IL DILUVIO ROMANO
Io volea già cantar, gran re de' Franchi,
L'arte, l'opre, gl'ingegni, e le stagioni
Che fan verdi le piagge, i frutti ombrosi,
Colmi i prati, e' pastor d'erbe e di gregge;
E ricco il cacciator d'augelli e fere.
Già prendeva io lo stil, già m'era intorno
La turba agreste; e la spigosa madre
Mi scorgeva il sentier tra Bacco e Pane:
Già mi porgea la man succinta e snella
La vergin cacciatrice, e i boschi e i calli
Mi volea disegnar, dov'ha più preda:
Ma quando era a cantar più l'alma intenta
Tra i dolci lidi vostri, in cui bramoso
Rodan superbo la sua sposa abbraccia,
E 'n sen la porta vergognosa e schiva,
Ove il gallico mar suo dritto attende;
Ecco lunge venir nunzio, che parte
Dal bel paese, che già visse un tempo
Gloria del mondo, onor, virtute e 'mpero:
E quel che disse allor mi détta Apollo,
Ch'io 'l debba a voi narrar, gran re de' Galli;
Se può luogo trovar fra tanta altezza
La bassa musa mia, che per voi spera
Tanto un giorno salir, che venga paro
Di cotal, ch'a dirlo io vergogna fôra.
Or, se 'l petto regal sia tutto vòlto
Al fabbricar per noi nuovi sostegni
Da tener salda in piè l'invitta pace,
Che porìa ristorar l'Europa sola,
La qual misera, stanca, afflitta e nuda,
Sozza la fronte e i piè di sangue e piaghe,
Tal che nuovo dolor non ha più loco,
Or si straccia i capei, percuote il petto,
E 'n voce orrenda e trista grida e chiama,
Pace, signor, dopo sì lunga guerra,
Dopo sì lunga guerra, o pace, o morte:
O pur sia per drizzar la torta lite
Tra 'l buon nome cristian, sì che non goda
L'empio avversario; e le sue sante leggi
Il gran Padre del ciel divise veggia
Tra 'l Germano e 'l Roman, tanto che forse
L'uno e l'altro di lor venga in dispregio
Al cieco mondo, che non scorge il guado
Mai per se stesso, e già dubbioso teme
Di non tosto smarrir l'antica guida:
O se pur sète a contemplar rivolte
Gli antichi onor de' primi semidei,
Che 'l glorioso Xanto e 'l Simoenta
Già de' corvi troian preda e de' cani
(Ché la chiara virtù vuol pregio e lode,
Non pompe e marmi) tra la polve e 'l sangue
Vide a terra giacer negletti e nudi:
O se vi pascan pur la regia mente
Del Macedone invitto i fatti illustri,
O di quel gran roman, che primo sparse
Sopra il nostro terren sì crudo seme,
Ch'ancor vive tra noi l'amaro frutto,
Sì che 'l nome, la fama, il pregio e l'opre
Già gradite d'altrui mille e mille anni
Come poscia devesse amarle il mondo
Drittamente il mostrò Catone e Bruto:
O s'altro oggi voler seco vi tira
A più chiaro pensier, ch'io non vi mostro;
Non vi sia (prego) per alquanto a sdegno
Lasciarlo in dietro, e ragionar con meco
Di quel ch'esso dicea, che (s'io non erro)
Cosa non fia però d'udirla indegna.
Dicea costui, ch'avea lasciato in guisa
Quanto il Lazio contien coi campi toschi
(E qui tremava ancor) dall'onde involto,
Ch'ivi temea ciascun, che 'l tempo fusse
Che sol vivi lasciò Pirra e il suo sposo.
