IL NONO LIBRO
La bella Aurora da l'aurato letto
del suo caro Titon si risurgea
per apportare a noi l'eterna luce,
quando 'l gran capitanio de le genti,
essendo stato in Napoli tre giorni,
se n'uscì fuor con tutto quanto 'l campo
e lasciovv'entro Erodiano altero
con molta gente a guardia de le mura;
ed egli se n'andò verso Cassino,
per irsen quindi a la città di Roma:
e come pose il quarto alloggiamento,
trovossi a piè del solitario monte
ov'era posta la sacrata cella
di Benedetto, veramente spirto
benedetto da Dio, salubre al mondo.
Quivi il buon capitan, mandando gli occhi
verso la cima, vide un bel pratello
cinto di alcuni altissimi cupressi
e di tre grandi e ben fronduti allori
avanti ad una piccoletta stanza:
tanto divoto e venerando in vista
quanto altra cosa mai che avesse scorta;
onde gli nacque un desiderio ardente
di visitar quell'onorata cella,
ma non ardiva abbandonare il vallo
per ch'ei non era ancor tutto munito;
e stando in quel pensier, venne la notte.
Poi la mattina anz'il spuntar de l'alba
gli apparve in sogno l'ombra di suo padre,
che spinse fuor di bocca este parole:
Figliuol mio caro, che per tanti mari
e per tanti perigli sei condotto
al söave terren dove ch'io nacqui,
ascendi ancora a la divota stanza
ch'ha quell'adorno e bel pratello avanti.
Quivi dimora un benedetto vecchio,
tantom diletto a Dio, che gli fa noto
tutto 'l secreto suo, tutto 'l futuro:
priegal söavemente ch'e' ti mostri
ciò che tu déi schivare in questa impresa
e ciò che tu déi far per ottenere
certa vittoria de la gente Gotta,
e priegalo anco ad impetrarmi grazia
dal Padre onnipotente de le stelle
ch'io possa alquanto dimorar con teco
visibilmente ne la propria forma.
Così gli disse l'ombra di suo padre,
e poi subitamente indi disparve;
ond'el gran capitanio in piè levossi
e si vestì di panni e poscia d'armi:
e tolto seco il callido Traiano
andò sul monte a la divota cella
senz'altra compagnia, senz'altra scorta.
E come fur tra quelli antiqui allori
che sono intorno al prato, un vecchio aperse
l'uscio d'un oratorio e venne fuora,
degno di tanta riverenza in vista
quanto aver possa una terrena fronte:
egli avea in dosso una cuculla bianca
lunga fino a la terra, e la sua barba
tutta canuta gli copriva il petto.
Questi andò contra Belisario, e disse:
Capitanio gentil, quanto mi piace
vedervi al nostro solitario albergo.
Buon tempo è ch'io v'aspetto in queste parti
per porre in libertà l'Italia afflitta:
or sia lodato Iddio che siete giunto.
Andiamo entr'a la chiesa a render prima
grazie ed onore al Re de l'universo
che n'ha condotti a sì felice giorno;
dapoi ragionerem de l'altre cose.
Così diss'egli, e per la mano il prese
e dolcemente lo stringea, mirando
la faccia sua con un paterno affetto;
poi lo menò ne l'oratorio santo:
e quivi udita una divota messa
che celebrò quel benedetto vecchio,
si poser tutti a ragionare insieme,
e prima il capitan così gli disse:
Padre gentil d'ogni virtute adorno,
grande amico di Dio, quando vi mostra
e v'apre ogni celato suo secreto:
vedendo che sapete e quel ch'io sono
e l'alta impresa ch'io son posto a fare
penso ch'ancor sappiate ogni pensiero
che si ritruovi chiuso entr'al mio petto.
Pur vi discoprirò con la mia lingua
l'onesto mio desire e quel ch'io bramo
da la vostra santissima persona.
Vorrei saper, padre beato, come
si deggia governar quest'alta impresa,
e ciò ch'io debbia far per ottenere
certa vittoria de la gente Gotta.
Ancor vi priego ad impetrarmi grazia
dal Padre onnipotente de le stelle
che 'l caro genitor possa parlarmi
visibilmente ne la propria forma.
Deh fate, padre, questi onesti doni
al divoto orator che ve gli chiede,
ch'agevolmente gli potete fare,
sendo col Re del ciel tanto congiunto.
Non gli negate a me, ch'io vengo a porre
la vostra cara Esperia in libertade
con le nostre fatiche e 'l nostro sangue.
Così disse il barone, a cui rispose
il buon servo di Dio con tai parole:
Illustre capitan, voi dite il vero
ch'io so l'alta cagion ch'a noi vi mena:
perché stamane anz'il spuntar de l'alba èl'angel Erminio e l'ombra di Camillo
mi disse il tutto, e mi richiese a farlo,
ed io liberamente gli promisi;
ond'ho pregato il Re de l'universo
di queste grazie, ed Ei ne fia cortese.
Ma vi bisogna entrar dentr'a quel speco
senz'altra compagnia che le vostr'arme,
e quest'almo signor starà qui fuori
fin che s'adempia il bel vostro desire.
Così diss'egli, e prese una gran chiave
ch'avea da canto e disserrò la porta
d'una profonda e paventosa bucca,
tal che 'l baron sentì rizzarsi i peli
per la persona a quella orribil vista:
pur entrò dentro, e la ferrata porta
per se medesma se gli chiuse dietro,
onde restò nel cuor tutto confuso.
Ma l'angelo, che stava ad aspettarlo
ne la spelonca, gli toccò la testa
con una verga che teneva in mano,
ond'ei fu preso da profondo sonno
e cadde in terra come fosse morto.
Dapoi lo tolse leggiermente in braccio,
e lo portò sopra un erboso colle
d'un più meraviglioso e lieto mondo.
Questo è la faccia del Signore eterno,
in cui descritte son tutte le cose
che son, che furo e che dovran venire;
ma non la può se non per grazia estrema
vedere uom vivo, e con tal grazia ancora
non gli si mostra mai ne la sua forma.
Ma voi che avete in ciel divino albergo,
eterne Muse, or mi donate aiuto
sì ch'io possa narrar qual ei la vide.
