IL LIBRO UNDECIMO

By Gian Giorgio Trissino

La bella principessa di Tarento,

ch'er'ita in compagnia del buon Terpandro

ne l'ampia sua città per starsi quivi

e per quivi aspettar l'estrema scelta

di chi dovea pigliar per suo marito;

com'ella da Brandizio si divise

incominciò pensar circa il gran stuolo

ch'avea veduto in quel munito vallo,

che certo le parea cosa miranda:

ma sopra tutti il capitanio eccelso

lodava seco, e 'l suo parlar divino.

poi discorrendo gli ottimi guerrieri

de l'onorata Compagnia del Sole

che eletti fur da Belisario il grande

al matrimonio suo, per scegliern'uno,

mirabilmente il forte Corsamonte

gli era piacciuto, e gli avea mosso il cuore;

onde pensando intorno a quel barone

pregava spesso Iddio che lo facesse

far qualche pruova, perché avesse causa

giusta di elegger lui per suo consorte.

E mentre stava in questi almi pensieri,

quasi indivina de la sua ventura

fece una sopravesta di sua mano

tutta coperta di ricami eletti,

ov'era Corsamonte che ferìa

il fier Tebaldo e lo mandava a morte.

Or sendo tutta a quel lavoro intenta,

che generava in lei maggiore amore,

venne fuor di Partenope un barone

ch'avea nome Falerno, ed era stato

gran tempo ne la corte di suo padre,

onde caro l'avea come fratello;

costui le raccontò tutto 'l successo

di Napoli, e com'era andato a sacco,

e come l'onorato Corsamonte

saltò giù de le mura entr'a la terra

e sol s'oppose a tutti quanti e' Gotti:

che pareva un leon ch'in una mandra

entra di notte, e fa tremar gli armenti.

Poi le narrò com'egli al primo colpo

fece cadere il fier Tebaldo in terra

e morto lo lasciò disteso al piano;

e disse come prese il gran castello

ov'era la ricchezza di Tebaldo

e l'onesta Cillenia sua figliuola,

che è il più bel viso che si truovi al mondo.

Mentre la giovinetta udia le belle

pruove narrar del suo novello amante,

si cangiò molte volte di colore

e trasse fuor del petto alti suspiri

che da lei solamente erano intesi;

poi talor dimandava al buon Falerno

del divin Belisario e di Aquilino,

del buon Traiano e del cortese Achille;

ma pur tornava spesso a Corsamonte,

interrogandol ben di parte in parte

de l'armi, del cavallo e del cimiero

ch'avea quel dì nel periglioso assalto;

e dimandava ancor con molto affetto

di che ferita egli amazzò Tebaldo

ed a che modo entrò ne la gran rocca

e come si portò con quelle donne,

e se Cillenia gli toccò per sorte:

né d'altro che di lui curava udire

a cui supplì Falerno ovunque seppe:

ma com'ei poscia fu partito quindi,

ella tornò soletta al suo lavoro

ch'era condotto omai vicino al fine;

e dopo certi suspiretti ardenti

si rallegrò fra sé del suo pensiero,

che divinato avea sì caro effetto

di Corsamonte, che Tebaldo uccise:

onde poi ragunò dentr'al suo cuore

con se medesma, e suspirando disse:

Elpidia, sarà ben che 'l tuo ricamo

si doni a quel signor per cui s'è fatto,

egli è pur stato quel che di sua mano

fece la gran vendetta di tuo padre,

che tu bramavi e disïavi tanto.

Appresso ancor fia ben che tu procuri

d'aver questo signor per tuo marito,

che è il più bello, il più forte e 'l più valente

che si trovasse mai sopra la terra;

e tu non puoi di questo esser ripresa,

ché nessun sa ch'amor ti spinga a farlo,

ma crederà ciascun che tu sii mossa

da mente grata e da pietà paterna:

chiedilo adunque a Belisario il grande,

che non tel negherà per tuo consorte.

Così la bella Elpidia fra se stessa

parlava, e discorrea dentr'al suo cuore;

onde com'ebbe poi fornita l'opra

chiamò Favenzo, il qual Favenzo er'uno

de i quattro cavalier che andor con essa

a trovar Belisario entr'al gran vallo.

Questi era il primo gentiluom che avesse

Tarento, e fu cognato di Galeso,

ch'avea per moglie Ardelia sua sorella,

d'anni maturo e di prudenzia pieno:

tal che l'amava e l'onorava molto,

e riposava assai sopra il suo senno.

Costui fu quel che già le diè il consiglio

d'andare a Belisario, e di riporre

se stessa e tutto 'l stato in man di quello.

Come adunque Favenzo a lei fu giunto

seder lo fece, e poi così gli disse:

Io penso, cavalier prudente e saggio,

ch'aver debbiate intieramente udita èla meritevol morte di Tebaldo

per man de l'onorato Corsamonte,

di che non ebbi mai miglior novella

né che tanto aggradisse a la mia mente;

e però non vorei parere ingrata,

perché si dee la ricevuta grazia

chiuder nel cuore, e dimostrar ne l'opre.

Onde per mandar fuor qualche signale

de l'obligo ch'io tengo a quel barone

vorrei donarli un vestimento d'oro

che tutto è carco di ricami eletti,

con grosse perle e prezïose gemme

che di mia propria man furon distinte;

e manderolli a far questo mio dono,

ed offerirli appresso ogni altra cosa

che noi tenemo in quest'almo paese.

Così parlò la giovinetta onesta,

ed egli a lei rispose in tal maniera:

Signora mia gentil, che per l'etade

e per l'immenso amor vi vuo' dir figlia,

io lodo molto il bel vostro pensiero:

perché la mente grata de le genti

suol esser causa de i gentili effetti

che fanno spesso i generosi spirti,

ch'ella è stimulo e spron de la virtute.

