IL LIBRO XVIII
Vedeasi ancora in ciel la bella stella
che non s'asconde a l'apparir del giorno,
quando 'l Motor de le sustanze eterne
mandò dal suo bell'occhio opposto a Marte
l'angel Contenzïoso fra i Romani:
questi co i segni de la guerra in fronte
discese in campo Marzio, ove per tempo
s'incominciava a ragunar la gente
ch'avea prenduto cibo per trovarsi
più vigorosa a la battaglia acerba.
Come fu quivi, quel superbo messo
gridò con voce paventosa ed alta
che si sentì per tutte le contrade
di Roma, come fa l'orribil trono
quando accompagna i fulguri di Giove;
tal che destò ne' petti de i Romani
ardire e forza e sì sfrenato ardore
di sangue e d'arme, ch'a ciascun pareva
il ritrovarsi a fronte co i nimici
più dolce assai che riposarsi in casa.
Belisario dapoi con alta voce
comandò che ciascun prendesse l'arme;
ed egli armossi: e prima i sproni d'oro
si pose e le schiniere, e poi le arnise
tutte di ferro lucido e dorate
mirabilmente là presso al genocchio;
e sopra l'assettato suo gipone
si pose i fiancaletti, e poi si cinse
a i stretti fianchi la sicura falda,
d'una maglia finissima d'acciale,
che solamente ne le parti estreme
aveva un fregio di magliette d'oro.
Poi sopra queste pose la corazza
che 'l gran Giustinïan gli aveva donata
quando 'l mandò in Italia a liberarla:
questa fu prima d'Atila feroce,
e Zelibe donolla al buon Giustino
quando con lui fé lega contra i Persi,
la qual fu poi cagion de la sua morte.
Questo era tutta di sì fino acciale
che nol potea signar taglio di spada,
e risplendea come brunito argento:
questa avea dui serpenti intorn'al collo
d'oro e di smalti varïati in modo
ch'esser parean la figlia di Taumante
quando nel cielo appar dopo la pioggia,
e ne l'estremo lembo un fregio d'oro
la scorrea tutta con mirabil arte.
Poi fece porsi i braccialetti in braccio,
fregiati d'oro anch'ei presso a la mano:
indi gli fu vestito un bel saggione
di brocato gentil, cargo di perle
rotonde e grosse e di bianchezza immensa.
Da poi si cinse l'onorata spada,
col manico di prasma e 'l fodro d'oro,
e 'l pugnaletto avea da l'altro fianco,
guarnito anch'esso di mirabiol gemme.
Fecisi anco allacciare i gran spalazzi
fregiati d'oro, e prese i guanti in mano,
e la celata si fé porre in testa
di gemme adorna e di purpuree penne.
Dapoi salì sopra il suo buon Valarco,
ed avviossi al gran campo di Marte
co i suoi dugento alabardieri intorno:
e 'l giovinetto Elpisto avea davanti,
ch'era figliuol de l'onorato Magno;
questi portava a lui la lancia e 'l scudo
e l'elmo eletto col cimier del sole,
l'elmo non manco buon di quel d'Achille
che fece a Teti il protettor di Lenno.
Poi dietro al capitan, baroni e duchi
givano armati di finissime arme:
il splendor de le quali era sì grande
che se n'andava fiammeggiando al cielo,
e la bella Giunone e 'l biondo Apollo
per acquistarli ancor maggior vaghezza
gli facea l'aria scintillar d'intorno.
In questo tempo il generoso Agrippa
parimente s'armò di lucid'arme;
e sopra quelle pose un bel saggione
di veluto rosin consperso d'oro
che la bella Cillenia sua consorte
ricamato gli avea con le sue mani
quand'era ne l'albergo di Costanzo,
e poscia appresentollo al suo marito
mentre s'armava per andare al campo:
ond'ei con meraviglia riguardollo
e poi le disse: Cara mia consorte,
arestu mai disfatti gli ornamenti
de le tue membra per coprirmi l'arme?
Ed ella: Signor mio, molto più caro
ornamento mi fia quando ciascuno
esser vi creda di eccellenzia tanta
quanta parer solete a gli occhi miei.
E mentre ciò dicea, le belle guancie
di rugiadose lacrime bagnava,
ch'a mal grado di lei si dimostraro.
Ma come Agrippa fu così vestito,
s'accrebbe in lui la natural bellezza,
e dimostrò i costumi alti e regali:
onde prese la briglia del cavallo
ed alzò il manco piè per porlo in staffa.
Alor Cilenia disse a quella gente
ch'era ivi intorno: Trattevi da parte,
ch'io vuo' dire due parole al mio consorte,
e tutte le persone s'allargaro.
Ed ella, volta a lui, così gli disse:
Signor mio caro, se mai donna in terra
amò il marito suo più che se stessa,
credo ch'a voi sia noto ch'io son quella:
né di ciò voglio numerare i segni,
che i fatti il mostreran più che le voci.
Nondimeno io vi giuro, essendo tale
com'io vi dico, e di sì caldo fuoco,
ch'io vuo' più tosto andar con voi sotterra,
sendo onorato e glorïoso al mondo,
che star in vita vergognosa e vile,
moglie d'un uom che sia privo d'onore.
Oltre di questo, so che voi sapete
ch'a Belisario avemo obligo eterno:
perciò che essend'io presa in le sue mani
non m'ha tenuta come serva o come
libera in vita disonesta e vile,
ma a voi serbata m'ha non altrimente
che s'io fosse moglier d'un suo fratello;
onde promessi a lui, quando fu morto
l'animoso Costanzo, ch'egli arebbe
un uom miglior di quel ch'era defonto:
però mandai Salvidio a dimandarvi.
Serbate adunque a lui la mia promessa
e dimostrate il vostro alto valore.
Così diss'ella, e 'l buono Agrippa molto
ammirò il suo parlare, e poi tocolli
la spalla, e disse risguardando al cielo:
O sempiterno Dio, fa ch'io sia degno
marito di Cillenia, e degno amico
del vicimperador de l'occidente.
E detto questo, mise il piede in staffa
e salì leggiermente in sul destriero,
ch'era coperto di minute piastre:
e volendol spronar, la bella donna,
non avendo altro che basciar di lui,
gli basciò quelle piastre del cavallo.