Quel colle avea dal suo sinistro canto
un specchio grande, assai maggior che 'l sole,
ov'eran tutte le passate cose,
ed poi dal destro ne teneva un altro
ch'avea dipinto in sè tutto 'l futuro.
E per quel colle ogni presente effetto
ch'usciva fuor del destro albergo andava
correndo a l'altro con mirabil fuga;
ma questi sono a Dio tutti un sol specchio,
se ben paion diversi a noi mortali.
Or quivi adunque in uno erboso prato
l'angel depose Belisario il grande,
ov'era allegra l'ombra di Camillo
suo padre, uscita del sinistro cerchio
per dimorar col suo figliuol diletto;
ma come poi la smisurata luce
ch'avea quel loco aperse gli occhi gravi
di Belisario, e gli disciolse il sonno,
conobbe il padre, e fattoseli contra
per abbracciarlo lacrimando disse:
O caro padre mio, quanto m'allegro
vedervi in questi fortunati alberghi
dopo tante fatiche e tanti affanni.
Così dicea piangendo e sospirando,
e poi voleva circondarli il collo
con le sue braccia; ma quell'ombra lieve
si risolveva come fa una spera
di sole o come una compressa nebbia:
tal che le braccia non stringevan nulla,
ed ei piangea dicendo: Ah non fuggite,
lasciatemi abbracciar sì care membra.
Dopo queste accoglienze, il buon Camillo
guardava fiso Belisario in volto
com'uom che vede tutto il suo contento;
poi dolcemente sospirando disse:
Diletto mio figliuol, che grave soma
t'ha posto adosso il correttor del mondo!
Guarda ben che sott'essa non trabbocchi,
acciò che poi qualche fortuna avversa
non t'addombrasse le vittorie avute.
L'angelo Erminio allor seguì dicendo:
Dunque, Camillo mio, perch'ei non caschi
ne l'error che tu temi, io vuo' mostrarli
quest'onorato specchio da man destra
ch'ha in sè raccolto tutto l'avenire:
ché 'l Re del ciel m'ha detto ch'io gli mostri
le cose che verran fin a mill'anni,
e ch'io non debbia trappassar quel segno.
Ma perché meglio lo comprenda e noti
fia buon che porga una leggiera occhiata
nel specchio a man sinistra del passato.
E così detto, gli disciolse il velo
che l'incarco d'Adamo intorno gli occhi
gli aveva involto, e poi gli disse: Or mira
l'anime ch'escon da la destra sfera
e se ne van correndo a la sinistra
per questa nostra commutabil parte:
questi son quei che vengono a la vita,
e prendeno un boccon per ciascun vaso
de i dui che son ne' lati de la porta,
l'un pien di dolce e l'altro pien d'amaro,
tenuti saldi in man da dui donzelli:
né ponno a vita andar senza gustarne.
Mira colui che tuol dal destro vaso
il boccon primo, di dolcezza immensa:
poi si rivolge con diletto a l'altro,
perché lo crede parimente dolce,
e pigliane un boccon maggior del primo;
ma truova questo esser sì forte e amaro,
ch'apena a mal suo grado può giottirlo.
Vedi quell'altro che 'l boccon primiero
tuol da l'amaro del secondo vaso,
e poi si volge timoroso a l'altro
perché lo crede parimente amaro:
onde piglia un boccon minor che 'l primo
dal vaso del dolcissimo liquore.
E però adivien che questa vita umana
sempre ha l'amaro suo maggior che 'l dolce.
Quel giovinetto poscia e quella donna
che dopo il manducar gli porgon bere,
l'uno è l'Errore, e l'altra è l'Ignoranza.
Guarda quelle lascive meretrici
varie di veste e d'apparenzia vaga
che vanno intorno a i giovinetti incauti
e cercano d'indurli al loro amore;
queste son le diverse opinïoni
e le diverse voluptati umane
che reggeno la vita de le genti:
mira ch'alcuna guida i loro amanti
a dritto calle, e l'altre i scorgon poi
a mal camino e precipizio orrendo.
Quelle tre belle giovinette ignude
che due di loro a noi mostrano il volto,
ma quella ch'è nel mezzo, e tien le braccia
sul petto a l'altre, volge in qua le spalle
per non mirare il beneficio fatto
poi che quell'altre due con vista allegra
risguardan sempre al ricevuto bene;
queste son le tre Grazie, il cui bel nodo
conferma e lega il buon comerzio umano.
Vedi una donna là sopra un gran sasso
quadrato e sodo: quella è la Dottrina,
e l'altre due che poi le stanno a canto
son sue figliuole, e si dimanda l'una
la Veritade, e la Ragione è l'altra.
Quella che è cieca là sopra una palla
rotonda e che non posa, è la Fortuna;
ma le tre vecchie poi che insieme stanno,
e l'una tien la rocca e l'altra il fuso,
la terza il stame tronca, son le Parche
che filano le vite de i mortali.
Quella che è sì superba, è la Bellezza,
l'altra è la Nobiltà, l'altra la Gloria
e l'altra è la Ricchezza, che non cura
infamia et odio, e' di se stessa gode.
Quel fanciulletto è il Riso, ch'è sì allegro;
quell'altro è 'l Giuoco poi, che con lui scherza.
Vedi due belle donne e dui fanciulli,
che l'una guarda il ciel, l'altra la terra:
quelle son le due Veneri e gli Amori,
celesti l'una e l'un; gli altri, del vulgo.
Quella che è lì, tutta vestita a verde,
e mai non gli abbandona, è la Speranza;
e quello è il Sonno neghitoso e lento.
La donna poi che su quell'alto scoglio
siede gioconda, e tiene il scettro in mano,
è la Felicità, che voi mortali
cercate sempre e mai non la trovate;
e quelle damigelle ch'ivi intorno
stanno al servigio suo son le Virtuti.
Rivolta gli occhi a la sinistra parte:
mira quell'altre sanguinose e crude
donne, che paion sì feroci in vista;
l'una è la Guerra, e l'altra è la Vendetta.
Vedi la Povertà, conosci il Pianto,
e la Pena più fiera assai che un drago.