Mandate adunque l'onorato dono

senz'alcuna tardanza a quel signore,

che sarà segno d'animo cortese

e ch'ami la memoria di suo padre:

ma, se faceste ancora il mio consiglio,

di cui non sarà mai cosa migliore,

voi mandareste a Belisario il grande

e gli fareste dimandar di grazia

d'elegger quel signor per vostro sposo,

che non credo giamai che ve lo nieghi.

E penso ancor che 'l Re del cielo incline

a questo onesto matrimonio santo,

avendo posto inanzi a quel barone

il scelerato corpo di Tebaldo;

onde l'uccise, e fece la vendetta

del vostro caro e sventurato padre,

quanto degna sarà questa cittade,

figliuola mia, quanto lodata ancora

sarete voi da tutto quanto 'l mondo

se seguiran queste mirabil nozze:

ch'ognun vi stimerà d'animo grande

e d'intelletto e di giudizio eccelso.

Voi poi vi troverete esser consorte

del miglior cavalier che sia nel mondo,

e che di nobiltà, bellezza e grado

trapassa ogni baron di quella corte:

e tanto più devete esser disposta

a far sì degne e glorïose nozze,

quanto ch'ei dimostrò quel dì nel campo

d'amarvi e quasi d'adorarvi in terra.

Dunque essequite il bel nostro consiglio,

e pregate il Signor de l'universo

che gli voglia largir cortese effetto:

ch'io m'offerisco esser colui che porti

la sopravesta d'oro a Corsamonte,

e che faccia per voi quella richiesta

al vicimperator de l'occidente.

La bella donna con piacere immenso

udì il parlar del cavallier saputo,

onde piangeva e sospirava insieme

per la dolcezza di sì bel consiglio,

ch'era concorde a quel de la sua mente

che per vergogna gli teneva occulto;

però le labbra in tai parole aperse:

Diletto padre mio, che per mio padre

vi tengo e vi terrò mentre ch'io viva;

io son contenta far quel che voi dite,

perché il parlar de gli uomini prudenti

deve esser legge a i giovenili affetti.

Andate adunque a far ciò che vi pare,

ché d'ogni appuntamento che farete

non solamente resterò contenta,

ma loderollo, e lo terrò per buono.

Udito questo, il cavaliero accorto

prese da lei la sopravesta d'oro;

poi la mattina nel spuntar de l'alba

si pose in via con dieci suoi famigli,

e prima s'avviò verso Canosa,

d'indi poi cavalcando otto giornate

si fé vicino a la città di Roma,

ed intrò in essa nel fuggir del giorno.

Quivi alloggiò la sera ad uno albergo

ch'era poco lontan da la Ritonda;

e la mattina, come il sole apparve,

si levò su da l'ozïoso letto

et andò prima al gran duca di Scitia,

e lo trovò nel suo ducale albergo

tutto vestito per andare a corte:

ma come vide il cavalier pregiato,

quasi presago di sì rara nuova,

con volto allegro se gli fece incontra;

onde Favenzo a lui così propose:

Valososo, leggiadro, alto signore

gloria ed onor de i cavalier del mondo,

la bella principessa di Tarento

mi manda a visitarvi, e m'ha commesso

ch'io vi basci le mani, e ch'io vi dica

che avendo inteso che di vostra mano

in Napoli occideste il fier Tebaldo

e feste la vendetta di suo padre,

di che non ebbe mai cosa più grata,

vuol di tal cosa avervi obligo eterno;

e per signal de i suoi pensier divoti

vi manda questa sopravesta d'oro

ch'è tutta carca di ricami eletti

che di sua propria man furon distinti:

e priega che vi piaccia di portarla

per amor suo ne l'onorate imprese;

e se 'l gran Belisario le conciede

grazia, d'elegger voi per suo marito,

il che vogl'ire a dimandarli or ora,

faravvi anco un presente di se stessa:

perché colei che se medesma dona

non può cosa donar ch'abbia più cara.

Come udì questo, Corsamonte ardito

divenne in volto di color di fiamma,

e tal diletto gli ingombrava il cuore

che non potea formar parola alcuna;

ma pur disse a la fin: L'eterno Iddio

pienamente per me grazie le renda

di così degno e prezïoso dono:

ché nol posso far io, né tutte insieme

le Scitie che si stan circa l'Imavo.

Ben quella divinissima proferta

di eleggermi, se può, per suo consorte

voglio accettar, ch'Amor mi stringe a farlo;

e parimente a lei mi dono anch'io,

se ben non sono a sua grandezza equale.

Poi porterò la sopravesta d'oro

e l'alta insegna sua ch'ella mi manda

senza cangiarla mai mentre ch'io viva;

andate adunque a Belisario il grande

a dimandar la grazia che voi dite,

che non posso pensar che ve la nieghi:

et io di ciò sarò tanto contento,

quanto s'io fosse imperador del mondo.

Da poi ritornerete al nostro albergo,

ch'io voglio al tutto che alloggiate meco

fin che vi piaccia dimorarvi in Roma.

Com'ebbe detto questo, prese in mano

la ricca sopravesta, e la distese

sopra una bella e spazïosa mensa;

e risguardolla ben di parte in parte

lodando or questa ben nutrita perla,

or quel grosso rubino, or quel diamante:

ma più lodava l'artificio e 'l senno

de la divina man che le distinse.

Dipoi veggendo se dipinto quivi

ch'uccideva con l'asta il fier Tebaldo,

avea dentr'al suo cuor piacere immenso,

tanto che d'indi non sapea partirsi.

In questo tempo giunse il buon Favenzo

avanti a Belisario, che si stava

nel gran palazzo co i baroni intorno

e disponea le guardie de la terra:

venuto adunque a lui, con gesto umile

gli fece riverenza, e poi gli disse:

Illustre capitan luce del mondo,

la giovinetta Elpidia, che mandaste

con la famiglia sua dentr'a Tarento

per starsi quivi ad aspettar la scelta

di chi devea pigliar per suo marito,

mi manda a riverir la vostra altezza,

e dire a quella ancor che avendo inteso

che Corsamonte uccise il fier Tebaldo

e fece la vendetta di suo padre,

di che non ebbe mai cosa più cara,

elegger lo vorria per suo consorte

e dimostrarsi a lui cortese e grata,

ché tutto 'l popol suo di ciò la priega

e gli amici la essortano e i propinqui.

