IL QUINTO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Quel sommo Re che tempera e governa

ciò che 'l ciel cuopre e che circonda il mare

se ne sedea nel suo dorato seggio

posto ne l'alto pavimento, ch'era

fitto co i chiodi suoi di lucid'oro,

ed avea intorno le sustanze eterne;

quando, volgendo ne l'Italia afflitta

gli occhi divini, umanamente disse:

Or ch'è propinquo il destinato tempo

da por l'antica Esperia in libertade,

sarà ben fatto che si sciolga Areta,

e la superba Acratia s'imprigioni.

Però, Palladio mio, prenderai cura

di far che quei baron ch'han preso Faulo

faciano ancor questa lodata impresa,

ch'agevol le sarà, se tu gli insegni.

Discendi adunque prestamente in terra,

e dagli il modo da fornir tal opra.

Così parlava il Re de l'universo;

quando l'angel Sofronio a lui si volse

e disse: O Padre eterno, onde procede

tutto quel ben di che s'adorna il mondo,

deh fate ancor che l'impudica Gnatia,

ricetto d'ogni vizio, si summerga,

né di quella si truovi altro che 'l nome.

I' pur v'udi' narrar che a questo fine

l'avea dannata la giustizia eterna:

fate che 'l suo destino ora s'adempia.

Così dicea quell'angelo modesto;

al cui parlare il gran Motor del cielo

piegò la fronte, e sorridendo disse:

Veramente, Sofronio, amor ti spinge

di vero bene e di lodevoli opre

a portar odio a quella avara terra,

nido di tradimenti e di menzogne

e nimica mortal d'ogni virtute.

I' son contento ch'ella sia summersa.

E detto questo, la divina testa

mosse, affirmando, e fé tremare il mondo;

dapoi si volse al gran Nettunnio e disse:

Nettunio, tu che siedi al bel governo

di tutta l'acqua che s'accolge in mare,

come tu vedi esser disciolta Areta

esci con gran furor sopra quei liti,

e fa' che Gnatia tutta si summerga,

tal che di lei non resti altro che 'l nome.

Così fu detto a quei celesti messi;

onde l'angel Palladio in un momento

si pose due grand'ali in su le braccia

e due minor presso a l'estreme piante,

e scese in terra giù come un baleno:

a la cui scesa le compresse nebbie

si dilattaro, e serenossi il cielo.

Poi sotto forma del canuto Paulo

venne a Traiano ed al cortese Achille,

che allora allor gli avea lasciati il sonno,

e dolcemente ragionando disse:

Prudenti cavalier mastri di guerra,

io m'allegro con voi ch'abbiate preso

l'astuto Faulo e i perfidi giganti.

Ma dove è Corsamonte, e gli altri sette

che Faulo avea pigliati appresso 'l fonte?

Perché non son con voi? Dove son iti?

Rispose allora il callido Traiano:

Savio signore onor de l'età nostra,

Corsamonte n'andò con quella donna

che pria condusse i cavalieri al prato,

sì che di lui non penso altro che male.

Gli altri baroni poi, m'ha detto Faulo

che si trovano a Gnatia impregionati

nel bel giardin d'Acratia sua sorella,

né si potranno aver se non v'andiamo:

e se v'andiamo ancor, pensa che aremo

fatica e danno assai nel trarli quindi.

Pur ardo d'un disio troppo fervente

di girvi; ma non ho chi mi vi guidi.

L'angel Palladio poi così gli disse:

Almo baron che mai non siete sazio

d'acquistar gloria e di pigliar fatiche,

se voi volete andare a tanta impresa

mi v'offerisco esser la vostra guida:

ch'altre volte son stato in quel paese,

e nel giardino ancor di quella maga:

di cui poco mancò che non restassi

anch'io prigion, ma liberommi Areta,

che m'insegnò com'io dovea partirmi.

Lasciate adunque a guardia de la rocca

il re de' Saraceni, e voi venite

meco, e recate ancor quei doi fiaschetti

di stagno così bel che par d'argento;

poi vi dirò ciò che n'arete a fare.

Così disse Palladio e i dui baroni

non udir già quelle parole indarno,

ma se n'andor con lui verso 'l sanaio;

e giunti quivi, l'angelo gli fece

spogliarsi tutti i consüeti panni,

e poscia entrar ne la santissim'acqua

e con essa lavar tutte le membra:

poi dire inverso il sol quete parole:

O bel occhio del ciel che vedi il tutto

e 'l tutto intendi, allumaci le menti

con la virtù che t'ha concessa Iddio,

tanto che noi possiam con qualche ingegno

trarre i presi baron dal duro incanto.

Come ebber detto questo, si levaro

in piedi, e si vestiro i panni e l'armi,

d'indi i fiaschetti empier di liquid'onda;

e poi che gli ebber posti a i loro arcioni

salirono a caval leggieri e destri

come se fusser dui pennuti ucelli,

e seguitaron la divina scorta:

la qual messe un vigor ne i lor destrieri,

ed una lena tal, che givan forte

per quella strada come avesser ali;

e pareva a i baron che andasser lenti,

tant'era il moto lor söave e queto.