Conosci l'Avarizia e la Vecchiezza
e la Fame e 'l Fastidio e la Fatica,
la Discordia, l'Affanno e 'l Tradimento
e l'empia Ingratitudine, ch'è sola
causa e radice d'infiniti mali.
Oimé non dimoriam più lungamente
fra queste orrende e venenose serpi.
Andiamo, andiamo a la sinistra sfera
che ha le cose passate; entriamo in essa
per starvi un poco, e poscia andar ne l'altra.
Così parlando, l'angelo menolli
con gran celerità nel manco albergo.
Quella amplissima sfera avea tre porte,
la maggior de le quali era guardata
da le figliuole de l'antico Cadmo:
queste aveano con seco il bel Poema
e la gentile Istoria sua consorte,
con altre molte generose ancelle.
L'altre due porte poi, ch'eran minori,
l'una tenea la Favola per guarda,
l'altra la Statüaria e la Pittura;
ma quello eterno messaggier del cielo
gli fece intrar per la primiera porta
de le brunette giovani Fenici.
Come fur dentro, videro un gran mondo
con più bel lume assai che 'l nostro Sole,
con altra Luna e con più chiare stelle.
Eranvi prati con fontane e rivi,
e sì cari arbuscei, sì vaghi frutti,
ch'era diletto estremo a riguardarli.
Belisario stupì di quella vista:
e rivolgendo gli occhi in ogni parte
vide a man destra un bel fiorito colle,
ne la cui cima era una vaga fonte
con più chiar'acqua, e di più larga vena,
ch'aere converso mai mostrasse al sole.
Quivi un bel vecchio con intonsa chioma
e con barba canuta ed occhi oscuri
l'aveva in guardia, e dispensava a tutti
il buon liquor de l'onorato monte.
Allora nacque un desiderio immenso
a Belisario di saper chi egli era,
e dimandonne a l'angelo in tal modo:
Vero amico di Dio, celeste messo,
non vi sia grave dir chi sia quel vecchio
che dispensa tant'acqua, e quella gente
che sitibonda va d'intorno al colle;
a cui rispose il messaggier del cielo:
Quello è 'l divin da voi chiamato Omero,
che parve cieco al mondo: ma più vide
e seppe più ch'altr'uom che fosse in terra;
per la cui patria ancora Atene e Smirna
e cinque altre città fanno contesa;
e le donne leggiadre che d'intorno
gli stanno e per ancelle e per ministre
son le da voi sì celebrate Muse,
figlie de la Memoria e de l'Ingegno.
Quel che tol l'acqua con sì largo vaso
dal sacro vecchio è il buon Virgilio vostro,
che seguì prima Siracusa ed Ascra
per selve e campi, e poi divenne a l'arme.
Ecco Euripide e Sofocle, ecco il calvo
che parve pietra a quel volante uccello:
onde lasciovvi ir la testugin sopra
per lei spezzare, e lui condusse a morte.
Vedi con lor Pacuvio ed Azio e Varo
fra la non molta tragica caterva.
Mira quell'altra gente, che ridendo
pigliano l'acqua: il primo è il gran Menandro,
poi Filemo, Aristofane e Cratino,
Cecilio grave con Terenzio e Plauto.
Risguarda poi la lirica famiglia,
Pindaro, Saffo, Anacreonte, Alceo,
Catullo il dotto, e poscia Orazio e Basso.
Volgi la vista a l'Elegia, che mena
al dolce ber Callimaco e Fileta
e Properzio e Tibullo, Ovidio e Gallo.
L'Egloga il suo Teocrito conduce
senza null'altro greco; e l'accompagna
il vostro Mantovan da lunge alquanto.
Già ponea fine al suo parlare accorto
l'angel di Dio, quando 'l baron gli disse:
Deh grave non vi sia, celeste messo,
di nominarci ancor quella bell'ombra
che par sì dotta, ed ha la coscia d'oro:
e dir quegli altri che gli stanno intorno.
A cui rispose il messaggier del cielo:
Questi è il dotto Pitagora da Samo,
quell'altro è Archita, e quello è quel che solo
nomò per savio l'apollinea voce,
Socrate ch'ebbe sì ritrosa moglie
e fu il primo inventor de la morale.
L'altro è 'l divin Platone, e quel ch'è seco
è il gran speculator de la natura
onde i peripatetici ebber orto;
e quello è Xenofonte, attica musa.
Vedi il buon Epicuro, e i duri stoici
che volevan fare ogni peccato equale,
e Dïogene cinico e Aristippo,
molto contrari ne le sette loro.
Ecco Nigidio Figulo e Varrone,
fra quella turba italica sì rara.
Volgi la vista un poco a l'altra parte:
vedi Ippocrate, medico eccellente,
con quello eccellentissimo Galeno
che vinse ognun d'esperïenza e d'arte;
vedi Oribasio, e Paulo che 'l seconda,
e fra i latini Antonio Musa e Celso.
Risguarda alquanto quelli acuti ingegni,
Euclide e Tolomeo con quel da Perga
che la materia conica pertratta
con le sue sezïon, che sono il cerchio
e l'elipsi e l'iperbole, con l'altra
che sola è differente dal cilindro.
Ma dove lasciam noi le chiare trombe,
Demostene ed Eschin? guarda più in alto,
che gli vedrai contendere ed urtarsi.
Presso a l'antico Isocrate è Lisia:
vedi quel Marco Tullio fra i romani,
che fu la idea de l'eloquenzia vostra.
Vedi Messalla, vedi il buon Sulpizio,
Antonio e Crasso, fra l'immensa turba
di tanti degni spiriti eloquenti.
Non vuo' lasciar gl'istorici da canto:
quel vecchio che si sta fra quelle Ninfe
Erodoto è, Tucidide è quell'altro
che con lui giostra, e 'l buon Polibio è 'l terzo;
vedi Salustio e Cesare, che vanno
inanzi a Livio, ond'ei gli guarda torti.
Vedi Plutarco e Plinio, e quelli acuti
grammatici, Apollonio e Priscïano.
Ma non star più, baron, fra tanti ingegni:
ché, chi volesse risguardarli tutti,
non si potria mirar null'altra cosa;
bastiti avere i più famosi udito.