Poi mentre andava il generoso Agrippa
in Campo Marzio a ritrovar la gente,
a passo a passo ella gli andava dietro:
onde rivolto videla, e le disse:
Cillenia, ove ne vai? Tornati a casa.
Ed ella, udito questo, ritornossi
indietro a la sua stanza, accompagnata
da i fidi servi e da le buone ancelle.
Agrippa aggiunse il capitanio eccelso
ne la Via Lata, e salutollo; ed egli
con accoglienzia grata lo raccolse:
poi ragionando l'uno e l'altro insieme
tosto arrivaro al deputato luoco.
Ma come il capitan fu ne la gente,
che tutta in Campo Marzio era adunata,
andò il gridar d'ognun fino a le stelle:
e 'l Re del cielo, in segno de le morti
ch'esser doveano in quello aspro conflitto,
mandò ruggiada sanguinosa in terra.
Alora il capitanio de le genti
scese giù del destriero, e poi salìo
sopra un suggesto e disse este parole:
Sappiate, valorosi miei fratelli,
che non per tema de i nimici nostri
né perch'io creda in voi minor virtute
né minor forza de la gente Gotta
ho differito tanto il fatto d'arme;
ma perché, avendo molte volte vinto
con poca quantità de i miei soldati
un numero infinito de i nimici,
mi parea meglio andar per quella strada,
ch'io trovai buona, che tentarne un'altra
ch'esser porìa periculosa e trista:
perché la nuova esperïenza sempre
suole esser men sicura de l'antica.
Pur vedendo or tanta prontezza in voi,
e gir con tanto ardore a la battaglia,
prendo dentr'al mio cuor molta speranza:
né voglio darli impedimento alcuno,
ché l'animosa voglia de i soldati
spesso fu causa di vittorie grandi.
Veramente i' conosco che voi siete
di virtù d'arme assai miglior di loro:
il che mostrato avete in molte zuffe,
ne le quai tutte sempre avete vinto
con poca quantità le schiere immense.
Fate che parimente in questo giorno
la virtù vostra si dimostri chiara:
che questo dì darà il giudizio fermo
di ciò che arete fatto in questa guerra.
Voi combattete per la patria vostra
e per la libertà d'Italia tutta
contra quei ladri che ve l'han rubbate:
e le racquisterete in questo giorno,
se voi sarete equali a voi medesmi;
né solo arete in questo il nuovo aiuto
de la gran gente che menò Narsete
e del popol di Roma, omai maestro
fatto ne l'ordinanze de la guerra,
ma ancor da i Gotti, che provate avendo
le vostre forze, e che fur sempre vinti,
non aran più con voi l'usato ardire.
Andiamo adunque arditamente fuori
a far questa onorevole giornata:
spendete arditamente le saette,
non risparmiate né cavalli od arme:
ché tutto quel che ognuno arà perduto
ne la battaglia acerba contra i Gotti
da me reso gli fia molto migliore.
Così parlò quel capitanio eletto;
e tutte quelle schiere ch'eran ivi
cridaro ed accettaro il suo parlare:
onde disceso poi giù del suggesto
condusse quelle genti a la campagna
tra la Pinciana e la Salaria Porta,
e quivi le ordinò, tenendo prima
il destro corno per la sua persona,
ov'eran posti molti de gli aiuti
de i colligati principi del mondo;
e tutti aveano i lor prefetti avanti,
Cosmondo, Albino, Gordio e 'l fier Suarto
e la gentil Nicandra e 'l forte Arasso.
Da l'altra parte, nel sinistro corno,
volse che fusse il buon figliuol di Araspo
con altretanta parte de li aiuti,
ch'aveano anch'essi i lor prefetti avanti:
il re de' Saraceni e 'l re de i Lazi
e quel d'Iberia e quel de gli Azumiti,
ch'era re nuovo, nominato Azemo,
e fatto in luogo del fratello Adardo
che Turrismondo uccise a Ponte Molle;
fuvvi anco Teodorico e 'l grande Olimpo.
Poscia ordinò le legïoni in mezzo,
ch'erano quattro, co i tribuni avanti:
onde Acquilin con gli altri suoi compagni,
che la Seconda Italica reggea,
stava a man destra appresso il destro corno;
e in piè di Corsamonte era Tarmuto
col fier Mundello e con Sertorio e gli altri
che l'Italica Prima aveano in cura,
ch'andaro al lato del sinistro corno.
Ma Valeran, che venne con Narsete
e con le nuove legïon, fu posto
con la Italica Terza in mezzo il stuolo
dal lato di Acquilino; e poi Canonte,
ch'avea la Quarta, andò presso a Tarmutto,
onde 'l mezzo tenean de la falange:
ne la qual poi le genti de gli astati
tutti ordinò ne la primiera fronte
a sedeci per fila, e i capi avanti;
e dietro a questi ne la istessa forma
ordinò i principai da lunge alquanto:
poi col genocchio in terra i buon triari
stavano in dietro a l'ultime riscosse;
e ne' gran spazi ancor ch'avea lasciati
tra l'una e l'altra legïon vi pose
i veloci e gli arcieri e i balestrieri,
acciò che quindi primamente usciti
dovessen dar principio a la battaglia.
Orsicin con le machine nel mezzo
pose, tra l'una legïone e l'altra
che reggean Valerano e 'l buon Canonte;
e poscia a canto di ambedua le corna
volse locare i cavalieri in rombo:
e 'l buon Agrippa quei del corno destro
reggeva, e 'l bel Sindosio quei de l'altro;
e gli strasordinari aveva posti
in ordinanza dietro al destro corno,
e gli serbava per la sua persona,
da dare aiuto ovunque era bisogno.
A questo modo il capitanio eccelso
ordinò le sue genti a la battaglia.
Da l'altra parte i furibondi Gotti,
com'ebber viste le romane schiere
fuor de le mura, e porsi in ordinanza,
s'armaron tutti con furore immenso,
e venner fuor de i lor muniti valli:
Vitige prima e Turrismondo altero
erano avanti, col feroce Argalto;
e poscia Teio e Totila e Bisandro,
Aldibaldo, Unigasto e Rodorico
seguian con gli altri principi e signori.
