IL RATTO D’EUROPA
Apollo, tu, che di Peneo sul margine
Ardesti ancor d'una terrena vergine
Che per fuggirti si converse in arbore
E fu soggetto del tuo canto flebile,
Or desta in me, coll'armonia medesima
Che scorse allor per la dorata cetera,
Poter divino, onde a cantar sia valido
La vaga figlia del fenicio Agenore,
La bella Europa, il di cui volto nobile
In terra trasse il regnator dell'etere
Con piè bovino il verde suolo a premere.
Uscite voi dalle fontane prossime,
Umide il crine e il volto, o vaghe Naiadi;
Lasciate i duri monti, alpestri Oreadi,
E voi le selve, o boscarecce Driadi;
Tutte venite ad ascoltarmi, e vadano
Sol da noi lungi gl'insolenti Satiri,
Perché non vo' che colla loro audacia
La vostra quiete ed il mio canto turbino.
Guardiam però che gli altri dèi non odano:
Ché, se le vostre voci a Giove giungono,
Ei negherà che il suo figliuolo Apolline
Aiuto presti all'impotente spirito,
Perch'ei non vuol che i furti suoi si cantino.
Era d'Europa quell'età più florida
Che scorre di tre lustri appena il termine,
Grata negli atti e nel parlar piacevole.
Su la spaziosa fronte in gemme lucide
De' suoi dorati crini altri s'annodano,
Altri cadendo poi disciolti e liberi
A guisa d'onda nel cader s'increspano,
S'innalzan spesso e lentamente tremano
Al dolce assalto di lascivo zefiro.
Due nere luci, sovra cui s'inarcano
Nere le ciglia ancora e sottilissime,
Nel lento moto e negli sguardi accolgono
Tutta la forza ed il piacer di Venere.
Piene ha le guance, ove a vicenda sparsero
La rosa e 'l giglio il lor colore amabile;
E dal naso gentil poi si dividono.
Le labbra sparse di nativa porpora,
Che torrebbero il pregio al tirio murice,
Talor minuti e spessi denti scoprono
Che sembran fatti di pulito avorio;
Ma così ben disposti e con tal ordine,
Che non mancan fra loro e non eccedono.
Tondo, sottile e di alabastro lucido
Rassembra il collo, che davanti termina
Nel bianco petto rilevato e mobile,
Il qual si mostra del color medesimo
Che dall'alto Appennin le nevi rendono,
Quando cadendo il sol dentro l'Oceano
Gl'incerti raggi d'un rossor le tingono
Che il soverchio candore avviva e modera.
Angusta è la cintura e larghi gli omeri,
Picciolo il piè, la man lunghetta e tenera;
E nel gentile aspetto unite albergano
In dolce nodo maestade e grazia.
Tal fu la bella Europa, e oh quanti n'ebbero
Piagato il seno, e negli sguardi fervidi
Mostrare in van l'immenso ardor tentarono!
Ella intender non cura; anzi più rigida
Diviene ognor, perché i suoi fati prosperi
Al divino amator pura la serbano.
Così, fuggendo amor, la mente e l'animo
Pasceva Europa di piacer più semplice.
Godea mirar del mar l'aspetto vario,
Allorché d'ira pieni e Borea ed Affrico
Con egual furia oppostamente pugnano,
E i salsi flutti fra di lor s'incalzano;
E quindi l'onde all'incontrar si rompono,
E biancheggiando sino al cielo ascendono;
I cavi scogli ripercossi gemono,
E la candida spuma addietro gettano.
Sul lido intanto le cornacchie garrule
Battono l'ali, e colle grida querule
Tentan vincer del mare il vasto strepito.
E, allor che dalle grotte oscure ed umide
Uscia la Notte sovra il carro tacito
Traendo seco la triforme Cintia,
Godea mirar nell'onde il lume tremulo
Variare i moti al variar di Zefiro,
E col ciel di chiarezza il mar contendere.
Ma quando poi tutto tranquillo e placido
Nel suo letto giaceva il mar volubile,
E stanco il sol di stare in grembo a Tetide
Chiaro sorgea dalle maremme d'India,
Lieta scendea colle compagne vergini
Del salso mar su l'arenoso margine;
E qual d'Eurota per le ripe floride,
O pur di Cinto sovra il giogo esercita
Diana i balli fra le amiche Oreadi,
E di bellezza ogni altra Ninfa supera;
Tal fra l'altre apparia la vaga giovane.
Colle reti talor turbando andavano
I lor dolci segreti a' pesci mutoli,
Che, mentre a schiere e senza tema guizzano,
L'avida rete all'improvviso incontrano;
Ond'altri tosto ver gli scogli fuggono
Ove han lor tane; altri veloci e trepidi
Fra l'alga verde per timor s'appiattano;
Altri vorrian fuggir, ma sì gl'intricano
Gl'ingiusti lacci e 'l lor timor, che restano
Felice preda delle Ninfe candide.
