IL LIBRO DUODECIMO
Mentre che stavan gli onorati duchi
nel ricco aloggiamento di Plutina,
il re de i Gotti con furore immenso,
passato avendo l'appennino e 'l Tebro,
si avvicinava a la città di Roma:
e non curò di prender per la strada
Spoleti e Narni per non perder tempo;
che duditava assai che non fuggisse
fuor de le mura Belisario il grande
avanti ch'ei giungesse a quelle porte,
onde poi non potesse averlo in mano:
perché certo credea, se vel trovava,
menarselo prigion dentr'a Ravenna;
Ma quel sperar ch'è dal disio sospinto
più che da la ragion, spesso c'inganna.
Egli adunque venia col suo gran stuolo,
et era già vicino a Ponte Molle,
ch'è sol due miglia lunge da le mura.
Burgenzo alora, ch'era posto in guardia
de la gran rocca che di là dal ponte
avea munita il capitanio eccelso,
e v'avea messi cavalieri e fanti
tutti a l'ubidienza di Burgenzo;
Burgenzo, adunque, visti i piani e i colli
tutti coperti di cavalli e d'arme,
reputò quella impresa esser perduta
per Belisario, e non aver riparo:
però, sospinto da la sua natura
e da l'odio crudel ch'a Corsamonte
portava, e a molti principi romani,
deliberò con qualche alto negozio
farsi benigno il nuovo re de' Gotti;
ma celando nel cuor questo pensiero
chiamò i soldati astutamente, e disse:
Voi vedete, fratei, quanta ruina
ci giunge addosso, e che 'l Signor del cielo
ha volto omai tutta la mente a i Gotti;
i quai venuti son con tanta gente
che uccideranci e 'ngoieranci prima
che noi possiamo por le mani a l'armi.
Poi Belisario con occulti inganni
ci ha posti in questo mal munito ponte
per farci andare indegnamente a morte
e per coprire i folli suoi dissegni,
con la iattura de le nostre vite;
però fia buon che noi cerchiam salvarci
a qualche modo, e mantenerci vivi:
ché le nostre mogliere, i nostri figli
aran speranza in noi quando arem vita,
che non si può sperar ne l'uom ch'è morto.
Così disse Burgenzo; e quei soldati
non furon di parer punto diverso,
ma s'accordaron di salvarsi tutti.
Poi, come venne in ciel l'oscura notte,
i fanti primamente usciron fuori
de la gran torre, e trappassaro il ponte;
e, non arditi di tornarsi in Roma,
presero il lor camin verso Gaeta.
Ma i cavalieri, come il giorno apparve,
montaro in sella, e con Burgenzo in mezzo
(ché di sua volontà l'avean legato)
andaron verso 'l campo de' nimici;
e giunti appresso al padiglion regale
dimandor di parlare al gran signore:
il qual, poi che sentì ch'eran romani,
fece introdurli ne la sua presenza.
Alor Frodetto, un de i decurii loro,
si fece inanzi umilemente e disse:
Signore invitto e di possanza estrema,
noi siam quei cavalier ch'avemo in guarda
la bella rocca che di qua dal ponte
avea munita Belisario il grande;
la quale appresentiamo a vostra altezza,
e vi rechemo l'onorate chiavi:
e seco ancora il capitanio nostro
legato e preso sopra il suo destriero,
il qual speriamo che vi fia giocondo
e di molto profitto a questa impresa;
ben vi preghiamo di trattarlo bene,
perché noi seguirem le vostre insegne
ovunque la fortuna e 'l ciel le volga.
Così disse Frodetto, a cui rispose
il re di quella numerosa gente:
Sagaci cavalier, ben foste accorti
e saggi a non provar le nostre forze:
perché in poch'ore arei la rocca presa,
e tutti vi mandava a fil di spada.
Ma poi che siete resi, io son contento
tenervi al nostro glorïoso soldo,
e trattar bene ancora il vostro capo,
il qual terrò prigion per fin ch'io uccida
con le mie mani Belisario il grande:
Poi lascierollo, e con partito onesto
lo farò militar fra le mie genti
quand'io volga il camin verso levante.
Mentre che 'l re spargea queste parole,
Burgenzo tenea gli occhi a terra fissi,
e non guardava alcun di loro in faccia;
ma dicea nel suo cuor: S'io giungo a tanto
ch'io ragioni con voi da solo a solo,
vi dirò cose per le quali io spero
che m'amerete e mi farete onore.
Come ebbe posto fine al suo parlare
quell'iracondo re, levossi in piedi
e sonar fece le canore trombe
e dare il segno di levarsi il campo;
onde si mosse quella altera gente,
e cominciaro a trappassare il ponte.
Ma come fan le pecorelle, uscite
fuor de le riche stalle d'un pastore
che n'abbia molti numerosi greggi,
che sempre van gridando verso i paschi
e dan risposta a i lor diletti agnelli
che vengon dietro, o son dentr'a le mandre;
così quei Gotti al trappassar del ponte
givan gridando, e con diverse voci
davan risposta a gli altri lor compagni
ch'erano a dietro o sopra l'altra ripa.
