IL NASO

By Antonio Guadagnoli

Donne, perché se qualche volta, a caso,

Gli occhi, senza pensarci, in me volgete,

Io vi sento esclamar: guarda che naso!

E sotto i baffi poi ve la ridete?

L'ornamento più bel d'un uomo integro

Vi desta, Donne mie, l'umore allegro?

Se piaciuto è alla provida natura

Favorirmi d'un naso magistrale

Che d'interrogativo ha la figura,

E che far ci vorreste? in caso tale

Al par di me, Donne, sapete bene

Che bisogna pigliarlo come viene.

Anzi vi giuro sulla mia parola,

Parola di poeta e di dottore,

Che questo naso fece sempre gola

A chi seppe comprenderne il valore:

Che indizio è un naso maestoso e bello,

Di gran ... e di gran che? - di gran cervello.

E adesso ch'è fra noi comune usanza,

Birci o non birci, di portar gli occhiali,

Per darsi una cert'aria d'importanza;

Ci voglion nasi grossi e madornali:

Se no, scusate la domanda onesta,

Metteteci gli occhiali, e che ci resta?

Sicché, parlando senza fasto e boria,

Se il Berni, il Mauro e il Casa, in altra età

Fecer di cose frivole l'istoria,

Perché con più ragion non si potrà

Farla d'un naso, il qual, se non mi gabbo,

Si può chiamar di tutti i nasi il babbo?

Mia madre, onde aumentar l'itala fama,

Fin dall'istante che si maritò,

Di fare un bel ragazzo ebbe la brama;

E per quattr'anni intieri il ciel pregò

Che la facesse di tal grazia degna;

Prega e riprega poi, diventò pregna.

Giunto del parto il sospirato giorno,

Fra le solite doglie e fra gli omèi,

Fece accendere i lumi intorno intorno

Ai Santi della stanza e agli Agnusdei,

E l'assisté con molta gravità

Un vecchio Professor della città.

Ma quando alfin del matern'alvo fuore,

Qual piacque al ciel, questo bel cesto uscì,

Cascarono gli occhiali al Professore;

Ond'ei che ci vedea così, così,

Feto e naso tastando appena nati,

Li credé due gemelli appiccicati.

Ma poiché con gli occhiali rimirò

Che in tutto era un sol naso, e un figlio solo,

Poffaremmio! l'ostetrico gridò,

Se cresce il naso al povero figliòlo

In proporzion, col crescere degli anni

La cupola parrà di San Giovanni.

Ed in men che nol dico, le novelle

Se ne sparsero in tutta la città;

E maritate, e vedove e zitelle

Tratte da natural curiosità,

Corsero in folla a me. Tanto fe' caso

Nell'Aretine femmine il mio naso!

Come dentro ai cipressi in sulla sera

S'odono cinguettar le passerette,

Nella stessa stucchevole maniera

Tutte quelle pettegole ristrette

In un sol loco, a un tempo discorrevano,

Ed un casa-del-diavolo tacevano.

Ma voglio, prima che m'esca di mente,

Dirvi una cosa; ed è, che assicurato

Mio padre fu da quel dottor valente,

Ch'io per altro fortuna avrei trovato,

Con quel tòcco di naso, in ogni loco;

E il saperne il motivo importa poco.

Ben importa però ch'io vi dimostri

Suoi pregi tutti, onde non resti oscuro

Un naso, ch'è l'onor de' tempi nostri,

Né vi piaccia d'averlo pel futuro

Qual d'averlo vi piacque nel preterito;

Che si faccia, vo' dir, giustizia al merito.

Lungo, grosso è il mio naso ed aquilino,

Come vedete; ed è stimabil più

Che se tondo egli fosse, od asinino,

O schiacciato, o depresso, o volto in su:

Almen se mi vien voglia di soffiarlo,

Gran fatica non duro a ritrovarlo.

