IL CORSO ALL'ALBA

By Emilio Praga

Oh bello è pure, al soffio

dell'aura mattutina,

il Corso, ove s'esercita

la boria cittadina

quando sui tetti e i platani

da lunge il sol si specchia,

e lieto si apparecchia

alla discesa in mar!

Or che son muti i cembali

nell'aule dei palazzi,

e, in larghe pieghe, immobili

riposano gli arazzi,

né sui balcon sorridono

le matrone galanti,

e i giovani leganti

stan pallidi a russar:

è questa l'ora; o amabili

compagni, è questa l'ora;

coll'arte nostra lepida

qui poesia s'infiora:

lungo lo sporco lastrico

seguitemi cantando,

il campo è nostro e in bando

è l'alta società!

Tornano a coppie i poveri

lattai dalle cascine,

che la sera amoreggiano

le fulve contadine,

mentre ai bifolchi narrano,

raccolti nelle stalle,

l'ardor delle cavalle

che trottano in città.

Dal dazio, ove scroccarono,

tremando, la dogana,

poi che i vietati viveri

levâr dalla sottana,

le scaltre serve corrono

al ganzo servitore,

mentre sognan d'amore

le padroncine ancor.

Udite: ove fra splendidi

cocchi e noti destrieri

le frasi sospirarono

di dame e cavalieri,

i buoni, inconsci villici

parlan di gelsi e viti,

e degli armenti aviti,

e dei pruneti in fior!

E intorno a lor, corteggio

quasi di antichi amici,

belan le capre, garrule

del monte abitatrici,

e i mandriani intuonano

a bassa voce i canti,

che le greggie vaganti

chiamavano all'ovil;

ed ecco, ecco le vittime

dell'afa cittadina,

la vecchierella tremola,

la pallida bambina,

che sofferenti e misere

uscir non ponno ai colli

a respirar le molli

aurette dell'april;

da quel latte, che tiepido

gli aromi ne ha portati,

speran suggere il balsamo

dei zeffiri vietati,

e delle pure mammole,

e dell'alpestre timo

lungi dal nostro limo

cresciuto in libertà.

Ma le campane vigili

già suonano a distesa,

e par che i santi gridino

dall'una all'altra chiesa,

come comando bellico

che va di schiera in schiera:

— Sù tutti alla preghiera,

genti della città! —

Pochi infelici accorrono

ai freddi altar davanti;

son le canute vittime

dei nostri avi galanti,

i gonzi, le pinzocchere,

e le stanche creature,

cui le umane sciagure

posto han sull'alma un vel!

Ma, dai sobborghi, al popolo

comanda un'altra squilla:

nelle officine stridule

un'altra fé scintilla:

comincia l'olocausto

del nobile lavoro!...

No, dei chierici il coro

non lo raggiunge in ciel!

Amici! orsù, lasciamoci:

tutti al lavor, perdio!

Un nome abbiam, togliamolo,

togliamolo all'oblio;

questi sudanti apostoli

negli opifici oscuri

non sian di noi più puri

in faccia al Creator!

Ma al suon dell'aspre incudini

si sposi il suon dei carmi,

s'unisca al lieto artefice,

che tempra a Italia l'armi,

l'artista, che sul soglio

la riporrà sovrana:

questa è la legge umana,

questo è di Dio l'amor!