In questo tempo il capitanio eccelso,
ch'inteso avea l'approssimar de i Gotti
e credea che Burgenzo ancor tenesse
quella fortezza che guardava il passo,
deliberò d'uscir fuor de la terra
e star con la sua gente a la campagna;
ma pria volendo scelgere un buon sito
da por le genti, e ben munire il vallo,
si pose intorno le sue lucid'armi
e montò sopra il suo destrier Vallarco.
Questi era sauro, con la fronte bianca
e le narre e le labbra, e molto destro
de la persona, e di statura tale
che vincea di grandezza ogni corsiero:
però lo amava e cavalcava sempre
ne le sue gravi e perigliose imprese.
Poi seco tolse mille altri guerrieri
de i miglior cavalier che avesse il campo,
ed uscì fuor per la Flaminia porta;
e tutti s'inviaro inverso il Tebro
taciti e cheti come fusser muti:
ma il cuore aveano intrepido, e la mente
pronta ed intenta ad ubidire il capo.
Or, così andando, s'incontrar ne' Gotti
ch'avean passato il ponte, e con furore
venian gridando e minacciando a Roma;
onde quei cavalier ch'erano inanzi,
come si vider giunti fra i nimici,
abbassor l'aste e punseno i ronzoni:
e Lucillo investì l'ardito Adrasto,
ch'era figliuol del perfido Agolante,
e tutto lo passò di banda in banda;
tal che quel giovinetto andò per terra
come un olmo novel che 'l vento sbarbi.
Sindosio poscia e 'l giovane Corillo
si riscontror con le robuste lance;
e pria Corillo il colse in mezz'al scudo,
e fece andar la sua dur'asta in pezzi,
né però mosse quel baron di sella;
ma l'asta di Sindosio non si ruppe,
e mandò il cavalier disteso a l'erba,
che poi rizzossi con fatica in piedi.
Quando Argolante intese che 'l figliuolo
stat'era il primo morto da i romani,
fremea co i denti e si traea la barba,
poi facea con le man le fiche al cielo
dicendo: Togli, Iddio, che puoi più farmi.
Ma pur, disposto a vendicar tal onta
sopra i romani, andò con l'asta bassa
ov'esser vide più la gente folta;
e 'l primo che trovò fu Disticheo
signor di Lesbo, giovinetto adorno
che fu figliuol d'Arisba e di Macisto:
questi era volto verso il buon Massenzo
e lo chiamava che venisse inanzi,
onde Agolante lo passò nel fianco
e lo mandò da l'altra banda al piano.
Massenzo, che lo vide andare a terra
da quel colpo villan, tutto s'accese
di sdegno, e pose la sua lancia in resta;
e corse verso il perfido Agolante
e lo passò d'un colpo ne la gola
che morto lo mandò sopra 'l terreno:
e fece nel cader tanto rimbombo
quanto farebbe una percossa torre
da machina mural ch'a terra caschi;
e poi Massenzo disse ad alta voce:
Vattene pur, o scelerato cane,
al tuo Pluton, che la vendetta è fatta
del giovinetto a tradimento ucciso.
Il feroce Danastro ebbe gran doglia
quando vide Agolante in terra morto,
perciò ch'egli era suo fratel cugino,
e molto più fu la vergogna ch'ebbe
de le parole acerbe di Massenzo:
onde arrestò la sua possente lancia
per gir contra costui, ma non vi giunse;
perché gli venne avanti il bel Ligustro,
Ligustro Ambraciotta, ch'era figlio
del furibondo Aratto e di Meandra,
onde convenne pria giostrar con esso:
e lo colpì nel mezzo de la panza,
d'un fiero colpo, e poi tirando l'asta
gli venner le budella in su l'arcione,
tal che Ligustro abandonò la sella
e trabbuccò dal lato in su l'arena,
e cadde assai propinquo al buon Traiano;
il qual s'empìo di sdegno e di vergogna,
perché Ligustro l'osservava molto
ed egli amava lui come figliuolo:
onde impugnò la sua robusta lancia
e si volse ad andar verso Dannastro.
E 'l fier Danastro non schiffò l'invito,
ma venne verso lui con l'asta bassa
che di recente sangue era dipinta;
e colse il buon Traiano in mezzo 'l scudo
ov'era posta la bilancia d'oro,
e nol passò, ché quella ardita lancia
si ruppe, e i tronchi andor volando al cielo.
Ma l'asta di Traian colse Dannastro
nel fino elmetto, e nella parte appunto èov'ei fa strada a la rinchiusa vista;
né però quel buon elmo ebbe possanza
di diffender la faccia al suo signore,
perché 'l ferro crudel se n'andò dentro
per l'occhio manco e per la nuca uscio,
ond'egli andò subitamente a morte
e cadde giù del suo cavallo in terra:
come una quercia ch'è sopra un bel colle
che 'l villanel con la secure acerba
la taglia, ond'ella si ruïna al piano
e fa d'intorno rimbombar le valli;
tal fu il cader di quel superbo Gotto
e 'l rimbombar de le sue lucid'armi.
Alor s'incominciò l'orribil zuffa:
ché Turrismondo, Totila e Sitalco
con altri molti principi de i Gotti
si mosser contra i cavalier romani;
e Turismondo al primo colpo uccise
il buon Adardo re de gli Azumiti,
che 'l petto gli passò con la sua lancia
e lo distese morto in su l'arena.
