IL QUARTO LIBRO
L'occhio del ciel, che la divina luce
porge e nasconde a l'emisferio nostro,
usciva allegro fuor de l'onde salse,
quando 'l governator de l'occidente
prima ch'alcun s'approssimasse al lito
chiamò il forte Aquilino e 'l buon Traiano,
e disse lor queste parole tali:
Valorosi,prudenti,almi baroni,
per dar principio a la felice impresa
siate contenti entrar dentr'a la terra,
e dire a quei che siedeno al governo
di quella glorïosa alma cittade
come il supremo imperador del mondo
ha qui mandato la sua bella armata
con infinita gente, a liberarli
da la superba servitù de' Gotti
e tuor la Italia fuor de le lor mani:
perché la libertà de le cittadi
è 'l più bel don che sia sopra la terra.
Però ci apran le porte, che saranno
conservati da noi come fratelli.
Così gli disse il capitanio, ed essi
non udir già quelle parole indarno,
ma ratto s'avvior verso la terra.
Brandizio è una città che 'n riva al mare
ne la punta d'Italia s'incorona,
ed ha un famoso, anzi mirabil porto
che già fu scala a tutto l'orïente:
il duro lito quivi si divide
fra dui gran scogli, ov'entra la marina
che si diffonde intorno a la cittade,
e quasi un cerchio fa con l'onde salse,
che paion corna d'un annoso cervo.
Poi da ciascuna parte de la foce
surge una torre, e va verso le stelle:
ove son poste due catene immense
che chiuder possan l'onorato porto,
il quale ha di rimpetto a la sua bocca
una isoletta, ed un castel sovr'essa,
che l'assicuran dal furor de' venti.
Qui non bisognan ancore né funi
per tener salde le già sorte navi,
ché sempre l'onda si ritruova in calma.
Traiano adunque ed Aquilin passando
tra quelle torri discendero in terra;
e ne l'entrar de la città trovaro
una vergine bella che portava
l'acqua dal fonte al suo fedele albergo:
ed era ne l'andar tanto leggiera,
che non parea ch'ella toccase il suolo
con le sue belle e dilicate piante;
onde Traiano a lei parlando disse:
Diteci, grazïosa damigella,
ove stan quei che siedeno al governo
di questa nobilissima cittade.
Ed ella fatta di color di fiamma,
rispose: Se ne stan presso a mio padre;
venite dietro a me, che mostrerovvi
la vera intrata de l'albergo loro.
Udito questo, i dui gentil baroni
senza dir altro se n'andor con ella;
e giunti ne la casa che mostrolli
trovaron quivi i primi de la terra
raccolti insieme, che facean consiglio,
mossi da l'apparir di tante navi:
ma come vider giunti quei signori,
con meraviglia prima gli guardaro,
poscia attendero a la proposta loro,
la qual fece Traiano in questo modo:
Signori eletti ed al governo posti
di questa glorïosa alma cittade,
deh se 'l Mottore eterno de le stelle
empia il vostro terren di tutti e' beni
che danno aiuto e commodo a le genti;
volgete il cuore a le parole nostre,
le quai v'apportan beneficio grande.
L'imperador de la città del mondo
ha qui mandato la sua bella armata
con infinita gente, a liberarvi
da la superba servitù de' Gotti
e tor l'Italia fuor de le lor mani:
perché la libertà de le cittadi
è il più bel don che sia sopra la terra.
Piacciavi adunque tuorci allegramente
dentr'a le vostre ben fondate mura,
che noi vi tratterem come fratelli.
Così disse Traiano, e quei signori
udendo la sua nuova alta proposta
stettero prima in sè molto suspesi,
dapoi parlaron pianamente insieme;
e la risposta che voleano farsi
commissero a Tiberio, ch'era il primo
d'autorità che fosse in quel paese:
ed ei rispose loro in tal maniera:
Signori ambasciadori, al parlar vostro
che cerca mutamento di quel stato
in cui la patria nostra or si ritruova,
non può dar sì subita risposta;
perché 'l mutar di stato è cosa grande,
e mai non si suol far senza periglio:
e poi questo negozio importa a tutti,
e consultar con tutti ci bisogna.
Però tornate allegramente in dietro,
ché manderemo i nostri a dechiarirvi
ciò che sarà il voler de la cittade.
Questo disse Tiberio, e 'l buon Traiano
ed Aquilin se ne tornaro al porto.
In questo tempo Belisario il grande
facea discender le imbarcate genti
giù de le navi in su la destra riva
di san Lionardo, ov'è il mirabil pozzo,
che ha l'acqua che già mai non si corrompe;
ed egli ingenocchiato in su la prora
del suo naviglio, con le palme giunte
e verso il lito risguardando disse:
O Re del cielo, e voi sustanze eterne
che di sì bel paese avete cura,
date favore a questa degna impresa,
che si fa sol per porre in libertade
l'antica Esperia: acciò che quella gente
che vinse il mondo, e lungamente il resse,
possa fruire ancor gli antiqui onori.
Così diss'egli, e poi discese in terra
con un salto leggier, che parve un pardo;
e dietro a lui ciascun scendea sì ratto,
che tosto si coprì tutto 'l terreno
di cavalieri e d'animosi fanti.
I Gotti poi, che stavano a la guarda
de la città, come fu detto loro
che sopra il lito dismontava gente,
s'armaron tutti e s'adunaro insieme
per voler contraporsi a i lor nimici.
Il che come fu noto a i buon romani,
si fecen dar subitamente l'armi
giù de le navi con prestezza immensa.