Onde m'ha spinto ananti i vostri piedi

a dimandarvi questa grazia onesta,

sperando che le debbia esser concessa,

essendo egli un de gli onorati duci

che son ne l'alta Compagnia del Sole

eletta già da voi per questo effetto:

ed ha poi fatta in Napoli tal pruova,

come ognun sa, contra i feroci Gotti,

che non si potrà dir che non la merti;

e tanto più che la città di Roma,

che fu prefisso tempo al dichiarirlo,

si truova or presa ne le vostre mani.

Però, caro signor, non le negate

questa onesta dimanda, e giusti prieghi.

Così diss'egli, e Belisario il grande

già li assentia con gli occhi e con la fronte,

quando il fiero Acquilin, che se n'accorse,

incominciò parlare in questa forma:

Eccelso capitan pien di valore

che siete un forte di giustizia e fede,

s'io pongo mente a le parole prime

che fur dette da voi dentr'al gran vallo

circa il trovar marito a questa donna,

non veggio come possano aver luogo

se la concederete a Corsamonte

prima che i Gotti sian venuti a Roma.

Voi pur scelgeste fuor di tutto 'l campo

la nostra bella Compagnia del Sole:

a cui diceste apertamente alora

che qual poscia di noi maggior prodezze

dimostrerà contra i feroci Gotti

eletto fia da lei per suo consorte.

Ma come si potrà mostrar valore

contra questa tal gente, s'ella ancora

non verrà contra noi con l'arme in mano?

Però ponete indugio a l'alta eletta

fin che i nemici vengano a trovarci,

che sono in strada, ed han passate l'Alpe:

Alor ciascun dimostrerà il su' ardire

e la sua forza, e con le mani ardenti

spargerà tanto sangue in su l'arena,

che sarà noto a tutto quanto 'l stuolo

chi fia più degno di sì nobil donna.

Ma se dicesse alcun che Corsamonte

fece gran prove in Napoli, e che uccise

con le sue proprie mani il fier Tebaldo

facendo la vendetta di Galeso,

e che per questo è da preporlo a tutti;

rispondo lui che è ver che quel barone

non è privo di ardire e di fortezza,

ma non però mi sopravanza tanto

che mi facesse ritirare un passo.

Ei non ha più di me le man di fuoco

né il cuor di ferro, anzi noi siamo equali

di nobiltà, di grado e di fortezza:

né differenti siam molto di etade,

ch'egli ha venticinqu'anni, ed io n'ho trenta;

e però sempre il correttor del mondo

fece la nostra Compagnia del Sole

sedere ad una tavola ritonda,

ove ciascuno è l'ultimo e 'l primiero,

sol per mostrar la equalità di tutti.

Poi nel pigliar di Napoli non credo

d'aver fatto di lui prova minore:

che 'l primo fui ch'entrai dentr'a la terra

per l'oscuro silenzio de la notte

e passai l'acquedutto, e quindi uscito

in mezzo la città, con le mie mani

uccisi Arnesto e molti altri compagni

che stavano a la guardia de le mura;

ed io fui quel che fei sonar la tromba

e diedi il primo segno a quei di fuori

onde ciascun da poi sen venne dentro

chi con le scale e chi per quella porta

che fu da noi primieramente aperta.

E se gli è alcun che Corsamonte ammiri

perché saltò dal muro entr'a la terra,

pensi ancor fra se stesso che quel salto

lo fé parer di me forse più folle,

ma non più ardito, e che s'io non apriva

la porta con prestezza a l'altra gente

che Corsamonte era condotto a morte:

ond'io fui quel che gli salvò la vita,

che fu più che la morte di Tebaldo,

la qual per caso gli è caduta in mano,

e non per far vendetta di Galeso;

bench'io son stato la cagion primiera

di quella, perché intrai ne l'acquedutto

e presi la città facendo in essa

segno ch'io v'era, onde vo' dir ch'io feci

che Corsamonte in Napoli saltasse,

che occidesse Tebaldo e che prendesse

per viva forza l'onorata rocca:

perché la prima causa de i negozi

fa maggior opra che non fan l'estreme,

che senza quella non v'arebbon luoco.

Ma meglio è lasciar ir quel che s'è fatto,

essendo poco a par di quel che resta;

e come i Gotti sian venuti a Roma

provar contra costor le nostre forze,

é mai cessar fin che non sian sconfitti

over constretti a ritornarsi a dietro:

e quel che mostrerà maggior valore

eletto fia da lei per suo marito.

Mentre Acquilin parlava, e che i compagni

de l'alta Compagnia che porta il sole

fremendo confirmavano il suo dire,

vi sopragiunse Corsamonte altiero,

e con poca pazienza e gran disdegno

stette ad udir la renga di Acquilino;

ma come primamente ebbe fornito

il suo parlare, a lui rispose e disse:

O Re del ciel, poi ch'Acquilin s'oppone

sfacciatamente a tutti i miei desiri,

dammi ti priego tanta alta ventura

ch'io mi ritruovi un dì con l'armi in dosso

a patir queste diferenze seco:

ché si vedrà chi sia di noi più forte.

Ma per non lasciar lui senza risposta

dirò queste pochissime ragioni.

Se l'onorata Elpidia aver volesse

il superbo Acquilin per suo marito,

l'arebbe chiesto a Belisario il grande,

e non aria mandato a Corsamonte

quel cavalier col suo mirabil dono;

ma perch'ella è d'altissimo consiglio

e sa ch'ella può tòr chi più gli aggrada

per sposo, eletto m'ha per suo marito,

e mi dimanda al capitanio eccelso

per la sua cortesia, non che bisogni:

ché 'l matrimonio libero esser deve,

e bastali il consenso de le parti.