Or così andando l'angelo gli disse:

Prudenti cavalier mastri di guerra,

voi non sapete il sito del giardino

d'Acratia, e come in quel si soglia intrare.

Io vel dirò, perciò ch'il vidi tutto

allor che d'indi liberommi Areta.

Venendosi da Roma inver levante,

ne la città di Gnatia a man sinistra

siede un bel prato, che trecento braccia

è largo tutto, e cinquecento è lungo.

Questo è coperto di minuta erbetta,

e circondato ancor d'alti cupressi

che con l'acute cime equidistanti

ascendon verso 'l ciel, che paion mete.

In ogni capo de l'ameno prato

nel mezzo apunto surge una fontana

tra bianchi marmi di purissim'acqua,

che inaffia il suolo e tien l'erbetta verde.

Intorno a queste fonti siedon sempre

bei damigelli e candide donzelle

tenere e fresche e di leggiadro aspetto,

che invitan tutti a ber quell'acqua dolce:

e con le bianche man la porgon loro

in coppe di finissimi cristalli.

Ma chi de l'una beve de le fonti

tanto s'accende di pensier lascivi,

ch'altro non cura poi che balli e canti,

conviti e giuochi e ragionar d'amore:

e vien più molle assai che se lavato

l'avesse in Caria la salmacia limfa;

ma chi beve de l'altra, ha in odio estremo

ogni virtute e ogni virile impresa.

Il lato lungo poi di quel bel prato

ch'è posto di rimpetto al primo ingresso

chiude un gran muro altissimo, e superbo

di finissimi marmi e d'alabastri:

ch'ha in sè tre porte, e quella che è nel mezzo

è tutta d'oro, e di cristallo è l'altra;

la terza è fatta poi di avorio bianco.

Queste tre porte per diversa intrata

spuntano in uno amplissimo cortile

lastricato di porfido e d'ofite,

che ha la medesma simmetria del prato;

e quel cortile è circondato intorno

di larghe logge, con collonne tonde

che son tant'alte quanto è la larghezza

del pavimento, e sono grosse ancora

l'ottava parte e più di quella altezza,

ed han sovr'esse capitei d'argento

tant'alti quanto la colonna è grossa:

e sotto han spire di metal che sono

per la metà del capitello in alto.

Queste sustengon gli epistili immensi,

sopra cui si riposa il palco d'oro.

Or queste logge istorïate sono

di figure gentil, che paion vive.

Quivi è l'amor de la famosa greca

che Troia sosteneo d'esser disfatta

pria che volerla rendere al marito.

Quivi è dipinta ancor la lunga fame

di Lidia, col trovar diversi giuochi

per passar tempo ed ingannare il ventre.

Evvi Sardanapalo e Galïeno,

e le nozze di Ippodame e mill'altre

cose da dar diletto a i riguardanti.

Veggonsi poi per le superbe logge

in molti luoghi cavalieri e dame

prender vari diletti e bei diporti,

ciascun secondo l'appetito loro:

chi giuoca a carte, o a tavoliero, o a dadi,

chi mangia e beve, e chi l'amata donna

tien per la mano, e i suoi pensier le conta;

e tutti son serviti da fanciulli

accorti e presti e da gentil donzelle

che paion messaggier del paradiso.

Da queste quattro logge s'entra poi

per una porta in una sala grande,

e di quella in un'altra: e tutte quante

sono guardate da portieri eletti,

ed han le viste lor sopra verzieri

pieni d'aranzi e d'odorate piante;

in queste sale sono uomini e donne

che si diportan con delizie immense.

D'indi si viene a l'onorata stanza

d'Acratia, ch'ha diversi camerini

con dilicati letti e specchi grandi,

con oro e gemme, e con figure ignude

di marmi e di color che paion vive:

e con tante delizie e tanti odori

e bagni d'acque tiepide e profumi,

che 'l sol non vide mai cosa più molle.

Di questa s'entra sotto due gran logge

fatte di pietre prezïose e d'oro,

tanto leggiadre, e dilicate tanto,

quanto possa pensar persona umana.

L'una ha l'aspetto suo verso levante

con colonne d'argento, e l'altra poi

ha le colonne d'or verso ponente.

Ciascuna d'esse dal suo vago aspetto

possiede un bel giardin, con pure fonti

di limpid'acque che raccolte insieme

fanno laghetti ch'han diversi pesci

piccioli e vaghi e di color d'argento

che van guizzando per le lucid'onde.

Sonovi alcune selve ombrose e piene

di fiere innocue e di loquaci augelli.

Quivi non mancano arbori né frutti

d'ogni maniera né verdissim'erbe

tutte dipinte d'odorati fiori

che non si spengon mai la state o 'l verno.

Da la postrema parte de la stanza

de la superba Acratia è un picciol uscio

che non si vede mai, perché è coperto

da i panni d'oro ond'ella è sempre adorna.

Questo è di ferro e d'ebeno contesto,

e chiuso se ne sta la notte e 'l giorno

con tai puntelli e con sì forti chiavi,

che muover non lo può fortezza umana:

ma sol talora Inopia lo disserra.