Totila s'incontrò con Filodemo,
e così fieramente la percosse
con la dura asta sua nutrita al vento
che gli fu forza abbandonar la sella,
né gli giovaro i consüeti incanti:
ben che levossi arditamente in piedi
col stocco in mano, e fece aspra difesa,
tal che poi rimontò sopra il destriero.
Sitalco uccise Margentino acerbo,
ch'era compagno del feroce Olando;
e fatto questo, quei baroni alteri
posero mano a le taglienti spade
e si caccior tra la romana turba;
e gli arian fatto assai vergogna e danno
se non intrava Belisario anch'egli,
come un fulgure ardente, fra i nimici,
che si fa larga strada ovunque arriva.
Ma voi, figliuole de l'eterno Giove,
vergini Muse, or mi donate aiuto:
ditemi chi fu il primo e chi 'l secondo
che venner contra Belisario armati.
Asfalto, di Tachimoro figliuolo
e nipote di Vitige, che nacque
su la ripa del Ren presso a Pontecchio:
quivi egli avea gran numero d'armenti
grassi, e gran copia di feraci campi;
ma per vedere il zio venne a Ravenna,
ch'era creato nuovo re de i Gotti,
e di sua compagnia partissi quindi
et andò seco a por l'assedio a Roma:
questi avea 'l suo destrier coperto tutto
d'una maglia bellissima d'acciale
dorata a liste, et avea l'arme ancora
fregiate intorno di lamette d'oro,
poscia una sopravesta avea sovr'esse
ricamata di perle e d'altre gioie
che Tamora sua madre e due sorelle
sue da marito ch'e' teneva in casa
gli avean di propria man fatti e' ricami
quando 'l mandaro a Vitige a Ravenna;
or questi spinse con superbia molta
incontra Belisario il suo destriero,
movendo il scudo ch'e' teneva in braccio
ed abbassando la richissim'asta,
che 'l folle si credea metterlo in fuga
col bel splendor de le sue lucid'arme:
ma Belisario gli voltò la punta
de l'asta fiera, e gli traffisse il petto,
ond'ei lasciò la briglia, e gli occhi adorni
furon d'oscure tenebre coperti,
ch'a le sue membra delicate e molli
recaro un lungo e dispietato sonno.
Il capitanio poi si volse a dietro,
e fece a i cavalier de la sua corte
prender le belle ed onorate spoglie;
ed egli oltra passò con l'asta bassa
già fatta in parte di color sanguigno,
e si scontrò col generoso Asdingo
fratel di Valdemiro e di Tuncasso
ch'aveano il stato lor presso al Ticino:
e gli attaccò la punta in mezzo 'l scudo
bianco, dov'era la vermiglia spada,
e tutto il fesse; e la corazza ancora
passando, entrò sotto la poppa manca,
onde cader convenne a terra morto.
Il capitanio trasse fuor la lancia;
poi la ripose un'altra volta in resta
e colse ne la gola Sagimbano,
ch'era figliuol del principe Sitalco
che Bressa fertilissima governa:
il colpo passò dentro, ond'ei piegossi
verso le croppe, e la spietata punta
giunse a la bocca e poi d'indi al cervello,
tal che l'asta il portò giù del destriero;
e ne l'aria pendea come una lepre
che tolga il villanel denanzi a i cani
e se la rechi allegramente a casa
in cima il spontoncel che porta in spalla;
tal parve il cavalier, ma tosto il peso
ruppe la lancia, ed ei cadette a terra
e fece nel cader molto rimbombo.
E come un sasso che talor si spicca
per qualche caso giù da una montagna
e cade a basso con sì gran rumore
che fa tremarsi le campagne intorno,
onde fugge il pastor dentr'a le grotte,
perch'ha timor di qualche altra ruina;
così si ritirò la gente gotta
per la paura di quel colpo orrendo.
Ed i Romani con cridore immenso
da l'altra parte si faceano avanti
col viceimperator de l'occidente,
ch'avea già in mano la pungente spada
e s'era volto ov'eran più feroci
e più superbe le nimiche schiere;
quando l'angel Gradivo, che dal cielo
scese per aiutar la gente gotta,
disse sdegnoso con orribil voce:
O genti gotte nobili ed eccelse,
non vi smarrite e non cedete un palmo
di terra a gli empi cavalier romani:
già non han più di voi di ferro il petto,
né la carne di sasso, che non senta
i vostri colpi e le ferrate lance.
Quello è il gran Belisario che vi caccia:
però cercate di ferir lui solo,
ché s'e' fia morto in questo primo ingresso
sarà vinta per voi tutta la guerra.
Così cridava l'angelo feroce
da l'alta rocca che guardava il ponte;
ond'alor tutti i principi de i Gotti
con trenta millia cavallieri armati
furono intorno a Belisario il grande,
cercando a pruova ognun di darli morte:
né si sentia cridar per entro 'l stuolo
altro che Al sauro, ognun percuota il sauro,
disegnando il caval ch'egli avea sotto,
di color sauro con la faccia bianca;
tanto ciascuno avea volto il pensiero
solamente a ferir quel gran barone.
E come quando fulmina il marito
de la bella Giunone, onde discende
molta pioggia dal ciel, molta tempesta,
o quando i vapor freddi in spesse falde
fioccan di neve, e fan la terra bianca;
così frequenti ognor saette e lance
pioveano intorno al capitanio eccelso.