Né gelati vapori in grosse falde
di fredda neve, né l'algente bruma
fioccan sì spessi a far la terra bianca;
come le lance spesse e le corazze,
i scudi rilucenti e gli elmi adorni
piovean con fretta giù da l'alte navi:
né quelli prima avean toccato il suolo,
ch'ognun di lor se l'avean poste intorno.
Come neve che cade in su 'l terreno
che sia da l'acque madefatto e molle,
quand'ella il tocca, subito si sface
e non appar di lei vestigio alcuno;
così non si vedean sopra 'l gran lito
fermarsi punto l'armi de i romani.
I Gotti, come vider tanta gente
starsi con l'arme in dosso in su l'arena,
se ne tornaro prestamente in dietro
pieni di maraviglia e di paura:
e fecer come il can, che vede i cani
venir nel chiuso, e se gli aventa contra;
ma poi vedendo lor rizzarsi i peli
su per lo dorso e dighignarsi i denti,
torna temente ne l'usato albergo
con la coda ristretta fra le gambe:
così quei Gotti con temenza molta
si ritornaron dentro a la cittade.
La qual stava suspesa, e con gran cura
si consultava circa la dimanda
che avean fatta Aquilino e 'l buon Traiano,
ed eran molto varie le sentenze:
quando l'angel Latonio in forma d'uomo,
che parea Timbro capitan de i Gotti
che stavano a la guardia de la terra,
venne a trovare Ebrimiro, ch'allora
era in Brandizio con la sua famiglia,
e v'avea Teodinante sua consorte,
figlia del re de i Gotti, ond'onorato
era da tutti lor come signore;
a cui Latonio astutamente disse:
Se voi non provedete, alto barone,
di prender patti, e dar questa cittade
tosto a l'imperio, ella sarà distrutta,
e tutti quanti andremo a fuoco e sangue,
perché la resistenza oltra le forze
spesso è cagion d'altissima ruina.
Noi siamo pochi, e in mal sicura parte;
e d'ogn'intorno avem tanti nimici,
che se le mura fosser di diamanti
non potrebbon durar contra costoro.
Quando Ebrimiro udì queste parole,
divenne tutto pallido nel volto,
e dentr'al petto gli tremava il cuore:
e poi, come il nocchier che la sua nave
circondar vede da tempesta orrenda
resta confuso, e trema di paura,
che pensa ad or ad or perir ne l'onde:
pur parla poi co i marinari, e fagli
callar le vele e trar la robba in mare,
credendo a far così fuggir la morte;
cotal divenne Ebrimiro, e con fretta
molta n'andò dov'era il gran consiglio:
e disse lor parlando in questa forma:
Signori, che ridotti in questo loco
vi siete per trovar qualche rimedio
a la ruina de la patria vostra:
pensiamo bene, e discorriamo quello
che far debbiamo in tale aspra fortuna.
Questa cittade ha poca gente dentro,
e manco vetovaglia, e d'ogn'intorno
circondata sarà da tante mani
e per terra e per mar, ch'a viva forza
la prenderanno e metteranla a sacco,
e tutti quanti andremo a fil di spada:
acciò che 'l nostro mal divenga essempio
a l'altre terre che vorran tenersi;
perché la crudeltà ne i primi ingressi
suol metter gran terrore entr'a i paesi.
Però meglio sarà che cerchiam patti
con qualche scorno, che voler star forti
con danno estremo e vituperio immenso.
Questo parlar d'Ebrimiro commosse
tutto il consiglio, e fece ognun più pronto
a dar Brandizio al correttor del mondo:
onde mandor subitamente al campo
Tiberio e dieci ambasciadori eletti,
che gli portor le chiavi de le porte.
Costoro aggiunti dentr'a la gran tenda
s'ingenocchiaro umilemente prima,
poi presentaro un bel bacil d'argento
al vice imperador de l'occidente
ov'eran entro l'onorate chiavi
de le gran porte de la lor cittade,
e quelle accompagnor con tai parole:
Altissimo signore, ecco il sigillo
e 'l cuore insieme de la terra nostra,
ch'ora si dà liberamente a voi
e si rimette ne la vostra fede
e nel vostro prudente alto valore;
ma ben vi priega che 'l presidio Gotto
ch'avemo dentro sia lasciato andare
libero e senza danno a i lochi loro.
Così Tiberio dolcemente espose
la su'ambasciata, e Belisario il grande
prese il bacile allegramente e disse:
Prudenti e saggi ambasciadori eletti
da quest'alma città ch'a noi si rende,
io piglio molto volentier le chiavi
d'essa, ma ancor con più diletto il cuore;
e sforzerommi di trattarla in modo,
che ognun conoscerà che l'abbiam cara,
sì come primogenita figliuola:
sendo la prima che in Italia avemo.
Poi farò noto al correttor del mondo
le grate liberal vostre parole:
che certo non saran senza mercede.
I Gotti ancor che per presidio avete
saran lasciati a suo piacere andarsi,
per non disdire a la dimanda vostra.
Così rispose, e poi chiamò Traiano
con Aquilino, e disse este parole:
Signori, e' sarà buon che voi torniate
dentr'a Brandizio senza far dimora
per prendere il possesso de la terra
e preparar le stanze, perciò ch'io
voglio venirvi, ed alloggiarvi dentro,
prima ch'a questo dì s'asconda il sole.
Come i baroni udir queste parole,
senz'altro replicar si dipartiro
con quattro validissime coorti,
e se n'andor ne la città renduta.
