IL MIO ABITO
Mio pover'Abito,
Mio dolce amico,
È ver, sei lacero,
È ver, se' antico;
Ma t'ebbi al prospero
Tempo, ed al rio,
Indivisibile
Compagno mio;
E di te memore,
T'amo, e non posso
Mio pover'Abito,
Trarti di dosso.
Quei che volubili
Seguon l'usanza,
Vengano, e ammirino
La mia costanza.
Io son per pratica
Pur troppo istrutto,
Che in questo secolo
L'abito d tutto!
Vedi quel nobile
Che tien cucito
Un nastro serico
Sopra il Vestito?
Se togli l'abito,
Alle maniere
Chi può distinguerlo
Per cavaliere?
Dov'è la grazia,
La cortesìa,
Dove il magnanimo
Tenor di pria ?
Pria difendevansi
Le donne oppresse:
Or si bastonano
Le mogli istesse!
Altri va in collera,
Mena rumore,
Se non gli dicono
« Signor Dottore. »
Ma quei che titolo
Tale si arroga,
Si può conoscere
Senza la toga?
Il volgo ignobile,
Lo credereste?
S'umilia, inchinasi,
A chi? a una veste!
Così a quell'asino,
Che indosso avea
La ricca immagine
Di Citerèa,
Mentre la tumida
Bestia passava,
Devoto il popolo
S'inginocchiava. -
O mia carissima
Veste, non mai
Per fasto inutile
Io ti portai;
Né mai per debito
Fosti tirata,
Poiché, sei lacera,
Ma t'ho pagata
Col frutto lecito
De' miei sudori,
Ché un'alma nobile
Non vende amori;
Però la solita
Sorte non ha
Di quei che trovano
Chi glie ne fa.
Sotto, le maniche
Mostran la corda;
Ma la mia gloria
Ciò mi ricorda,
Ché consumavale
Dall'estro invaso,
Per Voi, mie Femmine,
Scrivendo il NASO.
Per troppo volgermi
In qua, e in là,
Vedete? il bavero
Consunto è già.
Pur, ciò non recami
Doglia, o martìr,
Anzi è il più tenero
Mio sovvenir!
Poiché rammemoro
Que' giorni gai4
Che di una giovine
M'innamorai!
Spesso nell'essere
Tra madre e figlia,
Per il buon ordine
Della famiglia,
Con la politica
Più fina e bella,
Tenevo a chiacchiera
Or questa, or quella.
Ma se alla giovane
Piano all'orecchia
Volea discorrere,
L'accorta vecchia
Che c'è? ( col gomito
Urtando il mio )
Che c'è? (dicevami)
Vo' udire anch' io!
Ed io rispondere
Soleva: eh nulla!
E rivolgevami
Alla fanciulla.
Ma quel continuo
Girar di collo
Fu pel mio bavero
Un gran tracollo!
Pur, ciò non recami
Doglia, o martìr,
Anzi è il più tenero
Mio sovvenir!
Eh! se alle femmine
Siedo vicino,
Non fo la statua,
Sono Aretino!
E vo' discorrere,
Voglio adocchiare,
E mi vo' muovere
Quanto mi pare;
E se il mio bavero
Ne soffrirà,
Pazienza! il bavero
Si rifarà. -
Qui, dove l'Abito
Si sovrappone
Presso allo stomaco,
Manca un bottone.
Di dieci, ch'erano,
Rimangon nove:
È il vostro numero
Figlie di Giove!
D'argento cupida
Spesso la mano
Porto alle misere
Tasche, ma invano!
Pur questo deficit
Non mi dà pena,
Anzi più m'eccita
L'attica vena;
Sicché gli OPUSCOLI
Cangio in moneta.
Oh che delizia
L'esser poeta!
Tutti si firmano
Per amicizia;
E tutti pagano!
Oh che delizia!
Dunque, o mio lacero
Abito antico,
Mio fedelissimo
Compagno, e amico,
Che meco all'inclita
Roma sei stato,
E meco all'epoca
Del Dottorato,
(Talché lasciandoti
Avrei temenza
Di teco perdere
Mezza la scienza );
Soave ed unica
Cagion tu sei
De' felicissimi
Contenti miei!
Per te m'è il vivere
Giocondo e caro,
Poiché a conoscere
Gli uomini imparo.
Quando eri celebre
Per l'elegante
Gusto, nel frivolo
Mondo galante,
E avevi il merito
Dell'esser bello,
Tutti si tolsero
A me il cappello;
Per le anticamere,
Dovunque andassi,
M'udia ripetere:
Oh passi! passi!
Meco parlarono
I gran Signori,
Ebbi il Lustrissimo
Dai servitori;
Caro alle femmine
Vissi, ma ohimè!
Gli onor, le grazie
Venìano a te!
E or che non ecciti
Facil diletto
Con quel tuo squallido
Informe aspetto,
Al ballo, al circolo
M'odo intuonare: « Con cotest'Abito
Non può passare ».
E se a far visita
Vado a taluno,
Mi fa rispondere:
« Non c'è e nessuno ».
Ciascuno evitami,
Ché teme, scaltro!
Ch'io chiegga imprestiti
Per farne un'altro. -
Mio pover'Abito
Or vedi, se
Gli onòr, le grazie
Veniano a te!
Pur teco il vivere
M'è grato e caro,
Poiché a conoscere
Gli uomini imparo.
Pèra l'inutile
Fasto, né s'oda
Più dai fanatici
Vantar la Moda,
Funesta origine
D'ozio, e di noja;
Fra spoglie misere
Vive la gioja!