Ma Dio non si scordò del tuo periglio,
Belisario gentil, né quello eterno
angel Palladio: anzi ei ti stava a canto,
e facea gir molte saette al vento
e molte lance rivoltava, e molte
facea lente arrivar dentr'al tuo scudo;
né la tua bella Compagnia del Sole
fu pigra ad aiutarti: anzi ognun d'essi
poneanti i scudi e le persone avanti,
e riceveano in sé molte percosse
che venute sarian contra il tuo petto.
Né tu medesmo ti mancasti mai
d'animo invitto e di destrezza e forza,
che te ne stavi col tuo scudo in braccio
e con la spada sanguinosa in mano.
Come un leon che sia dentr'a le mandre
di grassi armenti, e che ha d'intorno cani
e valorosi giovani con aste
che cercan di ferirlo e darli morte:
e' nulla teme, ed or con l'ungia atterra
un cane, ed ora un giovane col dente,
né si vuol dipartir fin che non sazia
di quelli armenti la bramosa fame;
così facea quel capitanio eccelso,
ferendo ed occidendo assai persone
ch'erano intorno a lui per darli morte;
e già si incominciava a far davanti
quasi un riparo di persone estinte,
e molti eccellentissimi corsieri
givano a torno con le selle vote,
che i lor signori eran caduti a terra
da le percosse di quel gran guerriero.
Da l'altra parte Vitige e Bisandro
e Teio e Berimondo e Filacuto
ed altri molti principi de i Gotti
si mosser contra Belisario il grande
con l'aste basse per mandarlo al piano:
e certamente gli arian fatto oltraggio,
se 'l fier Massenzo, che di ciò s'avvide,
non si voltava verso il buon Traiano
ch'era col ferocissimo Acquilino
e combattean contra i superbi Gotti,
e se non gli dicea queste parole:
Che vi par, frati miei, di quei mastini
che con tanto vantaggio e tanta rabbia
s'aventan contra il capitanio eccelso?
Pigliam le lancie, andiamo ad incontrarli;
mostrianli ch'anco il ferro nostro punge,
e sapem come lor portar la lancia.
Così diss'egli; e quei baroni ardenti
tolser l'aste di mano a i lor ministri
e ratto se n'andor contra quei Gotti.
Vitige si scontrò co 'l buon Traiano,
Bisandro con Massenzo, e Berimondo
con Acquilino, e tutti si colpiro.
Il re colse Traiano in mezzo il scudo
con l'asta fiera, che se n'andò in pezzi,
e quella di Traian fece altretanto:
ben lo toccò di sì spietato colpo
ne la visiera, ove s'aggiunge a l'elmo,
ch'apena apena si ritenne in sella;
e se non era il provido Unigasto
che corse ad aiutarlo, andava al prato,
perciò ch'avea perdute ambe le staffe
e lasciata di man la fida briglia:
onde Unigasto intrepido e fedele,
che vide il suo signore in quel periglio,
con una man ritenne il gran destriero
e lo rizzò con l'altra in su l'arzone,
tal ch'ei tornò nel suo primiero stato.
Acquilin, che giostrò con Berimondo,
con Berimondo che reggea Vicenza,
il colse a punto in cima de la testa
ove avea la ghirlanda per insegna
di maiorana, senz'altro cimiero;
e l'elmo gli passò come una pasta
e l'empì tutto di cervella e sangue,
ond'ei se ne cadette a terra morto,
e le belle arme gli sonaro intorno.
Ma Bisandro a Massenzo si colpiro
di fermissimi colpi in cima i scudi,
e con le dure lance gli passaro:
passaro anco i spallazzi e le corazze
e i fiancaletti, e penetraro al vivo
gli acuti ferri, onde uscì fuori il sangue;
ma le ferite lor furon leggiere
perché si rupper le fortissime aste,
né però mosser quei baron di sella,
come se fusser quivi entro murati;
dapoi si rivoltor co i stocchi in mano,
e si tiravan colpi aspri ed orrendi
che facean sfavillar le lucid'arme.
Quando poi Teio duca di Milano
vide disteso Berimondo al prato
ebbe gran doglia, perch'era figliuolo
de l'empia Scardemisia sua sorella:
onde spronò il corsier con l'asta bassa
ed andò contra il fervido Acquilino,
ed Acquilino contra lui si volse
con la lancia crudel ch'era ancor tinta
de le cervella e sangue del nipote;
ed ambidui si colser ne la testa,
né per quei colpi se n'andaro a terra,
quantunque l'aste lor fosser possenti,
ma stetter saldi come fan dui scogli
che sian percossi da terribil onde;
poi messer mano a le pungenti spade
e s'urtar come asperrimi leoni.
Filacuto da poi con l'asta in resta
passò la folta gente ch'era intorno
a Belisario, e gli percosse il fianco
di sbrisso, e col cavallo oltra passando
l'urtò: ma non si mosse il buon Vallarco
né 'l forte cavalier che gli era sopra;
ben diede a Filacuto ne la gola
con l'empia punta de l'acuto brando
e trappassolla, ond'ei cadette morto
giù del cavallo e si distese al piano,
e co i denti mordea l'erba sanguigna.
Da poi Vallarco rivoltò le croppe
a quel corsier che sen volea fuggire,
e gli diè dui tal calci ne la spalla
destra, ch'ei cadde a lato a suo patrone.