Già pareggiando il ciel le luci e l'ombre,
La notte vincitrice in Libra ascose
Avea del maggior dì l'aurate spoglie:
Già la stanca vecchiezza (ahi nulla eterno
Si trova sotto 'l ciel) vista cangiava
Alle rive, alle piagge; i frutti e i boschi
I biondi e verdi crin, pria vaghi e lieti,
Fatti d'altro color vedeano a terra:
Già s'ascondeva l'amorosa stella,
Ch'alla verde stagion ci mostra il giorno;
E la rabbia e 'l velen dei feri mostri,
E del crudo Orion, ch'allor minaccia,
Sotto i raggi del Sol fuggìa veloce:
Già riprendea l'ardir, che giacque un tempo,
Eolo, e i suoi figli dai sonanti alberghi
A turbar le campagne, a franger l'onde,
A combatter gli scogli, a crollar boschi
Col rabbioso furor mandava fuore;
Or Austro, or Aquilone, or Euro, or Noto
Contrastando tra lor faceano a pruova
Chi portasse al suo re più ricche spoglie:
La vaga rondinella, e gli altri inseme
Peregrini animai, che il caldo alletta,
Schifando il breve dì, che indietro torna,
Già commiato prendean dal nostro cielo,
E varcando del mar gli estremi lidi,
In più dolce seren si feano albergo;
Altri restando pur fra noi vicini,
Chi per chiuse spelonche, e chi sotterra,
Chi tra l'ombrose valli e folte spine
Al preveduto gel cercava scampo:
Fuor del suo tetto e la formica e l'ape
Non si vedean uscir, ma dentro il frutto
Dello estivo sudor godeano pace,
Onorando tra lor con dritte leggi,
Quella i publici ben, questa il suo regno:
L'avaro zappator solcando i campi,
Di fatica ripien, carco di spene,
Cerer pregando che con larga mano
Alla calda stagion tornasse il frutto,
Commetteva al terren la sua sementa:
Già lasciate il pastor l'alpi lontane,
Ove meno Aquilon sue forze adopre,
E dove Apollo e 'l mar più il ghiaccio ancide,
Avea le gregge sue condotte al piano:
Smarrita il mar la sua tranquilla pace,
Non un momento sol trovava posa,
Ch'ora in vêr l'Oriente, or allo Occaso,
Ier nel libico seno, oggi a Boote
Furiando correa spumoso e torbo:
Le care Ninfe sue, Teti e Talia,
Melite, Galatea, Panope, Agave,
E quante altre ne son di Nereo figlie,
Gli antri carcando e i più segreti alberghi,
Tutte lasse temean del verno l'ira:
I veloci delfin sotto acqua e sopra
Givan correndo levemente a schiera,
Cercando (e 'ndarno pur) parte sicura,
Ove il mar non gli rompa e spinga al lito.
Così l'onde, la terra, l'aria e 'l cielo
Già cominciava a sostener l'assalto
Del crudo tempo rio, ch'avea vicino.
In sì fatta stagion tra 'l Lazio e 'l Tosco
Aspra guerra e crudel menando insieme
Tutti i rabbiosi venti, al fine avvenne
(Col favor di Giunon, che dal suo sposo
Impetrò grazia allor, che così fusse)
Ch'Austro spogliando il suon, le forze e l'arme
Agli inimici suoi che dier le spalle,
Si restò vincitor del mondo e donno.
Euro, Borea, Aquilon, Zefiro e Coro,
Nudi tutti d'onor, di sdegno colmi,
Si rifuggîr sotterra, a pena arditi
Di mostrar al suo re la fronte aperta.
L'altro superbo delle spoglie ostili,
Lungo il chiaro terren, che 'l Tebro inriga,
Terminò d'addrizzar ricco trofeo:
E per memoria di sue forze eterna
Ivi ancor volle nel medesmo loco
Menar trionfo, ove con seco accolse
Tutti i servi e vicin, ch'ei pasce e regge:
E 'n tra molti altri, ch'a dir lungo fôra,
Ebbe l'eletta sua compagna e fida,
Che mai non lo lasciò l'estate o 'l verno.
Nebbie, grandini, tuon, nubi e procelle,
E le più care a lui folgori e piogge
Venner liete a gradir l'altero giorno.
Il ghiaccio pur, le nevi e le pruine,
Che son di Borea figlie e d'Aquilone,
Al gran trionfo suo furon lontane.
Febo poggiando al chiaro suo diporto,
Per l'usato sentier menava il giorno,
Tranquillo in vista, e non presago ancora
Di quel che esser devea: quando in un punto
Le antiche sue guerriere ebbe d'intorno,
Le quai senza pietà la luce e i raggi
Dalla fronte regal ratte spogliaro;
Poi con più fosco vel chiusero il volto
All'aria tale, e 'l ciel, che chiaro o stella
Non si vide in quei dì la notte o 'l giorno.
Così rimaso, e senza aita o spene,
All'aspre vincitrici il mondo in preda,
Fe ciascuna in onor del vento amico
L'ultimo allor d'ogni sua possa estrema.
Con formidabil suon per lunghe righe
Dalle nubi, ch'aprian l'oscuro dorso,
Spesso d'alto venian di Giove l'arme;
E quinci e quindi in un momento solo
Dallo ardente rossor ben mille lampi
Si vedeano allumar la terra e 'l cielo.
