IL MATTINO

By Ippolito Pindemonte

Candido Nume, che rosato ha il piede,

E di Venere l'astro in fronte porta,

Il bel Mattino sorridente riede,

Del già propinquo Sol messaggio e scorta.

Fuggì dinanzi a lui Notte, che or siede

Sovra l'occidentale ultima porta,

Con man traendo a sé da tutto il cielo,

E in sé stesso piegando il fosco velo.

E intorno a lei s'affollano battendo

Fantasmi e Larve le dipinte piume,

E gli Amori, che lagnansi fuggendo

Del sollecito troppo e chiaro lume.

Più non s'indugi: sovra il colle ascendo?

O in riva calerò del vicin fiume?

Scelgo la via, che monta, e movo in fretta

Il Sole ad incontrar su quella vetta.

Oh quali mi sent'io per le colline

Fresche fresche venir dolci aure in volto,

E ciò portar che accorte pellegrine

Tra gli odor più soavi hanno raccolto!

Pare che Voluttà l'aureo suo crine

Abbia testè disviluppato e sciolto,

E sparsa l'immortal fragranza intorno,

Ond'è superbo il giovinetto giorno.

Non Voluttà, che dal procace aspetto,

Dal sen nudo, e da gli occhi ebbrezza spira:

Ma quella, che lo sguardo in sé ristretto

O tiene, o a riguardar modesto il gira,

Cui tra bei veli appena il colmo petto,

Come Luna tra nube, uscir si mira,

E che sparse ha le man de' fior più gai,

Che spesso odora, e non isfronda mai.

Più non regna il Silenzio: ecco d'armenti,

D'augei cantori mille voci e mille,

Di carri cigolìo, gridar di genti,

Onde i campi risuonano e le ville;

Mentre con iterati ondeggiamenti

Scoppian le mattutine aeree squille,

E gemer s'ode delle braccia nude

Sotto all'alterno martellar l'incude.

Par sia Natura, quando il ciel raggiorna.

Di mano allora del gran Mastro uscita,

O almen ci appar di tal freschezza adorna,

Che ben dirla un potria ringiovenita.

Ma oimè che splende alquanto, e più non torna

Il soave mattin di nostra vita.

Splende, e non torna più quella, che infiora

Gli anni prima dell'uom, sì dolce aurora.

D'alte speranze infiora, e d'alte voglie,

D'aurati sogni, e di felici inganni.

Quella poi viene, che l'incanto scioglie,

Grave alla faccia, al portamento, ai panni,

Quella Filosofia, per cui l'uom coglie

Nuova felicità conforme agli anni,

E un ben, se certo più, meno vivace,

Una tranquilla, sì, ma fredda pace.

Benché ancor celi l'infiammata fronte

Il Sol dietro a quel giogo alto ed alpestro,

Pur su le nubi, che dell'orizzonte

Rosseggian qua e là nel sen cilestro,

Pur lo vegg'io del contrapposto monte

Su l'indorato vertice silvestro,

Pur... Ma ve' ch'egli è sorto, e che dal polo

Scaccia ogni nube, ed imperar vuol solo.

Felice impero! Quanto bello ei luce,

E in che soave maestà serena!

Maestà di gentil Monarca o Duce,

Che l'occhio ammirator ferisce appena.

Come di un vivid'oro e d'una luce

Tremolante e azzurrina egli balena!

Poi la ristringe alquanto, e purga affatto,

Onde men grande, e più lucente è fatto.

Io ti saluto e inchino, o di Natura

Custode, e ad occhio uman visibil Dio.

Che senza te fora la terra? oscura

Mole cadente nell'orror natio.

Questa de' prati a me cara verzura,

Questi ombrosi passeggi a chi degg'io?

Chi Primavera di bei fior corona?

Chi di tante ricchezze orna Pomona?

Pur raro a te lo sguardo, e l'alma ingrata,

O Re del Mondo, il mortal basso intende.

Vive notturno, e in camera dorata,

Quasi a te in onta, mille faci accende:

Le cene allunga, e quando la rosata

Luce ne' suoi bicchier fere e risplende,

Questa luce, che or me di gioia ingombra,

L'odia, e la fugge, e cerca il sonno, e l'ombra.