Mentre che 'l fer Bisandro e 'l fier Massenzo
si davan colpi orribili e tremendi,
e che Massanzo avea molt'avantaggio,
per aver più destrezza e maggior forza,
l'angel Gradivo, il qual volea ch'al tutto
Massenzo andasse in quel conflitto a morte
per satisfare a la celeste Donna,
prese la forma d'Aldibaldo, e volto
a Totila, a Sitalco, a Valdemiro
ch'erano insieme in quell'aspra battaglia,
gli disse: Valorosi almi baroni,
potrete tolerar tanta vergogna
che 'l fier Massenzo inanzi a gli occhi vostri
con le sue proprie man scanni Bisandro,
che è il più forte uom ch'abbia la gente Gotta?
Non abbiate vergogna a girli contra
voi tutti tre, perciò che tra i nimici
non si risguarda né a virtù né a fraude.
Così diss'egli, e dielli ardire e forza:
poi tutti tre poser le lance in resta,
e spronaro i cavai verso 'l barone,
pigliando ognun di lor diversa strada.
Alor le dure Parche incominciaro
raccorre il stame al principe Massenzo
de la sua vita, che volean troncarlo:
Totila lo toccò nel destro fianco
con l'asta, e lo passò da l'altra parte;
Valdemiro l'accolse ne le rene,
e 'l ferro se n'andò fin a la pancia;
e poi Sitalco nel sinistro braccio
colpillo, e penetrò la carne e l'osso
con gran furore, e gli passò due coste:
così quel gran guerriero andò sul prato
da quei tre colpi orribili e villani.
Al cader di Massenzo, i fieri Gotti
mandarono un cridor fino a le stelle:
e l'onorata Compagnia del Sole
tutta s'accese di vergogna e d'ira,
e intorno al capitanio si ristrinse;
il qual, se ben si ritrovava chiuso
da corpi morti e da infinita gente
viva ed intenta nel ferir lui solo,
spinse il caval su le persone estinte
e tra le vive, con furore immenso,
et andò là dov'era il gran Massenzo
disteso in terra, che finia la vita.
Il primo che scontrò fu Valdemiro:
e 'l stocco gli piantò ne l'occhio destro,
ch'andò fin a la nuca; ond'ei cadette
giù del cavallo, e si distese in terra
come si stende una succisa pianta.
Dapoi vedendo il principe Sitalco
ch'alzava il braccio per ferir Catullo,
gli tirò d'una punta sotto l'ala
destra ch'andò fin a la poppa manca,
onde lo stese palpitando a l'erba;
e fatto questo andò verso Bisandro,
che si difese con la spada in mano:
ma non però così ch'ei non gli desse
una ferita in mezzo de la faccia
vicina la naso, che se n'andò dentro
verso la bocca, e non toccò il palato;
e dopo questa il capitanio eccelso
gli tirò un'altra punta ne la coscia
destra, che lo passò fin a la sella:
onde Bisandro per lo sangue sparso
s'endebolì, tal che cadette in terra
tra i morti anch'ei come persona morta.
Totila, a cui toccava il quarto assalto,
non lo volse assaggiar, ma ritirossi
tra le sue genti, e si salvò la vita;
e Belisario con la spada ignuda
entrò fra i Gotti, come fosse un vento
ch'entra nel mare, e che commuove l'onde;
e facea come un fulgure dal cielo,
che si fa larga strada ovunque arriva:
poi tutta l'altra Compagnia del Sole
co i stocchi insanguinati il seguitava,
onde fu messa quella gente in fuga;
e i buon Romani n'occidevan tanti,
che di sangue correa tutto 'l terreno.
Vitige sen fuggì dal buon Traiano
e se n'entrò ne le più folte schiere
perché da tutto 'l stuol fosse diffeso;
fuggiva Teio inanzi ad Acquilino,
e Totila fuggiva, e Turrismondo
era constretto anch'ei tirarsi in dietro
con tutti gli altri principi de i Gotti:
ma Belisario ognor gli era a le spalle,
mandando sempre gli ultimi a la morte.
E come il villanel ch'a giunte insieme
le sue cavalle, e fa trebbiare il grano
ne la grand'ara solida e pulita,
vede sotto i lor piè saltar le spighe
calcate, e 'l gran nudato da le ariste;
così da i gravi piè del buon Vallarco
eran calcate le persone estinte:
e 'l sangue uman saltava in ver la panza
di quel destriero, e insanguinava i sproni
e le schiniere al capitanio eccelso.
Nel tempo che così fuggiano i Gotti
cacciati da i Romani, i servi fidi
del fier Massenzo e del gentile Adardo
trovaro i lor signor ch'erano estinti;
e gli portaron dentr'a la cittade
con grave pianto e lamentevol grido:
e pur i duchi e principi romani
seguiano i Gotti ch'eran posti in fuga,
e tanti n'uccidean, tanti da gli urti
di lor medesmi abandonar le selle,
ch'era coperto tutto quanto il suolo
di scudi e lance e d'uomini e di sangue.