Questa accesa ferìa l'eccelse parti
Delle altissime torri, e 'n largo giro,
Fin dove posa il piè nel fondo estremo,
Tutta irata mordea dentro e d'intorno:
Le timide fanciulle, e i vecchi infermi;
Ma non pur questi, ancor gli arditi e feri
Giovini, a cui morir di nulla cale,
Ratti levando al ciel gli occhi e la mente,
Avean gli spirti lor tra morti e vivi.
Questa nell'Apennin dal fronte al piede
In due parti fendea la querce annosa.
D'antichissimo pin quell'altra appresso
Scossa, e sfrondata la pungente chioma,
Aspro odor e color di sé lasciava.
Gli scogli, i monti, le campagne e' colli,
La fronte; il collo, i piè, le spalle e' fianchi
Sì spesso percotea l'ira celeste,
Che non più n'ebbe Pelio, Ossa e Tifeo,
Quando vollen cacciar del regno Giove.
In cotal guisa allor le nubi e 'l fosco
Sfogate alquanto, e lacerato il mondo,
Solo in un punto si converse in pioggia.
Qui tutte s'arrestâr le sue compagne;
E le folgore, i venti, i lampi e i tuoni
Dier luogo a questa, che sì larga venne,
Che 'l mar parea che di là su tornasse.
Così lunga stagion l'onda celeste
Durò versando, e senza notte e giorno
Prender mai posa, che le folte nubi
Per non mancar del tempo a schiera a schiera
S'avean dati tra lor gli spazi e l'ore.
Parte spargea le sue ricchezze a terra;
Parte era scarca, e ricercando andava
Per paludi, per mar, per fiumi e stagni
Di portar sopra noi novello umore;
Parte montando al ciel con larga soma,
Si tornava a posar nel primo loco.
Né molto andò così, ch'a poco a poco
L'alpi, l'aspre montagne e i colli alteri
Cominciaro a destar le fonti e i fiumi;
Che prima quasi avean dormenti in seno.
Il basso ruscelletto e il piccol rio,
Equar veggendo le native sponde,
E la sua povertà restarsi in dietro,
Levò la testa; e i rampi a sé vicini
Inondar e predar disegno feo:
E spogliati gli argenti, e i bei cristalli,
E 'l dolce mormorar, nuovi colori
E nuovo suon vestìa di Marte e d'ira:
E questo e quel rompendo argini e liti
Dell'antica prigion, ripien di sdegno
Contro a chi lo affrenò vendetta fea,
Empiendo fino al ciel d'alto fragore
Le chiuse valli e i monti; e sterpi e sassi,
E quanto incontra che 'l sentier gli serri
Svegliendo, il corso suo spronava al piano,
Là dove il suo maggior, disciolta e rotta
Ogni legge, ogni fren, tiranno truova.
Gli altri fiumi regai, che l'onde e 'l nome
Servan più lungo spazio, infin che 'l mare
Con l'insaziabil sen lor chiude il passo;
Per le larghe campagne e valli e piagge,
Per tutto avean le sue ricchezze stese;
E Nettuno ciascun quel dì parea.
Ma sopra tutti il re d'ogni altro e donno,
L'onorato fratel del Tosco fiume,
L'alto Tebro divin, che 'l Nilo e 'l Tigri,
L'Indo, il Gange, l'Iber, la Tana e l'Istro,
E quanti altri ne son dentro e d'intorno,
Tutti fea già tremar col nome solo;
L'alto Tebro divin, ch'ogni altro sprezza,
Forse l'antico onor servando ancora,
E sdegnoso di quei che 'ndegni sono
Di occupar sopra lui sì chiaro albergo,
Fabbricato da quei, che 'l giogo e 'l freno
Posero altrui, come a se stessi questi;
L'alto Tebro divin mostrò quel tempo
Quanto fusse il valor che chiude in seno.
Tra la spinosa fronte e 'l bianco dorso
Dello Apennin, ch'a mezzo giorno volge,
Non lunge nacque, e del medesmo ventre
(Benché più ricco e più superbo in vista)
Col chiaro Arno gentil, ch'Etruria infiora.
Indi traendo allor l'umida fronte
Del cavo albergo suo, vide d'intorno.
Al gran padre Apennin le spalle e 'l petto
Dal nuovo tempo già piovoso e molle:
Vide tale addoppiar dentro e di fuore
Il caro suo tesor, che luogo a pena
Ove il potesse addur rimaso gli era.
