IL RATTO D’EUROPA

By Pietro Metastasio

Apollo, tu, che di Peneo sul margine

Ardesti ancor d'una terrena vergine

Che per fuggirti si converse in arbore

E fu soggetto del tuo canto flebile,

Or desta in me, coll'armonia medesima

Che scorse allor per la dorata cetera,

Poter divino, onde a cantar sia valido

La vaga figlia del fenicio Agenore,

La bella Europa, il di cui volto nobile

In terra trasse il regnator dell'etere

Con piè bovino il verde suolo a premere.

Uscite voi dalle fontane prossime,

Umide il crine e il volto, o vaghe Naiadi;

Lasciate i duri monti, alpestri Oreadi,

E voi le selve, o boscarecce Driadi;

Tutte venite ad ascoltarmi, e vadano

Sol da noi lungi gl'insolenti Satiri,

Perché non vo' che colla loro audacia

La vostra quiete ed il mio canto turbino.

Guardiam però che gli altri dèi non odano:

Ché, se le vostre voci a Giove giungono,

Ei negherà che il suo figliuolo Apolline

Aiuto presti all'impotente spirito,

Perch'ei non vuol che i furti suoi si cantino.

Era d'Europa quell'età più florida

Che scorre di tre lustri appena il termine,

Grata negli atti e nel parlar piacevole.

Su la spaziosa fronte in gemme lucide

De' suoi dorati crini altri s'annodano,

Altri cadendo poi disciolti e liberi

A guisa d'onda nel cader s'increspano,

S'innalzan spesso e lentamente tremano

Al dolce assalto di lascivo zefiro.

Due nere luci, sovra cui s'inarcano

Nere le ciglia ancora e sottilissime,

Nel lento moto e negli sguardi accolgono

Tutta la forza ed il piacer di Venere.

Piene ha le guance, ove a vicenda sparsero

La rosa e 'l giglio il lor colore amabile;

E dal naso gentil poi si dividono.

Le labbra sparse di nativa porpora,

Che torrebbero il pregio al tirio murice,

Talor minuti e spessi denti scoprono

Che sembran fatti di pulito avorio;

Ma così ben disposti e con tal ordine,

Che non mancan fra loro e non eccedono.

Tondo, sottile e di alabastro lucido

Rassembra il collo, che davanti termina

Nel bianco petto rilevato e mobile,

Il qual si mostra del color medesimo

Che dall'alto Appennin le nevi rendono,

Quando cadendo il sol dentro l'Oceano

Gl'incerti raggi d'un rossor le tingono

Che il soverchio candore avviva e modera.

Angusta è la cintura e larghi gli omeri,

Picciolo il piè, la man lunghetta e tenera;

E nel gentile aspetto unite albergano

In dolce nodo maestade e grazia.

Tal fu la bella Europa, e oh quanti n'ebbero

Piagato il seno, e negli sguardi fervidi

Mostrare in van l'immenso ardor tentarono!

Ella intender non cura; anzi più rigida

Diviene ognor, perché i suoi fati prosperi

Al divino amator pura la serbano.

Così, fuggendo amor, la mente e l'animo

Pasceva Europa di piacer più semplice.

Godea mirar del mar l'aspetto vario,

Allorché d'ira pieni e Borea ed Affrico

Con egual furia oppostamente pugnano,

E i salsi flutti fra di lor s'incalzano;

E quindi l'onde all'incontrar si rompono,

E biancheggiando sino al cielo ascendono;

I cavi scogli ripercossi gemono,

E la candida spuma addietro gettano.

Sul lido intanto le cornacchie garrule

Battono l'ali, e colle grida querule

Tentan vincer del mare il vasto strepito.

E, allor che dalle grotte oscure ed umide

Uscia la Notte sovra il carro tacito

Traendo seco la triforme Cintia,

Godea mirar nell'onde il lume tremulo

Variare i moti al variar di Zefiro,

E col ciel di chiarezza il mar contendere.

