IL DECIMO LIBRO
Quand'al partir de l'ombra de la notte
dal tenebroso grembo de la terra
venne col giorno la belissim'alba,
il capitan de l'onorata impresa
si levò su da l'ozïoso letto:
poi si fece vestir le licid'arme,
e cinta ch'ebbe la sua spada al fianco
montò sopra il corsier che l'aspettava;
e poscia tolta la celada in testa
fece por bocca a le sonore trombe
e dare il primo segno al dipartirsi;
onde la salmaria si messe in punto,
e caricati carrïaggi e salme
al terzo rimbombar de l'oricalco
si pose in via con tutto quanto 'l stuolo,
ch'era diviso in tre diverse schiere:
gli astati in una e i principai ne l'altra,
e ne la terza v'erano i triari;
ma tutti poi gli impedimenti insieme
seguian la prima schiera de gli astati.
E così andava tacito ed intento
quell'onorato essercito spirando
per la fronte e per gli occhi ardire e forza:
e tutti i passi lor moveano a un tempo.
Allora il Sir de la celeste corte
mandò l'angelo Iridio verso Roma:
questi scendendo giù da l'alte nubi
di molti vari e bei colori adorno
se 'n venne dritto a ritrovare il papa;
e sotto forma del prudente Eufeno
vescovo d'Ostia disse este parole:
O padre santo che tenete il luogo
di quel primo pastor ch'ebbe le chiavi
del cielo in guardia dal Figliuol de l'Uomo,
considerate in che periglio estremo
sarà questa città, se intorno ad essa
accamperassi Belisario il grande
con la sua buona e valorosa gente
che per venirvi già s'è posto in via.
Sapete il mal ch'a Napoli n'avvenne
per voler contrastarli oltra le forze:
però cerchiam di provedersi avanti
che giunga sopra noi questa ruina,
ch'è gran ventura di colui ch'impara
ne gli altrui danni a governar se stesso.
Dite a i consuli adunque ed a i pretori
che consiglien tal cosa col senato,
e prendan libertà d'aver la cura
che 'l popol nostro non patisca danno.
Così gli disse l'angelo, e 'l pastore
del buon gregge di Cristo a lui rispose:
Voi dite, frate mio, pur troppo il vero,
ma non vi posso far rimedio alcuno,
ch'io giurai fedeltà, come sapete,
contra mia voglia a l'empio re de' Gotti:
e s'io facesse contra lui qualch'opra
per la nostra città, sarei pergiuro.
Poi non mi posso lamentar de i Gotti,
che mai non mi mancor del lor favore,
se ben seguiano l'arïana setta;
ma pur m'è cara più la patria nostra
e 'l ben del popol che dimora in essa
che l'amicizia di sì fatta gente.
Questo rispose il papa, e l'angel disse:
Beatissimo padre, assai v'è noto
che non si può chiamar promessa quella
che sia fatta da l'uom contra sua voglia.
Se 'l re de' Gotti ci constrinse a farli
contra nostro voler qualche promessa,
solvianla ancora contra il suo volere,
e l'argento che dan cambiamgli in oro:
che s'alcun deve mai romper la fede,
romper la dee per far la patria salva.
Così disse quell'angelo, e spirolli
amore e carità, tema e paura:
amore al ben del gran popol di Roma,
paura e tema de i futuri danni;
onde mandò a chiamar per un cursore
i consuli e i pretor de la cittade,
e disse lor queste parole tali:
Credo che voi sappiate, almi fratelli,
come l'imperador de l'orïente
manda in Italia Belisario il grande
per liberarla da la man de' Gotti:
questi ha preso Brandizio, e tienlo caro
perché di propria volontà si rese;
ma Napoli ha mandato a fuoco e a sangue,
che volse fare a lui troppo contrasto.
Ed ora se ne vien col campo a Roma
per ritornarla al suo primiero stato:
al cui voler se voi vorrete opporvi
temo di qualche asperrima ruina.
Però fia buon ch'andiate entr'al senato
e che prendiate libertà di fare
che questo popol non patisca danno.
Così parlò il pontifice, e gli accorti
consuli co i pretori indi partiro
e convocaro subito il senato
ne l'onorevol tempio de la pace;
e quivi il buon Latin, ch'era pretore,
incominciò parlare in questa forma:
Signori a le cui mani è giunto il freno
de la città ch'ha dominato il mondo,
mirate l'acerbissima tempesta
che vien fremendo sopra i nostri campi
dietro a l'insegne de l'imperio antico:
le quali omai da Napoli son mosse,
e verranno di lungo a' nostri danni
se noi vorremo contraporsi ad esse;
ben che saremmo veramente sciocchi
se volessimo fin col nostro sangue
comprar l'amara servitù de i Gotti
e rifiutar la libertà che i nostri
con gran periglio vengono a reccarci.
Però v'essorto a non serrar le porte
né fare a Belisario alcun contrasto:
ché l'infelice Napoli v'insegna
e vi fa cauti con la sua ruina.
Né vuo' discorer che lo voglia Iddio:
ché chi ragiona del voler divino
tanto n'entende men quanto più parla.
Mandiamo adunque i nostri ad invitarli
che vengano a veder la patria loro
e le paterne case e i lor parenti;
e faccianli venendo ogni accoglienza
grata che far si soglia a i suoi propinqui,
senza aver tema de la gente Gotta:
perciò che è meglio assai viver co i nostri
in dolce libertà, con qualche tema
del gottico furor, che star sott'esso
sicuri e servi contra il nostro sangue.
Così parlò quel buon pretore, e tutti
lodaro il suo prudente almo consiglio;
e gli dier libertà ch'avesser cura
di trarre il popol fuor d'ogni periglio:
onde chiamor Fidelio, uom di gran cunto,
che carmelingo fu d'Atalarico,
e lo mandaro al capitanio eccelso;
a cui dier lettre, e l'ordinaro appresso
che lo guidasse dentro a la cittade:
ond'ei si dipartì senza dimora
e menò seco sei famigli soli,
drizzando il suo camin verso Cassino;
ove poi caminando il terzo giorno
trovò per strada Belisario il grande
che conduceva il suo gran stuolo a Roma.
