Il fanale

By Sergio Corazzini

Torbido e tristo nella solitaria

via, davanti la porta del postribolo,

s'affioca e il buono incenso del turibolo,

forse, è la nebbia che fa opaca l'aria.

Mai sacerdote curvo per i sacri

facili gradi d'un superbo altare

seppe con dolce sapienza fare

omaggio a i freddi e vani simulacri.

Per i vetri malchiusi, a tratti, un grido

fugge e ne trema il cuore del fanale

e pensa la corsia d'un ospedale

e un vuoto desolato nel suo nido.

Nido, ché, all'alba, sempre una leggiadra

bocca una cara nostalgia d'aprile

diffonde, giù, nel piccolo cortile

che sogna il sole e fosche nubi inquadra.

Forse è la stessa che l'ombra di rauchi

singhiozzi seminò, forse è la stessa

che fredda rise a una volgar promessa

e spasimò sotto i grandi occhi glauchi.

La notte, oh, quale triste cantilena

langue per le tre camere fumose

in fin che al suolo cadano le rose

disfatte sulla lunga veglia oscena,

in fin che su la solitaria via

strida la chiave dell'antica porta

e che la tua, fanal, fiamma sia morta

di passione e di malinconia.

Stelle! Non forse nell'orror notturno

di una turba briaca o di una muta

breve agonia, non forse t'è venuta

dolce una voglia, fanal taciturno,

di stelle? e non ti tenne un'amarezza

grande e un odio pel tuo triste destino

e non ti parve poi, spento, al mattino,

di sentirti morire di tristezza?

Cuor che ti duoli, soddisfatto mai,

della vacuità de gli orizzonti,

oh, bevi alle tue buone e chiare fonti,

oh, cogli rose a' tuoi bianchi rosai,

ma non guardare, non udire, va'

dolce e solingo e la tua lampa rechi

luce a te solo e invano gli altri, ciechi,

implorino la buona carità.