Però volgiansi a quei ch'ebber possanza
maggiore, e fur più cari a la fortuna,
dicea l'angel di Dio: d'indi menollo
ov'eran duchi, imperadori e regi,
tutti divisi in tre vallete amene.
E come giunse ne la prima valle,
si volse lieto a Belisario, e disse:
Qui si dimoran l'ombre di coloro
ch'ebbero i regni glorïosi in terra.
Guarda colui ch'a pena si discerne,
tant'è lontan: quello è l'antiquo Nino
ch'ebbe ne l'Asia sì famoso impero;
e la sua moglie Babilonia cinse
di mura laterizie con bitume.
Quel che da gli altri è separato alquanto
è Moise, il qual per volontà divina
condusse il popol suo fuor de l'Egitto;
e quello è David re, che cantò i Salmi,
che son da voi sì frequentati e letti;
quell'altro è Salamon, che fé il gran tempio.
Rivolta gli occhi ov'è quella gran luce:
vedi Agamennon re de gli altri regi
ch'andaro a Troia, e Menelao suo frate;
quell'altro è Achille, che ne l'aspre guerre
non si potea né vincer né ferire.
Vedi Diomede, Aiace, Idomeneo,
Nestor, Ulisse e Stenelo con gli altri
che ster dieci anni intorno a quelle mura.
Da l'altra parte è Priamo ed Alessandro
ed Ettor, quasi inespugnabil torre
de la sua patria, co 'l figliuol d'Anchise
e con Polidamante ed altri molti
che la difeser quel sì lungo tempo.
Dopo costor mira il figliuol di Marte
Romulo: questi diè l'inizio e 'l nome
a la città che ha dominato il mondo,
a la città che la sua gloria inalza
fin al suppremo cerchio de le stelle;
ed ebbe sotto 'l suo divino impero
ciò che 'l ciel copre e che circonda il mare.
Vedi dietro a costui Pompilio e Tullo
sedere, e Marzio, e l'un Tarquinio e l'altro,
che 'l sangue di Lucrezia indi l'espulse.
Mira quel re, ch'ha sì benigno aspetto:
quello è il gran Perso nominato Ciro,
padre de la milizia e de i soldati;
da la cui vita ancor si tol la norma
d'acquistar regni e governare imperi.
Quel ch'è sì ardito, fu Alessandro il grande,
che andò vincendo il mondo fino a gli Indi;
Seleuco e Tolomeo gli vanno dietro,
soldati suoi, poi re de l'orïente.
Non ti vuo' nominar Cambise e Xerse
e Dario ed altri di minor virtute,
se ben fur regi sontüosi e grandi:
basti il notar le più famose teste.
Vedi dui macedonici Filippi,
vedi un Demetrio espugnator di terre;
quello è Pirro epirota, e quello è il vecchio
re Massinissa, e poi Iugurta e Bocco.
Quei sono Antioco, Mitridate e Perseo
ch'ebbero al loro ardir sì dura sorte.
Guarda color che son presso a l'entrata:
Atila il crudo, che Aquileia prese,
mosso dal dipartir de le cicogne.
Vedi Alarico, che dopo mill'anni
e cento e più con ingegnosa fraude
saccheggia e prende la città di Roma:
e poi sepulto fia presso a Cossenza
sotto 'l gran letto del corrente fiume.
Dopo costui Gizerico a tal preda
corre chiamato da l'irata Eudoxa,
e spoglia Roma con rapina immensa.
Vedi poi Teodorico, che in Ravenna
con fraude uccise il perfido Odoacro,
d'indi governa ben l'Italia afflitta;
e quel che gli vien dietro è suo nipote
Teodato re, che qui se 'n venne iersera,
deposto del suo regno e poscia estinto.
Come fu nota l'ombra di Teodato
a Belisario, in lei guardando disse:
O mal felice re, quant'era meglio
a non mandar la tua cugina a morte
e servar fede al correttor del mondo:
perché del mal non suole uscir mai bene;
così diss'egli, a cui rispose l'ombra:
Ognun dopo l'error diventa saggio,
se la fortuna al suo pensier ribella.
Così facc'io, così farà colui
che mi fece ire anz'il mio tempo a morte,
quando sarà prigion ne le tue mani.
E detto questo, subito si tacque.
Allora l'angel glorïoso disse:
Non è da star più tempo in questa valle.
Andiamo a l'altra, ove l'imperio siede
che solea tutto governare il mondo.
Così parlando se n'entraro in essa.
Poi l'angel seguitò: Guarda quell'ombra
che par sì ardente e sì feroce in vista:
quello è 'l gran dittator che vinse i Galli
e poi ruppe in Tesaglia il gran Pompeio,
e si fé serva la città di Roma
che l'avea generato: ond'ei fu morto
da i veri amici de la patria loro.
Colui che 'l siegue è il fortunato Augusto
che fece dirsi imperador del mondo
quando ebbe vinto Marcantonio in mare
con la regina del fecondo Egitto,
e chiuse il tempio del bifronte Iano.
Non risguardar Tiberio e Caio e Claudio
ch'imperar dopo lui, né il fier Nerone,
né Galba ed Oto, né Vitellio il grasso,
che non fur degni di sì gran fortuna.
Guarda Vespasian co 'l figlio Tito,
l'altro non già, ch'ebbe condegna morte.
Guarda ancor Nerva e l'ottimo Traiano
assunto al grande imperio fuor di Spagna,
di Spagna, genitrice de la gente
più vaga de l'onor che de la vita.
Mira Adrïano ed Antonino il Pio,
principi eccelsi, e quel mirabil Marco
di cui non fu giamai signore in terra
di più sant'opre e di maggior virtute.
Non risguardare il suo figliuolo indegno
di tanto padre: mira Pertinace
e lascia Giulïan; guarda Severo,
ma non guardar né il figlio né Macrino,
né Eliogaballo, infamia de le genti.
Mira il bon Alessandro, e lascia stare
Massimino e Balbino e Pupïeno
e gli infelici Gordïani e i tristi
Filippi e Decio e Gallo e Valerano
con Galïeno suo figliuol, ch'afflisse
l'imperio, e fu di molta ignavia carco;
e guarda Claudio poi, che vinse i Gotti
e tanti n'ucideo, tanti ne prese,
che empìo di servi ogni provinzia vostra.