Fidelio, avendo il capitanio scorto,
scese del suo cavallo, e ingenocchiossi
avanti lui con un sembiante umile
e gli porse la carta del senato:
ma come Belisario ebbe veduto
il gran sigil de la città di Roma,
levar lo fece prestamente in piedi
e rimontar sopra 'l suo buon destriero;
e letta ch'ebbe l'onorata carta
con fronte allegra a lui parlando disse:
Gentile ambasciador, quanto mi godo
che la nostra città veggia il suo bene
e lo conosca, e sia disposta a farlo;
e voglia star più tosto in libertade
co i suoi che in servitù di gente strana:
di che ringrazio la Divina Altezza,
che sì giusto pensier gli ha posto in cuore.
E, detto questo, gli toccò la mano
e l'abbracciò molto amorevolmente;
poi si rivolse al buon conte d'Isaura,
a Bessano, a Costanzo e a Corsamonte
e, narratoli il tutto, gli comise
che con maggior celerità che prima
facessino marchiar la gente avanti
per giunger tosto a la città di Roma.
E così quei fortissimi baroni
essequir prestamente il suo precetto
facendo a quelle legïoni armate
fare i lor passi più veloci e lunghi;
e quindi caminando ancor dui giorni
si fer vicini a la città miranda:
il che come fu noto al buon Leodoro,
che 'l re de' Gotti avea lasciato in Roma
per mantenerla contra i suoi nimici,
andava risvegliando ogni soldato,
come il pastor che va cerca le mandre
de le pecore sue destando i cani
che sono intenti a qualche altro lavoro;
ond'ei temendo gli affannati lupi
s'afflige, e non sa darli altro soccorso.
Così faceva il buon Leodoro anch'egli,
essortando i suoi Gotti a far difesa
contra le ardite forze de i Romani;
ma quei, sentendo Belisario il grande
approssimarsi a le superbe mura,
s'ammutinaro, ché l'andarli contra
fuor de la terra, e far con lui battaglia,
era un andare a manifesta morte:
poi non ardivan di restarsi in Roma,
che 'l popol tutto si vedeano adverso.
Però lasciando il misero Leodoro
ne la città, che quindi uscir non volle,
andaron fuor per la Flaminia Porta
pigliando il lor camin verso Ravenna.
Mentre che i fieri Gotti uscian di Roma,
v'entrava dentro Belisario il grande
per l'altra porta ch'Asinaria è detta
con le sue buone legïoni armate.
Or chi vedesse la letizia immensa
de l'onorato e buon popol di Marte
quando vedeva intrar l'amato stuolo,
ben la giudicheria cosa miranda:
ché non fu ne i lor templi alcuno altare
che non fumasse d'odorato incenso,
acceso in quei da i sacerdoti casti
per render grazie al Re de l'universo
de la lor libertà, ch'era propinqua.
Le vaghe donne e i fanciulletti allegri
e le persone inferme e i vecchi stanchi
stavano a rimirar sopra i balconi
de le lor case o dentro a le lor porte
con gran diletto quella armata gente;
ma gli altri poi che potean portar arme
s'erano armati, ed erano iti fuori
ad incontrare il campo de i Romani:
e con visi giocondi e canti allegri
e con le rame in man di tarda oliva
gli facean compagnia per l'ampie vie
de la città che gli avea tolti dentro;
e pareano augelini i quai rinchiusi
sian stati in gabbie tenebrose il verno,
che quando appar la primavera e 'l sole
saltano or suso or giuso, e cantan sempre;
così parean quei giovani, giocondi
per la venuta de i novelli amici.
Il vicimperador de l'occidente,
come si vide giunto in mezzo al Foro
ov'è 'l notabil arco di Severo,
fece chiamar Bessano e 'l fier Costanzo,
e disse lor parlando in questa forma:
Saggi legati miei, mastri di guerra,
ponete un capitan per ogni porta
con mille buoni e ben armati fanti;
e fate poi che i miei forieri accorti
alloggin tutta quanta l'altra gente,
unita più che puon, per la cittade
con parole gentil, senza tumulto.
Così diss'egli, ed essi andaro insieme
ad essequir ciò ch'ei gli aveva imposto.
Poi come il capitan partissi quindi,
se n'andò ad alloggiar dentr'al palazzo
con tutta quanta la sua buona guarda:
ma gli altri posti fur per le contrade
in varie case, ognun presso i lor capi;
e i cittadin de la città giocondi
pregavano i forier con gran disio
che facesseno andar qualche soldato
ad alloggiar ne i lor diletti alberghi,
e quel non si credeva esser tenuto
fedel che non avea soldati in casa:
onde accadeo ch'alcun di quei guerrieri
fu posto ad alloggiar nel proprio albergo,
ov'egli fue con gran diletto accolto
da i suoi propinqui che 'l teneano estinto,
ed abbracciando lui con dolce affetto
mandavan fuor più lagrime che voci.
Ad altri avvenne ancor che furon posti
dentr'a le case de i nimici loro:
e quindi poi riconosciuti insieme
divennero fra sé perfetti amici.
E così chi in un loco e chi in un altro
fu posto, e tutti appresso i lor prefetti.
Or mentre s'alloggiava entr'a la terra
con diletto d'ognun la gente d'arme,
Costanzo venne al capitanio, e prima
gli recò le gran chiavi de le porte;
poi disse a lui parlando in questo modo:
Eccelso capitanio, ecco il sigillo
che quel s'è fatto che ci avete imposto;
ed oltre a questo ancora avem trovato
Leodoro Gotto, il quale era nascoso
ne le famose Terme d'Antonino,
e fia qui tosto ne le vostre mani.
Rispose allora Belisario il grande:
Molto grate mi son queste due cose,
le chiavi, e 'l capitan che voi recate;
e manderenle a Dio piacendo insieme
dentr'a Durazzo al correttor del mondo.
Dopo quelle parole, il fier Costanzo
quindi si dipartì senza dimora,
e pria ch'andasse al preparato albergo
rivide tutto quel che aveano fatto
i suoi commessi e i buon forieri accorti.