Quivi Aquilin, che governava il tutto
perché Traiano er'ito entr'al castello,
pose a l'antica porta di Misagno
Tarmuto, e seco due centurie intere;
a la porta di Leccie ancor ne pose
due, sotto il buon governo di Catullo:
poi messe a l'altre porte de la terra
una sola centuria per ciascuna,
che Arasso e Faniteo n'avean la cura.
E fatto questo, venne in su la piazza
e menò seco il resto de la gente,
ove fermò l'imperïal bandiera.
Poscia mandò Gualtier fuor de la porta
a dire al capitan come ogni cosa
s'era essequita, e che potea venirsi
ad ogni suo piacer dentr'a le mura.
Quand'ebbe inteso il capitanio eletto
quell'ambasciata, subito levossi,
poi montò sopra il suo corsier Vallarco,
e lento s'avviò verso la terra.
Molti baroni e principi e signori
e duchi e re l'accompagnaron entro,
e tutti i cittadin gli andaro incontra,
coronati d'ulivo, in veste allagre;
e per le larghe strade onde passaro
pendean tapeti giù da le fenestre,
e bellissime donne eran sovr'essi
gioiose e liete, e con le bianche mani
spargeano un nembo d'odorati fiori.
Le porte ancor de le superbe case
erano aperte, e si vedeano in esse
vaghe fanciulle e pargoletti infanti
cantare insieme con söavi voci:
Sia benedetto il dì ch'a noi vi mena,
e che la dolce libertà n'apporta;
poi le piazze e le strade erano piene
di genti allegre, che cridavan forte
Imperio imperio con romore immenso:
di che 'l gran Belisario entr'al suo petto
molto godeva, e così passo passo
cavalcando n'andò fin a la rocca,
ch'era sotto la guardia di Traiano.
Or quivi giunto subito si volse,
e diè licenza umanamente a tutti,
poscia in quella alloggiò; ma l'altra gente
sparsa albergò per l'onorate case
ove con gran diletto erano accolti;
e quivi riposor tutta la notte,
dormendo fino a l'apparir de l'alba.
Ma come venne la vermiglia aurora
a rimenare il dì sopra la terra,
il capitanio si levò del letto,
e si vestì de i consüeti panni;
poi chiamar fece il principe Aldigieri,
il qual subitamente appresentossi,
e Belisario a lui parlando disse:
Signor, da poi che 'l Re de l'universo
n'ha conceduto ne la prima giunta
questo bel porto e quest'alma cittade
ch'è la chiave d'Italia, possiam dire
che in essa abbiamo omai firmato un piede:
l'altro mi par che in Napoli si ponga,
u' la Scicilia e l'Africa dismonti;
però fia ben che subito n'andiate
con dugento galee nel mar Tirreno
a star presso a quei liti, infin ch'io giunga,
che tosto ivi sarò con tutto 'l campo.
Quest'altre navi poi che ci han condotti
se ne ritorneran verso Durazzo
sotto l'obedïenza di Narsete,
come è 'l voler del nostro alto signore.
Così diss'egli, e 'l principe di Rodi
subito se n'andò verso l'armata,
e seco andava il venerando Paulo
con gli occhi e con le man cennando i luoghi
e i modi da passar Scilla e Cariddi.
I Gotti ch'eran poi ne la cittade,
la matina per tempo se n'andaro
pallidi e stretti, e risguardando intorno.
Temeano sempre di ricever onta:
come fa il prigionier che si ritruova
in carcer tetro condannato a morte,
poi ch'egli ha avuto grazia de la vita
e tratto è fuor de la prigione oscura,
non crede esser sicuro e in libertade
fin che non si ritruova entr'al su' albergo;
così fecean' allor tutti quei fanti,
che mai non si credero esser sicuri
fin che non furo entr'a le lor cittadi.
In questo tempo Ebrimiro se 'n venne
avanti Belisario, e ingenocchiossi:
ma come il capitan seppe chi egli era,
fece levarlo in piedi ed abbracciollo;
onde Ebrimiro a lui parlando disse:
Illustre capitan mastro di guerra,
io sono il primo de le nostre genti
che vengo ad onorarvi ed ubidirvi:
perché il valore e la virtù ch'è in voi
tira ad amarvi ogni persona umana,
e perché ancora il mio maggior disio
è di vedere il correttor del mondo
e dimorar sotto 'l suo degno impero;
però vi priego che non vi dispiaccia
di far ch'io vada a l'alta sua presenza.
Belisario ascoltò con gran diletto
quelle parole, e poscia gli rispose:
Signor, io lodo il bel vostro pensiero,
che certo avete eletto a questa volta
la più salubre e più sicura parte.
Sò che l'imperador v'arà sì caro,
e v'apparecchierà sì larghi onori
e sì bei doni, che sarete sempre
lieto e contento del vïaggio vostro.
Così diss'egli, e poi chiamò Narsete,
e disse a lui queste parole tali:
Or che devete ritornarvi in dietro,
come v'impose il correttor del mondo,
condurrete con voi questo signore,
e l'appresenterete al nostro sire:
e pregherete lui per mie parole
che sia contento di trattarlo in modo,
che disir faccia a tutti gli altri Gotti
di star sugetti al suo divino impero.
Il buon Narsete senz'alcuno indugio,
udito quel parlare, indi partissi,
e se n'andò ne l'ordinate navi:
ne le quali anco Ebrimiro se 'n venne
con Teodinante sua fedel consorte,
e poscia dispiegor le vele al vento;
e tanto navigor, che l'altro giorno
si ritrovaro al porto di Durazzo.