Ma come furon ragunati insieme,
Vitige re si volse ad Unigasto
e disse: E' ben ch'andiate a Ponte Molle
con cinquecento cavalieri armati,
e custodir quel passo, acciò che quindi
non ci assalisse la nimica gente.
Così gli disse; ed ei tosto si mosse
per essequir la voglia del signore.
Poi Vitige rivolto a i suoi soldati
aprì la bocca sua con tai parole:
Parrà forse ad alcun che per timore
ch'i' abbia di perder l'acquistato impero
v'essorti spesse volte a la fortezza:
questo certo non è, perch'io non temo
né morte né depor questa corona
per la salute de la nostra gente;
Anzi vorrei la mia purpurea vesta
lieto spogliarmi, per vestirne un altro
signor che fosse anch'ei de i nostri Gotti.
Ma bene ho dentr'al cuor molto dolore,
ché questa nostra glorïosa gente
diverrà serva di persone esterne,
se la vostra virtù non la difende:
siate animosi adunque, e non schivate
d'aver ne l'arme glorïosa morte,
perché la morte glorïosa sempre
suol fare illustre la passata vita,
e, venga quando vuol, non è mai presta.
Se questo penserete, io veggio vinte
agevolmente queste poche genti
da voi, che son la fece de i Romani,
fatte superbe per li nostri mali
e per le ingiurie molte che ci fanno;
ma ben di tutto porteran la pena,
se sveglierete la virtù ch'è in voi
e se risguarderete al vostro onore
ed a la gloria de gli antichi nostri.
Così parlò quel re, feroce in vista,
e poi gli pose tutti in ordinanza,
ponendo in mezzo gli animosi fanti
e i cavalier ne l'uno e l'altro corno.
Alor si vide Turrismondo altero
uscir de l'antiguardia avanti a gli altri
come si vede uscir la fiera stella
del Cane fuor de le densate nubi:
ed avea l'arme sue tanto lucenti
quant'è il splendor de i fulguri del cielo;
né solamente si vedea tra i primi,
ma spesso tra i mezzani e tra i postremi,
come se fosse in lui tutta la cura
di quella armata e numerosa gente.
vennero ancor dal ciel per darli aiuto
l'angel Gradivo e la Contesa acerba:
la Contesa avea il Crido ed il Tumulto
seco, e Gradivo avea l'orribil asta.
Quando 'l gran Belisario ebbe veduto
uscire i Gotti arditamente al campo,
discese giù del suo destrier Vallarco
e ratto se n'andò di squadra in squadra
per destar meglio in loro anima e forza;
ed a quei ch'eran pronti a la battaglia
dava ardimento con parole tali:
So che non vi scordate, o buon Romani,
del vostro ardire e de l'usate forze;
onde per voi sicuramente spero
ch'oggi farem vendetta de le offese
che fatte ci han questi ribaldi Gotti,
ch'hanno spogliato e dirrubato il mondo;
e pria porrem l'Italia in libertade,
dapoi saccheggerem gli alberghi loro
e condurremo ne le nostre navi
le lor mogliere e i pargoletti infanti.
Ma se vedea qualcun di quelle schiere
che fusse lento e timoroso in vista,
lo riprendea con tal parole oneste:
Credo che non sappiate esser Romani,
e che 'n tutto vi sia di mente uscita
la vera gloria de gli antichi nostri:
così vi veggio star suspesi e lenti,
e riposar come cervette stanche
che non conoscon né vigor né forza.
Itene allegri a l'onorata zuffa,
che 'l Re del cielo a noi porge la mano.
In questo modo Belisario il grande
giva essortando l'ordinate schiere.
Ma come fu vicin l'un campo a l'altro
quanto un buon gettetor trarrebbe un sasso,
subitamente rimontò a cavallo,
e poscia fece condensar le squadre,
onde ciascun di lor si volse a l'asta;
e quivi si fermò la destra fila,
poi la seconda fece un passo inanzi
e quella ch'era terza ne fé dui,
la quarta tre ne fece; e così ognuna
od'un passo avanzò l'altra, onde vicine
si fro a un tempo, e poi tornaro al dritto.
Alor fermossi il primo giugo, e gli altri
giughi si fecer parimente avanti
come le file; e così furon densi,
che 'l mezzo di ciascuno era dui piedi
sì come prima n'occupavan quattro.
E fatto questo, il capitanio ardito
gli fece il segno dar de la battaglia:
onde i veloci fanti con gli arcieri
e con color ch'avean balestre e fonde
usciron fuor de i spazii ov'eran posti,
e ratto se n'andor contra i nimici:
ed i nimici contra loro andaro
ferocemente con saette e lance
e poco stando i cavalieri ancora
de l'una e l'altra parte s'incontraro,
e dietro a lor le legïoni armate
con ordine mirabile fur mosse
secondo il comandar del capitano.
Alor si cominciaro a sentir cridi
ed urti di cavalli, e romper lance
ne i forti scudi e far votar le selle,
e gemiti di gente che morìa
e voci altere di chi dava morte.
E come quando vengon dui torrenti
da gli alti monti in qualche ombrosa valle
ove congiungon le lor turbide acque,
che son cresciute da veemente pioggia
e da l'entrarvi assai fossati e rivi,
fanno sì gran rumor che de lontano
il pastorel che pasce le sue gregge
onde ne i monti il strepito de l'onde;
così nel mescolar di quei gran stuoli
s'udìa da lunge un strepito sì grande
che penetrar potea fino a le stelle.
Alor si vide il capitano eccelso
non stare indarno, e non fuggir fatica
né schivare i perigli de la guerra:
perch'ora se n'andava al destro corno
co i suoi strasordinari a darli aiuto,
ora al sinistro, ed ora era nel mezzo,
sempre aiutando i deboli e gli oppressi;
ma vedendo che i Gotti instavan molto,
ch'aveano assai più numero di gente,
onde sempre avanzavan del terreno:
temendo non rompesseno i Romani
diede la sua celata al bello Elpisto
e da lui fece darsi il lucid'elmo
e parimente ancor la lancia e 'l scudo,
e poi spronò Vallarco verso i Gotti.