E con più assai poter di quel che suole,
Crescer sentendo le sue forze ogni ora,
Oltre l'usanza sua superbo il piede
Mosse, scendendo minaccioso il monte.
Le ninfe alpestri Oreadi e Napee
Veggendo il suo signor sì ricco farse,
Tutte incontro venian con mille onori;
E beata di lor chi più potea
Delle ricchezze sue riporgli in seno:
E quinci e quindi, e d'ogni parte furo
Tante a venir, che la sassosa valle
Tutte dentro caper poteva a pena.
Le più elevate piagge, i monti alteri
Sotto ascoltando il tempestoso suono,
Treman tra sé di maraviglia e tema.
Il salvatico pin, l'abete e 'l faggio,
Che a lui troppo vicin trovaro albergo,
L'antiche fronti, a cui di nulla calse
Molti e molti anni pria d'Euro la rabbia,
Vider nude d'onor cadute a terra,
E del fero guerrier preda e trofeo.
Gli antichi sassi, che assai tempo innante
Si pensaron d'aver perpetuo seggio,
Dopo i suoi lunghi assalti, e sotto e sopra
Al furïoso andar si davan vinti.
Non per tutta Sicilia, e 'n Mongibello
I Ciclopi, e Vulcan sì orrendo suono
Udîr come quel dì faceva il Tebro.
Gli abeti, i faggi, i pin, gli sterpi e i sassi
Tratti talor venìan di salto in salto
Per sentiero inegual; talor men crudo
Incontrando il cammin, più posa avieno:
Poi trovato talor più stretto il calle,
Or le sassose ripe, or tra se stessi
Percotendo venian sì ratti a piombo,
Ch'i tortuosi rami, il tronco e 'l piede
Si facean mille schegge e mille parti.
Poi che discese le montagne e i sassi
Il rapido signor trovava il piano,
Fermò il suo corso, rimirando intorno
Fu più feroce; ché più larga preda
Di quanta seco avea si vide innanti;
E riprendendo in sé l'ardire e l'arme,
Al gran danno comun rimosse il piede.
Popoli, salci, e gli umidi arboscelli,
Ch'han più cara lor sede in riva all'onde,
Fur primi svelti; né l'antico amore,
L'antica carità quetò la rabbia,
Che non fossen di lui dogliosa soma.
Indi poggiando poi, la vite e l'olmo
Trovò non lunge, e gli portò con seco.
O felice partir, ché 'nsieme aggiunti
La pampinosa sposa e 'l pio sostegno
Come dolce vivean sen giro a morte!
Quanta invidia portaro e questi e quelli
Al sempre verde ulivo, al vivo alloro,
Che lunge essendo in più elevato colle,
Senza danno scorgean gli affanni altrui!
Poi l'aperte campagne e i verdi prati
Al primo assalto suo senza contesa
Vittorïosamente a sé sommise
L'altero fiume da Nettuno amato.
Ivi ai cornuti armenti, all'umil gregge,
Ch'ivan sicuri in questa parte e in quella,
Ove men gli offendea la pioggia e 'l vento
E dove più vedean l'erbe e le frondi,
Non aspettato sopra venne il fero.
Con che raro furor quasi in un punto
Quinci e quindi occupò la terra e 'l verde,
Che tutto un mar parea la valle e 'l piano!
Qui si vedean le pecorelle umìli,
Senza contrasto far, ch'a mille a mille
Trasportate da lui correan a morte.
Là si potea veder la vacca e 'l toro
Sopra l'acqua tener la fronte in alto,
E natando sperar salute ancora,
Fin ch'avanzando la stanchezza e l'onde,
Senza mai sbigottir chiudean gli spirti.
L'animoso pastor, che dar soccorso
Spera ai suoi danni, or la setosa coda,
Or le corna prendea di questo e quello,
E 'ndarno oprando ogni sua forza estrema
Lasso alfin soggiacea dall'onde vinto.
Non così fea la pastorella afflitta,
Ch'altra più pronta aita alle sue gregge
Misera dar non sa che pianto e strida:
Or la infelice madre, or le compagne
Si sta chiamando, fin che 'l torbo umore
In un punto chiudea la voce e l'alma.
I pietosi vicin, che 'n alto avieno
In più sicura stanza i bassi alberghi,
Visto il danno comune, a schiera a schiera,
Quanto il corso potea, venìano in basso,
Con rustici instrumenti, e sassi e travi,
Presti al soccorso de' perigli altrui.
