IL BUE
Il Bue, Signori miei, per un Dottore
Che vuol trattare in versi un argomento,
Parmi un Eroe da poter fargli onore;
E specialmente ai nostri dì, che sento
Più d'uno prodigar le lodi sue
A degli Eroi, che son da men del Bue.
Piacciavi adunque d'ascoltarmi. Ieri
Mentre Lungarno il solito cammino
Faceva in compagnia de' miei pensieri,
Alzo il capo, e mi trovo un Bue vicino!
Non stupii di vederlo a me dappresso,
Perché tai casi mi si danno spesso;
Ma restai ché muggendo, ed in me gli occhi
Fissando, parea dirmi: e che? cantare
I topi si dovranno ed i ranocchi,
E le pulci, e le mosche, e le zanzare,
E le lumache, et caetera animalia,
Ed io un poeta non avrò? In Italia !!
Ond'io compreso quel lamento, alfine
Dir gli volea: che grave non gli fosse
Se finor si lodàr bestie piccine,
Ché è questo il secolo delle bestie grosse...
Ma a me d'accanto un nuovo autor passare
Vidi in quel punto, e non osai parlare.
Or poi da me lodare il Bue si vuole,
Giacché ho piena del Bue la mente e il petto;
Chi mi darà la voce e le parole
Convenïenti a sì nobil soggetto,
Sicché ai Grandi dimostri il canto mio
Che le gran bestie so stimarle anch'io?
Come di doppio corno in cielo adorna
Alza Cintia la fronte mäestosa,
Così si pregia il Bue d'aver le corna;
Ah son le corna pur la bella cosa!
Onde avvien che pe' corni ei si distingua,
Come tutte le donne per la lingua.
Si chiamò pur Giunone « occhi-di-bove »
Da quel più che mortal vate celeste;
Del Bue la coda nel novanta-nove
Che spicco avrebbe fatto in certe teste!
E dalle gambe sue, forse, chi sa!
Vennero i quarti della nobiltà.
Sì; che dia il Bue di nobiltade indizio,
È chiaro; e infatti, non veggiamo adorno
Più d'un antico stemma gentilizio
Qual d'un capo di Bue, quale d'un corno?
Anzi, quanto più Bue colà s'innesta,
E più la nobiltà si manifesta.
Ma ohimè! dove mi perdo? Ognun discerne
Che il Bue l'è una gran bestia! Or se si loda
In lui ciascuna delle doti esterne,
Vi vuol'altro! lasciam dunque e la coda
E gli occhi e i corni che sul capo ei tiene,
Ché son cose comuni, e si san bene;
E mostriam come colle virtù sue
Ci può far da maestro. Ma, figliuolo,
Che diavol dici? da maestro un Bue?
Un Bue, sicuramente: oh sarà il solo!
Tant'è, dica chi vuol, per me non trovo
Un maestro più bravo, e ve lo provo.
Egli esce all'alba della stalla fuore,
E fino a sera a lavorare è avvezzo.
Che scuola è questa qui per le signore
Che dormon fino al tocco, o al tocco e mezzo,
Poi pranzano, e si vanno a divertire
Fino all'ora che tornano a dormire!
Sentite un impiegato: « eh qui non posso
Resister, che si burla! non vo' mica
Intisichir con tanti affari addosso!
Tutto a me! questo è troppo? » - E il Bue fatica,
Né mai si lagna: e pur, diverso fato!
L'uno si paga, e l'altro è bastonato!
Sì, per noi questo docile animale
Soffre, suda, s'affama al caldo e al gelo;
E allor che un monte ripido si sale,
Va innanzi alla vettura per trapelo;
Peccato che i suoi simili talora
Stien dentro alla carrozza, ed egli fuora!
Deh! che non usa per cavalcatura,
Ch'io su vi monterei, ben persuaso
Di fare addosso al Bue la mia figura!
Quantunque non sarebbe il primo caso
Che dalla gente più sagace e scaltra
Si scorgesse una bestia sopra l'altra!
Né gli si ascriva a colpa l'andar piano,
Poiché con ciò vuol darci insegnamento
Che in questo mondo « chi va pian, va sano; »
E che se l'uom fosse in oprar più lento,
Fatte non si vedriano a capo all'anno
Tante corbellerìe quante si fanno!
Un giogo è Imene, e va portato in due:
Ma ditemi un pochin: quelli aggiogati
Lo portan così unito come il Bue?
Eh giusto! ormai li veggo i conjugati;
Quando di bocca han fatto uscir quel « sì »
Chi va in qua, chi va in là; ma il Bue sta lì.
Non si disse pero senza mistero
Il vostro letto il toro maritale,
Perché il Bue vi stia sempre nel pensiero.
E in fatti: chi si ammoglia, essere uguale
In tutto deve al Bue fuorché in un caso...
Nel lasciarsi, cioè, menar pel naso.