Il vicimperador de l'occidente,
come vide espediti il buon Narsete
e 'l valoroso principe di Rodi,
così propose a gli altri suoi baroni:
Signori, e' sarà buon che noi mandiamo
qualcun de i nostri cavalier pregiati
fuor de la terra, per veder se i Gotti
chiudeno i passi o fan nuova adunanza:
e questi tai ci recheranno ancora
qualche notizia e gusto del paese.
Apena Belisario avea fornite
le sue parole, che levossi in piedi
l'ardito Corsamonte, il qual si offerse
di andare a quella perigliosa impresa:
levossi Achille e si levò Aquilino,
si levò il re Cosmondo e 'l forte Arasso,
levossi Magno e si levò Traiano
con tutta l'altra Compagnia del Sole
e con molti altri capitani eletti;
ognun de' quali con ardita fronte
voleano andare a far quella scoperta.
Allora disse il capitanio eccelso:
Io veggio disiar tanti baroni
d'andare a questa faticosa impresa,
ch'io non vuo' far di loro alcuna scelta;
ma di tutti costor che s'hanno offerto
torremo i nomi, e ponerenli a sorte:
e quattro ne trarrem che in una parte
vadano del paese, e quattro in altra.
E così detto, ognun scrisse il suo nome
e diello al vecchio e venerando Paulo,
che la celada si levò di testa
e posevi entro tutti quanti e' brievi;
poscia squassolla e dimenolla alquanto,
e si rivolse con la faccia a dietro
ed al gran Belisario appresentolla,
che trasse fuori i nomi ad uno ad uno.
Il primo brieve disse il re Cosmondo,
l'altro Massenzo, il terzo fu Aquilino,
Mondello il quarto, il quinto era Lucillo,
Sindosio il sesto, il settimo Catullo,
e l'ultimo era il re de' saraceni.
Come ognun ebbe letta la sua sorte
con occhi allegri, subito s'armaro
e saliro a caval con gran disio:
accompagnati poi fin a la porta
da molti valorosi alti guerrieri,
si poser lieti in quel camino audace.
Ma mentre i quattro primi separarsi
volean da gli altri, venne una donzella
tanto leggiadra e grazïosa in vista,
ch'arebbe accesa ogni gelata mente:
ben era piena di fallaci inganni
quanto alcun'altra mai di quella etade.
Questa mostrossi sconsolata e mesta,
e disse sospirando a quei baroni:
Voi mi parete cavalieri eccelsi,
di gran valore e di pietade adorni:
però prendo ardimento di pregarvi
che m'aiutate in questo mio bisogno!
Io fui figliuola già d'una gran donna
signora del paese di Bitonte,
che maritommi al duca di Crotone;
e diedemi per dote un solo anello
di pregio estremo, e di valore immenso.
Questo avea tal virtù, che s'io il basciava
e poi toccava ogni qualunque cosa,
quella si convertiva in seta o in oro
o in tutto quel ch'i' avea dentr'al pensiero.
Or io tornando al dolce mio terreno
per rivedere i miei con questo anello,
ch'io nol lasciava mai da me lontano,
passai vicina ad una bella fonte;
e veduta ch'io l'ebbi, ivi discesi
per bere, e l'anel presi e lo basciai,
volendo farmi un'ottima bevanda;
ma mentre che volea toccar con esso
l'acqua del fonte, e trarmi ivi la sete,
mi sopravenne un cavaliere armato
con dui giganti, e con orribil voce
sì mi sgridaro, ch'io lasciai l'anello
cadermi per timor ne la fontana.
Poi quei crudeli mi tiraro indietro,
né voller più ch'io m'appressasse ad essa;
ond'io per non lasciar sì ricca gioia
qui mi rimasi, e vo cercando aiuto:
e s'alcun mi sarà tanto cortese
ch'atterri il cavaliere, ond'io racquisti
la mia sì cara e prezïosa gemma,
i' sarò più di lui che di me stessa.
Così diss'ella, e tutti quei baroni
s'acceser d'un disio troppo fervente
di far piacere a sì leggiadra donna,
onde ognun le facea promesse larghe;
e fuvvi alcun di lor che si pensava
di guadagnar quel virtüoso anello,
e lasciar la donzella a gli altri amanti.
Così, chi d'avarizia e chi d'amore
spronato, lieti s'avviaro insieme
dietro a le poste de le belle piante:
ed arrivaro in un fiorito prato
cinto di pini a lato a una fontana,
presso a la quale un cavalier sedea
con l'arme indosso e con la spada al fianco;
ma l'elmo gli giacea davanti i piedi.
Questi, come venir vide i baroni,
si levò ritto in piè, che parve un orso,
e prese l'elmo, e se lo pose in testa:
poscia il destrier ch'era legato a un pino
sciolse, e saltò d'un salto in su la sella
e prese in man la sua robusta lancia;
e gli andò contra arditamente e disse:
Audaci cavalier, se voi volete
ire al vostro camino, eccovi il ponte:
e non calcate le mie tener'erbe,
che forse vi porian parere amare.
Massenzo gli rispose: Aspro barone,
cercar volemo dentro a quella fonte
d'un vago anello, e darlo a questa donna,
senza aver tema de le tue minaccie.
La fonte disse, alcun non può toccare
se non pruova il valor de le mia lancia.
Io mi dimando Faulo, e son figliuolo
del grande Iperbio ch'è signor di Bari:
e la sorella mia, ch'ha nome Acratia,
ed ha potere estremo in queste parti,
armato mi tien qui la notte e 'l giorno
con dui giganti, sol perch'io non lasci
a labbro umano mai gustar quell'onde.