Ivi della famiglia il vecchio padre,
Che l'alma pronta avea, le membra inferme,
Confortar e garrir s'udia da lunge
Gli altri, che più di lui poteano atarsi:
Ed ei traendo ancor l'antico fianco,
Spinto dal buon voler ch'a forza il mena,
Sollecito venìa; ma spesso a terra
Or le spalle or le man cadendo posa.
La fida sposa poi le figlie intorno
Seguìan correndo sbigottite e scalze,
Tratte più dal dolor, che d'altra speme,
Che nelle forze sue ciascuna avesse.
E giunte ove il furor depreda i campi,
Fermaro i passi; e pallide e smarrite,
Chi la fronte e i capei, chi 'l petto e 'l volto
Priva d'ogni saver si batte e straccia.
Il robusto bifolco, e gli altri, a cui
Giovinezza e valor porgeva ardire,
Da traverso venìan di salto in salto;
Né giunti a pena ove il bisogno sprona
Lassi già s'accorgean dall'acqua cinti,
Che rompeva il sentier del lor ritorno.
Ivi al suo scampo sol, lasciato altrui,
Intendendo ciascun, chi l'alte cime
Degli arbuscei salìa non svelti ancora;
Chi più tardo abbracciava o tronco, o sasso,
Qual più presso vedea; né molto andava,
Che come i suoi vicin, dal fiume immenso,
Che pur poggiava, ancor restaro immersi.
Così spogliando e le campagne e i colli,
Pastor seco menando, arbori e gregge,
Il fero predator moveva il piede;
E disegnando ancor più degna impresa,
E sdegnando intra sé soma sì vile,
In un punto addrizzò le forze e 'l corso
A dar l'assalto all'onorata Roma,
E far prova in quel dì, che vive ancora
Il suo primo valor, sepolto altrove.
E 'n sé ristretto per più angusto calle
Sen gìa fremendo, ove l'antiche mura
Scorse da presso, a cui tributo diede
Libia, il Parto, il German, l'estrema Tule;
E 'n prima agli altri l'onorata mole
Del superbo Adrian percosse al fianco;
Forse cruccioso, che molti anni e molti
Vie più che non vorria gli ha chiuso il passo.
Poi con doppio furor, con doppio sdegno
A i ponti invitti, che gli han posto il freno,
Battea rabbioso il piè, le spalle e 'l volto;
E quanto è 'l suo poter, quel dì s'aita
Di vendicar con quei già mille oltraggi,
E libero restar dal giogo indegno.
Poscia che vide pur tentarsi in vano
L'aspettata da lui ruina estrema,
Calcare almen vittorïoso volle
Di tutti il dorso; e quel medesmo incarco
Dare a loro in quel dì, ch'ei sempre porta.
Indi partendo poi le 'nsegne volse
Dentro all'ampia città, dove pensava
Poter meglio sfogar l'orgoglio e l'ira.
Ivi al primo apparir la gente ignara,
Non presaga del fin, ratta correa
Per più presso mirar l'altero mostro:
E quel stupor, ch'un nuovo caso apporta,
Togliea 'l timor, che poi risurse in essa.
Le matrone e le figlie, i vecchi infermi
Da gli alti tetti a riguardar da lunge
Stavan, ripien di maraviglia il core.
Ma poi ch'in breve gir tanto alto vide
Ciascun le forze sue, che già passava
La memoria d'ogni uom che fu presente,
Né pur quivi restar, ma sempre ancora
Sormontando venir nei danni altrui;
E veggendo con lui sì larga preda
Di piante, d'animai, d'uomini e gregge;
Cominciaro a temer quei che più sanno,
E con parole ed opre altrui mostrando
Quanto avesse quel dì periglio greve:
Né molto andò, che pur la pruova istessa
Vie più che i detti lor mostrò gli effetti.
Che non contento del suo nido il fero,
Tanto sopra le rive alzò la fronte,
Che le strade ingombrò del suo valore.
Ratto movendo il piè da lui si trasse
Paventoso ciascun nel proprio albergo,
Quasi dal suo furor sicuro loco.
E quel poi ch'ebbe le contrade intorno
Trascorse, e piene assai d'onde e d'arene,
Si mise a depredar le case e i tetti.
I bassi alberghi di coloro i quali
Del suo proprio sudor pascon la vita,
Furo i primi a sentir che possa il Tebro.