E primamente uccise Galerato,
ch'era fratel di Vitige e reggeva
la città di Forlì press'al Montone:
a questo pose il ferro entr'a la vista
de l'elmo, e penetrò fin al cervello,
onde subito cadde in terra morto
con gran romor, come robusta quercia
che sbarbata dal vento a terra caschi;
e dietro a lui trovossi il forte Adolfo,
che fu figliuol di Arnesto e di Marina,
sorella già del misero Teodato:
questi, ferito anch'ei da l'empia lancia
di Belisario, e nel passare avanti,
morto se ne caddeo sopra il terreno.
Uccise poi Garbin, ch'era fratello
del fiero Argalto ed Abano e Rubesto:
questi eran tutti tre congiunti insieme,
e fatto avean tra loro un pensier folle,
che fu che se 'l primiero era sforzato
dal capitanio abbandonar la sella,
che gli altri dui farian la sua vendetta;
perché, trovando il capitan disconzo,
con le lor lance poi l'arian ferito,
e forse gli arian data acerba morte.
Ma questo fatto andò d'altra maniera:
perché come Garbin fu prima tocco
da Belisario con la forte lancia
sotto la poppa manca, si distese
morto sul piano, e morsicò il terreno;
Abano caldo poi da l'ira e sdegno
de la fraterna morte, in mezzo al scudo
del capitano pose la sua lancia,
che rotta se n'andò volando in pezzi:
ma non lo mosse, come fosse un scoglio
che sia percosso da terribili onde;
e Belisario pose mano al brando,
e lo ferì d'un colpo ne la gola
che fece andarlo palpitando al piano.
Dopo la morte d'Abano, Rubesto
ruppe anch'ei la sua lancia entr'al gran scudo
del forte Belisario, e non lo mosse:
mad ei tirolli un colpo in mezz'al naso
col brando, e lo partì fin a le labbra;
poscia andò inanzi quella fiera punta
e dentro penetrò fin al cervello,
onde l'alma gli uscì fuor de le membra.
Non altrimente un fier leone ardente,
quando talor s'incontra in un drapello
di male accorti e giovanetti cervi
che da la madre sua non sian lontani,
tosto co i denti le lor carne frange
tenere e l'ossa, ed ella per paura,
se ben gli è appresso, e la sua morte vede,
dentr'a le selve ratto si nasconde,
ché sa che non può darli alcun soccorso;
così né i Gotti né il feroce Argalto
poteron dare a i giovinetti aiuto,
ma si fuggiro inanzi al gran Romano
e si rittrasser fra le armate genti.
Arbengo dopo lor gli venne contra,
ch'era cugin di Turrismondo altero:
e menò un gran fendente al capitano
sopra il buon elmo, e 'l capitan vi pose
la spada sotto, e quella andò sì inanzi
ch'Arbengo la toccò col fin del braccio
vicino al polso, onde la destra mano
con la spada ch'avea gli cadde in terra;
e Belisario anch'ei menò un fendente,
e quel meschin lo riparò col braccio
sinistro, perch'avea lasciato il scudo,
e l'altra man gli fé cadere al piano:
così lasciollo il capitanio andare
co i sanguinosi mocherin tra i Gotti
che già si cominciavano a ritrarsi
e non potean durar contra i Romani.
I pedoni uccidevano i pedoni,
i cavalieri i cavalieri, e molta
polve moveano i piè de i lor cavalli;
e come il battador verso la sera
la biada avventa ch'ave il giorno scossa
fuor de la paglia co i commessi legni
per far dal grano separar le ariste:
lo geta con la palla incontra 'l vento,
e quello indietro fa tornar la bulla,
onde l'avventador tutto se imbianca;
così 'l gran capitanio de le genti
co i suoi Romani s'imbiancavan tutti
da la polve levata da i cavalli
e da i lor piè, ch'infino al ciel salia:
poi così polveroso e pien di sangue
giva occidendo, e comandando a gli altri
che non dessen riposo a le lor spade.
Ma come spesso in una selva folta
di grassi pini e di nodosi abieti
s'apprende il fuoco, e ratto si diffonde
in ogni parte dal soffiar del vento,
onde a terra ne vanno arbori e piante
sforzati dal furor di quelle fiamme;
così vedeansi andar le teste Gotte
a terra inanzi a Belisario il grande.
L'angel Gradivo con mirabil arte
tenìa lontano Turrismondo altero
dal sangue, da la polve e da le morti,
ché così volle il gran Motor del cielo;
onde lo fece ritornar nel vallo
per medicare il sventurato Arbengo
che dimandolli lacrimando aiuto:
quivi pensò di medicarlo prima
e poi tornare a far di lui vendetta.
Il capitanio poi seguiva i Gotti,
e comandava a gli ottimi Romani
ch'instassen contra lor ch'erano in fuga:
e già fuggian come smarriti armenti
che vedeno il leon presso a le mandre;
ma quando i Gotti fur presso a la porta
del gran steccato, si fermaron quivi,
perch'era chiusa e non poteano intrarvi.
Alora Argalto volse il suo cavallo
e saltò in terra e prese un'asta in mano,
e giva per le squadre ed essortava
i Gotti a rivoltarsi e far difesa,
e così fece raffrenarli alquanto
e rivoltarsi contra i buon Romani;
e i buon Romani rinforzor le schiere,
e cominciossi alor nuova battaglia.
Ma voi ch'avete in ciel divino albergo,
vergini Muse, or mi donate aiuto
acciò ch'io possa ben spiegare in carte
l'alto valor del capitanio eccelso,
che stette arditamente inanzi a tutti.
E prima contra lui si mosse Arnoldo,
ch'era figliuol del perfido Ulïeno:
e parturito fu presso a Sonzino
da la bella Matelda sua consorte;
poi quando fu cresciuto ai diciott'anni
tolse per moglie Lesbia, unica figlia
del conte di Soragna, che gli diede
quel bel castello e molta robba in dote:
ed ebbe un figliuolin di questa donna,
da poi lasciolla gravida et andossi
col re de' Gotti a por l'assedio a Roma;
or questi primo uscì fuor de le schiere,
credendo uccider Belisario il grande:
e lo ferì d'un'asta in sommo al scudo,
e giunse appunto ne le corna al tauro
che v'era posto in mezzo per insegna,
e poco lo passò, perché firmossi
nel legno ch'era fra una piastra e l'altra.
