Il Festola fiumicello d'Agerola. A Monsignor Francesco Antonio Porpora Vescovo d...
Viva perla de' monti,
Cristallino ruscello,
Che diviso in più fonti,
Fuor del grembo d'un sasso esci giocondo;
E mentre fuggi e ne la fuga balli,
Fai rider gli antri e fai gioir le valli.
Tu purgato e lucente,
Vai scendendo per gradi;
E con onda ridente,
Sdrucciolando a l'in giù cadi e ricadi,
E bagnando per tutto erbe e viole,
Ti fai coppa a le piante e specchio al sole.
Cadi e cresci nel corso,
Lusinghier fuggitivo,
E d'intorno soccorso
Fai di più fonti e di più rivi un rivo;
E con fugace e tortuoso errore,
Dove stampi un'erbetta e dove un fiore.
Or con ombra felice,
Cheto cheto passeggi,
Or d'un'erta pendice,
Traboccando a l'in giù spumi et ondeggi;
E mentre d'acque un precipizio sciogli,
Fra i bollori che fai, fremi e gorgogli.
Qui girevole errante,
Par che posi e respiri;
Là fremendo sonante,
Un non so che di bel silenzio spiri,
E nel tuo corso allettator fugace,
Mostri col mormorio dir: “Pace, pace”.
Or doglioso ti sento,
Or giocondo ti miro;
Odo il placido vento,
Che teco piange e teco ride in giro,
Sì che dubbio non so, stupido in viso,
Se quel suono che fai, sia pianto o riso.
Quante volte del giorno
A goderti io discendo,
A vederti io ritorno,
E nel tuo corso il mio riposo prendo.
E parmi allor che quel tuo molle gelo
Cristallo sia del cristallino cielo.
Mille belli augelletti
Fan corteggio al tuo lido,
E con dolci versetti
Van cantando fra lor di nido in nido;
E nel danzar sono a veder sì belli,
Ch'angeletti li credo e sono augelli.
Chi librato in se stesso
Va per l'onde tue vive,
Chi danzandoti appresso
Le tue belle passeggia e fresche rive.
E tu che puoi sino allettar gli dei,
De la musica sua l'organo sei.
Quante belle corone
Ti fan l'erbe ove passi,
Poi che a par d'Anfione
Doni musica lingua ai muti sassi,
Tal che io non so s'ogni tua bella pietra,
Mentre mormora, sia viola o cetra.
Qui mi traggo soletto
Fuor d'angoscia e di pianto;
Qui pensoso e ristretto
Sento virtù che mi richiama al canto;
E l'onde tue ne l'assaggiar sì belle,
Sopra l'estasi mia m'alzo a le stelle.
Mentre fuggi m'insegni
Come fugga la vita,
Mentre corri mi segni
Come ogni cosa è in cominciar finita;
E mostri accorto al mormorio che fai,
Ch'incontro al mondo or mormorando vai.
O soave conforto
Del mio torbido ingegno;
O pacifico porto,
De le tempeste mie fidato pegno,
Vorrei che qui, senza cangiar mai tempre,
Mi desse il ciel di vagheggiarti sempre.
Pregi l'oro l'avaro,
Parto vil di Natura;
Ch'io più stimo et ho caro
Il molle argento di quest'onda pura;
E posso dir che per sì belle vie
Siano le selci tue le gemme mie.
Al tuo suono soave
Posa ogni arbor la fronte;
Dorme placido e grave
Il negro bosco e 'l solitario monte.
E per mostrar ch'addormentato giaccia
Appresso l'onde tue stende le braccia.
Tu, qual Lete vitale,
Mi fai porre in oblio
Ogni torbido male
Che porge il mondo insidioso e rio;
E de' miei sensi imperioso donno,
Col bel suono che fai, m'inviti al sonno.
Schivo d'auree vasella,
Saggia industria di fabbro,
Ne la linfa tua bella
La mano incurvo e ne fo coppa al labbro;
E l'alma poi, che un tanto ben contiene,
Fin su la bocca a ricrearsi viene.
Ma pur, lasso, ti lasso;
Ecco il canto sospendo:
“A Dio fiume, a Dio sasso;
Qui la sampogna a te sacrata appendo.
Da te mi parto, a la città m'invio.
A Dio selve, a Dio boschi, o colli a Dio”.