Per questo s'esce in una selva orrenda

ove son l'erbe livide, ch'odore

mandano d'assafetida e di solfo;

e questa orribil selva è circondata

d'un gran muro di ferro, e quindi s'esce

per un sol uscio picciolo e coperto

di amare ortiche e di pungenti spine,

ove una vecchia imperïosa siede

con una sferza in man, ch'ognun perquote:

e le percosse sue son tanto amare,

che vanno infino a le midole e a gli ossi.

Per questa porta vi conviene intrare,

se liberar volete i vostri amici:

perché ne l'altre son tanti perigli

e tante guardie e sì sottili incanti,

che non potreste mai cavarne i piedi.

Ma come abbiate tocche le sferzate

de l'empia vecchia, e per l'orribil selva

fatta la via con le taglienti spade,

itene a l'usciolin che vi conduce

ne la stanza d'Acratia, e quel spruzzate

con l'acqua che portate entr'a i fiaschetti,

che lo vedrete per se stesso aprirsi:

e quivi intrando armati a l'improviso,

pigliarete a traverso quelle maghe;

né le lasciate mai, se ben vedete

che sian converse in paventose forme.

Che visto quel che la lor vesta asconde

sen fuggiranno, o vi daranno aiuto.

Mentre che l'angel ragionava questo,

giunsero a Gnatia, ov'era un largo prato

ch'avea quasi nel mezzo un alto faggio

con rami sparsi e con bellissim'ombra.

L'angel seguì parlando: Questa è quella

città d'Acratia che ora vi dicea:

quivi presso a le mura sta nascosto

l'uficio di Metanéa, che è quella vecchia

ch'io v'ho narrato, ch'ha la sferza in mano.

Smontate de i destrieri, ed ivi andate

per trarre i buon guerrier da quella morte:

ite senza timor, ché l'uom ch'è audace

meglio essequisce ogni negozio umano.

E così detto trasse fuor la spada,

e sopra i scudi lor fece una croce:

dapoi sparì da gli occhi lor, volando

su l'alto faggio in forma di colomba;

onde i baron si rallegraron molto,

perché lo vider messaggier del cielo.

Dapoi disceser giù de i lor cavalli

subitamente, e gli legaro al faggio;

e ratto s'avvior verso la macchia,

avendo ognuno il suo fiaschetto a canto

con l'acqua in cui Sinesia era conversa.

Né stetter molto, ch'arrivaro a l'uscio

di Metanéa, la qual sedea sovr'esso;

e come venir vide quei baroni,

guardolli prima, e poi conobbe chiaro

ch'avean ne i scudi la divina insegna,

onde gli disse: Altissimi signori

cari a l'eterno Iddio, quest'è l'entrata

che la grazia del cielo a voi concede;

e mìssei dentro a la ferrata porta:

ma ne l'entrar toccollii in su le spalle

con la sua scurïada, onde sentiro

tanto dolore e sì spietata pena,

che poca più gli aria condotti a morte,

e quasi stetter per cadersi a terra.

Pur andor oltre, e per la selva amara

si fecer via con le taglienti spade:

ma non poter fuggir tutte le spine,

che molte gli passor l'audaci piante.

Al fine andaro a l'uscio, il quale intrava

ne la stanza d'Acratia, e ritrovorlo

chiuso; e però con l'acqua del sanaio

che seco aveano lo spruzzaro, ed esso

divinamente subito s'aperse:

onde intrar entro i dui baroni armati

a l'improviso, con orribil vista.

E come quando in una corte, piena

di pollicini e d'anitre, si calla

il nibbio per carpirne alcun di loro,

con gran paura le galline e i polli

e gli anadrotti per diversi luoghi

corron fuggendo a i lor securi alberghi;

così ne l'apparir di quei guerrieri

le dame e i damigei fuggiron tutti,

chi qua chi là, per quel famoso albergo:

onde rimaser sbigottite e sole

Acratia e Ligridonia, e furon prese

da gli arditi baron senza tardanza.

Quando si vider prese, quelle maghe

mutorsi in acqua per voler fuggire,

e quasi che gli uscir fuor de le braccia:

pur le ritenner fortemente; e poi

volsersi in foco e in paventose serpi,

volsersi in fumo, in nube, in tigre e in orse:

né mai però lasciorle i buon guerrieri.

Ond'elle, visto che 'l cangiar figura

non le giovava, ne la prima forma

tornaro, e tutte liete si voltaro

a dolci prieghi, a parolette e ciance:

ma parimente fur gettate al vento,

ché la virtù del cielo avea sì chiuse

le orecchie a quei baron, che non sentiro

la forza e 'l suon de i lor süavi accenti;

e già volean portarle inver la selva,

quando cridor con una voce orrenda:

Aiuto, aiuto, aiuto, che siam morte.

A questa voce un numero d'armati

si mosse insieme, che parea una nube

piena d'amara grandine e tempesta

che vien per l'aria con colore oscuro;

onde la gente fa sonar le squille,

e l'accorto pastor conduce tosto

in qualche speco il suo lanoso armento:

così venian fremendo quei guerrieri.

Avanti a tutti eran dui gran baroni,

Corsamonte e Aquilin, con l'arme in mano;

il che vedendo l'onorato Achille

e 'l callido Traian si rallegraro,

e poi gli disse Achil queste parole:

Ove correte, o cari miei fratelli?

non ci vedete qui, che siam venuti

per selve e spine e per sentieri amari

a trarvi fuor di questo orribil nodo?