Quanto al dir poi che con ragione eletto

m'abbia, non vuo' commemorarlo adesso,

per ch'io nol poria far senza lodarmi:

ed io sempre cercai che le mie lodi

volassen per la bocca de le genti

e ne la lingua mia fossen sepolte;

ma dirò ben che questo nostro amico

non conosce se stesso, poi che spera

d'aver per moglie sua sì bella dama.

Pur si devria pensar che pare un corbo

nel suo colore, un cerbero ne gli occhi,

una furia infernal dentr'al suo petto:

tal che una donna non potrebbe amarlo.

Non vuo' poi replicar quel che alor feci

quando fu preso Napoli per forza,

perch'egli è noto a tutto quanto il stuolo;

ben io m'admiro ch'egli ardisca a dire

ch'ei fu cagion che 'l fier Tebaldo uccisi,

send'ei nascoso alor dentr'a quel bucco;

d'onde non uscia mai se 'l buon Traiano

nol trascinava fuor con una fune;

e poi costui s'attribuisce il tutto

sendo de i mille l'un di quei guerrieri

che Paucaro guidò ne l'ampio foro.

Io ben fui sol contra la gente Gotta

e mandai solo il gran Tebaldo a terra

e solo uccisi il scelerato Erode:

onde per questo son chiamato folle

dal mio saggio baron, ch'ha il cuor di cervo.

Ma lasciamo ora il ragionar da parte,

perché le cose d'importanza grande

si dén chiarir con arme, e non con ciance;

vestasi l'arme e monti sul destriero,

ch'i' andarò fuori ad aspettarlo al prato,

al prato di Neron vicino al Tebro:

quivi l'aspetterò fin a la notte,

quivi combatterem, fin che un di noi

rimarrà morto sopra l'erba, e l'altro

ritornerà vittorïoso in Roma.

Così parlò il baron, sì forte acceso

d'ira, che gli occhi suoi parean di fuoco.

Il feroce Acquilin da l'altra parte

tutt'era fiamma, e seco il fier Massenzo

e Mundello ed Olando e 'l bel Lucillo

eran parati per venire a l'arme;

quando il buon Paulo disse in questa forma:

Cari figliuoli miei, che cosa veggio?

Qual furia è intrata dentro a i vostri petti?

Che qui presente Belisario il grande

v'apparecchiate a por le mani a l'arme

senza aspettar la giusta sua sentenza?

Olando gli rispose: Almo barone

d'anni, di senno e di prudenzia carco,

la nostra Compagnia molto si lagna

d'esser privata del sperato onore

prima che mostri il suo valor tra i Gotti;

onde vi accerto che per nostra voglia

Elpidia non darassi a Corsamonte

fin che non siano i Gotti intorno a Roma.

Così diceva il generoso Olando:

ma Belisario, che vedea l'acerba

contesa de i baron de la sua corte,

stava molto suspeso entr'al suo petto,

perciò che gli spiacea vedere adversa

la Compagnia del Sole a Corsamonte,

onde volea cercar di satisfarla:

ché disiava assai che ogni barone

s'affaticasse in quella orribil guerra

per la speranza di sì bella moglie;

Da l'altra parte disïava ancora

che Corsamonte non restasse offeso;

ma non può l'omo in un medesmo tempo

mai satisfare a due contrarie parti.

Pur discorrendo intorno a questa cosa

al fin, li parve esser miglior partito

soprastare, e dare una sentenza

che pasca di speranza ogni guerriero,

onde le labbra in tai parole aperse:

Io veggio ben diletti miei fratelli,

che 'l forte Corsamonte ha tanti merti,

che se gli poria dar questa donzella,

massimamente poi ch'ella il dimanda.

Ma perché gli altri ancor potrebbon fare

prove condegne di sì nobil preda,

mi par di soprastare a la sentenza

per non levare alcun fuor di speranza;

e tu, gentil mio Corsamonte caro,

arai pazienza fin che i fieri Gotti

staranno a campo a la città di Roma;

che come noi gli abbiam cacciati quindi

terminerò chi fia colui che debbia

aver la bella Elpidia per consorte,

ch'alor fia 'l tempo commodo a tal cosa:

perciò che in mezzo de l'orribil guerre

non è ben fatto il far convitti e nozze.

Così parlò quel capitanio eccelso;

ma ben firmato avea dentr'al suo cuore

di dir secretamente a Corsamonte

che a lui si dava l'onorata sposa,

e poi pregarlo di tener celata

questa promessa sua, per non privare

gli altri baroni ancor di quella speme;

e così volea dire anco a Favenzo:

ma la fortuna al suo pensier s'oppose,

che spesso sturba ogni dissegno umano;

perciò che Corsamonte, avendo udite

quelle parole, disse entr'al suo cuore:

Il capitan vuol pur ch'i' abbia pazienza,

ma non la voglio aver, perch'ella è cibo

d'animi vili e di persone inerti;

e prima vuo' morir che mai lasciare

ad Acquilin quest'onorata donna.

E così detto dentr'a la sua mente,

avolse la sua vesta al braccio manco

e pose mano a l'affilato brando,

e ratto s'aventò verso Acquilino,

il quale anch'ei prese la spada in mano;

presela Bocco e presela Massenzo

e Mundello e Catullo e 'l bel Lucillo,

e tutti foro intorno a Corsamonte.

Ei nulla teme, ed or tira una punta

or un man dritto mena, or un riverso,

ora un fendente, e fa mirabil prova:

onde conviene ognun tirarsi a dietro;

e qual selvagio toro in su l'arena

circondato da i cani e da i bifolci,

ch'or questo or quel con le terribil corna

spaventa, e tosto in cerco si fa largo,

né si può ritener ch'ei non persegua

quel ch'a lui fé primieramente offesa;

tal parea Corsamonte in quel conflitto,

cargando sempre adosso ad Acquilino,

il qual si diffendea con molto ardire.