E certo saria giunto il giorno estremo
di quella gente orribile e superba,
se 'l Re del ciel non risguardava in terra
e non avea pietà di tante morti:
onde chiamò l'angelo Iridio e disse:
Vattene, Irridio mio, senza dimora
dentr'al gran vallo de la gente Gotta;
e fa che s'armin tutti quanti i fanti
e diano aiuto a i cavalieri afflitti
che sono in fuga, e corren verso il fiume:
in cui poriano tutti esser summersi,
se da la fanteria non han soccorso;
e dì a Palladio che si torni al cielo
e lasci la tutela de i Romani:
poi fa sapere a l'angelo Gradivo
ch'aiute i Gotti, e che si porti in modo
che Belisario con li suoi guerrieri
torni a mal grado suo dentr'a le mura.
L'angel di Dio dopo il divin precetto
subito scese giù da l'alte nubi
di molti varii e bei colori adorno;
e pigliando l'effigie d'Aldibaldo
entrò nel vallo, e fece dare a l'arme:
e fatto ch'ebbe armar tutti quei fanti
trovò l'angel Gradivo, che si stava
di qua dal ponte con la spada in mano
e 'l scudo in braccio per fermar la gente
Gotta, che sen fuggìa verso la torre,
e disse a lui queste parole tali:
Gradivo, il Re del ciel t'impone e dice
che tu soccorri i cavalier de i Gotti
che sono in rotta, e che ti porti in modo
che Belisario torni entr'a le mura.
Come ebbe detto questo al fier Gradivo,
partissi, e se n'andò dove si stava
l'angel Palladio, che col scudo in braccio
dava favore a Belisario il grande;
onde accostato a la sua destra orecchia
disse: Palladio, il Re dell'universo
ti fa saper che tu ritorni al cielo
e lasci la tutela de i Romani.
Angel Palladio, ancor ch'a mal suo grado
lasciasse 'l capitan, sentendo il messo
celeste, l'ubidì senza dimora;
ma levò prima a Belisario il velo
che la carne mortale avanti gli occhi
gli avea disteso, ond'impediti alquanto
non conosceano i messaggier celesti:
e questo gli levò perché potesse
vederli meglio, e non opporsi a loro.
l'angel Gradivo poi, com'ebbe inteso
ciò che piaceva a la divina Altezza,
presa la forma del gentile Agrippa
principe di Calabria, che nel scudo
avea la tortorella per insegna,
ché si dolea de la compagna estinta,
cridò con voce paventosa ed alta
tanto quanto farian se fosser cento
persone insieme che cridasser tutte;
e poi dicea con quella voce orrenda:
Non avete vergogna, illustri Gotti
belli di forma e di persona grandi,
fuggire inanzi a così poca gente?
mentr'era armato in sella il gran Bisandro
sustenia solo il pondo de la guerra;
or ch'egli è in terra, ognun di voi si fugge.
Pur è qui il fiume, che è senz'alcun varco:
non vi sperate di passarlo a guado,
fermate il passo e rivolgete il volto,
ché qui saranno or or tutti i pedoni
ch'aiuteranvi, e vi faranno spalle.
Così cridò quell'angelo feroce,
ponendo in tutti loro ardire e forza:
onde si rivoltò tutta la gente
che fuggìa inanzi a i cavalier romani;
ben non fu alcun che si voltasse prima
di Turrismondo, il qual senza dimora
si fece dare una possente lancia
e ratto s'avviò contra i nimici.
Dietro a costui seguir tutte le schiere;
e 'l fier Gradivo ora gli andava inanzi
ora a tergo or a lato, avendo in braccio
il scudo eterno, e con orribil voce
crolando l'asta minacciava tanto
che facea paventar tutti e' Romani.
L'eccelso capitan, che lo conobbe,
restò molto confuso entr'al suo petto;
e come il villanel ch'è posto in via,
quando ritruova per camino un fiume
che murmurando turbido e veloce
conduce l'acque sue schiumose al mare,
tutto smarrito si ritorna in dietro
verso l'albergo, e lascia il suo vïaggio;
così fermossi Belisario il grande
e si rivolse a la sua gente, e disse:
Non combattiam contra il voler del cielo,
ma ritirianci a poco a poco, sempre
volgendo il viso al viso de i nimici;
poi fermerenci alquanto in su quel colle
quivi a man destra, poco a noi lontano,
vederem ciò che faran costoro;
e poscia d'indi se n'andremo a Roma.
Così diss'egli, e i rivoltati Gotti
eran già presso a le romane squadre:
poi Turrismondo con la lancia in resta
uccise Miso, giovane eccellente
ch'era figliuol bastardo di Bessano;
e lo toccò ne la sinistra tempia,
tal che morto caddeo giù del destriero.
Dapoi diede a Pannonio nel costato
e morto lo mandò sopra 'l terreno;
questo Pannonio fu fratel bastardo
di Mondo, che morì presso a Salona
insieme con Mauritio suo figliuolo
nel tempo quando l'Affrica fu presa
da Belisario, onde per quelle morti
si fece chiaro il dir de la Sibilla.
Acquilin che ciò vidde ebbe pietate
di quei meschini ed impugnò la lancia;
e colse Melanton ne la cintura,
la qual si ruppe, e fé cader la spada
ch'al fianco avea quell'infelice Gotto:
ma il ferro impetüoso andò sì avanti
che gli passò il bilico e le budella,
ed uscì fuor per le fiaccate rene,
tal che lo fece andare a terra morto;
e nel cader con le sue membra estinte
tolse al vivo Acquilin l'asta di mano:
onde poi molti de la gente Gotta
con gran furor se gli cacciaro addosso,
e ben ch'ei fosse valoroso e forte
e più superbo d'uom che fosse in campo,
pur convenne per forza anch'ei ritrarsi.