Così parlava il buon duca d'Atene;

ma Corsamonte non rispose nulla,

ché non conobbe lui né la sua voce,

tanto era oppresso dal feroce incanto:

anzi volea menarli su la testa

con la sua spada, quando il buon Traiano,

che Acratia in braccio avea, levò la gonna

di lei, mostrando le secrete parti.

Come a quei cavalier furon scoperte

quelle brutture che coprian la veste,

e le vider le coscie esser due biscie

di fiero aspetto, e d'indi uscirne un lezzo

che superava ogni altra orribil puzza;

Quasi svegliati da mortal letargo

si risentiro, e si disciolse il velo

che gli era stato intorno a gli occhi avolto:

onde l'un l'altro subito conobbe.

Poi, conoscendo i lor fedeli amici,

gli andaro incontra, e lieti gli abbracciaro

con le luci di lagrime coperte;

a i quali il buon Traian parlando disse:

Illustri cavalier che foste oppressi

dal grave incanto, e libertà v'appare,

bevete ancor de la santissim'acqua

che avemo acanto, che daravvi aiuto

a risanar la tramutata mente;

né vi smarrite perché abbiamo in braccio

queste nimiche vostre, che terrenle

a lor mal grado invillupate e ferme.

Così diss'egli, e quei signor cortesi

poser la bocca a gli onorati fiaschi

e gustor la dolce acqua del sanaio;

or questo ber gli fu tanto salubre,

che gli allumò la tenebrosa mente.

Come s'alluma qualche oscura stanza

la notte, allor ch'ognun riposa e dorme,

se 'l buon Vulcan da cenere coperto

s'avvolge intorno a gli aridi legnami

che sopra i grandi alari fur distesi

per asciugarli, acciò che la mattina

più agevolmente gli accendesse il fuoco:

onde ciascun da la soverchia luce

ratto si sveglia, e risguardando intorno

si vede cinto di novello albore;

così dal ber de la mirabile onda

furo allumati i cavalieri eletti.

Dapoi si volse Corsamonte ardito

a i dui saggi guerrieri, e così disse:

Gentil baroni il cui valore immenso

è noto omai da le Colonne a gli Indi,

quant'obligo v'avem che i vostri piedi

sian mossi insin a qui per darci aiuto

e liberarci fuor di questo inferno

che n'avea torta sì la mente e i sensi,

che l'un di noi non conosceva l'altro;

ed eravamo solamente intenti

al nostro male e a la ruina nostra,

tanto n'avea quell'acqua de le fonti,

la qual bevemmo nel primiero ingresso,

fatti da noi medesmi esser diversi.

Però saremo a voi sempre tenuti,

ché l'esser grato è una virtù divina

ch'adorna e lega il bel commerzio umano.

Drizzate adunque il vostro almo vïaggio

verso quei luoghi che vi son più grati,

che verrem dietro a le pedate vostre.

Così parlavan quei baroni allegri;

e quelle maghe non dicevan nulla,

ma lagrimavan che parean due fonti

con acqua bruna e di copiosa vena

che scendan giù per dui sassosi colli.

E mentre quei signor faceano festa

per la lor libertà ch'aveano avuta,

venne l'antica Metanéa su l'uscio

de l'aspra selva, e con parole gravi

riprese lor dicendo in tal maniera:

Che negligenzia in questo alto negozio

usar vi veggio? Non perdete il tempo,

che è di pregio maggior che non si stima:

itene a quella torre - ed una torre

di vive pietre gli mostrò col dito -

e quindi tratte fuor la buona Areta

aprendo l'uscio con la nobil onda;

poi ritornate insieme a l'alto faggio.

Così disse la vecchia, e quei baroni

tutti cospersi di vergogna in fronte

andaro a la prigion dov'era Areta

e spruzzor l'uscio, e subito s'aperse.

Com'egli aperto fu, se n'uscì fuori

la cattivella e quattro sue figliuole,

ch'eran per lunga prigionia venute

pallide in faccia e di color di morte;

quindi tornaron per la selva orrenda

tenendo sempre le nimiche in braccio,

e l'aspra Metanéa gli accompagnava

dando sferzate a Corsamonte altiero,

che penetravan le midole e gli ossi;

batteva ancor Massenzo ed Aquilino

e gli altri cinque, e non avean riparo:

perch'ella er'ombra, e nessun corpo umano

potea tenerla, o farle alcuna offesa.

Or così caminando, usciron fuori

de l'empia selva, e quella vecchia altiera

gli chiuse dietro la ferrata porta:

ond'essi andaro al disïato faggio;

e come giunti fur sotto quell'ombra,

legarono ambe due le belle maghe

con le capezze forti de i cavalli.

E già voleano ritornarsi a casa,

quando disse a Traian la buona Areta:

Signore illustre e di supremo ingegno,

deh, se conceda il Re de l'universo

felice effetto a i vostri alti pensieri:

poi che ci avete in libertà ridotte,

di che siam per avervi obligo eterno,

non vi sia grave fare un altro bene

ch'a l'infelice Italia fia salubre.