Or eccoti menare al fier Massenzo

un colpo basso verso Corsamonte

che certamente gli aria fatto oltraggio,

se non lo riparava il buono Achille

che dava solo a quel barone aiuto,

ond'era la sua vita e 'l suo soccorso:

perché l'amico è simile a la vita,

come simiglia l'invido a la morte.

Già s'ingrossava la spietata briga,

e già Costanzo con Traiano e Paulo

eran corsi nel mezzo a separarli,

e quasi tutto il stuol prendeva l'arme;

né mai possibil fu che quei baroni

frenar potessen Corsamonte il fiero,

fin che non vide il sangue d'Acquilino

cader a terra, e rosseggiar l'arena,

perché passato avea la coscia manca.

Questo vedendo Belisario il grande

s'accese tutto di disdegno e d'ira;

poi cacciò mano a la possente spada

e venne appresso a Corsamonte e disse:

Corsamonte crudel, tràtti da banda,

se non ch'io ti farò lasciar la vita.

Poi chiamò con gran voce la sua guarda,

ch'eran dugento alabardieri eletti.

Alora il duca si ritrasse in dietro,

più per la riverenza del signore

che perché avesse in sé timore alcuno;

e quegli altri baron dentr'ai lor fuodri

poser le gravi e rilucenti spade.

Il feroce Acquilin da l'altra parte,

che con fatica si reggeva in piedi

pel molto sangue che gli uscitte fuori,

condutto fu da molti suoi compagni

verso la casa sua per medicarsi.

Come quando è cessata una tempesta

ognun si pone a ricercar del danno

che fatto sia ne i culti suoi terreni,

e se lo truova esser leggiero e poco

s'allegra, e da sé caccia ogni paura

che avesse avuta in quello orribil tempo;

così, cessata la terribil zuffa,

essendo sani tutti quei guerrieri

fuor che Acquilino, ognun prese conforto:

ma Belisario con feroce aspetto

si volse inverso Corsamonte e disse:

Baron, superbo e senz'alcun rispetto,

non ti vuo' dar la pena che tu merti

per questo error, da cui non è mancato

di por tutto l'essercito in scompiglio,

che ben è noto a tutto quanto il stuolo

ch'esser devrebbe l'ultimo supplizio:

ma sol ti vuo' punir con questa nota,

ch'io ti trarrò del numero di quelli

che deggian prender l'onorata moglie

ch'ha in dote il principato di Tarento.

E doppo questo disse anco a Favenzo:

Prudente cavallier, quando farete

ritorno al vostro grazïoso albergo,

raguaglierete la signora vostra

del caso che mi muove a non poterle

concieder Corsamonte per marito;

e le direte ancor che scelga un altro

di questi eccellentissimi baroni,

qual ella vuol, che le sarà concesso.

Quando il gran duca udì queste parole,

restò tutto confuso entr'al suo petto;

e poi si dipartì tacito e mesto

col cuor pensoso e gli occhi a terra fissi,

e 'n compagnia del suo fedele Achille

con passi lenti andò verso l'albergo:

e quivi giunto non si pose a mensa,

ma si ritrasse solo entr'al bel orto

del suo palagio, che è vicino al Tebro.

Quivi piangendo e sospirando forte

disse fra se medesmo este parole:

Il mio destino e la fortuna e l'ira

m'han pur condotto a perder quella donna

che m'è più cara assai che la mia vita;

ma non la perderò, se non si muta

dal buon voler che mi narrò Favenzo:

ben ch'io dubito assai, perché le donne

son di natura mobili e leggiere,

né duran molto i loro ardenti amori.

Ma sia ciò che si voglia: io son disposto

non esser d'altra mai mentre ch'io viva;

che l'empio capitan può ben vietarmi

che sposa non mi sia, ma non può tormi

ch'io non l'osservi sempre, e sempre adori.

Ben fu tropo crudel la sua sentenza

e troppo ingiusta, a non voler ch'ell'abbia

per suo consorte un uom che le talenti,

e voler che Acquilin governi 'l tutto.

Deh non star Corsamonte in questo campo

ove non si dà premio a la virtute,

ma proccàcciati pur d'altra ventura!

Perciò che quel baron che cerca onore

non dee mai dimorar sotto 'l governo

d'un capitan volubile ed ingiusto.

E detto questo, uscì del bel giardino,

e se n'entrò ne l'onorata sala:

quivi chiamò Cratidio e Feracuto,

suoi cari e fedelissimi ministri,

e si fece recar le lucide arme,

ch'eran di fino accial fregiate d'oro;

e recate che fur, con gran prestezza

il buon Cratidio glie le messe intorno.

In questo mezzo fece por la sella

al suo destrier, ch'era nomato Ircano:

questo era baglio con le gambe nere

e la coda e le chiome, ed avev'anco

ne l'ampia schena in mezzo de le croppe

una correggia di colore oscuro.

Questo non lasciò mai sopra il suo dorso

sedere alcun, né mai sostenne in sella

se non l'ardito Corsamonte solo,

a cui donato fu, ch'era polledro,

dal re de Ircania nominato Oronte.

Onde 'l feroce giovane domollo,

e solo il pote cavalcare al mondo

mentre che vivo fu sopra la terra.

Questo leggiadro suo corsiero avea

la testa magra, picciola ed allegra,

il petto largo, il collo alto e leggiero,

la schena curta e rilevato il fianco,

le gambe asciutte: e sì le alzava svelte

che 'l piè levato gli toccava il ventre;

poscia nel correr suo pareva un vento,

e fu sì presto, sì animoso e forte,

sì destro al volteggiar, pronto a la mano,

che divinava l'animo del duca;

ma, per recar molte parole in una,

era il miglior caval che fosse in terra.

Or mentre che volea salir sovr'esso

quell'ardito guerriero, e dipartirsi,

vi sopragiunse l'onorato Achille,

e disse a lui parlando este parole:

Diletto mio fratel, che cosa è questa?

