostro conforto

Che ci bisogna il Bue da capo a piedi;

E che il Bue ci fa bene e vivo e morto.

Or giudica tu dunque se maggiore

Sia la bestia cantata, o il suo cantore.