La Regina del ciel, che del suo parto
non sol fu madre, ma figliuola e sposa,
volgendo gli occhi a la città di Roma
vide il piacer ch'aveano i buon Romani
d'esser tornati ne la patria loro
senza periglio alcuno e senza sangue;
ond'ella rivolgendo entr'al suo petto
l'iniuria che le fece il fier Massenzo
quando in presenza de l'imagin santa
di lei sforzò la vergine Messina,
e l'altre cose perfide e crudeli
ch'aveano fatte quei soldati acerbi
nel tempo che Partenope fu presa,
e non aveano offerto alcuna parte
di così rica e sontüosa preda
a i sacri templi del Signor del cielo;
onde sdegnata la celeste Donna
se n'andò avanti al suo Figliuolo e Padre
e Lo pregò con tai preghiere ardenti:
Signor mio caro, se mai feci al mondo
cosa che fosse a Voi gioconda e grata
da i nove mesi che portai nel ventre
l'umana carne che prendeste in terra
infin al dì che m'accettaste in cielo,
concedete anch'a me questo contento:
fate, Signor, che 'l fier Massenzo, e quelli
ch'hanno fatto con lui tanti delitti
vïolando i templi e le infelici donne
fin nel conspetto de la nostra imago,
portin del lor error condegno merto.
Piacciavi dare a i perfidi Arïani
che fan guerra con loro ardire e forza
tanta, che faccian qualche orribil strage
de le lor crude e scelerate membra;
e così voi farete alta vendetta
de i miei nimici co i nimici nostri.
Udito questo, il Re de l'universo
seco si strinse, e sospirando disse:
Diletta madre mia, ch'aveste tante
fatiche in parturirmi ed allevarmi,
non vuo' né posso dinigarvi alcuna
cosa ch'io veda a voi gioconda e grata;
e d'altro non mi duol, se non ch'io scorgo
che nel punir questi cattivi è forza
far male a molti miseri innocenti:
ma sia come si voglia, i' son per farlo.
Adunque essequirem ciò che v'aggrada,
benché è predestinato al fin che resti
vittorïoso Belisario il grande,
e meni preso Vitige a Bisanzo.
Così rispose il gran Motor del cielo;
e detto questo, la divina testa
mosse affermando, e fé tremare il mondo;
dapoi chiamò l'angelo Erminio, e disse:
Erminio, or te n'andrai verso Ravenna;
e quivi truova il nuovo re de' Gotti
e fallo andar con la sua gente a Roma,
a porli assedio e farli immensi danni.
Così ordinò la Providenza eterna;
e l'angelo andò poi come un baleno
che 'l bell'aere seren fende e le nubi,
e Vitige trovò dentr'a Ravenna.
Quivi tolse l'effigie d'Olderico,
che da fanciullo in su l'avea nutrito,
e cominciò parlarli in questa forma:
Serenissimo re pien di valore,
mentre che siete intento a prender moglie
avem perduta la città di Roma;
e se voi quivi non menate il stuolo,
noi perderemo ancor l'Italia tutta
senza aver pur insanguinata un'asta.
Però siam presti a gir contra i nimici
e racquistar quel che perduto avemo.
Lasciate al re di Francia la Provenza
per non aver disturbo in quella parte,
e esser solo a questa guerra intenti:
ch'egli è men mal che un cantoncin si lasci
del nostro impero, per salvare il resto,
che tenir quello e poi perdere il tutto.
Al ragionar de l'angelo rispose
quel superbo signor con tai parole:
Le nozze mie non son di alcun disturbo
a questa grande efaticosa impresa:
anzi ho fatto adunar la gente Gotta
nel pian che sta tra Rimine e Faenza
per farla quindi poi marchiare avanti.
Venne anco ier sera l'orator di Francia,
che voria far con noi secreta lega
se noi vorremo darli la Provenza;
Dunque l'accorderem con questi patti,
poi che siete ancor voi di tal parere:
et andaremo a por l'assedio a Roma,
s'ivi si fermerà il nimico nostro;
ben che non credo mai ch'e' sia sì folle
né temerario sì ch'ivi m'aspetti.
Questo rispose Vitige, e dapoi
l'angelo se n'andò volando al cielo,
e lasciò quivi la Vergogna e l'Ira
che mordesseno il re la notte e 'l giorno
e lo facessen affrettar l'impresa.
Partito quindi quel celeste messo,
sen venne a corte l'orator di Francia,
e molte volte ragionando insieme
fu conchiusa tra lor secreta lega;
perché i Francesi non volean mostrarsi
palesemente, avendo già promesso
di dare aiuto al correttor del mondo:
a cui non volser mantener la fede
o per la cupidigia del guadagno
o per altra cagion che non ci è nota.
Così fu data la Provenza a i Galli,
e furon quindi rivocati i Gotti
ch'eran con Marzio là presso a Tolosa;
poi come venne in ciel la quarta aurora
dal sigilar di quel secreto accordo,
Vitige si partì fuor di Ravenna
et andò lieto a riveder le genti
ch'erano appresso Rimine ridotte.
Ma voi ch'avete in ciel divino albergo,
vergini Muse, or mi donate aiuto:
voi siete eterne, e voi presenti foste
a quei gran fatti, onde sapete il vero;
ma solamente a noi pervenne il grido,
però nulla sappiàn distinto e chiaro.
Diteci adunque primamente il nome
di tutti quanti e' capitan de' Gotti
ch'andaro a por l'assedio intorno a Roma,
e de le terre ancor ch'aveano in guardia
tra l'Arsia, e 'l Varo e tra 'l Metauro, e l'Ombro:
perché color ch'erano intorno al Tebro
over ne la Calabria o ne la Puglia
parte eran resi, e l'altra parte poi,
per aver i nimici assai propinqui,
non si potean partir da i luochi loro;
e però non andòr con quelle squadre.
Il duca d'Istria valoroso in arme,
d'animo invitto e di fortezza immensa,
nominato Bisandro, fu il primiero
che venne avanti al re, con tutti e' Gotti
che di qua dal anatico Quarnaro
abitavano in Pola e in San Lorenzo,
in Rovigno, in Montona e in Grisignana
ed in Pietrapilosa, in Sdrigna e Raspo,
in Portole, in Primonte ed in Pinguento,
in Parenzo, in Umago, in Città Nuova,
in Capo d'Istria, in Isola ed in Muggia,
con tutti quei che bevon del Quïeto
ed abitan fra l'Arsia e fra 'l Cesano.
Costui portava per insegna un serpe
nero, nel scudo suo ch'era d'argento.
Poi Turrismondo duca d'Aquileia,
figliuol di Baldimarca e d'Alarico,
de la famiglia nobile de' Balti,
che fu il più forte de la gente Gotta
e 'l più superbo e 'l più feroce ed aspro;
questi avea seco tutta quella turma
ch'era in Duin, Trieste e Monfalcone,
in Cormonse, in Gorizia ed in Belgrado,
in Udene, in Gradisca, in Acquileia,
nel forte Osopo e in Cividale ameno,
Portogruar, San Vido e Valvasone,
Tisana e Spilimbergo e San Danielo,
con tutti quei che l'onde del Timavo
rigano e del Lisoncio e Tagliamento
e che si stan fra il Limene e 'l Cesano.