Il capitanio alor prese con mano
quella bella ginetta, e gliela tolse;
poi la rivolse a quel contra la testa
subitamente, e gli percosse il collo
e tutto lo passò di banda in banda;
e fél cadere in terra, onde convenne
dormire in essa un dispietato sonno.
Quando Ulïeno vide il suo figliuolo
andar ferito a morte in su l'arena,
ebbe un doglia smisurata al cuore;
ed essendo ivi appresso con un'asta
passò la mano al capitanio eccelso:
e benché la puntura gli dolesse
non però volse abbandonar la pugna,
ma ratto se n'andò contra Ulïeno,
e con un colpo gli tagliò la testa;
d'indi si pose ne la maggior calca
de i Gotti, e con la spada e con la lancia
ne ferìa molti, e n'uccideva tanti
che scompigliava ancor tutte le schiere
e faceale fuggir dentr'al gran vallo,
ch'aperto fu da i figli da Danastro,
Portundo e Rubaconte: il qual Danastro
fu morto da Massenzo a Ponte Molle.
Questi eran di grandezza equali al padre,
e non di minor forza e manco ardire:
e fur lasciati a guardia del steccato
dal re de' Gotti alor ch'egli uscì fuori
per fare il fatto d'arme co i Romani;
e gli comise che tenesser chiusa
la porta, mentre stava in quel conflitto:
e così fatto avean, tollendo dentro
Arbengo solamente e Turrismondo;
ma poi vedendo i Gotti essere in fuga
l'apersen tutta, per salvar la gente.
Ed essi sopra quella si fermaro
da l'uno e l'altro alto de la soglia:
che parean due gran piope alte e superbe
che 'l villanel nutrì presso a la porta
del suo tugurio, o de l'amate mandre,
ch'hanno le piante ferme in sul terreno
e con le cime van fin a le nubi;
così pareano quei baroni alteri
sopra la porta a tuor la gente dentro
che dal gran capitanio era cacciata:
il qual non ebbe impedimento alcuno
da la ferita sua mentre era calda;
ma come la nettò, cessando il sangue,
sentì nel corpo suo dolori amari
simili a quei d'una leggiadra donna
che si ritruovi esser vicina al parto,
che doglia sopra doglia ognor la ingombra;
così i dolori acuti un sopra l'altro
nel capitanio eccelso si destaro,
tal che deliberossi andare in Roma
per medicarsi, e disse al buon Narsete:
Signore illustre e di valore immenso,
io vuo' lasciarvi il pondo de la guerra
e di espugnare i valli u' son ridotti
i nostri timidissimi nimici,
ch'io non posso più stare a la campagna,
tanto dolor mi fa questa mia piaga:
però voglio ridurmi entr'a le mura
per trovar, s'io potrò, qualche rimedio.
E detto questo, rivoltò Vallarco
e s'avviò di trotto verso Roma.
Il feroce Acquilin nel destro corno
facea del suo valor prove mirande,
e tutti e' Gotti gli fuggiano avanti,
come timidi cervi inanzi a i cani;
e tanto gli cacciò, che ne la porta
entrò con essi del superbo vallo,
e quivi uccise i figli di Danastro.
Questi, come intrar videro il guerriero
chiuser la porta, e poi gli andaro addosso
per darli entr'a quel vallo acerba morte:
e Rubaconte lasciò gire un'asta,
sperando di ferirlo in mezzo 'l petto;
ma colse ne la fronte il suo destriero,
e dentro se n'andò fin' al cervello,
onde quel buon caval caddé per terra
col feroce Acquilino, il qual non perse
per quel disconcio l'animoso ardire:
ma saltò in piè come se fosse un gatto,
e con la spada in man percosse il ventre
de l'empio Rubaconte, con tal colpo
che fece andar le sue budella in terra.
Dapoi cacciossi adosso al fier Portundo,
et e' s'andava ritirando sempre,
che sempre correa gente in suo soccorso.
E Turrismondo, che sentì il rumore,
avendo fatto medicare Arbengo
corse ancor ei con gli altri a quella zuffa,
ch'eran già fatti un numero sì grande
che parea posto tutto quanto il stuolo
intorno a quel fortissimo barone:
il qual si diffendea con tanto ardire,
ch'ognun facea stupir di meraviglia.
E come in mezzo a cacciatori e cani
il cengiale o 'l leon pien di fortezza
superbamente si rivolge e freme,
e quelli armati e ben stivati e cauti
gli stanno intorno, e con saette e lance
e spiedi cercan di ferirlo a pruova:
ed e' nulla paventa e nulla teme,
ché 'l troppo suo valor lo mena a morte,
pur tenta or questa ed or quell'altra parte
per uscir fuor del cerchio de le genti,
ed ovunque si volge ognun gli ciede;
così facea quel buon duca Acquilino.
Al fin andò con gran furore adosso
al fier Portundo, e con l'acuta spada
d'un colpo gli tagliò la coscia manca,
e fél cadere in terra come un pino
tagliato dal boschiero entr'a una selva,
che fa fuggir la gente ove si piega;
così per la caduta di Portundo
s'allargò quivi il cerchio de' soldati;
ed Acquilin con la gran spada in mano
e 'l scudo in braccio poi se n'uscì quindi,
e se n'andava ritirando sempre
verso la Porta Decumana, e sempre
Turrismondo il seguìa con molta gente:
e con tante saette e tante lance,
gli percoteano il suo pesante scudo,
che non potéo durar contra 'l furore
di tante forti e sì spietate mani.
Alora quel baron, ch'era ritratto
sopra i ripari lor vicino al fosso,
si volse e colse 'l tempo, e si credette
saltar su l'altra ripa a la campagna
e quindi ritornarsi a le sue schiere:
ma non potéo, perciò che appena giunto
su 'l debile orlo di quell'altra ripa
il terren si lasciò sott'i suoi piedi,
onde convenne ruïnar nel fosso;
e quivi tante lance e tanti sassi
da quelle genti gli piovean su 'l scudo
che 'l feroce Acquilin ponea su l'elmo,
ch'andar convenne col genocchio in terra.
E forse ancor sarìa fuggito quindi,
se Turrismondo non scendeva a basso
ne l'ampio fosso, e non gli andava contra:
onde trovandol tutto quanto pesto
da i gravi colpi e col genocchio in terra,
gli corse adosso, et Acquilin levossi
subitamente ritto, et abbracciollo,
poi di pari cader sopr'al terreno.