Questo è levare il disonesto incanto

de le due fonti de l'ameno prato,

ch'empion le menti di pensier lascivi

e recan odio a le virili imprese.

E questo agevol fia, se voi volete

andare ad esse, e con le vostre mani

porvi una stilla d'acqua del sanaio,

che tutta solverà la lor possanza.

Così parlava Areta, e 'l buon Traiano

stava sospeso, e non sapea che farsi:

da l'una parte disïava andarli,

da l'altra gli increscea lasciar le donne,

perché temea qualche celato inganno;

quando l'angel Palladio, che su 'l faggio

stava ad udire in forma di colomba,

sciolse parlando la divina voce:

Non temer, no, Traian, siegui il consiglio

de la prudente e valorosa Areta

ch'ora ti lascio per fidata scorta:

quivi averete ancora i buon cavalli

di questi altri signor che sono a piedi.

E così detto, andò volando al cielo.

Traiano, udito quel celeste messo,

subito s'avviò verso la terra,

e menò seco l'onorato Achille

e 'l bel Sindosio e 'l giovane Lucillo,

e lasciò gli altri a guardia de le donne.

Come fur giunti su l'ameno prato

ov'eran le bellissime fontane,

quelle trovaro abbandonate e prive

de i lor ministri, che per quel rumore

erano corsi tutti entr'al palagio;

e però quivi senz'alcun disturbo

presero i fiaschi che teneano a canto

e gli versor ne l'incantate limfe:

dapoi subitamente si partiro

senza rivolger mai la faccia indietro.

In questo mezzo il giovane Lucillo

vide i cavalli che venian da bere,

ed eran per entrar ne l'ampie stalle

che sono a punto di rimpetto al prato;

onde si volse al bel Sindosio, e disse:

Ecco, Sindosio mio, che la fortuna

render ci vole i nostri almi destrieri:

andiam con essi, che pigliar si vuole

sempre l'occasïon, quand'ella appare.

E così detto, andaro entr'a la stalla,

e tolsero di mano a quei ragazzi

tutti i cavalli lor senza contrasto,

e poi con essi ritornaro al faggio.

Come i baron ch'eran rimasi quivi

s'avvider che veniano i lor corsieri,

volser la faccia prestamente a quelli,

e s'allegraron tutti ne l'aspetto

quale Elitropia a l'apparir del sole;

poi vi montaro arditamente sopra,

e tolte in groppa l'onorate donne

e le due maghe, s'avvïaro insieme

verso Brandizio con letizia immensa.

né furon molto dilungati quindi

che sentir prima un terremoto orrendo,

e dietro a quello i dispietati venti

correr per l'aria, e 'l mar turbato e fiero

muggiar fremendo, e far tanto rimbombo

e venir tanti folgori e baleni

e troni e pioggia e grandine e tempesta,

che parea che n'andasse il mondo a terra.

Il che vedendo i cavalieri accorti

si ritiraro in un famoso albergo

lungo la strada, ove chiamato l'oste

si dismontaro, e rinfrescorsi alquanto

fin che passasse quella orribil pioggia.

Ed ecco, avanti al dichinar del giorno,

sendo Traian ridotto su la porta

de l'osteria per riguardare il tempo,

venne un bel vecchio con maniere oneste

ch'avea un fanciullo in braccio, e due fanciulle

modeste e vaghe gli veniano a canto:

onde 'l savio baron così gli disse:

Padre gentile il cui pensoso aspetto

vi mostra degno di miglior fortuna,

deh, grave non vi sia di dirci un poco

chi voi vi siete e di che terra, e d'onde

ora venite in questo orribil tempo.

A cui rispose l'affannato vecchio:

Leggiadro cavalier, non vuo' far niego

di satisfare a la dimanda vostra.

Io nacqui già ne l'infelice Gnatia:

quivi sempre abitai, quindi ne vengo;

e fui testor di lacrimabil carmi.

Or mentre ch'io scrivea certe mie ciance,

venne una voce altissima dal cielo,

che disse: Eugenio mio,vattene tosto,

esci di questa scelerata terra,

che oggi verrà dal ciel la sua ruina:

e mena l'innocente tua famiglia

sola con teco, e lascia ogni altra cosa.

Così diss'ella; ed io, che sempre fui

pronto a seguir ciò ch'ordinava il cielo,

partimmi con le figlie e con la moglie,

ch'aveva in braccio questo mio figliuolo

il qual di poco avea lasciato il latte;

e quando fummo fuor de la cittade,

a me si volse l'infelice donna,

e sospirando disse in questa forma:

Caro marito mio, tenete un poco

questo fanciul, ch'io vuo' tornare indietro

a farmi render la mia cuffia d'oro

ch'i avea prestata a Livia mia cugina;

non v'incresca aspettar fin ch'io la reco.

Così diss'ella, ed io dipoi risposi:

Deh non tornar, diletta mia consorte,

ne la città, non ti curar di robba;

cerchiam pur di salvar queste persone

e d'ubidire al Re de l'universo.

Così le dissi lagrimando forte;

ed ella, non curando il mio parlare,

lasciò il fanciullo e ritornossi dentro;

io poi mi posi sopra di una altura

fuor de la porta, e stava ad aspettarla.