Questi avea per insegna un fier cingiale,
co i peli irsuti su l'orribil dorso.
Totila il crudo, che regea Trivigi,
figliuol di Serpentano e d'Altamonda,
sorella di Alarico: e Serpentano
era fratel del pricipe Aldibaldo;
costui seco menò tutta la gente
di Concordia, la Mota e Pordenone,
di Purlilia, Sacile e Polzanigo,
d'Uderzo, Conigliano e Buffoleto,
Ceneda, Serravalle e Cordignano,
val di Marino, Caneva e Collalto,
Ongarone, Cadoro e San Martino
ed Asolo e Trivigi e Castelfranco,
Novale e Mestre, e gli altri ancor che stanno
fra 'l Sile e fra la Piave e la Livenza.
Questi nel scudo suo potente e forte
portava una caribde per insegna.
E quei di Padoa col feroce Argalto
veniano, e con Ablavio ed Unigasto,
ed avean seco quei di Cittadella,
quei di Camposampiero e quei di Pieve,
di Monsilice e d'Este e Montagnana,
di Rovigo, Cavargere e di Chiogia
e di Loredo e d'Adria e Lendenara,
con quei di Castelbaldo e la Badia
ed altri assai, che l'Adige e la Brenta
chiudon vicini a le paludi salse.
Costui portava entr'al suo scudo d'oro
un cornupia con le fronde verdi;
ed Unigasto poi v'avea una vite,
e l'empio Ablavio vi portava un fico.
Dapoi venia la gente di Vicenza
che bee del Bacchiglione e del Rerone,
nel cui terreno l'Astigo discorre,
la Tesina, il Tribuolo e 'l Ciresone
e l'Agno, e 'l Chiampo e la Diuma e l'Elna
e l'Astighel che l'onde sue d'argento,
poi ch'a l'ameno Cricoli trascorso
col suo dilicatissimo palagio,
fonde nel Bacchiglion presso a l'Arcella;
seco erano quei di Feltro e di Belunno,
di Bassan, di Marostica e di Schivo,
di Malo, di Tiene e Barbarano,
di Cologna, di Brendola e Lonigo,
di Montecchio, Arzignano e Montebello
e della bella val che inonde l'Agno,
ricca di frutti e prezïosi vini,
che poi fu Val de Trissino chiamata
quando fu retta dal cortese Achille
che tolse Carïenta per mogliera,
figliuola di Verialdo e di Merana,
che fur per le sue man condotti a morte
in su quel pian ch'è tra Cereda, e Chiusi.
Questi non avean seco il lor signore
Marzio, ch'er'ito a difensar Tolosa;
ma non eran però senza governo:
che 'l gentil Berimondo suo cugino
la conducea come signore e duce;
ed avea per insegna una ghirlanda
di nera persa in mezzo al campo d'oro.
Né men feroce era Prialdo altero,
da la famiglia d'Amalo disceso;
questi avea quei di Trento e Roveredo,
di Perzene, di Stenego e la Scala,
di San Michiel, di Borgo e di Tollino,
di Maran, di Bolzan, di San Gottardo
e quei di val di Sole e Val d'Anone
con quei di Castelbarco e di Beseno
e d'Arco e di Madruccio e di Lodrone
e di Tene e di Cresta e Castelcorno
e d'Aui e di Brentonico e di Riva,
con quei di Valsugana e di Vallarsa,
ché l'una parte il Lem, l'altra la Brenta
e di molte castella e molte ville
che poste son fra l'Adige e la Sarca.
Costui, portava per antica insegna
tre bei denti d'argento in campo azuro.
Dietro a costoro il principe Aldibaldo
conducea quei che stavano in Verona
ed in San Bonifacio ed in Soave
ed in Val di Paltena e in Monteforte,
con quei di Villafranca e di Valegio,
di Peschiera, di Garda e Bardolino,
di Lacise e Marsesina e di Torri
e di Valpollicella e Valdelagri,
e quelli di Lignago e quei di Porto,
d'Isola, di Cereda e di Nogara
e de la Bivilacqua e di Manerbe,
ch'erano terre alor senza quei nomi,
come molt'altre ancor ch'abbiam nomate
e che nominerem sovr'altri luoghi.
Costui dunque venia con queste genti,
ed altre del terren ch'Adige riga
e che si stan fra 'l Tartaro, e 'l Benaco.
Questi nel scudo suo vermiglio avea
una bandiera d'or spiegata al vento.
Vien poi Canduccio, quel che Mantoa regge,
e menava con lui tutta la gente
di Mantoa, Nuvolara e Cavrïana,
di Castïone e di Castelgiufredo,
di Goito, de la Volta e Redolesco,
Guastalla e Borgoforte e di Viadanna,
di Lucera, Regiuolo e di Brissello,
di Marcaria, di Bozolo e Gazolo,
di Serravalle e Revere e Gonzaga,
di Sacchetta, di Sermene e d'Ostiglia,
e de l'altro terren che riga il Mincio
e 'l Po con l'onde sue profonde bagna.
Dietro a costui seguiva il gran Danastro,
Danastro, ch'avea membra di gigante,
figliuol di Frigiderno e di Bellanda,
e seco era Asinario ed Ulïeno,
con tutti quei ch'albergano in Cremona
ed in Ribecco ed in Casalmaggiore,
in Piadena, in Soncino in Romanengo
ed in Pizegarone ed in Soragna,
in Castïone e ne la Macastorna,
in Trivia ed in Rivolta ed in Pandino,
ed in tutto il terren che l'Adda e l'Oglio
rigando ne l'Eridano sen vanno.
Questi nel scudo suo portava un lauro
fronduto e verde in mezzo 'l campo d'oro,
ed Asinario avea la palma rotta
nel color verde, ed Ulïeno un verme.