Ivi il misero padre in alto asceso,
Con la sua famigliuola in un ristretto,
L'affaticate merci, e 'l suo tesoro
Saccheggiar e guastar vedeasi innanti,
E di pianger ardìa l'afflitto a pena.
Tanto il premea timor; ch'a poco a poco
Vedea l'onda montar non sazia ancora
D'ogni sua povertà, se 'n vita il lascia:
Or s'affatica, or pensa, e cerca e guarda
D'onde possa schivar l'estrema sorte;
Ma può ben ritrovar modo al suo scampo:
L'infelice mogliera e i figli intorno
Or dal cielo, or da lui chieggon mercede;
Con gli occhi in alto e le ginocchia inchine
Stendon le braccia; e così stando viene
Chi la vita e 'l timor toglie in un punto.
Altri di più vigor, pensando seco
Di far con l'oprar suo fallace il cielo,
E bugiardo il destin ch'in alto è scritto,
Di quel peso ch'avien, la membra sciolte,
Sol di proprio natar sé stesso aita.
Chi la mensa, chi l'arca, e chi la trave
(Qual più presso avvenia) nell'acqua mise;
E stesa tutta in lei la fronte e 'l petto,
Or le braccia, ora i piè di remi in guisa,
Ove l'onda può men, raccoglie e stende:
Or nel sostegno suo tutto s'annoda,
Ove forza maggior l'abbatte in dietro.
Ma questi, lassi, e quei tutti ad un segno
Van, ché troppo è 'l furor che 'n basso scende
A far d'essi al Tirren doglioso dono.
Né così sazio ancor l'altero fiume,
I più begli edifici, i più gran templi,
Come i poveri alberghi, aver vorrìa:
Né potendo salir l'invitte cime,
Ove han fondato il piè morde e percuote;
E zappando il terren ne svelse e sfece;
Tal ch'assai fur dell'onorate spoglie,
De i marmi peregrin riposti in alto,
Da non temer là su cosa mortale,
Che col sostegno suo battuto e vinto
Disdegnando sentir ruina estrema.
I divini instrumenti, i sacri altari
In molti luoghi fur macchiati e guasti,
E dal fango e dall'onde avvolti e sparsi.
Or chi potrà narrar l'orgoglio a pieno
Del fiume invitto, che onorato e carco
Di mille palme e mille alza la fronte,
Sdegnoso d'abitar la valle e 'l piano?
Il Vatican, l'Esquilie e l'Aventino,
Il Capitolio, e tutti sette insieme
Fur dagli assalti suoi sicuri a pena.
Così l'aspro guerrier per larga strada
Porta il trionfo su nell'ampio seno
Del gran padre Nettuno ov'egli attende.
Ahi serva Roma, e di miserie albergo,
Dopo tanti dolor, tanti altri guai,
A che ti serva il ciel ch'ancor cruccioso
Ti mostra il volto, a che minaccia ancora
Con disusato ardir l'irato Tebro?
Febo il santo rettor dell'alta luce,
Ch'alluma e scalda il ciel, la terra e 'l mare;
Febo, che 'l tutto scorge, e mai non mènte,
M'ha mostro il tutto, e mi comanda e sforza,
Ch'io 'l debba a voi cantar, gran re de' Franchi,
Perch'al tempo che vien, che tosto fia,
L'alto core e la man si truovi armata.
Del pio nome Cristian l'empio rebelle
Che del buon Costantin l'antico impero,
E 'l seggio orïental per forza ingombra;
Quello, a cui nobiltà, stato e virtude,
E quanto appregia ogni uom, di nulla cale,
E pur se stesso, e nessun altro estima;
Questi, non girerà molti anni il Sole,
Che 'l medesmo furor, ch'al tempo andato
Ha sentito il Pannon, l'Egitto e Rodi,
Volgerà (lassi) a' nostri dolci campi,
All'italico sen, cui folle orgoglio,
Odio, e 'nvidia di sé conduce a morte.
Là divisi i voler, le forze estinte,
Ogni senno e valor sotterra posti
Dal ciel nimico, e da tiranni ingiusti,
Troverà il fero: e chi per te più fia,
Che l'arme accingerà per tua difesa,
O bella Italia, poi ch'altrui suggetta
Hai scacciate da te le giuste insegne
Cristianissime e sante, i Gigli d'oro?
Chi l'arme accingerà? l'Ispano avaro,
Che dal siculo seno all'Alpi Galle,
Dall'onde d'Adria al nostro mar Tirreno
Non ha villa, o città, dove non abbia,
Senza amor, senza fe, pietate o legge
Il sacrilego e rio, stupri e rapine?