Or mentre ch'i' era al suo ritorno intento,

senti' venire un terremoto orrendo,

e 'l mar muggiare, e folgori e tempesta

cader a terra con sì larga pioggia,

come se avesse a rüinarsi il mondo.

I fiumi tutti eran ridotti insieme

verso la terra, ed il gonfiato mare

sorse tant'alto, che copria le mura

de l'infelici e sventurate case,

piene di pianti e gemiti e sospiri

di genti che moriano: e sopra i tetti

vedeansi star le scapigliate madri

co i figliolini in collo, che piangendo

tendeano indarno le manine al cielo.

L'angel Nettunnio col tridente in mano

andava intorno, e gli angeli nocivi

gli tenean dietro, e con cridori orrendi

facean tremare e suffocar le genti,

le quai volean natando uscir de l'onde.

Ma quando l'acqua fu vicina al loco

ov'io mi stava a l'ombra d'un sacello

che mi copria da la terribil pioggia,

allor sgridommi la divina voce:

Che fai misero qui? Vattene omai,

non aspettare Antinoa tua consorte:

ch'ella è affogata dentr'a la cittade

per non voler seguire il tuo consiglio.

Com'i' udi' questo, subito partimmi;

e son venuto qui, come vedeste,

lasciando tutta la città summersa.

Così parlò il buon vecchio: a cui Traiano

söavemente sospirando disse:

Eugenio, questa vostr'aspra sciagura

mi pesa sì, ch'a lagrimar m'invita;

ma pur mi piace che 'l presidio eterno

da la vostra virtù non s'allontana.

Poi, se la nostra compagnia v'aggrada,

ve la offerisco pronta a darvi aiuto,

e farvi parte de la mia sustanza.

Questo disse Traiano, ed ei rispose:

Gentil barone e di regale aspetto,

il sommo Iddio per me premio vi renda

di queste gentilissime proferte,

le quali io serbo a mio maggior bisogno.

Or voglio andar qui presso ad un castello,

e ritrovare alcuni miei parenti

per star con essi, e con l'aiuto loro

dar nutrimento a questa mia famiglia.

Così tra lor fu detto, e poi Traiano

e tutti gli altri si partiro insieme;

e tanto cavalcor, che a mezza notte

giunsero appresso l'acquistata rocca

ov'era preso Faulo e i suoi giganti.

Quivi gridò tre volte il buon Achille:

Areto, Areto, apriteci le porte,

che siam tornati con vittoria grande.

Areto, che conobbe la sua voce,

subito scese, e poi per un portello

tolse entro ad un ad un tutti e' baroni;

e poste in prigionia quelle due maghe

si riposaro insino a la mattina.

Ma come venne fuor la bella aurora

coronata di rose in vesta d'oro,

subitamente quei signori allegri

si levor su da l'ozïoso letto

e si vestiro i panni e poscia l'armi.

In questo venne la prudente Areta

a visitarli, e poi così gli disse:

Signori illustri e di mirabil forza,

poiché,vostra mercé, condotta sono

vicina al caro mio fedele albergo

ch'è di rimpetto là sopra quel monte,

piacciavi infino ad esso accompagnarci,

acciò che ancora più vi siam tenute:

benché i meriti vostri son tant'alti,

e ci han legate d'obligo sì grande,

che poca o nulla vi si può far giunta.

Se volete condurre anco i prigioni

al nostr'albergo, vi porrem tal guardia

che non saranci traffurati o tolti.

Così diss'ella, e quei baron cortesi

senza far scuse o replicar parole

seguir con l'opra la dimanda onesta;

e fatti ben legar tutti e' prigioni,

andaro insieme a l'onorato monte.

Quivi trovar due strade: una era larga

e piana e senza impedimento alcuno,

tal, che vi potean ir cavalli e carri;

l'altra era stretta, e sì sassosa ed erta,

ch'a pena l'uom potea salirvi a piedi,

e non senza fatica e senza affanni.

Il bel Lucillo, il quale andava inanzi,

già s'avviava per la larga strada,

però che Edonia, giovinetta allegra

che si trovava in essa, a lui si volse

e lo sospinse con parole tali:

Leggiadro cavalier cortese e saggio,

come dimostra la sembianza vostra,

questo sentier che è quivi a man sinistra

è più söave e di minor fatica

assai de l'altro ch'a man destra sale.

Entrate adunque arditamente in esso,

ch'io ne verrò con voi parlando sempre

di rime e versi e bei pensier d'amore,

e la mia compagnia forse fia tale

che v'agevolerà tutto 'l camino.

Questo diss'ella; e quel barone, acceso

da le parole dolci e da i begli occhi

di quella vaga e grazïosa donna,

già s'avviava dietro a le sue piante:

quando lo rivocò la buona Areta,

e disse: Almo baron, quell'ampia via

che par sì piana al cominciar primiero,

sempre s'inaspra, e ne la fine ha molti

sassi precipitosi, onde non puote

senza miracol grande uscirci uom vivo;

e quella damigella che or v'essorta

non verrà vosco poi per quei perigli,

ma lascieravvi senza alcuna scorta

in mezzo i precipizi, in mezzo i scogli.