Io veggio apparecchiati al dipartire

senza far motto al tuo fedele Achille

che t'ama e caro t'ha più che se stesso?

Parla, non mel celar; fa ch'ancor io

conosca la cagion del tuo vïaggio;

che come non sta ben dar fede a tutti,

così sta mal non si fidar di alcuno.

Questo diss'egli; e Corsamonte a lui:

A che debbio ridir quel che m'offende

s'e' t'è palese, e se vedesti il tutto?

Ma se ti cal di me, come son certo,

monta a cavallo, e dipartianci insieme

da questa gente perfida ed ingrata,

che arà bisogno ancor del nostro aiuto

quando da i Gotti fia cacciata e vinta:

alor mi cercheran ne i lor sermoni,

dannando seco la vergogna e l'onta

che mi fan ora, e chiamerammi indarno.

Così parlaro, e s'accordaron tosto

quei dui summi baroni al dipartirsi:

onde il cortese Achil si vestì d'arme

e venir fece il suo destrier Leando;

e poscia, come fur montati in sella,

subitamente s'allaccior gli elmetti,

ch'avean sovr'essi il bel cimier del sole:

ché non vollen cangiar l'antica insegna,

se ben la Compagnia gli aveva offesi.

D'indi addattaro i scudi al braccio manco,

e col guanto d'accial ch'aveano in mano

poser le lanze d'oro in su la coscia,

e ratto s'avvior verso la porta,

avendo seco dui famegli soli;

perciò che gli altri lor lasciaro in Roma.

Mentre che cavalcavan quei guerrieri,

come se fusser dui cengiali irsuti

che cercan la pastura per le selve,

tornò Favenzo a ritrovare il duca,

ma nol trovò, ch'era partito quindi:

onde ancor egli con la sua brigata

partissi, e s'avviò verso Tarento.

Poi come piacque a la Divina Altezza

tutti arrivaron la seconda sera

ad una gran badia sotto Priverno:

Quivi i baron, vedendo il buon Favenzo,

gli fecer festa ed accoglienze grandi;

poi disarmati se n'andaro insieme

a visitare il reverendo abbatte.

Questi seguia la regola divota

del gran Basilio, ed era un vecchio allegro

ch'avea costumi generosi e gravi:

però gli accolse umanamente tutti;

poi dimandando i nomi di ciascuno,

ed a che fine eran venuti quivi,

intese la cagion del lor vïaggio,

onde si volse a Corsamonte, e disse:

Signore illustre e di regale aspetto,

non vuo', né si può dir, che la dimanda

per voi richiesta al capitanio eccelso

non fusse giusta, debita ed onesta:

ma la vostr'ira ha ben passato il segno,

e tanto v'ha d'oscura nebbia ingombro,

che v'ha fatto partir da l'ampio stuolo,

e sperar d'acquistar con altro modo

la bella principessa di Tarento;

il qual modo non so come fia buono

e come luogo arà contra la voglia

di Belisario e del signor del mondo.

Meglio era certo a supportare alquanto

e non vi dipartir, perché si vince

col tolerare ogni fortuna adversa;

poi quel che ha molta gente al suo governo

convien che retto sia da molta gente,

onde gli è forza usar diversi modi

che son talora contra 'l suo disio.

Pur, se vorrete fare il mio consiglio,

v'insegnerò di guadagnar la donna

e la perduta grazia de i signori,

benché sia cosa lubrica ed inferma

l'avere apo costoro i primi luochi.

Qui presso è la peninsula di Circe,

ch'ha sopra il monte un'odorata selva

di cedri e di verdissimi cipressi:

ove è una fada di valore immenso,

nominata Plutina, che nel volto

par giovinetta, ed è matura d'anni

tal che di età non ciede a la sibilla.

Gran tempo fa ch'ella divenne cieca:

ma se potesse racquistar la vista

faria veder di sé cose mirande.

Poi su quel monte una spelunca giace,

circondata dal mar verso ponente,

ove si truova un venenoso drago

possente e grosso, e di sì dura pelle

che nessun ferro uman non può signarla;

ed una ninfa sola di quel luoco

lo pasce, e sa com'ei si manda a morte:

ma nol vuole insegnar, perch'ella è certa

che come fosse estinta quella fiera

la vita sua non dureria molt'anni.

Or, chi prendesse il fèl di questo vermo

e bene ungesse gli occhi a quella fada,

le renderebbe la perduta luce;

e però cavalier, che 'n vista siete

d'animo invitto e di fortezza immensa,

se voi volete andare a quella impresa

e tentar quest'altissima ventura,

darovvi il modo d'acquistarne onore:

e poi la vista di sì bella donna

vi darà tutto 'l ben che mai saprete

desiderare in questa umana vita.

Stat'era Corsamonte a quel sermone

intento molto, ed era tanto acceso

dal desiderio di sanar la fada,

che un'ora gli pareva esser mill'anni

di ritrovarsi là con quel serpente;

però si volse la vecchio abbate e disse:

Divoto padre mio, poi ch'a voi pare

ch'io vada a liberar quella donzella,

anch'io son pronto e cupido d'andarvi;

insegnatemi adunque com'io possa

acquistar questa altissima ventura,

ché ponerommi subito in camino.

Alora il vecchio andò ne la sua cella,

e ritornò con un libretto in mano,

e disse: Figliuol mio, questo libretto

ha in sé descritto tutto quello incanto,

con certi versi sacri e certi modi,

che se saranno ben servati e detti

farassi andare il gran bissone a morte;

e come voi lo vederete estinto

subitamente gli trarrete il fèle

ed ungerete gli occhi a quella maga,

che le farete ritornar la vista:

di che poi vi farà sì cari doni,

ch'adempierete i bei vostri disiri.

E detto questo gli donò il libretto

ch'avea recato, e Corsamonte il prese

allegramente, e se lo pose in seno;

poscia i baron si dipartiron quindi,

e accompagnati dal divoto abbate

infino a l'uscio de le stanzie loro

rimaser quivi, e poi sedero a mensa

per satisfare al natural bisogno.

