Il Damone

By Sebastiano Baldini

Or che il mondo ristaura

il ciel coll'ombre sue,

co' suoi sereni, o Clori anima mia,

vieni, vieni qui per brevi momenti

a prender l'aura:

l'aura mi temprerà l'esterno ardore

ma temprar non saprà le fiamme al core.

Eccomi a te d'apresso.

O Idolo adorato,

io benedico il fato

che d'esserti vicina or mi ha concesso.

Di questo giorno, l'ore

in qual cura impiegasti

un pensier del tuo core

a me? Felice me, se tu donasti

n'avesti rimembranza.

Ma con quella pietade

che deve il mio servir la tua beltade !

Gran tiranno d'amore è lontananza.

Miri mai di me chi sia

più costante e più fedele?

Sii pietosa o pur crudele,

sei pur cara all'alma mia.

Quanti sospirano

per tua beltà,

indarno aspirano

alla mia fé,

che paragon non ha.

Vadan del loro incendio altri superbi,

purché tutto il tuo foco a me riserbi.

O trascorsi momenti

che l'alma mi beaste,

ne' miei spirti languenti

vicino il mio Damon, voi mi formaste:

quanto rimiro o sento

mi si cangia in contento.

Viene il tuo volto alla mia mente appena,

ch'a legarmi vieppiù, divien catena.

Sospiri quanto sa

un fido cor per me,

un guardo non avrà

ch'il mio gioire e il sospirar per te.

Non può, non sa, non vuole

adorare il mio core

altro ch'un sole:

quel sol tu sei.

Sempre sarà mia gloria

ch'amor per te

s'abbia di me vittoria.

Dir che per te mi struggo è poco; almeno

mi fosse dato aver più cori in seno:

ché se mille n'avessi

a tue vaghe pupille

che bel vanto sarebbe offrirne mille !

Piovan le più benefiche influenze

sovra del capo mio tutti i pianeti:

non curo influssi lieti,

non bramo, no, felicità; desio

solo il tuo cor, purch'il tuo cor sia mio.

Quante stelle nel ciel rimiro

con tant'occhi vorrei mirarti;

con due luci sol vagheggiarti

non è pregio del mio martiro.

Io prego e nel pregar lacrime spargo;

io prego Amore a trasformarmi in Argo!

Le tue bellezze, o vita mia, son tante

che – a vagheggiarle tutte –

non saria con cent'occhi Argo bastante.

Io se t'amo / t'adoro

tel diran lassù le stelle,

ché di fiamme così belle

fur la prima cagion coi raggi loro:

queste degl'astri son l'usate tempre

sforzarmi l'alma ad adorarti sempre.

In quei volumi eterni, o buoni o rei,

già registraro i fati

che siano a te donati,

sinché lo spirto avrò, gl'affetti miei:

onde a far che non resti

spenta la fiamma mia tanto gradita,

Astri, supplico voi duri la vita.

O stelle adorate

benigne a più mondi,

qui d'anni giocondi

più corsi formate;

ché se la sorte rea ci si dimostra

perché amanti noi siam, la colpa è vostra.

Chi segue / fugge Cupido

non trova / ritrova la pace.

Quell'alma, quel cor ch'è capace

d'apprender l'arene d'un lido,

conti le gioie / noie

e numeri i respiri / martiri

non cape uman pensier tanta amarezza / dolcezza.

Un velen / Nettare della mente è la bellezza.

Chi desia di gioire

e trar senza timor felici gl'anni,

fugga d'Amor l'insidïoso regno.

A qual aspro martìre,

sventurato Amator, non ti condanni,

se a seguir l'orme sue fisi il disegno

tolgati dall'impegno

un Leandro sommerso,

un Ateone,

lacerato trofeo del fier garzone.

Chi di gioir desia

e vuol sempre goder l'età felice,

prenda – e mi presti fede – Amor per guida.

Egli n'apre la via

a veraci diletti e qual fenice

fra le dolcezze sue l'alma s'annida.