Chi l'armi accingerà? l'empio Germano,
Ch'al ciel, non pure a noi, nemico è fatto?
E Roma il sa, che 'l suo soccorso attende.
Ahi serva Italia, ch'al bisogno estremo
Povera e nuda sei d'amici e d'arme!
Tosto preda sarai, sostegno e scherno
Del barbarico stuol, contrario a Cristo:
E tu; lorda città, di vizi ostello,
Per esempio de' rei lasciata in vita,
Tosto tanto vedrai sangue e ruina,
Quante al Tebro vedesti arene ed onde:
Il gran flagel di Dio, quel mostro antico,
Che dal gelato ciel rabbioso venne
A' comun danni, e tanti strazi feo
Di tue prime beltà, ch'ancor si mostra
(A chi vuol rimirar) la piaga e 'l segno:
E tanti altri, che poi sì spesso t'hanno
Il chiaro corpo tuo macchiato e guasto;
E quanto oltraggio ancor, danno e disnore
T'ha fatta poi la tua medesma insegna,
L'Aquila, dico, in mano all'empio Duce,
Che l'Ispano e 'l German t'addusse sopra;
Fu nulla certo, o poco a presso a quello
Che ti minaccia ogni uom, che mostra il cielo
E quel chiaro terren, cui già calcaro,
Con sì ricchi trionfi e tanto onore,
I Corneli, i Fabrizi, i Deci, i Bruti,
Lassa, vedrai da quella gente oppresso,
Già schernita da lor sì spesso e vinta.
Ma poco andrà, che voi, Francesco, in guisa
Del possente Cammillo, all'alta impresa
Spiegando a' venti l'onorata insegna,
Riporterete in sen le spoglie e l'oro.
Però ch'allor, che il greve danno avuto,
E di ciascun la publica ruina
Avrà fatto veder, ch'i Gigli d'oro
Sol (sì come più volte han mostro l'opre)
Han virtù da tener l'Italia in vita;
A voi tutti verran, gran re de' Franchi,
Gli Italici signor; quei ch'all'altezza
Credon, folli, arrivar premendo i buoni,
E cangiando ogni estate e patti e fede,
Di virtù ignudi, e di Fortuna amici;
Quei, che 'l sommo saver credon che sia
(Né si sdegnin vêr me, s'io parlo il vero)
Menzogne, crudeltà, fraudi e rapine;
Qui tutti a voi verran, mercè chiedendo
Delle miserie loro: e quei fien primi,
Che s'han fatto più d'altri offese e 'nganni.
A voi tutti verran, perché vedranno
Sopra 'l sangue cristian l'uccel di Giove
Aver fatto in più dì sì lungo strazio,
C'ha consumato omai l'artiglio e 'l morso:
Tal che contro a color, cui più devrebbe,
Si troverà mancar le forze e l'arme.
E voi, cui nobiltà, senno e virtude
Addrizza al bene oprar, conduce e sprona,
Posti tutti in oblio gli antichi oltraggi,
Sotto l'ombra regal, quai figli e frati,
Gli accorrete, Signor, con lieto aspetto.
Allor più ch'altri l'onorata Madre,
Che a sante imprese giorno e notte aspira,
Con pietosi ricordi e detti alteri
Raccenderà di voi l'ardente core,
Che per Gesù cingiate omai la spada.
La pia sorella, che la mente al cielo
Tanto addrizza talor, che 'l mondo spregia,
Quanta dolcezza avrà mirando l'arme,
Ch'andranno a vendicar chi salvò noi!
Quanta avrà gioventù, ch'è tanta e tale,
Il bel vostro terren, tutta in un punto
Verrà pronta a morir pel suo Signore.
Le delicate donne, i vecchi infermi,
Che dar non vi potran col corpo aita,
Vi porteranno in vece argento ed oro,
Da poter poi nutrir la guerra pia.
Qual fia freddo voler, che non si scaldi
Veggendo voi, Signor, fra tanti duci,
Tra tanti cavalier coperto d'arme?
Con che affetti tra lor, con quai parole
Narrerete i gran danni e 'l crudo scempio,
Che 'l popolo infedel sopra noi feo?
E mostrando a ciascun che premio aspetti
Dopo il chiaro morir, chi sparge il sangue
Per colui, che per noi lo sparse in croce?
La terza volta ancor, l'alpi vedrete
Col favor della prima, e con più pregio.