Ma quel che porta il scudo azuro e bianco
con due liste a traverso, onde l'azuro
va sopra il bianco e 'l bianco in sul celestro,
questi si chiama il principe Sitalco,
che Bressa fertilissima governa,
e quei di Valcamonica avea seco
e di Valtrompia e quei di Val di Sabbia,
di Pondilegno edi Edolo e di Breno,
di Ceno e Bieno e d'Arfo e di Pisagno,
d'Iseo, di Palazolo e di Castrezago
e di Chiari e de gli Orzi e di Quinzano,
di Pontevigo e Gambara e Virola,
di Manerbe e Bagnolo e Pompïano,
d'Asola, d'Ustiano e di Caneto,
di Gedi e Montechiari e di Gavardo,
di Salò, di Grignan, di Tusculano,
di Materno e Gardone e Rivoltella
e di Limone e de la Rocca d'Amfo;
con tutti quei che stan dal lago Iseo
al lago d'Idri, e bevon de la Mela
e han le terre lor tra Chieso e l'Oglio.
Seguia Fabalto, e Bergamo avea seco
e Martinengo e Caravaggio e Crema
e quelli di Malpaga e di Rumano,
di Lover, di Calepi e di Valsasna
e di Valserïana e Valbrembana,
che 'l Serio l'una, e l'altra addacqua il Brembo,
ov'è Gandin, Cluson, la Costa e Nember,
Albin, Cavrino, Algià, con altri ch'hanno
copia di gente e carestia di biade.
Questi nel scudo suo tenea per arme
un bel castello entr'a una fiamma ardente.
Quel ch'è sì grande è duca di Milano,
nomato Teio, uom di fortezza immensa;
questi ha quei di Milan, di Como e Lodi,
di Marignan, di Trezzo e di Cassano
e di Lieco e di Moncia e di Varese
e quelli di Viglievene e di Sesto,
di Marlïan, Sampiero e Galerana
e d'Angora e di Rona e di Locarno,
con tutti quei che 'l bel lago Verbano
e 'l lago Lario e di Lugano e d'Orta
pascon di pesci e di süavi frutti,
con quei di Valtelina e di Soviga,
di Belinzona e Musso e di Civena,
ed altri assai, che tra Tesino et Adda
mieteno i fertilissimi terreni.
Costor seguiano il bel caval d'argento
che porta Teio entr'al suo scudo rosso.
Il buon Tuncasso, duca di Pavia,
sotto l'insegna sua ch'era una spada
rossa nel bianco co i fratelli Osdeo
e Ragnaro et Asdingo e Valdemiro
conducea i Gotti ch'erano in Pavia,
San Colomban, Sant'Angelo e Binasco,
in Valenza, in Tortona, in Castelnuovo,
in Voghera, in Muletta, inn Castellaro,
Chiastezo e Bobbio, ed in Mombruno e in Vosci
Stradella e Mocenigo ed Arrïano,
in Toiolo, in Nazano, in San Giovanni,
ed altri ancor che fra la Trebbia e 'l Pado
e l'Appennino e 'l Tanaro si stanno.
Ed Agrilupo perfido e rapace,
figliuol di Aristo duca di Vercelli,
ch'era molto indulgente e molto buono:
ma chi è troppo indulgente a' suoi figliuoli
nutrisce contra sé nimici acerbi;
onde questo Agrilupo avendo il padre
buono e indulgente, e la natura ingrata,
divenne il peggior uom ch'avesser' Gotti,
senza religïone e senza fede,
simulator, bugiardo e fraudolente,
persecutor del padre e de i fratelli;
costui condusse seco tutti e' Gotti
di Crevalcuore e quelli di Mortara,
che 'l padre suo mandò con l'altro figlio
Teofilo le genti di Vercelli,
di Novara, di Biella e Villanuova
e quei di Bassignana e Sartirana,
di Trin, di San Germano e Crescentino,
di Verlingo e Civaso e di Salugia,
di Lancisa, di Perga e di Balange
e d'Augusta Pretoria e quei d'Ivrea
e quei di Moncravello e di Noasca,
e gli altri ancor che fra la Dora e Scesia
bevon de l'Orca, e stan fra il Pado e l'alpe.
Poi Filacuto, duca di Turino,
che per insegna sua portava un'arpa,
avea quei di Turino e Carignano,
di Rivole e Vagliano e Villafranca,
Pinarolo e Vigon pien di fontane,
e Piozasco e Frusasco e Lumbrïosco,
quei di Birle e Scarlingo e quei di Susa,
quei di Vinò, di Barge e di Rovello,
con tutti quei che da la Dora a l'alpe,
riga il Chison, la Palla, ed il Sangone.
Dietro a costui veniva il duca d'Asti,
nomato Almondo, e seco avea le genti
d'Asti e di Chieri e di Casal Sanvaso
e d'Acqui e di Alessandria e Castelazo,
di Verva, Pontastura e Filizzano,
di Mondevì, di Conio e di Saluzzo,
di Carmagnola, d'Alba e di Fossano,
e quei di Scarnafiso e Raconigi,
ch'han bellissime donne, e quei di Nizza,
di Ceva e Cortemilia e di Lucerna,
di Savignan, di Tenda e di Cairasco,
di Bra, di Ciresole e Moncaliero,
con quei che beon del Tanaro, ch'alberga
dodici fiumi e riga assai paese
menando l'acque al re de gli altri fiumi.
Questi ha nel scudo suo la salamandra
che vive in mezzo de le fiamme ardenti.
I Gotti ch'eran per Liguria sparsi
tra 'l fiume Varo e l'Appenino e Macra
in Genoa, in Sestri, in Noli ed in Savona,
nel Finale, in Arbenga, in Ventimilia,
in Villafranca, in Monico ed in Nizza
in Torbia, ch'era i Trofei d'Augusto,
in Tabbia e in Mentone, che son noti
da i bonissimi vini, ed in San Remo,
che d'aranci e di cedri e palme abonda,
con tutti quei che bevon de la Centa,
che da cento torrenti accoglie l'acque,
ed abitan tra 'l Varo e tra 'l Bisagno,
e quei di Portofino e di Rapallo,
di Chiavari e Lavagno e di Vernazza,
Lerice e Portovenere e la Speza
e dimezza la val che inonda Macra
verso la costa d'Africa e 'l Tirreno,
ch'era i confini antiqui di Toscana;
Tutti costoro andarono a la guerra
sotto l'ubidïenza di Zamolso,
duca di Genoa, che nel scudo azzuro
avea la nave d'oro per insegna.
Dapoi Pitone, duca di Piacenza,
che porta in campo rosso un'ape d'oro,
avea quei di Piacenza e quei di Parma,
di Regio, di Corregio e di Belforte,
di Montecchio, Pontremolo e Fornuovo,
quei di Borgo Donino e quei d'Arquata,
di Solegnan, Roncovero e Busseto
e di Cortemaggiore e Fidenzola,
con quei che beon del Tarro e de la Parma
e de la Nura, e stan fra Trebbia e Secchia.