Ma quando poi tutto tranquillo e placido

Nel suo letto giaceva il mar volubile,

E stanco il sol di stare in grembo a Tetide

Chiaro sorgea dalle maremme d'India,

Lieta scendea colle compagne vergini

Del salso mar su l'arenoso margine;

E qual d'Eurota per le ripe floride,

O pur di Cinto sovra il giogo esercita

Diana i balli fra le amiche Oreadi,

E di bellezza ogni altra Ninfa supera;

Tal fra l'altre apparia la vaga giovane.

Colle reti talor turbando andavano

I lor dolci segreti a' pesci mutoli,

Che, mentre a schiere e senza tema guizzano,

L'avida rete all'improvviso incontrano;

Ond'altri tosto ver gli scogli fuggono

Ove han lor tane; altri veloci e trepidi

Fra l'alga verde per timor s'appiattano;

Altri vorrian fuggir, ma sì gl'intricano

Gl'ingiusti lacci e 'l lor timor, che restano

Felice preda delle Ninfe candide.

Talora insieme gìan là dove un circolo

Forman gli scogli, e nel lor mezzo chiudono

Il mar, che per entrarvi ha picciol adito;

E quinci e quindi colle fronti gemine

Due rupi ardite contra il ciel s'innalzano

Sotto di cui l'onde tranquille tacciono.

Gli alberi poi, che sovra lor verdeggiano,

Così spesse le braccia in fuori sporgono

Che a Febo e all'altrui vista il corso niegano,

E il chiuso mar di sacro orrore ammantano.

Vivi sedili, che giammai non tennero

Di stanca nave a sé legato il canape,

Son sparsi intorno; or qui le Ninfe posano

Quando a purgar le caste membra vengono.

L'eccelsa reggia del signor fenicio

Sta sopra un colle, che nel prato termina

D'erbe coperto verdeggianti e tenere

E di soavi fior distinto e vario.

Ma dove il piano al salso mar si approssima,

Le verdi erbette ed i fioretti mancano,

Ed a quelli succede arena sterile

Su cui l'irata sferza i flutti stendono.

Or quivi all'ombra de' salubri platani,

Che tutto il prato ameno intorno cingono,

Spesso venìa colle compagne amabili

Del sommo Giove la futura coniuge,

Dolce scherzando i molli fiori a cogliere.

Giove dall'alto giogo inaccessibile

Volse del sommo Olimpo un dì fra gli uomini

L'eterno sguardo che ci guida e modera.

La mira a sorte, e gli amorosi stimoli

Sente nel core, onde insensato e stupido

In lei si affisa; e se pur tenta volgere

Le luci altrove, esse veloci e libere

Contra sua voglia al caro oggetto tornano

Sempre più desiose: e in brieve spazio

Tanto s'accrebbe l'amoroso incendio,

Che troppo a tollerare era difficile.

Onde, deposto lo stridente fulmine,

Dal ciel discende involto in bianca nuvola

Sopra l'ameno prato, ed invisibile

Vede dappresso la felice giovane.

E già posta in oblio l'ambrosia e il nettare,

Le prime cure il suo pensier non muovono;

Ma sol dentro di sé discorre e medita

Qual sia la strada più spedita e facile

Per ingannar la giovanetta semplice.

Mirò dal colle alla marina scendere

Il regio armento agli odorati pascoli:

Onde tosto pensò novella astuzia.

Prende di toro la fallace immagine,

Indi fra gli altri si confonde e mescola.

La bianca pelle vinceria le candide

Nevi non presse ancor da alcun vestigio.

Si veggon sopra al pingue collo i muscoli,

La pagliolaia, che dal muso agli omeri

Larga si spiega e nel ginocchio termina,

Mentr'ei cammina si dibatte ed agita.

Picciolo è il capo e son le corna picciole,

Ch'ambo con egual norma al fin s'incurvano

E paion gemme trasparenti e lucide,

Per man formate d'un esperto artefice.

Placida è la sua fronte, e l'occhio è placido,

In cui, come in lor sede, ancora albergano

La prima maestate e il primo imperio.

Le man, ministre del trisulco fulmine,

In unghia bipartite il suolo or fendono.