Ivi al vostro apparir, le genti afflitte,
Cinte d'uliva, e con la palma in mano,
Quasi al suo redentor verranno incontra;
E quanta fia tra lor forza e valore
Sarà del vostro andar compagna e guida;
Voi qual fido pastor, ch'atando accorra
All'umil gregge suo da lupi offeso,
Il Tesin, l'Adda, il Po, l'altero monte,
Che della bella Italia il dorso parte,
Passerete con lor, qual vento o strale.
Poi nel Tosco terren dov'Arno inriga,
Le barbariche squadre e l'empie genti
Scorgerete occupar la valle e 'l piano.
Non ebbe tanti armati e Dario e Xerse,
Quanti allor si vedran; che forse a molti
Darà temenza, a voi desire e speme;
Che nell'invitto cor pensando andrete,
Che il periglio maggior più gloria apporta.
Ma tosto che vedrà scoprir da presso
La pia insegna regal l'altero Scita,
Ben riconoscerà dipinti in essa
Quei ch'ei paventa sol, quei Gigli d'oro,
De' quai tanto tra lor s'è detto e scritto,
Ch'esser devean de' suoi morte e ruina.
Con che doglioso suon, con che terrore
Gli ripercoteran l'orecchie e l'alma,
Glorïoso Francesco, il vostro nome?
Poi, mosse in guerra l'infinite schiere,
I suoi levi cavai poco potranno
Sostenere il furor dell'arme galle,
Ché spregiando ogni onor, daran le spalle:
Né più di voi saran nel mondo chiari
Milzïade, Temistocle, e fie poi
Con Termopile antica e Salamina
Sempre avuta in onor la valle d'Arno.
Poscia in memoria de' gran fatti eterna
Drizzerete il trofeo condegno a voi,
Condegno a' vostri onor; né lunge fia
All'afflitta città, che i gigli adora,
Fiorenza bella, ch'a sé stessa spoglia,
Vota d'ogni saver, pace e riposo.
E mirando di lei l'orrende piaghe,
Che 'l Germano e l'Ispan le han fatto intorno,
Tal vi verrà pietà, che io spero ancora,
Ch'esser deggia per voi possente e lieta,
Come altra volta già dal Franco invitto,
Che 'l seme longobardo ancise e spense:
Né saprà poi chi più de' due s'onori,
O 'l buon re Carlo Magno, o 'l re Francesco.
Quinci movendo il piè, seguendo andrete
Il nimico infedel, che 'nsieme aggiunto
Il fuggitivo stuol nell'ampio piano,
Ove a i campi latin l'Etruria arriva,
Vorrà folle tentar di nuovo il cielo.
Voi la seconda volta il vostro ardire,
E 'l vostro alto valor mostrando aperto,
Tal fiaccherete e l'uno e l'altro corno
Dello esercito suo, che parte alcuna
Non si vedrà di lor restare in piede.
Il gran tiranno un dì prigione e morto,
Farà fede a ciascun, che contro a Cristo
Numero, arte, furor, niente vale.
Parte fuggendo d'essi, e quinci e quindi
Si rimarran d'ogni uom preda e rapina:
Parte correndo al mar là dove fia
Ricoperto il Tirren di legni e navi
Ch'all'animosa impresa eran sostegno,
Pur ivi troveran di vita scampo.
Ma la parte maggior, con quei più degni
Duci, capi e signor dell'altra gente,
Dal gallico valor per terra stesi,
Cibo onorato fien di corvi e cani.
L'insegna pia delle celesti chiavi
Ritornerete poi nel santo albergo,
Onde pria la scacciò l'altero Scita.
E 'l rettor d'esse, e' suoi seguaci intorno
A' più santi costumi, a miglior vita
Ridurrete, signor, co'vostri preghi.
Indi colmo d'onor, di spoglie ornato,
Con trionfi inauditi, e pompe ed ostro,
Tornerete a posar nel nido gallo.
Quante di voi vedrasse in ogni parte
Dell'Italia per voi tornata in vita,
Archi, statue, trofei di marmo e d'oro!
Gl'ingegni pellegrin, con quei che sono
Dal favor delle Muse al monte accolti,
Argo e Troia lasciando, Atene e Roma,
Sol di voi narreran l'opere illustri.
Ah se mi fien così le stelle amiche,
Ch'io giunga al tempo, ch'è vicino omai,
Ben spero ancor, che la mia tosca cetra
Sopra 'l ciel manderà la voce e 'l suono,
Cantando i vostri onor, gran re de' Franchi.