Seguia costoro il duca di Bologna,
nominato Boardo, antico e saggio;
questi ha quei di Bologna e di Rubiera,
di Modena e Sassolo e Scandïano
e quei di Graffignana e del Fregnano,
di Concordia e Mirandola e di Carpi,
di Cento e de la Pieve e Sanfelice,
del Finale e di Ruoli e di Sangiorgio,
d'Imola, Solarolo e Tussignano,
di Butri, Varignana e Medicina,
di Castel Bolognese e di Faenza,
e di Val di Lamone e Brisighella,
con quei che dal Lamon fin a Panara
si bagnan de la Savena e del Reno.
Costui portava per antica insegna
tre belle stelle d'oro in campo rosso.
Vien poscia Ulmergo, duca di Ferrara,
con quelli di Ferrara e del Bondeno,
de la Stella, Melara e Figaruolo,
d'Argenta, di Primara e di Comacchio,
quei di Bagnacavallo e quei di Lugo
e quei di Fusignano e Codognuola
e quei di Quartesana e Sabbioncello,
di Francolino e di Castel Gulielmo,
con tutti quei, che 'l Po diviso in rami
cinge et addacqua pria che giunga al mare.
Quei di Ravenna e Rimine e Cesenna,
di Cervia, di Forlì, di Brettinoro,
di Sarsena, di Boibo e Mutigliana,
con quei di Forlimpopoli e Polenza,
di Galeata, Meldola e Sofia,
di Portico e di Cunio e Castrocaro,
d'Ilice e di Maiolo e San Marino,
che di perpetua libertà si gode,
e quei di Sant'Arcangelo e Lungiano,
di Porto Cesenatico, per cui
discorre il Rubicon, che Pissatello
chiama al basso e poi Rucone ad alto,
e quei di Savignano e Roncofreddo,
e molti altri castelli ed altre ville
che stan tra la Marecchia e tra 'l Montone
e si bagnan del Savio e del Santerno;
costor seguian di Vitige la insegna
ch'è re di tutti e' Gotti, ma Belambro
suo capitanio avevali in governo,
ed avea seco la regal bandiera,
ch'è in campo nero una catena d'oro.
Ma quei d'Urbin, di Calli, e Fossambruno
e di Fano e di Pesaro, apo cui
passa la Foglia, che nomossi Isauro,
quei di Montelabbà, di Montefabri
e di Monte Baroccio e Nuvolara
e quei di Puccio e Monteluno e Conca
e di Sassocorbaro e Montefiore,
Gradara, San Giovanni e Mondaino
e del Pian di Meleto e Montecalvo,
di Serraval, Verucchio e di Turano
e di San Leo, Scaulino e Montemaggio,
di Penne e Cicognaro e Montirone,
con tutti que' da l'appenino al mare
che stan fra la Marecchia e fra il Metauro,
seguian la bella insegna di Finalto,
ch'era una pastorella appress'a un pino.
E poscia Ascaltro, duca di Fiorenza,
che per insegna sua portava un giglio,
avea quei di Fiorenza e di Pistoia,
di Fessule, d'Arrezo e di Cortona,
di Città di Castello e San Sepulcro,
Romena e Castïone e Terranuova,
Figino, Montevarchi e San Giovanni
e de la Pieve e Bibïena e Popi
e quei di Campi e quelli di Carrara,
Firenzola, Rivetta e Scarparia,
San Lorenzo, Sant'Elero e Cassano,
e quei di Civitella e San Donato,
di Montelupo e d'Empoli e Pontorno
e di San Minïato e di Certaldo,
San Gimignano e Colle e Poggibonci,
di Prato, Pontaderra e di Fusecchio,
con molti ancor, che ne la bella valle
stanno, ove l'Arno accetta Pesa ed Elsa,
Mugnone ed Era ed altri bei fiumetti
che vengon giù da i monti entr'al suo grembo.
Vien poi Vernolfo, ch'è duca di Siena,
figliuol di Ruscelano e di Turbina,
che da la gente d'Amalo discese,
e porta il lupo d'oro in campo verde;
questi avea quei di Siena e di Volterra
e di Chiusi e di Massa e di Pïenza
e quei di Campagnatico e Malliano,
di Scarlino e Subreto e San Vicenzo
e di Porto Barato e di Campiglia,
di Rossignan, Piombino e Castiglione,
di l'Elba, Naupolonia e di Grossetto,
di San Quirico, d'Ischia e Buonconvento,
con quei de l'altre terre che son poste
da la Cecina fiume fino a l'Ombro.
Ma Rodorico, principe di Pisa,
ch'avea con seco il suo fratel Corillo,
giovine bello e di leggiadro ingegno,
conducea quei di Pisa e di Ligurno
e quei di Luca e quei di Librafatta,
di Pietrasanta, di Carrara e Massa,
di Fosdenovo e l'Acquila e Gragnuola,
Sargiana e Sargianella e Fievegiano,
con tutta Lunegiana infino a Luna,
che 'n la foce di Macra estinta giace,
e quei di Val di Nievole e di Pescia,
con altri assai che tra la Macra e l'Arno
son rigati dal Serchio e dal Bagnone.
Questi avea per insegna un ponte d'oro
sul fiume azzuro, e 'l suo fratel Corillo
portava il fiume d'oro e azzuro il ponte.
Questi fur tutti i capitan de i Gotti
ridotti insieme per andare a Roma:
onde Boardo, rivolgendo gli occhi
a Rodorico, vide che Corillo
suo frate non avea la istessa insegna;
però disse a quel giovane in tal modo:
Ditemi, grazïoso giovinetto,
la causa che portate il vostro scudo
così contrario a la fraterna impresa.
A cui rispose il giovinetto allegro:
Sappiate, cavalier canuto e saggio,
che non per altro porto il mio bel scudo
da quel del mio german diverso alquanto,
se non perché, facendo alcuna pruova
ne la battaglia, sia la gloria mia,
e non di mio fratel, com'è il devere;
benché non è però la nostra insegna
sì contraria a la sua, come voi dite:
ché ha gli stessi color, lo istesso ponte.