Crudele Amor, chi potrà mai resistere

Al tuo voler, se il regnator degli uomini

Ebbe per te sì strana forma a prendere?

A lento passo va l'amante cupido

Là dove in mezzo alle donzelle tirie

Stava la prole del fenicio Agenore.

Ammira Europa il bel torel; ma timida,

Bench'egli sia sì mansueto e facile,

Arretra i passi mentre quel si approssima.

Giove sen duole, e più modesto ed umile

A lei si mostra, ond'ella ardisce porgere

Alla candida bocca i fiori teneri;

Indi palpa più ardita il petto morbido,

L'aperta fronte e le narici tumide.

Lieto è l'amante; e nella man d'avorio

Gode talor gli ardenti baci imprimere.

S'incurva a terra; e la donzella incauta,

Cui non è noto chi nel toro insidia,

Il dorso preme all'amator famelico.

Ei lento sorge, e volge i passi subito

Al lido estremo, dove l'onda mormora.

Ma le compagne della tiria vergine,

Che a lei dappresso lietamente danzano

Al dolce suon di canzonette e frottole,

Come in trionfo la lor donna sieguono,

E di novelli fior tutta la spargono.

Ella ride, e sovente il toro stimola;

I di cui piè, che così pigri appaiono,

Nelle prim'onde le vestigia imprimono:

Indi tanto nel mare i passi stendono,

Che al fin sotto di lor le arene mancano:

Ond'ei, nuotando più spedito ed agile,

Fende col petto il molle seno a Tetide,

E col moto de' piedi il corso accelera.

Altro non sa la giovinetta misera

Che alzare i piedi, e le ginocchia stringere,

E la variata veste in su raccogliere.

Freno non ha con cui lo volga o regoli,

Né, se l'avesse, a ciò saria valevole,

Ché appena può se stessa al corno reggere.

Or chi potrà senza lagnarsi e piangere

Narrar d'Europa i dolorosi gemiti,

Le meste voci e le cadenti lagrime,

Che avrian fatta pietosa anche una selice?

Si volge al lido, e le compagne vergini

Tutte per nome appella acciò l'aiutino.

Piangon esse accennando e le rispondono,

Ma d'aiutarla alcuna via non trovano.

Or, mentre corre Giove ardito e rapido,

Dalla vista d'Europa i lidi fuggono;

Onde s'udio con questi accenti flebili

La mesta donna il suo dolor diffondere:

‘Ah! chi m'aita a volgere

Al lido il toro indomito?

Chi mi soccorre? Ah barbaro

Destino, ah stelle perfide!

Compagne amabili, portate celeri

Il mesto annunzio al vecchio Agenore,

Acciò possa soccorrere

Europa lagrimevole;

Se no, dovrà poi piangere

L'ultima sua disgrazia.

Ma, mentre piango e smanio,

Il toro più si accelera,

E agli occhi miei s'ascondono

I colli di Fenicia.

Già parmi veder sorgere

Fuor dell'ondoso Oceano

Marine fere orribili

Che il crudo dente immergono

Nell'innocenti viscere.

Né vi sarà chi celebri

Al freddo mio cadavere

Le dolorose esequie,

Né chi d'unguento o balsamo

Sparga le meste ceneri;

Ma d'una fera indomita

Il ventre abbominevole

Mi servirà di tumulo.

Almen mie voci udissero

Cadmo, Fenice o Cilice,

Che pronti accorrerebbero,

Pria che vedermi giungere

In questa età sì giovane

A sì funesto termine.

Ma tu, toro implacabile,

Dove ti fa trascorrere

La tua soverchia audacia?

Non troverai già i teneri

Ed odorati pascoli

Che il corpo tuo nutriscano,

Né i ruscelletti limpidi

Che la tua sete ammorzino.

Aimè, che i flutti girano,

Le forze già mi mancano!

Torbida patria,

Vedova reggia,

Misero Agenore,

Ahi madre infelicissima,

Soccorso, aita.’ E i dolorosi spiriti

Per la troppa mestizia si confusero,

Talché i moti e le voci in un mancarono;

E nell'onde cadea; ma la sostennero

L'umide figlie del marino Néreo,

Che per udire i suoi lamenti corsero.