E però se volete entro cercarvi,
converrà che ciascun si pruovi meco,
e s'io l'abbatto, resti mio prigione:
ma s'ei mi vince, io lascio in suo domino
me stesso ed i giganti e la fontana.
Questo patto per Dio non mi dispiace,
disse Massenzo, e volse il suo destriero
credendo porlo in terra al primo colpo:
ma fu l'effetto al suo pensier diverso.
Faulo si volse anch'egli, e preso campo
si vennero a incontrar con l'aste basse,
ed ambi si colpiro in mezzo i scudi:
e feceno un rumor tanto profondo,
che tutto 'l prato gli tremava intorno.
Come quando s'incontra in mezz'al mare
Garbino e Greco, onde con gran rimbombo
si muove l'acqua, e s'urta onda con onda
mandando verso 'l ciel la schiuma bianca;
così fér quei baroni, e la gran lancia
del fier Massenzo andò volando in pezzi:
ma Faulo in Ligridonia risguardando,
ch'era quella fallace damigella
che indusse i cavalieri a la battaglia,
prese tanto vigor, che a viva forza
andar convenne il buon Massenzo a terra.
Com'egli si trovò disteso al prato,
rimase stupefatto entr'al suo petto,
e salì tosto arditamente in piedi;
poi disse a Faulo: Cavalier valente,
secondo il nostro patto, i' son prigione:
ma se non fosse per servar la fede,
che m'è più cara che la propria vita,
ancor vorrei mostrar ch'io non son vinto.
Così diss'egli, e la tagliente spada
prese poi per la punta e appresentolla
a Faulo vincitore, ed ei la tolse;
e diè Massenzo in guardia a i suoi giganti,
che con catene forti lo legaro.
Quando vide Aquilin legar Massenzo
tutto s'accese di vergogna e d'ira,
e disse: Aspetta cavalier, ch'io vengo
a scior con questa lancia il mio compagno.
E così detto volse il suo destriero
e prese campo, e s'assettò ne l'arme,
e Faulo vincitor fece altretanto:
poi l'un ver l'altro con la lancia in resta
correndo fieramente si colpiro;
ma come l'asta del superbo Faulo,
ch'era incantata, diede ad Aquilino,
subito lo mandò disteso a l'erba,
e fu fatto prigion da i dui giganti.
Dietro a costui fu preso a simil giostra
Mondello il forte e 'l forte re Cosmondo,
il bel Sindosio e 'l giovane Lucillo;
né l'accorto Catullo ebbe riparo
che non andasse trammortito al piano.
Quando ciò vide il re de' Saraceni,
che sol di quei compagni era rimaso,
non curò di provarsi in quella giostra,
ma volse il velocissimo corsiero;
e quel spronando e rallentando il freno
corse subitamente inver la terra.
In questo mezzo il scelerato Faulo
chiamò Talpone e cento altri sergenti
ch'erano in una casa ivi vicina
parati e pronti ad ogni suo comando,
e disse a lui queste parole tali:
Talpon, tu vedi quei baroni armati;
menali a Gnatia, a l'alta mia sorella,
incatenati sopra i lor destrieri;
e dille come io gli ho giostrando presi
e glie li mando, ed ho speranza ferma
in brieve tempo ancor prenderne tanti,
ch'empier potrà l'amato suo giardino.
Così comandò Faulo, e quei sergenti
non udir già le sue parole indarno,
ma se n'andor co i cavalier prigioni
de là dal ponte a ritrovar la maga.
In questo tempo l'affannato Areto
giunse a Brandizio, e benché molta gente
gli dimandasse nuova de i compagni,
ei nulla rispondeo fin che non venne
avanti Belisario, ove disceso
del suo destriero a lui narrò quel caso
e la presura de i baroni eletti.
Come ebbe il capitan questa novella,
divenne adolorato entr'al suo petto,
e due pensier gli andaron per la mente:
l'un era di mandar parte del campo
con un legato, e circondar quel prato
e prender Faulo e i fieri suoi giganti;
l'altro fu che l'ardito Corsamonte,
ch'era il miglior guerrier che fosse in terra,
con tre buon cavalieri in compagnia
andasse a fare ogni possibil pruova
di liberare i cari suoi compagni:
e tal partito a lui parve più degno,
perciò che l'altro ancor poteva farsi
se Corsamonte fosse andato indarno.
Onde chiamato il gran duca de i Sciti
narrò la presa a lui di quei baroni,
e lo pregò che andasse a liberarli:
ed ei rispose arditamente, e disse:
Veramente signor, molto mi dolve
quando vid'io che la mia dura sorte
non m'avea tratto fuor con quei guerrieri:
ma quale è quel sì pellegrino ingegno
che sappia indivinar ciò che gli è buono?
Or ecco in gran diletto s'è rivolto
quel che mi spiacque e m'aggravava tanto.
Poi che novellamente son chiamato
da sì raro giudizio a tanta impresa,
non vedo l'ora di trovarmi a petto
con quell'altero e di combatter seco,
però ch'io spero aver vittoria grande:
e non ritornerò dentr'a le mura
che arò con meco i miei fedeli amici.
Così diss'egli; e Belisario a questo
soggiunse: I' so che 'l vostro alto valore
potria far anco più difficile opra.
Andate adunque, e menerete vosco
il buon Traiano ed il cortese Achille,
e 'l savio Areto che vi guidi al prato.
Disse alor Corsamonte: Io non saprei
trovare al mondo compagnia migliore.
E prese a braccio il callido Traiano,
e se n'andaro insieme al loro albergo
per porsi l'armi e gir verso la fonte.