Però volgete in dietro i vostri passi:

gite per l'altra via che voi vedete

ivi a man destra, e se vi par noiosa

e stretta ed erta ne i primieri ingressi,

non vi smarrite, che dapoi fia piana

quando s'appressi al disïato fine:

il qual vi mena in certi ameni campi

che han bei riposi e dilettevoli ombre.

Quivi vedrete ancor sott'altri panni

la bella Edonia ch'or v'aggrada tanto:

la qual starà con voi la notte e 'l giorno.

Così gli disse l'onorata areta;

onde venne il baron vermiglio in faccia

per la vergogna del commesso errore,

e prestamente ritornossi indietro:

poi s'avviò con gli altri al destro calle.

Ma prima tutti dismontaro a piedi

e lasciaro i cavalli appresso il monte,

ché non potea salir destriero alcuno

per quelle pietre discoscese ed aspre:

ed anco i buon guerrier, ch'eran pedoni,

spesse fïate, per fermar le piante,

convenian tòr da le lor mani aiuto.

Quivi un bel vecchio rubicondo e grasso

stava da l'un de' lati de la strada,

e accompagnava quei baroni afflitti

su per gli alpestri e faticosi balzi.

Da l'altro lato v'era una vecchietta

con gli occhi gravi e con le membra lasse

ch'avea una lonza incatenata seco;

questa iva inanzi a l'onorata Areta,

ed aiutava i cavalieri erranti

ne i più dubbiosi e più difficil passi.

Poi ne l'andare in su sempre più lata

venìa la strada, e men sassosa ed erta,

onde i dui vecchi ritornaro a basso:

però che Areta a lor si volse, e disse:

Tornate in dietro, o miei fedeli amici,

a custodir la strada in cui vi pose

il grande Architettor de l'universo;

e quivi accompagnate ogni persona

ch'ascender voglia al glorïoso monte:

sopra il qual senza voi non può salirsi.

Ma tu, Sudor, perché sei grasso e lento,

lascia pur gire avanti la Fatica,

e siegui poi gli amati suoi vestigi.

Come udir questo, i dui concordi vecchi

subitamente quindi si partiro;

poscia i baroni al fin di quella via

sassosa ed aspra e malagevol tanto

si ritrovaro in un söave piano

pien d'ogni frutto che è salubre al mondo:

ove trovaro ancor sott'un gran lauro

la bella Edonia in abito regale,

che 'n contra se gli fé tanto gioconda,

che porse a gli occhi lor nuovo diletto.

Nel mezzo di quel pian sopra una pietra

viva era posto un forte e bel castello,

cinto di quattro altissime muraglie:

la prima, che chiudea tutto quel loco

da la parte di fuori, era d'acciale,

e la seconda cinta ad andar dentro

parea di lucidissimo ametisto,

la terza or fino, e l'intima diamante.

Questa fortezza poi, ch'è la più bella

che si trovasse mai sotto la luna,

era la stanza u' solea far dimora

la buona Areta pria che fosse presa:

e stando in prigionia, fu poi tenuta

da Leuteria gentil sua fida amica.

Come la dama vide il suo bel nido

s'allegrò molto, e dolcemente pianse

per la memoria de l'amato albergo;

poi si volse a i baroni, e così disse:

Signori eletti a liberare il mondo

da la superba servitù de' Gotti,

quest'è l'antico alloggiamento nostro,

che sarà sempre parimente vostro:

perché non ho da voi cosa divisa.

E detto questo, andò presso a la entrata,

e dimandò Carterio e 'l presto Anchino,

e disse: O fedelissimi ministri,

aprite omai queste serrate porte:

ché la vostra regina si ritorna

dopo molti travagli al suo terreno.

Così diss'ella, e i portinari allegri

apriro un picciol fenestrin, volendo

veder con gli occhi lor se questo è vero;

ma come vider la regina salva,

calaro i ponti e spalancar le porte

per onorar l'altissima lor donna:

e come entrata fu dentr'al seraglio,

se le gettor per adorarla a i piedi,

e per letizia lagrimavan sempre.

Dapoi chiamaron tutta la famiglia

che venisse a mirar tanto diletto:

onde subito corse la Clemenza,

corse la Castità, corse l'Onore,

la Magnanimità, la Cortesia,

la Liberalità, con altre molte;

e accompagnate da la Gloria, tutte

vennero ad abbracciar la lor regina.

Fornite le accoglienze oneste e liete,

la buona Areta co i baroni eccelsi

entror per gli altri cerchi ad uno ad uno:

ché le lor porte ritrovaro aperte,

e i fidi portenari esser sovr'esse

giocondi e lieti per sì gran venuta.

Quindi arrivaron poi sopra la piazza

ch'era davanti al suo regale albergo;

questo avea ne l'ingresso una gran loggia

più ricca assai che dilicata o molle,

con tanta simmetria, con sì bell'arte,

che dava a gli occhi altrui molto diletto.

Ciascun de i canti di quel gran palazzo,

ch'erano quattro, aveano un'alta torre

fatta di larghe punte di diamante;

nel mezzo poi s'apriva un bel cortile

da quattro logge circondato intorno.

Di queste l'una, ove finia l'entrata,

e l'altra opposta a quella eran più lunghe

de l'altre due che lo cingean da i lati,

perciò che le più lunghe fur distinte

in trentadui pilastri e trentun vano,

sì come l'altre che chiudeano i capi

ognuna in ventun foro era divisa.