Così disse Corillo, a cui soggiunse
Boardo replicando in questa forma:
Il bel vostro pensier certo m'aggrada,
che mostra quanto la virtù vi piaccia
e quanto ancor la vera gloria amiate:
onde vi laudo e vi comendo molto,
perché la gloria da virtù discesa
è vera gloria sola, e reca onore
che ci accompagna ancor dopo la morte;
ma che v'abbiate poi contraria insegna
a quella del fratel, vi farò noto
con queste poche mie parole rozze.
Due cose principali in ogni insegna
fur poste già da quella antica gente:
l'una è i metai, che son l'argento e l'oro
overo il bianco e 'l gial che gli figura;
e l'altra de le due sono i colori,
com'è verde, vermiglio, azzuro e nero;
ond'essi non poneano in alcun scudo
metal sopra metal, né mai colore
sopra color, ma vi poneano sempre
e gli uni e gli altri mescolati insieme:
tal che se 'l campo era d'argento o d'oro
v'andava il color sopra, e se 'l colore
teneva il campo, era il metal sovr'esso.
Or perché fino al tempo de i Troiani
la fraude e la violenza eran discordi,
che Ulisse amava l'una, e l'altra Achille,
dicendo ognun di lor che la sua parte
riportava la gloria de le guerre;
e però quei che han di metallo il campo
tengono in maggior pregio la violenza,
e chi l'han di colore aman gli inganni.
Dunque se 'l scudo vostro ha il campo d'oro,
che fa parer che la vïolenza amiate,
come non è contrario a quel de l'altro,
che è di colore, onde la fraude appreggia?
Né vuo' dir poi che l'aquila e la biscia
e gli altri ch'hanno articulo di donna,
se in sua natura son, son de i vïolenti,
come anco son tutte le cose schiette
e che hanno il proprio lor color nativo;
e le contrarie lor son da l'inganno,
che è più possente assai che altri non pensa;
né ancor dirò che se fian molte liste
di metallo e color pari ed equali
che la prima di lor, ch'è in sommo al scudo
o da la destra man, dimostra il campo,
e l'altra mostra quel che vi sta sopra:
perciò che se la prima lista è d'oro
il campo sarà d'oro, e s'ella fia
poi di colore, il campo arà il colore.
Ma qui voglio lasciar molte altre cose
che io vi potrei narrar circa le imprese,
ché queste fian bastanti a dimostrarvi
la vostra insegna esser contraria a quella
di Rodorico, e di contraria parte.
Così parlò Boardo, e ritornossi
fra la sua gente al deputato luoco.
Vitige poscia andò per tutto 'l campo
guardando e distinguendo i soi soldati;
poi s'affermò sopra il suo buon destriero
e cominciò parlarli in questa forma:
Udite il parer mio, signori e duchi,
e voi, disposti cavalieri e fanti
che siete ragunati in questo piano
per voler ubidir ciò ch'io comandi.
Come spunte doman la bella aurora,
si partiremo quinci, e driziaremo
il camin nostro a la città di Roma,
per cacciar quindi quelli orribil cani
che con le fiere man portan la morte:
la qual penso però che aran portata
con la loro arroganza a se medesmi;
perché, percossi da le nostre spade
o se ne fuggiran dentr'a le navi
o feriti morran ne i loro alberghi:
onde poi qualcun altro arà paura
di muover guerra a i valorosi Gotti.
Vedrò pur, s'io v'aggiungo, se l'altiero
lor Belisario caccierami in dietro,
over s'io gli torrò l'antica Roma
ch'ei m'ha rubbata con inganni e fraude;
e gli farò provar se la mia mano
sa portar asta e sa ferir di spada,
ch'io spero porlo morto in su la terra
con molti e molti suoi compagni intorno.
Così m'aiuti Dio, così mi faccia
degno fra voi di sacrificio e tempio,
come sarà questa presente guerra
ruina estrema a la città di Roma.
Vitige disse questo, e poi si tacque;
ma tutto il stuolo con diversi gridi
confirmaro il parlar del lor signore,
e quindi se n'andaro a i loro alberghi.
Poi come apparve la vermiglia aurora
con le palme di rose e co i piè d'oro,
entrò in camin quell'adunata gente
con gran furore e con minaccie e cridi:
ed era tanta insieme, che sott'essa
facea tremare e sospirar la terra;
e come suole ombrosa e folta selva
di faggi e d'olmi o di robuste quercie,
quando l'autumno vuol dar luogo al verno,
coprir di frondi tutto quanto 'l suolo,
tal che non può vedersi erba né terra;
o come sassi e cogoletti e giare
ne i bassi liti ove si fonde l'Agno
o dove spande l'Astigo e 'l Mugnone
veggonsi folti insieme in sul terreno;
così eran spessi quelli armati Gotti
che givan sopra il spazïoso litto
che frena il mar tra Rimino ed Ancona,
e non cedean di numero a le arene.
L'angel Palladio alor dal ciel discese,
e se ne venne a Belisario il grande
che facea racconciar le fosse e i muri
de la onorata sua città di Roma;
e sotto l'apparenza di Bessano,
ch'era stato da lui mandato a Narni
a speculare i moti de i nimici,
disse al gran capitanio este parole:
Signor, voi fate ricavar le fosse
e racconciar le conquassate mura
di quest'alma città ch'a voi s'è resa:
fatel pur ben, perché vi fia bisogno;
che 'l re de' Gotti è già fuor di Ravenna,
e vien con tanta gente a ritrovarvi
che cuopre Italia di cavalli e d'arme:
onde non credo mai che voi possiate
starli al contrasto con sì poca gente.
però non vi sia grave il dare orecchie
al mio consiglio in quest'alto bisogno,
perché colui che va senza consiglio
ancor che corra s'affatica indarno.
Penso che sarà ben mandare a tòrre
nuovi soldati dal signor del mondo,
ed anche armare il gran popol di Roma,
acciò che voi possiate a loro opporvi.
Così gli disse il messaggier del cielo,
e poi subitamente indi spario;
onde il gran Belisario entrò in pensiero
per le parole sue grave e profondo:
e chiamar fece a corte ogni barone,
i quai si ragunor con gran prestezza;
ed egli, come ragunati foro,
aperse la sua bucca in tai parole:
Signori e cavalier, che in questo luoco
siete ridotti per la mia richiesta,
or è venuto il tempo da mostrarsi
di ingegno e forza e d'animo gagliardi;
che 'l re de i Gotti viene ad assalirci
con infinito numero di gente,
onde dubito assai che sarem pochi
contra la forza di cotante mani.