Et Acquilino avea qualche avantaggio,
che sopra gli tenea la destra gamba;
onde l'arebbe ucciso, se Toringo,
fratel carnal del principe Fabalto,
ch'era disceso anch'ei dentr'al gran fosso
con Turrismondo, no 'l feria con l'asta
ne l'occhio destro, di sì gran ferita
che gliel cavò di testa, e poi col sangue
tolse la luce consüeta a l'altro.
Poi Turrismondo prese il bel pugnale
che già quel cavalier gli diede in dono
combattendo con lui presso a San Piero,
e tutto gliel cacciò dentr'a la gola;
e così andéte a glorïosa morte
col proprio don che diede al suo nimico
quello infelice e valoroso duce.
Poi Turrismondo, avute le sue spoglie,
ritornò lieto e insuperbito a gli altri,
e giunto avanti al re così gli disse:
Altissimo signor, spingete al campo
tutte le genti, che farén vendetta
de l'onta che ci fan questi Romani.
Or è partito il capitanio loro
ferito a morte, e torna entr'a le mura;
ancora è morto il gran duca Acquilino,
ch'era il miglior guerrier che fosse in Roma:
onde a me par che 'l Re de l'universo
vuol dar la gloria e la vittoria a i nostri.
Vittige, come udì queste parole,
gridò con voce paventosa et alta:
Andiamo, andiamo a vendicar le offese
che fatte ci han questi rabbiosi cani;
poi da tutte le porte usciro al prato
con un cridar meraviglioso e grande,
e così feccion quei de gli altri valli.
E sempre il re con Turrismondo altero
e con Argalto e Totila e Bisandro
gli erano avanti, e gli dicean cridando:
O gente Gotta generosa in arme,
tornivi a mente il vostro alto valore;
non vi scordate de le vostre forze
né de la gloria de gli antichi nostri.
E come il cacciatore essorta i cani
contra i cengiali asperrimi o i leoni,
così essortava il re tutti i suoi Gotti
contra l'ardite forze de i Romani.
E primamente Turrismondo acerbo
andò con molta valorosa gente
ad assalire i cavalieri armati:
ed urtò in essi come fusse un vento,
ch'entri nel mare, e che commuova l'onde.
Ma chi fu, Muse, il primo e chi il postremo,
che morti fur da Turrismondo alora?
Il primo da lui morto fu Suarto,
superbo re de gli Eruli, e passollo
da l'altra banda con l'acuta lancia;
uccise poi Tartaglia e Riccodoro
l'un dopo l'altro, e 'l giovane Fiorenzo;
e poi Carbon, Turin, Fabio e Camillo,
eletti cavalier, capi di turma,
con altri molti de la gente vile
tutti da Turrismondo ebber la morte.
E come quando soffia in una selva
d'olmi o di quercie al tempo de l'autunno
il feroce acquilon, ch'alor s'inaspra
che la bella Arïanna esce de l'onde,
manda per terra le mature foglie;
così mandava Turrismondo a terra
gli uomini spessi giù de i lor cavalli:
e forse aria con quello orrendo assalto
tutti quei cavalier conversi in fuga,
e forse presa la città di Roma,
se non diceva il generoso Agrippa
queste parole a la gentil Nicandra:
Donna leggiadra e di suprema forza,
che cosa è questa, che ci siam scordati
di noi medesmi e de l'usato ardire?
Pensate quanta arem vergogna e danno
se Roma presa fia da Turrismondo,
che or mette in rotta tutto 'l nostro campo.
A cui la bella giovane rispose:
Io non son per mancar da la mia parte
di dare aiuto a gli ottimi Romani;
ma non so s'io potrò, né se 'l Ciel voglia,
che mi par contra noi tutto rivolto.
Così diss'ella, e pose l'asta in resta;
e colse Turrismondo in sommo a l'elmo,
e nol poteo passar, ch'era sì fino
che lo difese da l'orribil morte;
ma ben lo fece andar sopra le croppe
del suo cavallo, onde il caval portollo
tutto stordito tra la gente Gotta,
e poco vi mancò che non cadesse.
Nicandra dopo lui diede a Toringo
un colpo così grande in mezzo al petto
che tutto lo passò di banda in banda
e morto lo mandò disteso a l'erba,
e fece la vendetta di Acquilino;
e dopo questo uccise il fier Burano,
figliuol d'Ulmergo duca di Ferrara
ch'avea la pioppa verde per insegna,
e tutto lo passò con la sua lancia;
ma mentre che cadea, vi corse appresso
per darli aiuto il suo fratel Maggiorbo,
e poi lo sustenea con le sue braccia:
ma quella fiera vergine passòli
il petto, e col fratel mandollo in terra
per farli compagnia ne l'altra vita.
Uccise dopo questi il grande Arpindo
e Restio e Corbulone e Serpentello
e Tronto e Damasceno e Rigandolfo,
Rigandolfo superbo, ch'avea intorno
la pelle d'un monton per sopravesta
con li corna d'argento e l'unge d'oro;
costui ferì la vergine Nicandra
con la sua debole asta in mezz'al scudo,
ma non lo mosse, e non sconciolla punto:
ella ben dielli un colpo su la testa
con la spada ch'avea che fece andarlo
col capo in giuso a insanguinar l'arena.
poi disse: Acerbo Gotto, tu pensavi
con la tua bella spoglia di montone
senz'altra forza farmi andare al piano:
or io ti mando con la nostra spada
a far del sangue tuo l'erba più rossa:
E detto questo, la fanciulla acerba
si mise con la spada entr'a la calca,
e cominciava a sbarrattar le schiere,
e quasi tutte le volgeva in fuga:
il che vedendo Turrismondo, ch'era
tornato in sé da la percossa amara
che gli avea dato quell'empia donzella,
deliberossi far la sua vendetta;
e pose in resta una possente lancia
e gli percosse acerbamente il petto
sotto la poppa manca, e trappassollo:
onde la stese moribunda al piano.
Ed egli poi come cader la vide
le disse: Ahi traditor, tu sei pur morto!