Gli altri Romani poi, ch'eran sforzati
dal fiero Turrismondo e da Gradivo,
non si diero a fuggir verso la terra,
e non ardian però di contraporsi
arditamente a l'impeto de i Gotti;
ma a poco a poco si tiraro in dietro
fin che fur giunti al disegnato colle.
Quivi firmossi il capitanio eccelso,
e fé che tutti i cavalier romani
subitamente s'ordinaro a rombo;
ed ei si pose ne la prima punta
avanti a tutti gli altri, e ne la destra
pose Acquilino, e pose in la sinistra
Costanzo e poi ne l'ultima Traiano,
che risguardava la città di Roma.
I Gotti, che vedean quella ordinanza,
tenner le briglie in mano; onde Gradivo,
ch'avea l'effigie d'Aldibaldo presa,
disse in tal modo al principe Fabalto:
Fabalto, andate a Vitige, che viene
qui dietro e mena tutti quanti i fanti;
dittei che faccia due falangi d'essi
che volgan contra sé tutte le fronti,
e 'l spazio che sarà tra l'una e l'altra
sia largo nel principio e stretto al fine
in guisa d'una forfice da sarto:
acciò che noi possiamo uccider tutti
quei cavalier che son ridotti in rombo.
Così disse Gradivo; e 'l buon Fabalto
non udì già quelle parole indarno,
ma se n'andò correndo verso il stuolo
ch'alora alora avea passato il ponte
ed espose al suo re quell'ambasciata:
il qual, come l'udì, chiamò Seresto
e Rubicone e Vallio suoi sergenti
e fidi araldi, e dissegli che tosto
ponessero le genti in ordenanza
secondo ch'avea detto il buon Fabalto;
ma non lo sepper far, che sapean male
e l'ordinanze e l'arte de la guerra:
onde Gradivo, che di ciò s'avide,
se n'andò prestamente in quella parte
e quivi separò tutte le squadre
et ordinolle poscia in giughi e versi
ed in falange antistoma duplare;
ma non sapeano gl'inesperti fanti
poi caminar ne l'ordine di quella,
onde l'un l'altro con diverse voci
si daven leggi, e con parole acerbe
voleva ogni ignorante esser maestro:
tal che mandavan fuor certi cridori
che parean ocche over anitre o cigni,
quando vanno volando intorno al Mincio
e poi cridando posansi in sul prato
che da le voci lor le suona intorno;
così cridavan tutte quelle genti:
onde ordinolle quel celeste messo
me' che poteva, e le condusse avanti.
Quando 'l gran Belisario ebbe veduto
quell'ampio stuolo avicinarsi al colle
con la falange antistoma duplare,
e che vedea che l'angelo Gradivo
la governava e gl'insegnava l'arte,
ben si conobbe giunto a mal partito;
onde le parve, per salvar le genti,
di ritirarsi prestamente in Roma:
e l'aria fatto alor, se non vedea
con l'arco in mano il giovane Fileno,
fratel carnal del principe Acquilino,
ferire i Gotti; e come l'avea colto
qualcuno, e che l'avea mandato al piano,
si ritirava al scudo del fratello
come fa il fanciullin dietro a la mamma;
ed Acquilin spingeva in fuori il braccio
e lo copria col suo pesante scudo.
Ma chi fu, Muse, il primo e chi 'l secondo
ch'alor Fileno saettando uccise?
Grimasco fu il primiero, e poi Pacciro
Ermisio, Gerro, Crobizzo e Turigo,
Ordisio, Geberico, Atanagildo
tutti morti mandò sopra 'l terreno;
il che vedendo Belisario il grande
s'allegrò dentr'al cuore, e poi gli disse:
Fileno mio gentil, va pur facendo
questi tai colpi glorïosi e magni,
ché tu recherai gloria al tuo paese
e gran piacere al tuo diletto padre
che ti mandò sì giovane a la guerra
acciò che tu acquistassi onore e fama
che ti seguisse ancor dopo la morte.
Io voglio dirti questo, e poi farollo:
se 'l Re del ciel mi darà grazia ch'io
liberi Italia da la gente Gotta,
subitamente a te con le mie mani
scelgerò un dono di cavalli o d'arme
o d'una bella giovane discreta,
e tel darò come a guerriero eletto.
A cui rispose il giovinetto ardito:
Eccelso capitanio de le genti,
non bisogna eccitar colui ch'è pronto:
ch'altro disio non ho dentra 'l mio petto
che di far guerra e d'acquistarmi onore;
e giù nel pian, quando incontrammo i Gotti,
molti n'ho posti con quest'arco in terra;
e da poi ch'io son giunto in questo colle
nove saette ho saettato, e tutte
l'ho fitte ne le membra de i nimici.
Ma non so colger quel rabbioso cane
che fa tal scempio de la gente nostra.