Quei gran pilastri poscia avean nel mezzo

colonne eccelse sopra piedistali

che sosteneano il solido architrave,

ch'avea sovr'esso e zoforo e cornice.

Poi quel palazzo tutto era composto

con gran giudizio in dorica misura,

ed era ancor d'una materia eterna

che vincea di bellezza ogni altro marmo.

Ma come i nobilissimi baroni

entraro in esso, e vider quelle logge,

rimaser pieni sì di meraviglia

che non potean formar parola alcuna:

ma rivolgeano gli occhi intorno intorno

tacitamente, e lo miravan tutto;

dapoi vedendo una concordia grande

di camere, di sale e d'altri luochi,

con bella rispondenza d'ogni cosa,

si generava in lor piacere estremo;

onde gli disse la divina Areta:

Valorosi, leggiadri, alti baroni,

a me non par che sia da spender tempo

nel contemplar questo edificio nostro,

ché veder lo potrete a più bell'agio.

Entriamo prima in questa destra sala,

che voi riposarete i corpi lassi

e darete a le forze alcun ristauro

con cibi eletti e prezïosi vini.

Così gli disse l'onorata Areta;

e quei baroni entrar ne l'ampia sala

che di mirabil gemme era dipinta,

e poi s'assiser ne le sedie d'oro

ch'eran vicine a l'ordinate mense,

u' ristoraron le affannate membra.

Poi che la sete e l'importuna fame

fur rintuzzate, disse il buon Traiano:

Donna gentil d'ogni bellezza adorna

e di costumi altissimi e reali,

or che v'abbiam condotte al vostro albergo

ritorneremo a Belisario il grande,

che forse accusa la tardanza nostra:

e qui si rimaran tutti e' prigioni

ch'entrar con noi ne la primiera cinta;

perché volemo a voi lasciar la cura

di custodirli, e porvi intorno nodi

tai, che non possan più fuggirsi quindi.

Così diss'egli, e poi rispose Areta:

Gentil signor, sì come egli è il dovere

d'accarezzar quell'ospite che avemo

ne i nostri alberghi fin che vi dimora;

così sta ben, quando vuol ir, mandarlo

con le commodità del suo vïaggio.

Dunque, se star volete in questi luochi,

voi ci sarete sommamente cari;

e se pur ir vi piace, i' son per darvi

ogni cosa opportuna al vostro andare;

e farò che le quattro mie figliuole

vi faran compagnia dovunque andrete,

e sempre vi saran ministre e guide.

Né vi prendete poi pensiero alcuno

di questi prigionier ch'a noi lasciate,

ch'userem diligenza in custodirli.

Ben voglio fare al mio Traiano un dono

di questa bella e prezïosa gemma;

la qual, se voi la porterete in bocca,

farà che asseguirete ogni dimanda.

E detto questo, un bel anel gli diede,

la cui pietra era di color di mele

ma scintillava come fiamma ardente;

dapoi si volse a Corsamonte, e disse:

A voi, che siete oltra misura forte,

voglio donare una maniglia d'oro,

la quale ha in sè questa virtù miranda,

che chi la tien vicina a la sua carne

non può da ferro alcuno esser trafitto.

Così diss'ella, e si slegò dal braccio

la sua bella maniglia, e a lui la porse;

l'altra volea donare ad Aquilino,

ma non la poté svilupar da quello.

Poi Corsamonte con la faccia allegra

prese l'alta maniglia, e le rispose:

Nobilissima donna, io non saprei

né con lingua mostrar né con sembianti

quanto grato mi sia questo bel dono;

pur sforzerommi farlo a voi palese

con l'onorarvi sempre e sempre amarvi.

Ma ben però non vuo' restar di dirvi

che 'l mandar or con noi le vostre figlie

mi par cosa soverchia, perché tutti

sapremo al campo andar senz'altra scorta.

e se venisser damigelle nosco,

ci darian qualche biasmo apò le genti,

che 'l vulgo mai non suol pensare il dritto:

sì che meglio sarà lasciarle a casa.

Così diss'egli, a cui rispose Areta:

Quel che dentr'al suo cuor sa ch'e' non erra

non dee aver tema de l'altrui menzogne;

pur, per schiffar le suspettose lingue,

queste mie figlie, che con voi verranno,

saran coperte d'una nebbia oscura

che non potrà vederle umana vista;

onde staransi a i ministeri vostri

senza potervi dare infamia alcuna.

Questo gli disse Areta, e 'l buon Traiano

rispose a lei: Poi che così v'aggrada,

noi menerem queste donzelle nosco,

e non rifiuterem sì care scorte.

E così detto, ognun prese licenza

da l'onorata Areta e si partiro;

e come furon giù de l'alto colle,

trovaro i lor cavai ch'avean lasciati

al piè di quella faticosa costa.

Quivi montar subitamente in sella

e tolser quelle damigelle in groppa:

Traian tolse Fronesia, e Corsamonte

tolse Andria, e tolse Dicheosina Achille

e Sofrosina il giovane Lucillo;

poi tutti insieme se n'andaro al campo.