Dapoi discese per aver le spoglie,
ch'eran di perle ricamate e d'oro,
e prima le cavò l'elmo di testa,
ch'avea tre belle gemme per cimiero,
un rubino, un diamante ed un zafiro:
ma come vide ch'era una fanciulla
di vago aspetto e di beltà suprema,
che già s'impallidiva per la morte
ed essalava gli ultimi suspiri,
d'amore e di pietà tanto s'accese
che disse suspirando este parole:
Ahi, miserabil vergine, tu muori
per man di chi vorrìa tenerti in vita,
e che t'aiuteria col proprio sangue.
Ma poi ch'è corso il mal contra mia voglia
per non saper chi m'avea fatto oltraggio,
rendoti l'elmo e le tue lucid'arme
e 'l tuo cavallo, e ti rimando a i tuoi.
E detto questo, volse dare un baso
con gli occhi ruggiadosi a quella estinta,
poi suspirando rimontò a cavallo;
e le donne di lei tolsero il corpo
e lo portaro lacrimando in Roma.
Se ben l'acerba morte di Nicandra
fece smarrire i cavalier Romani,
e quasi porsi in paventosa fuga,
non già per questo il generoso Agrippa
né il forte Arasso né Catullo e Bocco
restor da porsi arditi a le diffese:
il che vedendo Argalto e Turrismondo
mossero contra lor tutte le schiere.
Alor disse ad Agrippa il forte Arasso:
Questa è la nube e la tempesta orrenda
che Turrismondo ci discarga addosso.
Stiamo pur saldi, e non abbiam paura,
ch'ei non ci farà il mal ch'altri si pensa.
E così detto lasciò gire un'asta
verso la testa del feroce Argalto,
che indarno non andò, ma l'elmo fino
non la lasciò passar la carne e gli ossi:
ben tutta quanta gl'intronò la testa,
tal che non discernea notte né giorno;
e poi così stordito il suo destriero
lo ritornò tra i fidisuoi compagni,
a cui disse cridando il forte Arrasso:
S'hai fuggita la morte questa volta,
spietato cane: accolgerotti un'altra,
che 'l Re del ciel non ti darà favore
com'or ha fatto, anzi saratti adverso,
e forse amico a le preghiere nostre.
Così detto, uccise il fiero Arpasto,
figliuol di Riccabruna e di Bellarno,
con la gran spada che cavò dal fianco:
il che vedendo Rodorico acerbo
pose un'aspra saetta in sul grand'arco,
e ritirossi dietro al bel sepulcro
di Pincio senator, ch'era in quel luoco;
poi trasse verso Arasso, e lo feritte
ne l'occhio destro con l'amato strale,
che passò inanzi con sì gran furore
che poco vi mancò che non gli uscissi
da l'altra parte fuor sotto la nuca.
Alora corse il generoso Agrippa,
e volea trar quella saetta d'indi,
ma non lo potéo far, perché quel ferro
avea per caso tre notabili ami;
onde così lasciollo, e poi gli disse:
Ite signore, a medicarvi a Roma,
ch'io starò qui per non lasciar la gente
che, come vedo, si rivolge e fugge.
Alora punse Arasso il buon destriero
e ratto s'avviò verso le mura;
poi mentre stava Agrippa in quel negozio
si trovò cinto da i nimici armati,
tutti disposti di mandarlo a morte:
ed e' come si vide in quel periglio
cridò tre volte con orribil voce,
e tre volte l'udir Catullo e Bocco,
ma non poteano andare a darli aiuto,
perché Catullo combattea con Teio
e Bisandro con Bocco era a le mani,
e già s'avean feriti in molte parti.
Agrippa fecea poi come un cengiale
ch'abbia d'intorno cacciatori e cani
che nulla teme, e ciò che 'l dente accoglie
manda per terra con orribil forza;
così ciò che toccava la sua lancia,
ch'era vera ministra de la morte,
andava a terra senz'alcun riparo.
Ferìte primamante Falerino,
ch'era figliuol del provido Unigasto:
a cui la lancia per la destra spalla
passando se n'uscì per la sinistra,
e dopo quel passar la trasse d'indi
e con essa n'uscìo la vita e 'l sangue.
Con essa uccise poi Ferondo e Palmo
e Lurgidan, ma con diverse piaghe:
Ferondo ne la bocca, e ne la gola
Palmo, ma Lurgidan ferì nel ventre.
Uccise Marmorino e Palaschermo
e Lurio e Barignan, Ricardo e Bosso,
tutti con gravi e dispietati colpi;
ma mentre ch'era in quell'aspro conflitto,
il fraudolente Daschilo percosse
il buon caval d'Agrippa ne la gola,
di modo che 'l destrier caddèo sul piano
col cavaliero, e nel levar che fece
Daschilo gli passò la coscia destra
di picciol colpo e di leggier ferita:
a cui si volse Agrippa, e lo percosse
co la sua spada ne la tempia, e féllo
andare a calcitrar sopra 'l terreno.
Alora Argalto, ch'era sceso a piedi
con più di cento cavalieri armati,
con la spada gli diè su 'l braccio destro,
e da lui netta gli spiccò la mano;
e Turrismondo ancor con la sua lancia
gli passò il ventre, e lo privò di forza:
ma quando vide lui cadere a terra,
le disse allegro tai parole acerbe:
Malvagio traditor, tu sei pur morto.
tu ti credevi abbandonando i Gotti
e seguendo i Romani avere il scettro
senz'alcun dubio de la nostra gente:
né ti pensavi poi che Turrismondo,
ch'è il miglior uom che si ritruovi in terra,
dovesse far del suo fallir vendetta.
Or giaci, e pasci gli avoltori e i cani
de le tue triste e scelerate membra,
ché Corsamonte non daratti aiuto.
Così disse il superbo, e quel meschino,
ch'avea la morte già vicina a i denti,
rispose: Tu non già, ma la mia stella,
Turrismondo crudel, m'ha posto al fine.
E non sei stato il primo anco a ferirmi,
ma la fraude di dui t'ha fatto il terzo.
Or io ti dico, e chiudilo nel cuore,
che Corsamonte ancor fra pochi giorni
ti darà morte sopra questi campi.
Così diss'egli, e l'alma uscì di fuori
e se n'andò gemendo a l'altra vita,
che gli increscea ne suoi più florid'anni
abbandonare il mondo e la sua donna.