E detto questo tolse una saetta
fuor del turcasso, e posela su l'arco
per ferir Turrismondo, e non l'accolse,
perché Gradivo fece andarla in fallo:
pur si cacciò nel petto a Dorpaneo
ch'era figliuol di Vitige, e che nacque
di Malaverga in su la riva d'Agno
quand'el governo avea di quella valle
che poi fu Val de Trissino chiamata;
ma come un bel papavero ne l'orto
grave da la semenza e da la pioggia
piega la testa sua da l'altra parte,
così piegò quel giovinnetto ancora
il capo onusto del suo lucid'elmo.
Poi che 'l gran Turrismondo ebbe veduto
quel empio colpo, e 'l giovane defonto,
fece darsi a Bellino una ginetta,
e ratto la lanciò verso l'arciero
ch'avea posto uno strale ancor su l'arco
per ferir Turrismondo; onde 'l prevenne
con la ginetta, e gli passò la spalla
dal lato manco d'un orribil colpo,
tal che 'l grand'arco gli cascò di mano:
ed egli ancor saria caduto in terra,
se non era aiutato dal fratello
che col scudo il coperse, e fece trarli
fuor la ginetta e poi condurlo a Roma
da Florïano e Rosio suoi ministri.
Alora il Re de la celeste corte
empìo d'ardire e di furore i Gotti,
tal che per forza spinsero i Romani
verso le mura a la Salaria Porta;
e Turrismondo con la spada ignuda
gli seguitava, e gli facea gran danno.
E come il can che seguita il leone èo 'l selvatico porco entr'a la selva,
che si confida ne i veloci piedi
e gli va dietro picicando l'anche,
e poi che morse l'ha, si volge e guarda
la fiera, acciò ch'ei non riceva oltraggio;
così facea quel Turrismondo altero
nel seguitare i cavalier romani:
i quai fuggendo giunsero a le mura
ch'era già quasi il tramontar del sole.
Quivi poi ritrovar la porta chiusa,
e dimandaron che gli fosse aperta:
ma quei ch'avean la guardia di quel luoco
non la volsero aprir, ch'avean temenza
che i Gotti mescolati co i Romani
non se n'entrasser dentr'a la cittade
e gli mandasser tutti a fil di spada;
il che vedendo il capitanio eccelso
cridò con voce disdegnosa ed alta:
Ché non ci aprite, cavalieri ignavi,
pria che ci venga tutto 'l campo adosso?
Aprite adunque, et ubidite al capo:
non vogliate saper più che 'l signore,
che vi farà pentir del vostro fallo.
Così cridava Belisario il grande;
e quei che stavan sopra l'alte torri
non voleano ascoltar le sue parole,
ché non lo conoscean, perciò che l'elmo
e 'l scudo carghi avea di polve e sangue;
e poi color che riportaro in Roma
il gran Massenzo con dolore e pianto
per la Flaminia Porta fur cagione,
che nascesse un rumor entr'a la terra
che Belisario il grande in quella zuffa
stat'era anch'egli combattendo ucciso.
Al fin vedendo il capitanio eletto
che non aprian quella servata porta
si ritirò tra la gran fossa e 'l muro:
e Turrismondo con furore immenso
stava da l'altra ripa in sul destriero
scorrendo il fosso, e ricercando il varco
con gli occhi che parean di fiamma ardente.
Il capitanio alor levando in alto
gli occhi e le palme sospirando disse:
Padre del cielo, i gravi miei peccati
nascosi, e ch'io non so, forse son quelli
che m'han condotto a questa infamia eterna.
Perdonami Signor, se mai t'offesi;
e se non vuoi che per le mie fatiche
torni l'Esperia afflitta in libertade,
lasciala star così; ma non volere
che questo buon essercito romano
sia tutto ucciso da la gente Gotta.
Così diceva lacrimando sempre:
onde mosse a pietà l'eterno Sire,
tal che gli concedeo che fosser salvi;
e gli mostrò ne l'aere una gran fiamma
che diè conforto a le affannate menti.
I buon Roman dopo il celeste segno
fecero un cuneo, ed assaltaro i Gotti
con tal furor, che fur conversi in fuga.
Belisario era 'l primo avanti gli altri;
poi seguiva Acquilino e 'l buon Traiano,
e dietro a lor Bessan, Costanzo e Magno;
e poscia gli altri principi romani
seguian costor con ordine mirando,
ché crescea sempre un cavalier per iugo,
ed era raro e non continuo il verso.
Belisario passò di banda in banda
con la sua lancia Pinamonte acerbo,
ch'era figliuol del principe Aldibaldo
e de la leggiadrissima Orestilla,
che parturillo appreso il bel Benaco
in Bardolin, che è tra Lagise e Garda;
costui cadette morto al primo incontro.
Aquilin poscia uccise il fiero Ermoldo
che per impresa sua portava un drago;
Traian mandò per terra Rondinello,
Bessano Arrigo, e poi Costanzo Anfeo
e Magno uccise il sventurato Ottingo.
I Gotti, visti quelli orribil colpi,
fugiron tutti, e mai non <si> voltaro
fin che non si trovar vicini al campo
che conduceva il re verso la porta;
quivi fermossi ognun, che per la notte
non si potea veder s'erano in fuga:
onde si mescolar con l'altre genti
come impediti da scurissim'ombra.
Ma Belisario non gli seguì molto,
che sopragiunto da la notte oscura
se ne tornò ne la città di Roma;
e fugli aperta la serrata porta,
ché quei di dentro avean pigliato ardire
quando s'accorsen del fuggir de i Gotti.