Vedi il valente Aurelïano in arme,
che Zenobia menò nel suo trionfo;
e mira quello eletto dal senato,
Tacito, pien d'ogni gentil virtute.
Guarda il gran Probo, ch'acquistò la pace
universale a tutto quanto il mondo:
onde per sdegno i pessimi soldati
che la guerra volean gli dier la morte.
Quell'altro è Caro, e quello è quel buon prince
Dioclezïan, che poi che 'l mondo vinse
e governò 'l vent'anni in tanta altezza,
depose giù quell'acquistato impero;
e visse poi dieci anni in bei giardini
privatamente là presso a Salona,
né volse ripigliar l'imperio mai,
ben che di ciò ne fosse assai pregato.
Dopo Massimïan, Galerio e Cloro
e Severo e Licinio, che inimico
fu de le lettre, e le appellava peste,
vien il gran Costantino, il qual fu il primo
fautore aperto a la cristiana fede:
questi instaurò Bisanzo, e fecel tale
che concorrea con la città di Roma,
ond'or Constantinopoli si chiama.
Quello è il bon Giulïan, ch'è suo nipote,
e fu sì amico a i studi de le muse,
ma non a Cristo, onde fu forse estinto.
Non risguardar Giovinïano, e mira
quel Valentinïan che gli vien dietro
con Valente suo frate e col figliuolo
nomato Grazïano e col nipote,
ch'imitò l'avo suo se non col nome.
Quello è Teodosio poi, che 'l mondo parte
ad Onorio ed Arcadio suoi figliuoli:
onde ne seguitò sì gran ruina
a l'onorato imperio del ponente,
che Roma fu veduta andare a sacco
dal fiero inganno de la gente Gotta.
Poi Valentinïan ch'Aezio estinse
lascia, ed Avito e Maiorano ed Anco
Severïano, Antemio e poi Liberio
e Glicerio e Nepote, e quello Augusto
in cui finì l'imperio d'Occidente:
perciò che 'l re de gli Eruli il depose,
e dopo lui vacò quella gran sede,
e vacherà, se ben tu la racquisti.
Da l'altra parte è Marzïano, e Leo
mira e Zenone Isauro, che fu vivo
da la moglie sepolto; e dopo lui
vedi Anastagio fulminato in terra,
quand'ebbe gli anni prossimi a nonanta:
costor l'imperio avean de l'Orïente.
Allora il capitan rivolse gli occhi,
e visto che Giustin dopo Nastagio
sedea ne l'alto e glorïoso seggio,
corse divoto ad abbracciarli i piedi,
per onorar l'antiquo suo signore:
ma nulla strinse; onde sorrise l'ombra,
e disse: Belisario mio gentile,
quel che ti mena in questa nostra sfera
ti dovea dir che così fatti offici
mai non si fan tra l'alme de i defonti:
perché siam tutti in questi lochi equali.
Vattene pur al dritto tuo vïaggio;
e se ritorni su, narra al mio figlio
che si prepara a lui quell'ampia sede
che vedi là, sì glorïosa ed alta
quanto alcun'altra de la nostra valle.
Così disse Giustino, e 'l capitano
già volea fare a lui lunga risposta,
quando l'angel di Dio disse: Barone,
non star a consumar parlando il tempo
con l'ombre lievi; bastiti il vederle.
E detto questo, il pose ne la terza
valle, che aveva i capitani antichi:
e gli mostrò Temistocle, che vinse
con trecento galee tre millia navi
nel stretto che è vicino a Salamina;
e Milciade e l'invito Epaminonda,
Alcibiade e Gilipo e Agesilao,
Trasibulo, Lisandro e Timoteo,
con molti e molti valorosi greci.
D'indi rivolto al gran popol di Marte,
mostrolli i dui Scipioni e 'l buon Camillo,
il gran Pompeio e 'l fortunato Silla,
Marcello, Mario, Paulo Emilio e Fabio
e Metello numidico e Lucullo,
e quei di libertà sì grandi amici,
Fabrizio, Decio, Cato, Cassio e Brutto,
con tanti capitan d'una sol terra
quanti di tutti e' popoli del mondo.
Poi fra i Cartaginesi dimostrolli
Annibale, ch'andava inanzi a gli altri,
e 'l suo destr'occhio avea privo di luce;
ed era seco Amilcare suo padre,
cognominato Barca, onde fur poi
detti i Barchini, e Barchinona in Spagna.
Poi seguitando disse a lui rivolto:
Vedi anch'Aezio, ch'Atila sconfisse
ne' campi Catelaunici; e se questi
da l'ingrato signor non era estinto,
Atila mai non vi facea quei danni.
Ve' Bonifacio ed Aspare, che puote
far altri imperador, ma non sé stesso:
per ciò ch'era Arïano, e quella setta
era in quel tempo da l'imperio esclusa.
Qui, Belisario mio, sarà il tuo nido
poi ch'arai vinta l'Africa e l'Europa
e conservata l'Asia al grand'impero,
avendo appresso te dui re prigioni
e dui notabilissimi trionfi.
Come s'avviva al sospirar de' venti
carbone acceso o quasi estinta fiamma,
cotal divenne Belisario in fronte
al dolce suon del destinato onore:
né men fu lieta l'alma di Camillo,
vedendo al suo figliuol sì degno albergo.
Ma: Tempo è che si vada a l'altra sfera,
disse quel angel glorïoso e santo;
Sì che non guardar più quei sacerdoti
né quei ch'han sparso per la patria il sangue,
né i conditor de le ben poste leggi,
né gli ottim'inventor de l'util arti.
E detto questo, uscì di quel gran loco
e s'avviò per gire al destro cerchio
con Belisario e l'ombra di Camillo.
Quel cerchio avea sei porte, onde s'intrava
al contemplar de le future cose.
La prima avea la Profezia per guardia,
e la seconda il Sogno, e la Mania
tenea la terza, e poi l'Astrologia:
ma la Negromanzia regea la quinta,
la sesta era in custodia de le Sorti.