Ma ciò un nulla sarebbe. La ragione

Più forte, più plausibile, più vera

E, che con questa raccomandazione

Vo per tutto, per me non c'è portiera;

Ed un uom singolar son reputato,

Benché; poeta e nobile spiantato.

E sapete perché? ve lo dich'io

Perché ha fatto conoscer l'esperienza

Che quei ch'ebbero il naso come il mio,

Furono ai tempi antichi arche di scienza;

E queste non son frottole, né favole

Che raccontino ai putti le bisavole.

Autentica è la prova, o chiara:

Sì, Madonne; in un raro libro istorico

D'un certo Stilicone di Megara

Trasportato in latin dal sermon dorico,

Alla pagina undecima, o lì presso,

Scritto trovai quanto vi dico adesso:

Aristippus, Isocrates, Cratippus,

Aristoteles, Crantor et Xenocrates,

Solon, Crates, Demosthenes, Xantippus,

Xenophon, Epitettus et Arpocrates

Nasum porro mirandum habuere,

Et praetium sapientiae retulere.

Fu ad Ottaviano e alla real famiglia

Ovidio accetto; ma non già perché

Avea moglie leggiadra, e vaga figlia:

Dio guardi! a ciò non mai badano i Re;

Ma perché avea gran naso: e infatti poi

Di Nasòn col cognome è giunto a noi.

E oh! vate degno di men dura sorte:

Te visto non avria lo Scita e il Geta,

Se, cauto più conoscitor di corte,

Frenavi quella tua smania indiscreta

Di ficcarlo per tutto! E chi t'insegna

A dar di naso in tasca anco a chi regna?

Se mal non mi sovvien, fu Domiziano

Che ordinò dei Censori al magistrato,

Che, nel crearsi un senator romano,

Il naso pria gli fosse misurato,

E non potesse alcuno esser promosso

Se lungo non l'avea, ricurvo e grosso.

E narra Lucio Floro che Tiberio,

Quando, all'oggetto d'impinguar l'erario,

Impose sopra i nasi dell'imperio

In virtù d'un editto straordinario,

Chiuse, dicendo, che ogni naso egregio

Dell'esenzion godesse il privilegio.

Ma forse qualche inetto bell'umore

Reputerà canora bagattella

Che volesse un romano imperatore

Por sui nasi la tassa. O questa è bella!

Se le bocche pagavano i Toscani,

Pagar poteano il naso anco i Romani.

Scritto di Montelupo è sui boccali

Che il naso è quel, che più nell'uom s'estima;

E però quando volle il Caporali

Cantar di Mecenate in terza rima,

Non principiò la sua leggenda a caso:

Mecenate era un uom, che aveva il naso;

Ché dal naso incominciasi ogni azione:

Comincia dal soffiarlo il ciarlatano,

L'accademico pria dell'orazione,

Prima del benedicite il guardiano;

E talor se lo soffia onde pensare,

Se nell'esame inciampa, uno scolare.

Derivano dal naso anco i Casati

Nasi, Nason, Nasali, Nasimbeni,

Nasicchi, Nasincresci, Nasidati,

Nasolini, Nasucci, Nasidieni;

E noto è sul Tirreno a questi e a quelli

Il valoroso General Naselli.

Direi di più; ma più che val ch'io dica,

Se Scipio ancor si reputò beato

Di sentirsi appellar Scipion Nasica;

E se il Terzo Filippo fu chiamato,

Dai Francesi Nasaccio, ovvero Nasino,

Secondo il Vellutello ed il Landino?

Donne, in serio vi parlo o non in gioco;

Giacché tutti mostriamo un tale arnese,

È assai meglio abbondar, che averne poco.

Oh come godo allor che pel paese

Mi sento dir da ognun: vosignoria

Ha il più bel naso che visto si sia!

Allor ch'io giunsi dalla patria terra

A far le viste di studiare in Pisa,

Mi fecer quelle donne un serra serra,

Ed il mio naso a lor piacque in tal guisa,

Che il mangiavan cogli occhi, c aprian la bocca ...