Ma come ebber mangiato, si levaro

tosto, e venuti ov'erano i destrieri

gli vider governati, e l'orzo inanzi:

onde tornaro a i preparati letti,

in cui disteser le feroci membra

per riposarle fino a la mattina;

ma Corsamonte mai non chiuse gli occhi,

né ricevete in lor l'amato sonno.

Poi quando apparve in ciel la bella aurora

subitamente abbandonor le piume

e si vestir di panni, e poscia d'arme;

e venuti che furo i lor cavalli

il duca si rivolse al buon Favenzo,

e disse: Almo signor, voi ve n'andrete

verso Tarento a la signora nostra,

a cui vi piacerà di dir ch'io sono

suo servo, e pronto sempre di ubidirla;

e poi le nerrerete il grande oltraggio

di Belisario, e le direte apresso

che s'egli mi facesse ancor più offese

non sarò d'altra mai vivo né morto.

E detto questo lagrimando tacque:

dapoi montò sopra il feroce Ircano,

e in compagnia de l'onorato Achille

prese il vïaggio suo verso 'l ponente.

Ma come ebbe passata la palude

Pontina, e giunto fu su 'l mar Tirreno

volgendo gli occhi verso Terracina

lungo 'l litto del mar vide una fossa

profonda e larga, onde passava l'acqua

salsa che dividea tutto quel istmo,

con un bel ponte ed una porta sopra

che andava a la peninsula di Circe.

Subitamente Corsamonte ardito

la riconobbe perch'era dipinta

nel primo foglio del divin libretto;

onde volse il destriero a quella parte

e disse verso l'onorato Achille:

Frate, noi siamo omai condotti al luoco

ove convienci aver molte fatiche,

se volem far quel glorïoso acquisto

che tanto ci lodò l'onesto abbate.

Così parlando, giunsero sul ponte

e poscia entrar ne la famosa porta

che per grazia del ciel trovaro aperta;

Come fur entro, vennero in un prato

ove era un coro di leggiadre ninfe,

le quai vedendo quei baroni eccelsi èlasciaro il ballo, e se gli fero incontra:

e parimente ancor da l'altra parte

i dui signori dismontaro a piedi

e riverenti se n'andaro ad esse,

che molto allegramente gli accettaro.

Ma sopra tutte l'altre con diletto

e con gran tenerezza gli abbracciaro

Basilia e Stratigea, che aveano il primo

grado che dar si soglia in quella corte.

Eran con esse Eulalia e Dorotea,

e dopo lor venian da lunge alquanto

Arpagia con Calumnia, e Colachia

e Demetria e Geopona e Liea,

Pimenia, Emporia con Trapezia vile;

ed altre donne pallide e deformi

che mai non s'accostaro a quei signori.

Le quattro prime giovani ch'io dissi

dopo le lor dolcissime accoglienze

parlaro a i gran baroni in tal maniera:

Signori eccelsi, onor di questa etade

tanto amati da noi quanto noi stesse,

poi che 'l ciel v'ha condotti in queste parti

vi guideremo a la regina nostra,

ch'ha il maggior regno che si truovi in terra;

la qual di voi farà quella gran stima

che si dee far de gli uomini eccellenti:

e vi farebbe ancor maggior onore

se si trovasse aver l'antico lume.

Così disse Basilia, e per la mano

gli prese, e gli menò dentr'al cortile

d'un gran palagio, di richezza immensa:

tutte le mura eran d'argento e d'oro,

e d'oro i pavimenti e d'oro i palchi,

e di sì belle gemme eran dipinti

che non fu visto mai cosa più ricca;

poi le sedie e le mense e gli altri tutti

vasi ed arnese di quel gran pallagio

pareano tocchi da l'antico Mida

prima ch'entrasse le pattoliche onde.

Come le belle donne ebber condotti

quei gran baroni sotto l'ampia loggia,

e d'indi in un bellissimo sallotto

e poscia in una camera regale,

preser licenza, e quivi gli lasciaro,

acciò che senza impedimento alcuno

potesser disarmarsi a lor bell'agio;

ma quando poscia disarmati foro,

ecco venir due damigelle elette

d'alti costumi e di beltà suprema

con dui robboni di damasco d'oro

e due berette di velluto in mano

con le più belle e le più ricche imprese

che mai vedesser occhi de' mortali;

e giunte avanti lor s'ingenocchiaro

e cominciaro a dirli in tal maniera:

Signori illustri e di virtù miranda,

le quattro belle giovani che v'hanno

guidati in queste fortunate stanze

vi mandan dui robboni e due berette

perché con esse loro andar possiate

ov'è la nostra altissima regina.

E detto questo, gli addataro intorno

i bei robboni, e le berette in testa;

onde 'l gran Corsamonte le rispose:

Tant'è la cortesia di queste dame,

che ci han legato d'obligo immortale;

ma se potremo far quel che speriamo

ancor diran che non saremo ingrati.

Dopo questo parlar, quelle donzelle

preser commiato, e quindi si partiro;

poi fur portati prezïosi vini

e rari frutti ed ottimi confetti

per altre leggiadrissime fanciulle

che parean messaggier del paradiso,

onde i baron si rinfrescaro alquanto.

Ma poco stando poi venner le donne

che gli avean prima accompagnati in casa,

tanto leggiadre e grazïose in vista,

che tutti gli infiammar del loro amore;

e parimente se infiammaro anch'elle,

perciò ch'eran dui giovani eccellenti

che non aveano pari in tutta Europa

di forza, di bellezza e di costumi:

Corsamonte era più grandetto alquanto

di Achille, e pur Achille era ancor grande;

nel resto aveano una bellezza equale,

tutti dui biondi e di regale aspetto,

le barbe d'oro e di pel biondo miste

che non avean provato anco il rasoio;

e gli occhi lor parean due stelle ardenti.