L'angelo Erminio poi menò i baroni
per quella porta che guardava il Sogno;
e come furon ne la destra sfera,
trovaron l'aere nebuloso e bruno,
simile a quel ch'al giunger de la notte
si sparge in ciel con l'oscurata Luna.
Però gli disse il messaggier divino:
Capitanio gentil, volgi la vista
e ben affisa gli occhi in quella gente
che siede intorno ad una gran cittade
e tenta mille modi per pigliarla;
ma quel baron che è dentro la diffende,
onde s'adopra ogni lor forza indarno,
guarda se ti conosci esser colui
che la diffende, e se conosci Roma
e gli aspri Gotti che gli stanno intorno,
più numerosi che non è l'arena
ne' maritimi liti o i pesci in l'onde.
Quivi daranti assai fatiche e danni;
ma guarda un poco in là, che tu gli cacci
con vituperio lor fin a Ravenna:
mira poi che Ravenna ancor si rende,
dopo quelle vittorie, a le tue mani,
e meni il re prigion dentr'a Bisanzo
con tanta preda e tanta gloria teco,
quant'avesse uom giamai che fosse al mondo.
Allora il capitanio alzò le mani
e gli occhi al cielo, e suspirando disse:
Quanto vi debbo, o Providenza eterna,
ch'apparecchiate a le fatiche nostre
questo sì caro e glorïoso pregio.
Poi l'angel santo seguitò 'l suo dire:
Mira color che restano al governo
d'Italia dopo te, come son lenti
a riparare a la surgente fiamma:
onde i rimedi lor saranno indarno.
Vedi Aldibaldo nuovo re de' Gotti
romper Vitellio là presso a Trivigi;
vedi poi Bello ch'Aldibaldo uccide
per la moglie d'Urai, che gli fu tolta,
ne la cui sede Ararico vien posto;
ma poscia anch'egli è parimente ucciso:
onde Totila ascende a quell'altezza.
Mira ancor qui la presa di Verona
dal valoroso Artabazo, e dapoi
l'ignavia de i prefetti che la perde.
Vedi poi come Totila combatte
con quei romani là presso a Faenza,
e tosto i rompe, e parimente ancora
rompe a Fiorenza le romane squadre.
Poi prende Benevento, e manda a terra
le mura, e piglia i Calabri e i Lucani
ed i Pugliesi con prestezza immensa.
Vince Demetrio con l'armata in mare
e poscia il prende, e col capestro al collo
a le mura di Napoli il conduce:
onde la terra misera si rende,
ed ei le spiana le eminenti mura.
Poi mette assedio a la città di Roma,
onde l'imperador ti fa tornarvi
con poca e poco valorosa gente,
e senza alcun favor de la fortuna:
che 'l Re del ciel sarà con lui sdegnato,
ch'avendo avuta una vittoria tale
qual tu gli dai, non riconosce averla
da Dio, né da l'estreme tue fatiche,
e non vi rende i meritati onori.
E però non potrai donare aiuto
a l'infelice assedïata Roma:
onde con tradimento ella fia presa
dal crudo re disposto di spianarla;
e manda i muri primamente a terra,
poi vuol distrugger gli edifici tutti:
ma per lo scriver tuo gli lascia in piedi.
Ben la fa vota d'uomini, onde resta
quella città ch'ha dominato il mondo
con le sue case desolate ed arse.
Né solamente la città di Roma
vedi per terra, ma l'Italia tutta
veder potrai con le spianate mura
de le città ch'a Totila si diero.
Tu ben dapoi ti sforzi ancor munire
l'onorata regina de le terre,
e le fai ritornar la gente dentro;
ma poi che con grand'arte l'hai munita,
quel dispietato Totila ritorna
con l'essercito suo per prenderl'anco:
ma nulla fa, ch'ella è da te diffesa;
onde senza profitto indi si parte
con vergogna e con danno, e qui s'avvede
ch'esser potrebbe alcuna volta vinto.
Tu poi ti parti fuor d'Italia, e vai
a guardar l'Asia dal furor de' Persi
come t'impone il correttor del mondo
per volontà de le superne rote;
ma quando poi serai partito quindi,
Totila piglierà l'afflitta Roma
col nuovo tradimento de gl'Isauri,
e manderà quei cittadini a morte.
Vedi che prende Corsica e Sardegna
e scorre la Sicilia, e fa gran prede:
poi divien possessor d'Italia tutta,
da poche terre infuor ch'avean gli Essarchi;
onde l'imperador placando prima
il Signor di là su, ch'era sdegnato,
manda il prudente e callido Narsete
contra questo crudel, con tanta gente
che cuopre tutta la campagna d'arme:
e quando giunto fia ne la Toscana,
verralli il crudo Totila a l'incontro
con tutto quanto il fior de' suoi soldati;
ivi combatte, ivi fia rotto e vinto
Totila, ed ivi ancor correndo in fuga
vedi che Asbado Gepido il ferisce,
onde ne muore, ed è sepulto a Capra:
e vedi poi la feminetta Gotta
che mostra il loco ove sotterra è posto.
Ecco i romani che lo traggon fuori,
e veduto che l'han, lo tornan sotto;
vedi che 'l forte Teio a lui succede:
vedi ch'ucciso è là presso al Vesevo
mentre che piglia in braccio il terzo scudo,
ch'avea cangiato il primo e poi il secondo
in quella ferocissima battaglia
perch'eran pieni di saette e lance.
Quello è 'l suo capo che si porta intorno
sopra quell'asta, e si dimostra a tutti;
né però i Gotti lascian la battaglia
per esser senza re, ma si combatte
fin a l'oscuro tempo de la notte.
Il dì seguente si combatte ancora
infin al tardi, e poi si viene a patti:
che i Gotti si contentan di lasciare
tutta la Italia libera a i romani
e passar l'alpi con le mogli loro,
né mai per tempo alcun venirgli contra.
Così con questi patti se n'andranno,
e passeranno a l'isola di Tule:
onde arà fin quella terribil guerra
poi che durata fia presso a vent'anni.
A quel parlare il capitanio eletto
s'allegrò tutto, e sorridendo disse:
Or avverrà quel che Procopio espose
nel primo cominciar di quella impresa,
quando mirando il grand'augurio disse
che l'altro drago ancor rimarria morto
per le man nostre, e fia l'Italia sciolta.