Poiché rinvenne, come pietra immobile

Parsa saria; ma i venticelli e l'aure

Talor la chioma e 'l sottil velo scuotono.

Come viola è il volto esangue e pallido;

Non batton le palpebre, e gli occhi tumidi

Dal grave pianto stanno immoti e stupidi;

E per la tema che l'affligge ed occupa,

Con spesso e grave moto il cor le palpita.

Venere intanto, che de' cari sudditi

Su la bassa Amatunta e l'alto Idalio

Avea libate le amorose vittime,

Lieta sedendo nella conca eterea

Col suo corso fendea le nubi e l'aere;

Mirò di Giove la fallace immagine:

Il riconobbe, e l'amorose insidie,

Ch'ei tese aveva alla donzella semplice,

Al pensier di Ciprigna aperte apparvero.

Onde fe' tosto le colombe rapide

Vicino al mar presso ad Europa scendere

Cogli Amorini e i pargoletti Geni

Che la sieguon per tutto e l'accompagnano.

Al suo venir le trattenute lagrime,

Cui soverchio timor chiudeva l'esito,

Disciolse Europa, e in volto umìle e supplice

Tendea le mani all'alma dea di Pafia.

Come fanciul che dal suo padre rigido

Con dura sferza si sentì percuotere,

E pur ritenne i dolorosi gemiti

Per tema d'irritarlo a maggior strazio;

Ma se poi mira la sua madre giungere,

Comincia allor dirottamente a piangere,

Quasi voglia narrar la sua disgrazia

E a lei co' suoi singulti aita chiedere;

Tal era Europa, e già le stanche ed umili

Calde preghiere sue volea disciogliere;

Ma la prevenne la cortese Venere.

‘Serena, o bella vergine,

Omai le luci torbide:

Ché teco è Citerea,

La vaga dea che cogli sguardi tempera

Il ciel, le fere e gli uomini.

L'agitator del fulmine

Solca per te l'Oceano

Sotto bovine spoglie.

Tu, sua futura moglie, apprendi a reggere

Sì nobil sorte e prospera.

A te per lui non possono

I venti e l'onde nuocere.

Va pur sicura e lieta,

Ch'avrai di Creta antica or or nell'isola

Seco comune il talamo.

Da te suo nome traere

La più gloriosa e nobile

Parte vedrem del mondo

E dal tuo sen fecondo alta progenie

D'illustri regi sorgere.

Ormai tutte se n'escano

Le deità marittime

Fuor delle placid'onde,

Ed alle sponde della terra prossima

La bella Europa sieguano.’

Disse: e tosto sparì col carro lubrico

Pari a' venti leggieri e al sonno simile.

Ma la donzella, ch'era stata attonita

A rimirar quello splendore insolito,

Poiché n'udì le dolci note sciogliere

Sgombrò dal sen la prima sua mestizia:

Ma tosto il volto la vergogna l'occupa,

E il colorisce di novella porpora.

E già del mar dalle spelonche concave

Nettuno ed Anfitrite, e Dori e Néreo,

Ed Oceàn colla sua bella Tetide

Su varie conche accompagnati vennero

Dagli arditi Tritoni e da Nereidi.

Non lasciò di venire il vecchio Proteo;

Ino ancor venne, e Melicerta, e Glauco,

Che seco unite le Sirene trassero.

Altri i delfini e le balene pungono:

Su cerulee conchiglie altri s'assidono:

Altri d'intorno a lor fra l'onde guizzano:

Qual manda suon dalla ritorta buccina,

Qual dolce scioglie i maritali cantici;

Altri le membra in strane danze ruotano,

E fatto intorno al sommo Giove un circolo,

Sino a' lidi di Creta l'accompagnano,

Dov'egli prese la primiera immagine;

E quivi l'Ore, che il celeste talamo

D'eterni fiori nuove frondi sparsero,

Furon ministre del divin coniugio.