Mentre poi che ciascun di lor s'armava,
venne l'angel Palladio, ch'avea presa
la vera effigie del canuto Paulo,
e salutolli, e poi così gli disse:
Io non so bene, altissimi guerrieri,
se voi sapete ciò che avete a fare,
ed in che loco periglioso andiate.
Sapiate prima come quella fonte
si dimanda la fonte del sanaio,
e nacque da le lacrime di Areta,
ch'era molto onorata in questi luoghi.
Ella avea per nipote una donzella
nominata Sinesia, ch'era figlia
di Andrologo e de l'alta Calimnesta,
ed era cara a lei come figliuola.
Or questa giovinetta a morte venne
per l'insidie d'Acratia, a cui fu detto
che la sua terra e 'l vago suo giardino
doveano per Sinesia esser summersi:
onde mandò il fratello a darli morte,
il quale ascoso in una oscura macchia
l'accolse di saetta in mezzo il cuore.
E l'infelice Areta, che la vide
iacersi morta in quello erboso prato,
tanto la pianse, che 'l Signor del cielo
n'ebbe pietade e quel bel corpo estinto
con le lagrime sue converse in fonte:
e gli donò virtù che chiunque beve
di sì dolce acqua, tutto si risana,
onde è detta la fonte del sanaio;
e giova ancor quella santissim'onda
contra ogni incanto, e ratto lo dissolve.
Acratia poi com'ebbe inteso questo,
mandò il fratello e molta gente seco,
che prese Areta e quattro sue figliuole,
e tienle ancora in prigionia distrette.
Dapoi pose per guardia de la fonte
il detto suo fratel ch'ha nome Faulo,
con Dolone e Crisonio, aspri giganti:
a cui comandato ha che veglin sempre
la notte e 'l dì perché nessun non beva
né tocchi pur quella mirabil acqua.
Ella poi diede a Faulo una armatura
tutta incantata ed un destrier fatato
che da l'umane ingiurie lo diffende;
ed agli data una robusta lancia
che fa cadere a terra ognun che tocca,
ed una spada ancor che smaglia ogni arme,
e come piombo la divide e parte.
Poscia gli ha fatto avere una donzella
per moglie, di bellissima presenza:
che come guarda in lei, prende tal forza
che nulla cosa al suo contrasto dura.
Questo Faulo dipoi con sì fort'armi
ha presi i nostri cavalier pregiati;
e s'ancor tu vorrai combatter seco,
Corsamonte gentil, non gioveranti
l'animo ivitto e le feroci membra,
che vinto rimarrai da quello incanto.
Ma se v'andrai col modo che dirotti,
arai vittoria, e con eterno onore
darai salute a i presi tuoi compagni.
Prima farai che Ligridonia resti
lontana, sì che Faulo in lei non possa
fermar la vista: ché mirando in ella
non lo potrebbe superare il mondo.
Poi piglia questo scudo e questo elmetto
che tinti fur ne l'acqua del sanaio,
contra li quali non aran potere
l'empia sua spada e l'incantata lancia:
ma guarda ben ch'ei non ti tocchi altrove.
Tu poi,Traiano, in quel che si combatte
cercherai di pigliar l'acqua del fonte:
il che tu potrai far, correndo ad esso
come da quel si partano i giganti;
e presa che l'arai con le tue mani
gettala in fronte a Faulo, che vedrai
quindi risorger la vittoria vostra.
Come ebbe detto questo, l'elmo e 'l scudo
pose giù in terra, e subito spario
sì leggiermente che ciascun conobbe
ch'egli era un messaggier del paradiso;
onde in Traiano e 'n Corsamonte fece
diversi effetti quel celeste messo:
Traian si rallegrò, ma Corsamonte
non dimostrò di ciò molto diletto,
e disse: Veramente a me non piace
vincer con artificio e con inganni,
ma per viva virtù, per viva forza:
però prender tu pòi lo scudo e l'elmo
che ha qui recati il messaggier del cielo,
ch'io no i voglio portar, né voglio usarli.
Così diss'egli, e 'l callido Traiano
di questo suo voler molto si dolse;
poi disse: Almo baron, tu prendi errore,
al mio parere, a non voler pigliare
il buon soccorso che dal ciel t'è dato.
Già non è male usare ingegni e fraudi
contra il nimico suo, pur che si vinca:
ché più la fraude il vincitore onora
che non onora la fortezza il vinto.
Poi, se tu lasci il ben che 'l ciel ti porge,
il Signor de là su poria sdegnarsi,
né più voler ne' tuoi bisogni udirti.
Così disse Traiano, e poscia prese
le diffese del petto e de la testa
ch'avea recate il messagier divino;
dapoi, venuto Areto e 'l forte Achille,
montaro in sella tutti, e se n'andaro
verso l'antica porta di Misagno:
né molto s'allongor per quella strada,
che Ligridonia con söave aspetto
e nuovi inganni se gli fece incontra;
ma non conobbe il re de' Saraceni,
perché cangiato avea 'l destriero e l'arme.
Esso ben lei conobbe, e disse a gli altri:
Questa è quella fallace damigella
che mal condusse i cavalieri al prato.
Ma Traian gli cennò, ponendo il dito
sopra la bocca, e 'l saracin si tacque.
Ed ella andando appresso a Corsamonte
incominciò parlarli in tal maniera:
Illustre cavaliero, io vi dimando
aiuto a questo mio periglio estremo.