Quel drago adunque è Totila, ch'ucciso
sarà per la vittoria di Narsete,
che riporrà l'Esperia in libertade.
Così diceva il figlio di Camillo;
onde l'eterno messaggier del cielo
con la fronte assentilli, e poi seguette:
Vedi che 'l gran Giustinïano arriva
al fine, e satisface a la natura
volando al ciel con le purpuree piume;
vedi poi che succede al grande impero
Giustino e la bellissima Sofia,
e rivocan d'Italia il buon Narsete.
Poi quella donna garula si vanta
che lo farà filar tra le sue serve;
ond'ei per sdegno ordisse un'aspra tela
col fiero Albino re de' Longobardi:
il qual, come Narsete a morte giunga,
si piglierà l'Ausonia intorno al Pado;
sì che l'ingratitudine ancor fia
nuova cagion che Italia si ruini.
Ah vizio intolerabil de le genti,
vizio che mandi a terra ogni virtute
e noci al mondo più d'ogni altro errore.
Vedi poi come il scelerato Albino
fa che Rosmonda sua consorte beva
col vaso de la testa di suo padre
che fia da lui ne la battaglia ucciso;
onde la donna da giust'ira mossa
uccide il fiero suo marito, e fugge
con Almachilde poi dentr'a Ravenna.
Vedi anco come dietro al bel Giustino
siede Tiberio, e poi Maurizio e Foca;
e d'indi il buon Eraclio, che sconfisce
corrode ed arde Persia e ne riporta
un gran trionfo con la croce avanti;
la fiamma là che ne l'Arabia nasce
e ch'arde l'Asia e l'Africa, e trappassa
in mezzo Europa e fagli immensi danni,
fia di Maumetto: il qual con nuova setta
che Sergio gli darà farà adorarsi,
e fia il flagel de la cristiana fede.
Vedi la stirpe che d'Eraclio nasce
governare ottant'anni il grande impero;
mira Leonzo e Absimiro con gli altri
eletti imperador de l'Orïente
infino al tempo de la bella Irene.
Quivi l'imperio occidentale ancora
ritorna in piedi, e si riporta in Francia,
coronandosi in Roma Carlo Magno
da Leon Papa, quando arà difesa
la chiesa e preso il re de' Longobardi
ch'avean tenuto quasi Italia tutta
in dura servitù cento e cent'anni.
Vedi l'imperio d'Orïente poscia
callare, infin che Balduino acquista
la famosa città di Costantino:
la qual il Paleologo poi ripiglia
avendo ucciso il suo pupillo e tolto
al successor de i Lascari l'impero,
che poi starà ne l'onorata stirpe
de i Paleologhi, d'uno in altro erede,
fin che Maumetto gran signor de' Turchi
prenda Costantinopoli, e ruini
la casa Paleologa, perché ucciso
fia Costantino in quel conflitto amaro;
onde arà fin l'imperio d'Orïente.
Come udì questo, il capitanio eccelso
non poteo ritener le guanze asciute,
ma fur d'amare lacrime coperte
per la pietà del miserabil fine
ch'aver dovea quel glorïoso impero.
Poi seguitando l'angelo gli disse:
I'imperio d'Occidente dopo Carlo
arà tre Lodovici con dui Carli,
un Lotario, un Arnolfo; e poi si parte
di Francia, e vien condotto in Alemagna
e dassi ad Oto duca di Sassogna,
a cui succede il second'Oto e 'l terzo.
Questi ritornerà Gregorio Papa
in sede, onde elettori al grande impero
dapoi faransi principi germani.
Tre saran sacri: il primo fia Cologna,
Treveri l'altro e 'l Maguntino è 'l terzo;
e tre soluti: il duca di Sassogna,
il conte Palatino e 'l Brandemburgo;
ma, se fosser discordi, e tre per parte,
allora il re che la Boemia regge
sarà fatto elettore, e potrà dare
a qual parte vorrà vittoria certa.
Ad Oto terzo siegue Arrigo primo
e poi Corrado, e po' il secondo Arrigo;
poi viene il terzo, sì ne l'arme fiero
che combatteo sessantadue battaglie:
a cui seguita il quarto, e poi Lotario
e Currado secondo e Federico
che da la rossa barba ebbe il cognome,
principe eletto e di virtù suprema.
Dietro a lui siede Arrigo, e poi Filippo
ed Oto quarto, a cui siegue il secondo
Federico gentil pien d'ogni loda,
simile a l'avo di prudenzia e d'arme,
ma più fautor d'Italia e de le Muse.
Poi vien la casa d'Austria al grande impero,
la casa d'Austria, veramente capo
de l'altre case che mai furo al mondo:
madre di tanti imperadori e duchi
e re, d'ogni gentil virtute adorni.
Il primo d'essa ch'a l'imperio ascenda
sarà il conte Rodolfo, che combatte
con Ottachiero, e vincelo e l'uccide;
poi vince il falso Federico e l'arde.
Dietro a costui ne l'altro imperio siede
Alberto suo figliuol, che rompe e vince
Adolfo d'Esia, e fallo andare a morte.
Vien poscia Arrigo, quel da Lucimborgo,
e Ludovico di Baviera e Carlo
e Vincilao, Ruberto e Sigismondo,
tutti de i Lucimborghi; e dopo questi
l'imperio torna a la gran casa d'Austria:
e starà in essa ancor di grado in grado
fin che trappasserà questo milesmo
nel quale il sommo Imperador del cielo
vuol ch'io ti mostri le future cose.
Ma quanto durerà dopo mill'anni
l'imperio in Austria, mi convien tacere
per non passare il deputato segno
da questo dì fin al milesimo anno.
Vedi là dietro a Sigismondo altero
Alberto d'Austria ch'a l'imperio ascende,
erede universal de i Lucimborghi.
Dopo costui vien Federico il terzo,
principe giusto ed amator di pace,
ch'anni cinquantaquattro arà il governo
de l'imperio di Roma: a la qual meta
null'altro aggiunse imperador del mondo.