Però fia ben che 'l buon Peranio vada
a dimandare al correttor del mondo
che mandar voglia ancor venti coorti
appresso a queste che condote avemo:
le quai se ben son valorose e forti,
pur troppo pochi son contra cotanti,
che fian sei volte più che non son questi.
Appresso credo ancor che sarà buono
ch'armar facciamo il gran popol di Roma,
che deve ancor tener, sì come io penso,
qualch'ombra de l'antica sua virtute
che vinse e dominò tutta la terra:
se ben i Gotti gli han spogliati d'arme
tanti e tanti anni sol per invilirli;
onde potrem con quei novelli aiuti
stare al contrasto di sì fiera gente
e tòr da le lor man l'Italia afflitta.
Così diss'egli, e poi scrisse una carta
di propria mano a l'alto suo signore,
la qual dicea queste parole tali:
O sacrosanto imperator del mondo,
noi siam venuti ne l'Esperia antica
come ci comandaste, ed abbiam preso
il bel Brandizio ne la prima giunta;
d'indi prendemmo Napoli per forza,
e dopo quello la città di Roma
con altre terre molte a noi s'è resa:
onde bisogno ci è tenervi dentro
assai soldati per presidio loro;
e per questa cagion la nostra gente
s'è sminuita, ed è rimasa poca.
Or intendendo come il re de' Gotti
vien con dugento millia eletti fanti
e trenta millia cavalieri armati
a ritrovarci a Roma, ove noi semo,
dubito assai di qualche alto disconzo;
ed io per me con questa poca gente
non ardirei di contrapormi a tanti
e star fuor de la terra a la campagna,
ché saria la ruina de l'impresa.
E però pregherò la vostra altezza
che non ci manchi di novel soccorso,
tal che possiam tener questa cittade:
che se per caso ella ci fosse tolta,
voi perdereste poi l'Italia tutta;
onde oltre il danno de le nostre morti
a voi ne seguiria vergogna eterna,
e crederebbe l'onorata Roma,
che con tanta prontezza a voi s'è resa,
che ci aveste mandati in queste parti
per esser causa de la sua ruina.
Pensate ancor ch'una città sì grande,
che tien di spazio quasi venti miglia
e trentaquattro porte ha da guardare,
vuole a difesa sua molte persone:
però bisogna che mandiate ancora
due legïon maggiori in nostro aiuto,
ché mal potrò difendermi senz'esse;
ma spero ben con queste uscire al campo
e riportarne la vittoria meco.
Com'ebbe scritta Belisario il grande
questa sua lettra, subito serolla
con cera verde, e vi prontò il sigillo;
poi la diede a Peranio, e così disse:
Peranio mio, vorrei ch'andaste in posta
fino a Brandizio, e poi passaste il mare
sopra un navilio, e giunto entr'a Durazzo
porgeste in man del correttor del mondo
quest'epistola mia che ora gli scrivo;
e lo pregaste che mi mandi quella
gente ch'io gli dimando in nostro aiuto,
ch'io mi difenderò fin ch'ella guinga.
Peranio, come udì tale ambasciata,
prese la carta, e subito partissi,
ponendosi in camin verso Durazzo.
Il capitanio poi fece chiamare
Amulio, ch'era consule quell'anno,
insieme con Latin, ch'era pretore:
i quali andaro a lui senza tardanza;
ed ei sentendo la venuta loro
gli venne contra, e poi seder gli fece,
e cominciò parlarli in questa forma:
Signori illustri, e posti al bel governo
di questa eccellentissima cittade
che un tempo dominò tutta la terra,
abbiamo inteso che 'l signor de i Gotti
si dee tosto partir fuor di Ravenna
per venir col suo campo a ritrovarci
e farci, se potrà, vergogna e danno;
onde conoscend'io quanto sia buono
ne i gran negozi aver le menti audaci
ma star con l'opre timide e sicure,
v'ho mandati a chiamar per dirvi questo
e per pregarvi che facciate armare
tutto il gran popol de la terra vostra,
ed in centurie il dividiate e squadre
di cui si faccian legïoni elette,
come fu sempre la romana usanza;
ch'io le vuo' fare ammaestrar per tempo
ne gli essercizi ed arti de la guerra:
ne quai mi penso certo che sian radi,
poi che tant'anni fur spogliati d'arme;
ed io, se m'occorresse aver bisogno
di gente, vuo' poter di lor valermi,
e così sveglierò la lor virtute:
perché senza virtute in questa vita
non si può aver diletto che sia fermo
e no vi salverà da questi cani
che cercan sopra voi sfogar la rabbia.
Così gli disse Belisario il grande,
e 'l buon Amulio a lui così rispose:
Illustre capitan pien di valore,
pensate pur ciò che vi fa bisogno
a questa grande e perigliosa guerra,
ché sempre sarem pronti ad ubidirvi
ed a spender per voi la robba e 'l sangue.
La città nostra è populosa tanto,
che in dui superbi amfiteatri e grandi,
in dui famosi circi, in tre teatri
che avemo, il popol vi capisce appena:
ella ha sette bei ponti e sette colli
ed otto campi grandi, undeci fori
e trentasette spacïose logge,
quattordeci acqueduti, undeci terme
e vintinove biblioteche e cinque
grandi obelisci e trentasei grandi archi
tutti di marmo e due colonne a chioccia,
e basiliche dieci e dui colossi,
dui campidogli e dui macelli e cinque
naumachie e mille e novecento bagni
e quattrocento e ventiquattro chiese
e quarantasei millia e settecento
insule intiere di abitabil case.
Appresso ancora pon vedersi in essa
quarantacinque lupanari e mille
e trecento e ciquanta ameni laghi
e dugento e cinquanta almi pistrini;
e tien co i borghi e co i pretorii castri,
misurando le vie per le contrade,
più di settanta miglia di lunghezza;
sì che, signor, pensar potete quinci
la grande ampiezza de la nostra gente:
la qual sarebb'ancor d'alto valore,
se i Gotti non ci avessin tolte l'arme
tanti e tant'anni sol per invilirci;
e però noi faremo in questo modo:
per ogni regïon de la cittade,
che quattordeci son, porremo un capo,
e tutti poi verran con la lor gente
armata ad ubidir la vostra altezza;
e voi gli assegnerete quei maestri
che gli faranno essercitar ne l'arme
secondo i vostri altissimi dissegni.
Questo gli disse Amulio, e 'l capitano
gli rese grazie, e fecelo andar tosto
a dar principio a quel negozio grande.