Ma il mio naso si guarda, e non si tocca.

Pur d'essere un bell'uomo io non mi picco;

Son brutto anzi, son piccolo, son secco,

Ho il viso del color dell'oro-chicco ...

Ma che val? quando il naso ho fatto a becco,

Fossi nel resto peggio d'un Calmucco,

Io sarò sempre delle donne il cucco.

E va ben, perché avendo per natura

Piccol naso le donne, in conseguenza

Vedendo un naso di buona misura

Desta in loro una certa compiacenza

Che non si può spiegar se non da chi,

Trovandosi nel caso, la sentì.

Perché credete voi dunque, o mie care,

Che Venere sposasse un brutto zoppo

Di figura sì sconcia e singolare?

Perché un bel naso le piaceva troppo:

E Vulcan, come appar da cento lochi,

Aveva un naso, che si vede a pochi.

Quanto compiango quei Guerrier di Francia

Che incontro al freddo abitator del polo

Mosser per farsi traforar la pancia!

Poiché ognuno dormì sul nudo suolo,

Chi può ridir come sarà rimaso

Quando destossi, e non trovò più il naso?

Oh avesser tratte, barbari! le cuoia

Que' mostri, che dettàr leggi alle genti,

Pria che imponesser, che per man del boia

Fosse il naso tagliato ai delinquenti;

E quando senza naso si fur visti,

Ahi! dura terra perché non t'apristi?

Riman, se un piè si perde, l'altro piede;

Se si taglia una man, l'altra vi resta;

Se un occhio va, coll'altro ci si vede;

Ma se va il naso, termina la festa.

Ah! perché piacque ai sommi Dei del polo

Far tante cose a doppio, e il naso solo?

Il perché lo so io, se ad un poeta

Pur lice qualche volta indovinare

Degli alti Dei la volontà secreta,

Perché ognun sel sapesse conservare:

E a me crediate, ell'è una gran fortuna

Serbarlo saldo a tai lumi di luna!

Numi del ciel, se a me sovrasta un male,

Vi prego in carità, fate che sia

Colica, gotta, tise-tracheale,

Emicrania, quartana, pleurisìa;

Ma non abbiate il barbaro piacere

Di farmi senza naso rimanere.

Meco nacque, con me fu bambinello,

E a misura ch'io crebbi, crebbe anch'ei;

Or ch'è venuto grande grosso e bello,

Come! veder rapirmelo dovrei?

Morir piuttosto io vo', né mi confondo,

Che restar senza naso in questo mondo.

Uom pingue e d'alto portamento austero

Piace, e snello talor, gaio e giocondo;

Chi d'occhio azzurro il vuol, chi d'occhio nero,

E qual ch'abbia il capello o bruno o biondo;

Ma domandate un poco se per caso

Una ce n'è, che il brami senza naso?

Alla bella Francese il Cigno d'Arno

No, senza naso non sarìa piaciuto;

Dante per Bice avrìa penato indarno

Se un grosso naso non avesse avuto;

Solo il Tasso gettò l'inchiostro e l'opra,

Per la ragione che v'ho detto sopra.

Ma per tornare al mio Protagonista

Degnissimo d'istoria c di poema,

Di cui, notate ben, la sola vista

A riso muove qualche festa scema,

Dirò, che la comun madre amorosa

Quando lo fece, fece una gran cosa.

Credo certo, che al mondo non si dia

Un naso come questo, che innamori;

Merita d'esser posto in Galleria,

Per servir di modello agli scultori,

E onde i lontani ammirino e i vicini,

Che hanno buon naso ancora gli Aretini.

E se pel Vate, ch'Albïon sublima,

Splende in ciel di Belinda il Riccio adorno;

Or chi sa che cantato in sesta-rima,

Con sette stelle risplendenti intorno,

Tratto dai Silfi al più vicin dei poli,

Non brilli il Naso ancor del Guadagnoli!!