E pur quel caro a lui nettare acceso,

Che su i colmi bicchier gli ondeggia e gioca,

Ha da te quella grazia, e da te preso

Ha quel nobile ardir, di cui s'infoca.

Pur maturo da te quell'òr si è reso,

Che su le vesti sue divide, e loca,

E quel diamante, che polisce e intaglia,

La man ne ingemma, e gli occhi al vulgo abbaglia.

Ché qual rosseggi, rimanendo il Maggio,

Nella rosa, e biancheggi entro i ligustri,

Tu sei, che in loro imprigionando un raggio,

Il diamante e il rubin colori e illustri.

Smani dietro le gemme altri men saggio:

Che son, senz'opra di sculture industri?

Ma senz'arte o lavor vergine rosa

Molcer due sensi può, bella e odorosa.

Vidi talor la tua infocata sfera

Uscir della tranquilla onda marina,

E vidi l'Oceàn, che specchio t'era,

Tutto acceso di luce porporina.

Pregai che l'increspasse aura leggiera,

E nuova meraviglia ebbi vicina:

Scorsi di più color l'onde ripiene.

E noi tanto dell'Arte amiam le scene?

Di sì vago e mirabile oriente

Spesso godei, quand'io solcava il mare:

Pur non vorrei la dolce erba presente

Col soggiorno cambiar dell'onde amare.

Qui pur del Sole i rai veggo sovente,

Mentre da foglie e rami egli traspare,

Rapirne il verde, e a me condur tesoro

Di liquidi smeraldi, e d'ostro, e d'oro.

Il rugiadoso prato, che biancheggia,

Tutto al levar del Sol s'ingemma e brilla.

Il rivo d'uno sguardo il Sol dardeggia,

E il rio volge in ogni onda una favilla.

Erge de' fiumi ancor la muta greggia

Talvolta al Sol l'attonita pupilla,

E il Sole anch'ella, in sua letizia muta,

Quanto i belanti, e i volator, saluta.

Congiungo a queste anch'io la mia favella,

E de' miei colli errando per le cime,

Con meraviglia della villanella,

Che l'estasi mia vede, alzo le rime,

Fin che lunghe son l'ombre, e i campi bella

Varietà d'aureo, e di scuro imprime,

E l'azzurro del ciel vincono i monti,

Che lunge in faccia mia levan le fronti.

Meglio che tra cittade angusta e bruna,

Volano al puro aere aperto i carmi:

Qui Cirra in ogni colle, ed in ciascuna

Fonte Permesso rimirar qui parmi.

Forse giunge il mio canto in parte alcuna,

Bench'io voglia tra lochi ermi celarmi:

Che non giungano, o Silvia, a te sue note,

Benché romito, non bramar chi puote?

Così appunto in quest'ora alma e vitale,

Che il Sol de' primi rai l'etere inonda,

Lodoletta montante, che su l'ale

Si libra, e nuota nella lucid'onda,

Vibra il suo canto solitaria, e tale

D'aureo lume Oceàno la circonda,

Che si toglie allo sguardo, e in quello avvolta

Nessun la vede, e da ciascun s'ascolta.

Oh, com'è questo ciel, sia tale il core!

E più non ne rannuvoli il sereno

O follìa, che par senno, o dolce errore,

Che offre tazza d'ambrosia, ed è veleno.

Sol chieggo, che alle corte ed ultim'ore,

Quando vien l'anno della vita meno,

Quello almen tra i miei sensi, alle cui porte

Sta l'alma per vedere, io serbi forte.

Ma s'io, ciò, Sole, ascolta ancor, s'io mai

Alla madre cessar l'omaggio antico

Di rispetto e d'amore, o ne' suoi guai

Dovessi un dì non ascoltar l'amico;

Se fosse per levar non finti lai,

Senza un sospiro mio, l'egro mendico,

O da me in vista nulla men dogliosa

L'orfano per partire, o l'orba sposa;

Possano d'improvviso entro un eterno

Orror notturno gli occhi miei tuffarsi,

Ed al tuo, sacro Sol, lume superno,

Di trovarlo non degni, invan girarsi:

Né più quindi apparisca a me l'alterno

Delle varie stagion rinnovellarsi,

Né sul pallido ciel mirar vicino

Goda il ritorno del gentil Mattino.