Avean le spalle larghe, ma ne i fianchi

erano asciutti qual leoni o pardi;

il petto er'alto, la persona dritta,

le coscie grosse, e l'altre membra ancora

tanto ben poste ed agili e leggiere,

quanto si possan disiare in uomo:

Ma Corsamonte avea più curvo il naso

e 'l piè più fermo che il cortese Achille,

ed ancor era più veloce al corso.

Come adunque le ninfe intraro in sala,

quei leggiadri baron gli andaro incontra

con tanta cortesia, tanta vaghezza,

quant'aver possa una persona umana;

e quivi furon parimente accolti

da tutte lor con gentilezza immensa,

e poscia Stratigea così gli disse:

Signori illustri e di beltà divina,

non è per mio parer da perder tempo,

ma sarebbe da andare a l'alta grotta

ove dimora la regina nostra,

che tutte noi ve introdurremo a lei;

perché col mezzo di sì gran signora

possiate aver ciò che 'l cuor vostro agogna.

Così diss'ella, e quei baroni allegri

le consentiro, e s'avviaro insieme

verso l'albergo de l'antiqua fada;

ma quando furo al piè de l'alto monte,

ch'era coperto di odorata selva,

videro in essa più di mille buche

ch'andavan tutte in giù verso la terra:

e poi vedeano intrar persone in esse,

altre sedervi appresso ed altre uscirne,

femine tutte, e di diversi aspetti.

Come talora in solitario scoglio

che sia da l'acqua circondato intorno

si veggion pullular molti conigli:

chi di lor esce de l'amato buco,

chi v'entra dentro e chi si lieva rito,

chi pasce l'erba e chi la terra batte

co i piè di dietro e chi scherzando corre;

tal facean quelle ninfe entr'a la selva:

però la bella Eulalia, che conobbe

la meraviglia de i baroni eletti,

sorrise, e poi gli disse in questa forma:

Tutti quei buchi sono entrate e porte

da gire a la spelonca di Plutina;

e quelle donne ch'escono e van entro

sono le guardie e portenarie d'essi.

Ma voi gran duchi converrete entrare

per questa porta altissima di mezzo

ch'ha in guardia Stratigea, che vi conduce;

e la feroce Arpagia tien le chiavi

che da lei quasi mai non si diparte.

E detto questo, poscia entraro in essa

le quattro ninfe co i baroni a canto;

e caminando per l'oscura cava

sassosa e bassa e puzzolente e ratta,

giunsero al fine ov'era la regina,

pallida in faccia e di vedere oscuro,

con veste intorno sordide ed inculte;

e però non credero esserli appresso,

se ben Arpagia la mostrava loro;

fin che non disse Corsamonte a lei:

Siete voi quell'altissima Plutina

che tanto è disïata da le genti?

E Plutina rispose: Io son pur essa.

A cui soggiunse l'onorato Achille:

Siete Plutina voi? Si, son diss'ella.

Poi Corsamonte con parole dolci

le cominciò parlare in questo modo:

Deh se l'eterno Dio v'adorni ed empia

gli occhi di luce acuta più che lince,

ditemi la cagion del vostro male,

che forse vi darò qualche rimedio.

Ed ella a lui rispose: Alto signore,

non vuo' disdire a la dimanda vostra:

non perch'io speri aver da voi soccorso,

ma per mostrarmi facile e cortese

al tempo ch'i' era giovinetta, e vaga

di ritrovarmi dilettosi amanti,

ebbi ardir d'affirmar senza rispetto

ch'io non voleva amar se non i buoni

e i savi e i giusti, e dimorar con loro,

e fuggir tutti i perfidi e gl'ingrati;

onde 'l Motor de le superne ruote

subitamente mi privò di luce,

perch'io non conoscesse alcun di questi.

Così diss'ella, e Corsamonte a lei:

O gran disaventura de' mortali!

Pur il Signore altissimo del cielo

è solamente da le genti buone

amato ed onorato, e non da l'altre;

e poi non vuol che sian da voi vedute

né conosciute mai, se non per caso.

Ma ditemi, signora, s'a i vostr'occhi

si ritornasse la perduta vista,

sareste ancor di quel pensier primiero

d'amare i giusti e d'abitar con essi,

e di fuggire i perfidi e gl'ingrati?

Si sarei, rispos'ella, che è gran tempo

che veduto non ho persona giusta.

Ed ei rispose sorridendo, e disse:

Meraviglia non è se voi che siete

priva di vista non vedete i giusti,

che noi che gli occhi avem non ne vedemo.

Ma datevi pur pace, alta regina,

ch'io spero in brieve con le mie fatiche

di farvi racquistar l'amata luce.

Ed ella: Molto mi sarebbe caro,

ché non è ben alcun, sopra la terra

che sia sì grato a l'uom quant'è 'l vedere.

Ma temo, lassa, che 'l voler divino

sarà contrario molto a questa impresa;

ond'egli poi per l'arroganza vostra

potria mandarmi qualche altra ruina.

E Corsamonte: O timida che siete,

voi non sapete, no, le vostre forze.

Certo, se voi racquisterete il lume,

non sarà su nel ciel valor sì grande

ch'agguagliar possa la possanza vostra:

ciò che si truova grazïoso al mondo

e che risplende fra la gente umana

per voi sola si fa, per voi s'adorna

l'acqua e la terra di bellezze immense,

perché ogni cosa a voi s'inchina e cede.

Dunque se voi racquisterete il lume

sen verrà giù dal ciel la bella Astrea:

onde governerete il mondo insieme,

e gli ritornerete il secol d'oro.

Così parlò l'ardito Corsamonte,

a cui rispose l'onorata maga:

Signor, se 'l fate, io vi sarò tenuta

sempre, e non uscirò del vostro albergo

fin che starete in questa umana vita.

Così detto e risposto, i gran signori

si dipartiro, e con le quattro ninfe

se ne tornaro a la divina stanza.