Io fui figliuola del signor di Trani,
e me n'andava a Taranto a marito;
ed avea meco un unico fratello,
il più caro donzel ch'Italia alberghi:
quando trovammo un cavalier fellone,
che sta di là dal ponte in una rocca.
Ei prese quel garzone a tradimento,
e mi minaccia ancor, s'io non gli recco
subitamente una gran salma di oro,
che vivo lo farà mangiare a i cani:
ed io lassa non l'ho, sì che non spero
mai più vedere il dolce mio fratello
se qualche buon guerrier per forza d'arme
no 'l toglie da le man di quel crudele.
Però vi priego, cavalier soprano,
che pigliate per me questa fatica:
ché da mio padre arete immensi doni,
ed io vostra sarò mentre ch'io viva.
Così diss'ella, e i suoi sospiri ardenti,
il vago aspetto e 'l suo parlar suave
ebber tal forza in Corsamonte ardito,
che 'l precetto divin pose in oblio:
e ratto acceso di fervente amore
pensò di guadagnar quella donzella,
onde si offerse pronto al suo servigio,
e se n'andò con lei di là dal ponte.
Traian dolente il richiamava indarno
ma Corsamonte non l'udia, ch'avea
da quel fiero disio chiuse l'orecchie;
e Ligridonia, poi che tanto bello
il vide, si pensò con questo inganno
condurlo a poco a poco entr'al palazzo
d'Acratia, e qui tenerlo a suo comando:
onde con sguardi e con parole dolci
seco il menava, e caminavan forte,
che parean navi spinte da buon vento,
tal che da gli occhi lor si dileguaro.
Traian rimase con dolore immenso,
giudicando il baron perduto e morto,
poi che seguir volea quella sirena;
e come quando il mar con onda sorda
si turba, e dentro a sè tutto s'annera,
ma non si muove in questa parte o in quella
fin che non spira apertamente il vento:
così quel gran baron dentr'al suo petto
stava turbato, e in dui pensier suspeso;
l'uno era di tornarsi entr'a la terra
e dire il tutto a Belisario il grande,
l'altro fu poi di esporsi a quel periglio
per trar gli amici suoi dal duro incanto.
Così pensando, a lui parve esser meglio
seguir l'impresa senza Corsamonte;
a questo ancor spronollo il buon Achille,
che disse a lui queste parole tali:
Almo baron pien d'animo e d'ingegno,
se Corsamonte è disvïato altronde,
non restiam noi di far l'officio nostro:
per ch'io combatterò con quell'altero;
e s'egli avesse ben le man di fuoco,
le man di fuoco e 'l cuor di ferro ardente,
m'affronterò con lui senza paura,
e spero ancor di riportarne onore.
Così gli disse Achille, e 'l buon Traiano
rispose: Cortesissimo barone,
tu non intendi la mirabil arte
di quest'incanto, e in che consista il fatto.
Pur, se combatter vuoi, piglia quest'elmo
e questo scudo, e non temer di morte,
ma desta arditamente il tuo valore.
Io poscia essequirò quell'altre cose
che comandommi il messaggier del cielo.
E così detto, tutti quanti insieme
si dipartiro, e giunsero nel prato
ov'era Faulo a lato a la fontana,
Questi, come gli vide a sè venire,
saltò d'un salto armato su la sella
e gli andò contra con feroce aspetto;
e 'l buon Achille incontro a lui si fece,
e parlando gli disse in questo modo:
Io penso, cavalier pien di virtute,
che presi abbiate alcuni miei compagni;
ond'io vi priego che vogliate darli
in dietro a me, ch'io vi sarò cortese:
e se no 'l fate, io li vorrò per forza.
Forza non conosch'io che me gli tolga,
rispose Faulo; e sono aggiunti in loco
che poco teme di argumento umano.
Se volete però con noi provarvi,
i' son contento: e s'io vi getto in terra
sarete mio prigione, o sarò vostro,
quando m'abbiate voi disteso a l'erba.
Così parlava Faulo, e questo patto
non spiacque punto a l'onorato Achille,
il qual rispose: I' son molto contento
di tal partito, e gli toccò la mano.
Poi volsero i destrieri e preser campo,
e vennersi a incontrar con gran furore.
L'acerbo Faulo con la forte lancia
accolse Achille in mezzo al forte scudo
che l'angelo gli diede, il qual difese
quell'ardito baron dal duro incanto:
né sta sì ferma una robusta quercia
nata e cresciuta in qualche aprica riva
quando è percossa da rabbioso vento,
come allor fece il buon Achille in sella.
E parimente anch'ei percosse Faulo
con la sua lancia in cima de la testa,
e per l'elmo incantato a lui non nocque:
ma ben sopra le groppe del corsiero
lo stese, onde perdeo la staffa manca.
Dapoi rizzossi, e come vide in sella
esser l'incontro suo, tutto s'accese
di sdegno e d'ira, e biastemando disse:
Può fare Iddio che tu non sia caduto?
La tua mala fortuna, o 'l mio destino
t'ha tenuto a caval per ch'io ti faccia
morder la terra e insanguinare il prato.
E detto questo trasse fuor la spada
et andò verso lui con gran fierezza;
e dielli un aspro colpo in su la testa,
credendolo partir fin a le spalle:
ma l'elmo santo lo campò da morte.
Il fiero Achille anch'ei menava spesso
spietati colpi, e tutti erano indarno,
ché l'aversario suo possente e forte
da l'incantate piastre era diffeso.