Oh quanto è corto nelle mire sue
Quel patrizio che sbuffa, e lo molesta
Il sentirsi chiamar: testa di Bue!
Testa di Bue vuol dire una gran testa,
Un uomo grande, e vien così chiamato
Per contrapporlo appunto a uno scapato.
Ma supponiamo ancor, che ad un signore
Del Bue si desse, non può stargli addosso?
Vi stette a Cima-bue bravo pittore?
Cavalca-bue non era un pezzo grosso?
E non vive immortal per l'opre sue
Il famoso Aristarco Scanna-bue?
E tanto è ver che il Bue fu ognor coi dotti,
Che leggendo Aristofane, trovate
Che i medici chiamò « Buoi Cipriotti »
E il Saccenti, non scrisse al figlio abate
Col tuono più patetico e sincero:
Figliuol mio grande e grosso, e bue davvero?
O tu che il Bue più grande che vi sia
Ogn'anno in carro trïonfale erigi,
E lo vedi tra i plausi e l'allegria
Passar per le tue vie, bella Parigi,
Non ir superba, perché ancor fra noi
Spesso si veggon trionfare i Buoi.
Sì, chi ha fama di Bue, sempre è gradito,
Specialmente se è ricco, in società;
Egli è inoltre servito e riverito,
Ed ha titoli e onori in quantità;
E quando avvien che morte lo raggiunga,
Gli fanno un'iscrizione lunga, lunga.
Sapete voi perché dai Greci messa
Fu l'immagin del toro sulle sfere
In un de' segni del zodiaco espressa?
Perché vollero darci a divedere
Quegli inventori delle cose belle
Che quanto uno è più Bue, più va alle stelle.
Dunque ad Italo orecchio sonar grato
Debbe anzi il Bue, non sol perché Eliopoli;
Gli eresse altari, e in Memfi fu adorato
Per nume suo da que' famosi popoli,
Ma ancora perché in lingua di Levante
Italus vuol dir Bue chiaro e lampante.
E infatti a onor del Bue fur celebrati
Quei giuochi che si dissero Boalia,
In cui venìano i bovi coronati;
Il qual'uso corrottosi in Italia,
La ghirlanda che avea quell'animale
Si dette poi per laurea dottorale.
E il Bue, sia che la troppa quantità
Ne venisse il disprezzo a generare,
O fosse sua crudel fatalità,
O ciò che più plausibile mi pare,
Volessero i Pagani Sacerdoti
Mangiarselo alle spalle dei devoti;
Il Bue prima tenuto come rara
Divinità, trafitto dal coltello
Dipoi vittima cadde innanzi all'ara;
Dall'ara passò in seguito al macello,
Ed ora se ne fa carneficina
Più che non fa un dottor di medicina.
È ver che dopo, giusta il calendario,
Il loco, ove al macello ivano i buoi,
Da loro si chiamo Foro Boario;
Come foro chiamiam quello fra noi
Ove spesso i legali, e i giusdicenti
Fanno la pelle ai poveri clienti;
Ma perché bestia tal dev'esser morta,
Se sotto al carro a nostro bene indura,
E i necessarj generi trasporta,
E a noi la messe, arando il suol, procura!
Perché non dare il maglio sulla testa
A tante bestie che non vaglion questa?
Pur, generoso! benché a morte addotto,
Anco da morto ci vuol far del bene;
E ora in forma di lesso, or di stracotto
Appar tra i pranzi, e tra le laute cene,
E se al rosbiffe non si attacca il dente,
Ai pranzi inglesi che si mangia? niente!
T'ammali? Ed ecco il medico che corre,
Scrive ricette, e tasta, e pigia sodo;
Ma alle spossate forze chi soccorre?
Val più una tazza di cordiale, un brodo
Di Bue, che tutte quelle porcherie,
Quelle acque tinte delle spezierie.
Quando le apparve di Sichèo l'immagine,
E fuggì Dido dal paterno regno,
Delle famose mura di Cartagine
Colla pelle d'un Bue non fe' il disegno?
E non si fan di Bue scarpe e stivali,
Che son dell'uom le basi principali?
Servon gli ossi a far l'anime ai bottoni:
E i corni, in specie se son lunghi e belli,
A formar di que' pettini son buoni
Con cui le donne acconciansi i capelli;
E in verità, per aggiustar la testa,
Non v'è cosa più semplice di questa!
E se il nerbo è quel mezzo salutare
Che ai ragazzi imparar fa la lezione,
E il buon'ordine ajuta a conservare;
Tutto il merto e l'onor dell'istruzione
Chi negherà che debbasi fra i due
Più che al maestro, attribuire al Bue ?
Sicché, o lettor, dai versi miei tu vedi
Che nostra guida è il Bue, nostro conforto
Che ci bisogna il Bue da capo a piedi;
E che il Bue ci fa bene e vivo e morto.
Or giudica tu dunque se maggiore
Sia la bestia cantata, o il suo cantore.