Ma poi gli disse Turrismondo altiero
queste parole ancora, essendo morto:
Tu potrai ben predir la morte mia,
ingrato cavalier, come a te pare,
la quale a me verrà quand'al ciel piaccia:
ma tu però non tornerai più vivo.
E chi sa ch'io non mandi Corsamonte
ancora a farti compagnia sotterra,
prima ch'io giunga a quello estremo passo?
Così parlò il crudele, e poi partissi
col furibondo Argalto, e se n'andaro
là dove combattean Catullo e Bocco,
con Teio l'uno e l'altro con Bisandro,
e si menavan colpi aspri et orrendi.
Alora Argalto spinse una ginetta,
ch'avea tolta di mano a un suo ministro,
verso Catullo, e gli passò la testa;
ed ei senza cavarsi quella lancia
urtò il nimico e sotto sopra il mise,
e poi lasciollo sanguinoso in terra:
e tra gli altri n'andò come un leone
ferito a tradimento da i pastori
che con l'asta ancor fitta ne le membra
fra lor s'avventa, e tutti gli scompiglia;
così facea Catullo, avendo fitta
nel capo l'asta orribile e tremenda.
E Bocco era con lui, né stava in darno,
ben che Bisandro con l'acuta spada
avesse a lui passato il braccio manco;
ma tanto poi si ritrovaro afflitti
da le ferite e da l'uscir del sangue,
che tornaro ambidui dentr'a le mura:
il che vedendo i cavalier romani
si ritiraro alquanto, e férsi scudo
de le gran legïon che gli eran dietro,
che per quell'atto poi gli furo avanti;
onde Aldibaldo a Vitige accostossi
e disse a lui queste parole tali:
Signor, moviàn tutte le nostre genti
da cavallo e da piedi, ed assaltiamo
queste lor legïon, che fian smarrite
vedendo i cavalier conversi in fuga.
Mai non fu ben dar tempo a la vittoria:
noi siam tre tanti e più che non son essi,
ed è il favor del cielo in nostro aiuto;
però non ci manchiamo a noi medesmi.
A questa voce Turrismondo altero
s'allegrò molto, e Totila e Bisandro,
Argalto e Teio e Ragnaro e Fabalto
tutti cridaron con orribil voce:
Andiamo a racquistar la gloria nostra.
E così andòr con un furore immenso
verso le buone legïoni armate,
che parveno un altissimo torrente
che scenda giù da i monti a la campagna
gonfiato d'acqua e di rotondi sassi,
che rompendo le ripe si diffonde
per campi e prati e manda arbori a terra
e tutto quanto 'l pian di giara ingombra;
così pareano i furibondi Gotti.
Narsete poi vedendo tanta gente
co così gran furor venirsi contra
turbossi molto, e poi si volse e disse:
Non abbiate pavento, o buon Romani
del gran furor che menan questi Gotti:
guardatei ben, questi son pur gli istessi
ch'oggi fur vinti da le vostre spade
e spinti con vergogna entr'a i lor valli.
Abbiate dentr'al cuor l'usato ardire
e state ben stivati ad aspettarli,
che forse non faranci alcun oltraggio.
Questo parlar che fece il buon Narsete
svegliò ne le sue genti animo e forza:
e come quel che fa maceria o muro
ne la sua casa, per opporla a i venti,
adatta insieme strettamente i sassi;
così fece adattar tutte le schiere,
tal che scudo con scudo si toccava,
celata con celata, uomo con uomo:
e così stretti e ben stivati insieme
arditamente sustenean l'assalto
di quelle molte e furibonde genti.
Il summo Re del cielo, il qual volea
dar la vittoria di quel giorno a i Gotti,
mandò l'angel Gradivo fra i Romani,
e dielli un scudo in man che chi 'l mirava
a mal suo grado convenìa fuggirsi.
Come costui discese in quelle genti,
primieramente dimostrò il suo scudo
al buon Narsete, il qual mirando in esso
turbossi tutto, e risguardando intorno
ritrasse lentamente il suo destriero.
Come leon cacciato da le mandre
di grassi armenti da pastori e cani
che non gli lascian manducar la carne
d'alcun grasso giuvenco, onde si parte
a mal suo grado e mal pasciuto quindi;
così partiasi lento il gran Narsete,
ritraendosi sempre inver la terra
et occidendo chi veniali appresso;
ma l'altra gente poi vedendo il scudo
ch'avea Gradivo in man tirossi indietro
sicuramente in ordine quadrato.
Ver'è che dui fortissimi baroni,
Pigripio e 'l velocissimo Tarmuto,
non si moveano; e come due gran torri
fondate sopra un sasso, ch'hanno intorno
genti a l'assedio e machine murali
che tentan di pigliarle e porle a terra,
si stanno immote a le percosse e ferme:
né perché sian battute e quinci e quindi
si crollan punto da l'usata pianta;
così facean Pigripio e 'l fier Tarmuto,
ch'arditamente sustenean l'assalto
di tutti e' Gotti, e n'uccideano tanti
che di morti coprian tutto 'l terreno:
ed essi parimente eran feriti
da le saette e lance de i nimici,
e tutti i corpi lor pioveano sangue.
al fin Pigripio cadde in terra morto,
come una grossa quercia sopra un monte
tagliata da fortissimi boschieri
con più di cento colpi di sicure,
che stende i rami suoi sopra 'l terreno.
Quando Tarmuto vide il suo compagno
cader su l'erba, volse gli occhi intorno:
poi vedendosi sol tra tanta gente,
e che tutti i Romani eran salvati,
rimase stupefatto entra 'l suo petto.
Alor Gradivo se gli fece inanzi
col scudo in braccio, e disse: A che non fugi,
superbo e ferocissimo Romano?
Onde Tarmuto risguardando in esso
si turbò tutto quanto ne la mente,
e correr cominciò tanto veloce
ch'aggiunger nol poteo destriero alcuno;
ma come venne a la Pinciana Porta,
caddèo disteso in terra, e quei di Roma
che stavano a veder sopra le mura
usciron fuori, e lo portaron entro
sopra il suo scudo come fosse morto:
ma pur campò tutto quell'altro giorno;
né fu sì tosto dentro da la porta
che 'l sole ascose la sua chiara luce
e fece venir fuor l'oscura notte,
ch'apparve giocondissima a i Romani.