In questo tempo l'angelo dal cielo
venne a la fonte, in forma di valetto:
e parea che furasse i forti scudi
e le mazze e le spade a quei giganti,
e le portasse via di là dal ponte;
ond'essi dietro gli correan cridando
Al ladro, al ladro, or ora i' te ne pago;
e tanto ben fu quella cosa ordita,
che ognun di loro aria giurato certo
di non averle, e pur le aveano a canto:
ma ben coperte d'una nebbia oscura,
che la lor vista non potea vederle;
però gli andavan dietro con furore
cercando d'acquistar quel ch'era seco,
e così andando abbandonar la fonte.
Il che vedendo, il callido Traiano
s'accostò ad essa, e prese con le mani
l'onda divina, e verso Faulo corse:
il qual si volse, e nel medesmo tempo
si sentì l'acqua dar dentr'a la fronte,
onde cridò, con una voce orrenda
tre volte: Ligridonia, Ligridonia,
Ligridonia crudel, perché mi lasci?
Ed ella era da lui tanto lontana,
che non udì quella terribil voce,
e risponder non pote al suo chiamare.
Come poi l'arme ch'egli avea d'intorno
toccate fur da la santissim'onda,
cadder sul prato, ed ei rimase senza:
onde gli nacque al cuor dolore immenso.
Dapoi discese in terra per pigliarle,
e subito il destrier se ne fuggìo:
il che vedendo, disperossi in tutto,
e prese lagrimando la sua spada
per darsi morte con la propria mano.
Questo vedendo, l'onorato Achille,
che giù del suo corsiero era disceso
per combatter con lui senza vantaggio,
lo prese per lo braccio e disse: Adunque
voi volete in voi stesso esser crudele?
non perdiate la speme, perciò ch'io
generato non fui senza pietade:
e sol combatto per aver onore,
non per veder la morte de le genti.
Faulo, come si vide anco impedire
la propria morte, suspirando disse:
Illustre cavaliero, a voi mi rendo,
che così vol la mia fortuna adversa;
e presa la sua spada per la punta
appresentolla a l'onorato Achille.
Achil la tolse, e poi così gli disse:
Non temiate, baron, d'alcun oltraggio.
Fate pur che i diletti miei compagni
vengan qui tosto, ch'io sarò cortese.
Ed egli: E' sono a Gnatia imprigionati
nel bel giardin d'Acratia mia sorella,
né gli potrete aver se non v'andate;
e se v'andate ancor, forse ch'arete
fatica e danno assai nel trarli quindi.
Sdegnossi il forte Achille, e risguardollo
con gli occhi torti, e poi così gli disse:
Sfacciato cavalier, tu pensi adunque
tener gli amici miei legati e presi?
Io ti farò pentir di tanto errore
ben teniroti vivo infin ch'io gli abbia;
poi si farà di te quel che conviensi
a così vile e perfido prigione.
E detto questo, subito legollo
con le catene de la briglia a un pino.
Era de là dal ponte una gran torre,
cinta di fossi e di superbe mura,
la quale avean quella mattina i Gotti
lasciata, e v'era una sol vecchia dentro,
povera, e che vivea de le sue mani.
Quivi l'angel Palladio a poco a poco,
mostrando di fuggir, guidò i giganti;
e 'l prudente Traian, che gli avea visti
con quel valetto andar de là dal ponte,
gli tenne dietro, per veder se questo
fosse un inganno, o se facean ritorno.
Ma come giunto fu su 'l ponte, vide
l'angel Palladio uscir fuor de la rocca,
che parea proprio un cavaliere errante;
che disse a lui queste parole tali:
Entra, savio guerrier, nel bel castello
che fu staman da i Gotti abandonato
con tanta fretta, che lasciaron ivi
e molte vittüarie e molte robbe.
Quivi vedrai che i perfidi giganti
si son per sè medesmi imprigionati.
Così disse, e disparve come un vento:
onde rimase il buon Traiano allegro,
ché ben conobbe il messaggier del cielo.
E subito n'andò dentr'a la porta
de l'alta rocca che trovossi aperta;
e vide una vecchietta che sedeva
presso l'entrata, e che filava lana:
la qual veduti non avea i giganti,
perché d'oscura nebbia eran coperti;
ma ben vide Traiano, e in piè levossi
timida, e fece riverenza a lui,
ed ei le dimandò con tai parole:
Ditemi, madre mia, che gente alberga
in questo bel castello ove voi siete?
Ed ella prestamente gli rispose:
Signor, qui solean star cinquanta Gotti;
ma questa man per tempo se n'andaro,
e mi lasciaro, come voi vedete,
sola, per guardia di sì gran fortezza.
Il buon Traian sorrise, e disse: Adunque
voi lascierete a me questa alta rocca,
che molto meglio guarderolla, e forse
vi farò compagnia non manco buona
di quella che facea quell'altra gente.
E detto questo, si fé dar le chiavi
del gran castello, e ricercandol tutto
vide serrati in un serraglio oscuro
i dui giganti, e chiuse lor la uscita,
sì che più non poteano indi partirsi.
Dapoi tornossi a l'onorato Achille
ed ad Areto, e disse come avea
vista una torre, e i dui giganti presi,
che saria buona ancor da porvi Faulo;
e tutto gli narrò ciò che avea fatto,
che fu giocondo a quei baroni eletti.
Poi sciolser Faulo dal fronduto pino
subitamente, e lo condusser ivi,
e lo rinchiuser ne l'estremo fondo
de la più forte e inespugnabil torre.
Or mentre che facean questi negozi
vi sopragiunse l'ombra de la notte:
Onde per non tornar dentr'a la terra
senz'aver sprigionati i lor compagni
rimaser quivi ad aspettar l'aurora.