La lite il ciel decida:

lascia il sol per amar l'eterea sfera,

e per amar Giove si cangia in fera.

Grand'incanto d'una beltà,

alme querule, voi languite:

ma son balsami le ferite,

le catene son libertà;

or qual è di Cupido il laccio e 'l dardo,

catena è un crine ed è saetta un guardo.

So quali sien di lui l'opre omicide.

É una sirena amor: canta et uccide.

Cantano le sirene e in queste forme

castigan le sirene un cor che dorme.

Per dar la vita dee, né sia stupore,

alle voci d'Amor se dorme un core.

Chi cerca farsi beato

e colmo d'ogni contento,

le masse d'oro e d'argento

non pensi chiedere al fato:

ché per esser felice in un istante,

basta impetrar dal ciel non farsi amante.

Quel nume sì giocondo

che sa – fra i lacci suoi – stringer i numi,

che con le faci sue gl'Inferni accende;

quel prodigio del mondo

che alimenta le fiamme in grembo ai fiumi,

che coll'arsure l'universo incende:

chi fuggir lo pretende?

Sono alla fuga altrui chiuse le porte?

È inevitabil colpo: Amore è morte.

Ma non è che l'Amor e che la morte

non sia del mondo l'ultimo de' mali.

Sofferenza ci vuol.

Questa è la maga

de' miseri mortali:

che trionfa de' cori e l'alma appaga.

O Ifi, disperato e miserabile,

narra la tua sventura!

Tu che pregasti invan, Ninfa sì dura,

sì cruda e inessorabile,

qual premio avesti tu del tuo servire?

Ti vide e 'l comportò per lei morire.

Disperarsi è vanità:

quell'affetto

ch'è negletto,

un dì, credilo a me, si gradirà.

Possente incantatrice è la preghiera.

Indegno è di gioir chi si dispera.

A tal menzogna Apollo, ahi, non consenta.

Sulla paterna riva

la bella fuggitiva,

per non udire il sol, tronco diventa.

L'amare è destino,

fuggir non si può.

Nel golfo marino,

il tridentato nume arse et amò;

anzi, vedrai dovunque volgi i passi,

amarsi i tronchi e innamorarsi i sassi.

Fugga pur quanto sa pronto il mortale:

lo stral l'arriva e lo raggiungon l'ale.

Voci amorose ascolto?

O fra quanti sospetti io resto involto!

Forse per tua cagion s'odono, o Clori,

qui risonar gl'armoniosi amori?

Solo alle voci tue l'anima accordo;

ad ogni altra armonia,l'orecchio è sordo:

giuro!

Dubio non v'è: teco scherzai.

Per le notturne vie,

l'improvise armonie

quivi – per tuo diporto –

io preparai;

e tu nei loro canti

ascolta i miei sospiri, odi i miei pianti.

Chi viva godendo

fra mille sospiri,

non v'è, non vi fu.

Io solo comprendo

in grembo ai martìri

d'Amor la virtù.

Più ch'ei mi stringe il core,

io più m'allaccio:

lo strale adoro e le catene abbraccio.

Se decreto è de' fati

Che ne gravino il piè

le sue catene,

da quei lacci incantati

il saggio invan di liberarti ottiene.

Ma fra cotante pene,

se si resiste

al saettar d'Amore,

è fortuna d'un'alma e non valore.

Del nume al potere

soggiaccion le belve

sin dentro le selve

pur s'aman le fere.

Ama sin l'insensibile, e non erro,

corre appresso una pietra amante il ferro.

Ma fra quanti dolor l'uom resta avvinto,

ah, che il mondo è d'Amor un laberinto?

Stelle, voi ch'influite

in me fiamme immortali,

che in me le piaghe aprite

onde superbi van d'Amor gli strali:

voi con eterni ardori

felicitate i cori,

ché se mi date voi ch'amante io sia,

la gloria è vostra e la ventura è mia.