Meravigliossi Belisario il grande
quando l'angel dicea ch'a quella meta
null'altro aggiunse imperador del mondo:
perciò che aver solea per cosa ferma
ch'anni cinquantasei regnasse Augusto.
Ma quel celeste messaggier, che vide
come foglia che è chiusa in lucid'ambra
il dubbioso pensier di quel barone,
a lui si volse, e sorridendo disse:
Valoroso signor che illustri il mondo,
sappi che Ottavio e Marcantonio, poi
che fu 'l ventoso Lepido deposto,
signoreggiar più di dieci anni insieme;
ma come Ottavio vinse il suo collega
in Azio, ch'or la Prevesa si chiama,
allor fu solo imperador di Roma,
allor fu Augusto, allora il mondo resse
quattr'anni o poco men sopra quaranta:
sì che non t'admirar di quel ch'io dissi.
Vedi poi dietro a Federico terzo
quel Massimilïan che è suo figliuolo:
questi sarà sì valoroso in guerra,
sì liberale e sì benigno in pace,
che le delizie fia di quella etade.
Guarda il nepote di costui, ch'arriva
al grande impero anz'il milesim'anno
che m'ha prefisso a dimostrarti il cielo:
questo fia Carlo figlio di Filippo,
mandato a voi da la divina Altezza
per adornare e rassettare il mondo.
Costui farà col suo valore immenso
ritornare a l'Italia il secol d'oro:
né solo andrà da i Garamanti a gl'Indi
e dal gran Nilo al fiume de la Tana
soggiugando a l'imperio ogni paese;
ma ancor trappasserà con grande armata
di là da l'equinozio a l'altro polo,
e piglierà più terra assai che questa
di qua, che 'n tre gran parti fu divisa:
Quindi riporterà tant'oro e gemme,
ch'adorneran tutti e' paesi vostri.
Al muover di costui, tremar vedrassi
la Gallia e spaventarsi il re de' Turchi
e l'Africa adorare il suo vessillo;
ma non ti vuo' più dir, che i suoi gran fatti
trappasseriano in quell'altro milesmo
che 'l Motor de là su vuol ch'io ti celi.
Ma vuo' lasciare i capitani e i regi
e i pontifici summi, in cui vedresti
Nicola quinto e 'l decimo Leone
sì veri amici a i studi ed a gl'ingegni,
che de i lor frutti allegrerassi 'l mondo.
Dunque lasciam tutti costor da canto,
che saria lungo il nominare ognuno,
e voltiam gli occhi al monte de le Muse.
Vedi quel che è là su presso a la cima;
colui fia Dante, mastro de la lingua
ch'allor l'Italia nomerà materna:
questi dipingerà con le sue rime
divinamente tutta quella etade.
L'altro che siegue lui sarà il Petrarca,
che con bel stile e con parole dolci
descriverà quegli amorosi affetti
che desta amor ne gli animi gentili,
vincendo ogni altro che giamai ne scrisse.
Il terzo fia il Boccaccio, le cui prose
saranno ingombre di pensier lascivi.
Risguarda un poco gli inventor de l'arti:
lustra con gli occhi e mira quei tedeschi
ch'han ritrovato l'arte de la stampa
in Argentina, là vicina al Reno;
per cui si scriverà tanto in un giorno
quanto altrimente si faria in un anno.
Ma guarda ancor più là, verso coloro
che prendon nitro con carbone e solfo
e ne fan polve, e pongonla in quel ferro
cavato, e poscia una pallota sopra,
e dangli fuoco, e fan tanto rimbombo
che si vede il terren tremarli intorno.
Questi son quei che truovan la bombarda,
la qual divisa in colubrine e sacri
e canoni e schiopetti ed archibusi
farà tal danno a i muri ed a le genti,
che non si potrà farvi alcun riparo
più che si facia a i fulguri del cielo.
A questo Belisario alzò la fronte,
e risguardando assai quel nuovo ingegno
desiderava di portarlo seco
giù ne la vita, a dibellare i Gotti:
di che s'avvide il messaggier del cielo,
e disse a lui queste parole tali:
Capitanio gentil, volgi la mente
ad altro, perché Dio non ha permesso
ancora al mondo quel flagello orrendo:
che, se indugiasse a darlo ben mill'anni
e mille e mille, fia troppo per tempo.
Mira quella città che 'n mezzo l'acque
surge tra 'l Sile e l'Adige e la Brenta;
quella è Venezia, gloria del terreno
italico e rifugio de le genti
da la scevizia barbara percosse:
questa regina fia di tutto 'l mare,
specchio di libertà, madre di fede,
albergo di giustizia e di quïete:
le cui virtù sempre saranno eccelse
ed ampie in ogni sua futura etade,
ma più sotto l'imperio del buon Griti,
che ponerà la vita in abbandono
e la diffenderà da tutta Europa
che fiali a torto congiurata contra;
e come poi sarà nel gran governo
che quell'ampia città chiamerà duce,
la tenirà sicura in tant'altezza,
che tutti quanti i principi del mondo
a pruova cercheran d'esserli amici.
Ma s'io volesse correr le sue lodi,
mi mancheriano le parole e 'l tempo:
ché forse non fu mai sopra la terra
nessun ch'avesse in sè tante virtuti.
Or sarà ben, dapoi ch'io t'ho mostrato
ciò ch'è piaciuto a la bontà divina,
ch'io ti rimandi al tuo munito vallo:
e costui vada a la sua sede eterna.
Così gli disse l'angelo, e toccollo
poi con la verga ch'ei teneva in mano;
onde l'assalse fieramente il sonno,
e gli fece lasciar quella licenza
che volea tor da l'ombra di suo padre.
Quindi l'angelo il prese, e riportollo
addormentato sopra il bel pratello
ed appoggiollo ad un di quelli allori,
e lieto se n'andò volando al cielo:
ma quel baron cadeo subito a l'erba
e tutte l'armi gli sonaro intorno,
tal che destossi e sollevossi in piedi.
Poi ratto a quel rumore uscì di cella
con dolce aspetto il venerando vecchio:
onde il gran Belisario ingenocchiossi
'nanzi a i suoi piedi, e benedir si fece;
e poi tornossi con Traiano al vallo.