Talora insieme gìan là dove un circolo
Forman gli scogli, e nel lor mezzo chiudono
Il mar, che per entrarvi ha picciol adito;
E quinci e quindi colle fronti gemine
Due rupi ardite contra il ciel s'innalzano
Sotto di cui l'onde tranquille tacciono.
Gli alberi poi, che sovra lor verdeggiano,
Così spesse le braccia in fuori sporgono
Che a Febo e all'altrui vista il corso niegano,
E il chiuso mar di sacro orrore ammantano.
Vivi sedili, che giammai non tennero
Di stanca nave a sé legato il canape,
Son sparsi intorno; or qui le Ninfe posano
Quando a purgar le caste membra vengono.
L'eccelsa reggia del signor fenicio
Sta sopra un colle, che nel prato termina
D'erbe coperto verdeggianti e tenere
E di soavi fior distinto e vario.
Ma dove il piano al salso mar si approssima,
Le verdi erbette ed i fioretti mancano,
Ed a quelli succede arena sterile
Su cui l'irata sferza i flutti stendono.
Or quivi all'ombra de' salubri platani,
Che tutto il prato ameno intorno cingono,
Spesso venìa colle compagne amabili
Del sommo Giove la futura coniuge,
Dolce scherzando i molli fiori a cogliere.
Giove dall'alto giogo inaccessibile
Volse del sommo Olimpo un dì fra gli uomini
L'eterno sguardo che ci guida e modera.
La mira a sorte, e gli amorosi stimoli
Sente nel core, onde insensato e stupido
In lei si affisa; e se pur tenta volgere
Le luci altrove, esse veloci e libere
Contra sua voglia al caro oggetto tornano
Sempre più desiose: e in brieve spazio
Tanto s'accrebbe l'amoroso incendio,
Che troppo a tollerare era difficile.
Onde, deposto lo stridente fulmine,
Dal ciel discende involto in bianca nuvola
Sopra l'ameno prato, ed invisibile
Vede dappresso la felice giovane.
E già posta in oblio l'ambrosia e il nettare,
Le prime cure il suo pensier non muovono;
Ma sol dentro di sé discorre e medita
Qual sia la strada più spedita e facile
Per ingannar la giovanetta semplice.
Mirò dal colle alla marina scendere
Il regio armento agli odorati pascoli:
Onde tosto pensò novella astuzia.
Prende di toro la fallace immagine,
Indi fra gli altri si confonde e mescola.
La bianca pelle vinceria le candide
Nevi non presse ancor da alcun vestigio.
Si veggon sopra al pingue collo i muscoli,
La pagliolaia, che dal muso agli omeri
Larga si spiega e nel ginocchio termina,
Mentr'ei cammina si dibatte ed agita.
Picciolo è il capo e son le corna picciole,
Ch'ambo con egual norma al fin s'incurvano
E paion gemme trasparenti e lucide,
Per man formate d'un esperto artefice.
Placida è la sua fronte, e l'occhio è placido,
In cui, come in lor sede, ancora albergano
La prima maestate e il primo imperio.
Le man, ministre del trisulco fulmine,
In unghia bipartite il suolo or fendono.
Crudele Amor, chi potrà mai resistere
Al tuo voler, se il regnator degli uomini
Ebbe per te sì strana forma a prendere?
A lento passo va l'amante cupido
Là dove in mezzo alle donzelle tirie
Stava la prole del fenicio Agenore.
Ammira Europa il bel torel; ma timida,
Bench'egli sia sì mansueto e facile,
Arretra i passi mentre quel si approssima.
Giove sen duole, e più modesto ed umile
A lei si mostra, ond'ella ardisce porgere
Alla candida bocca i fiori teneri;
Indi palpa più ardita il petto morbido,
L'aperta fronte e le narici tumide.
Lieto è l'amante; e nella man d'avorio
Gode talor gli ardenti baci imprimere.
S'incurva a terra; e la donzella incauta,
Cui non è noto chi nel toro insidia,
Il dorso preme all'amator famelico.
Ei lento sorge, e volge i passi subito
Al lido estremo, dove l'onda mormora.
Ma le compagne della tiria vergine,
Che a lei dappresso lietamente danzano
Al dolce suon di canzonette e frottole,
Come in trionfo la lor donna sieguono,
E di novelli fior tutta la spargono.
Ella ride, e sovente il toro stimola;
I di cui piè, che così pigri appaiono,
Nelle prim'onde le vestigia imprimono:
Indi tanto nel mare i passi stendono,
Che al fin sotto di lor le arene mancano:
Ond'ei, nuotando più spedito ed agile,
Fende col petto il molle seno a Tetide,
E col moto de' piedi il corso accelera.
Altro non sa la giovinetta misera
Che alzare i piedi, e le ginocchia stringere,
E la variata veste in su raccogliere.
Freno non ha con cui lo volga o regoli,
Né, se l'avesse, a ciò saria valevole,
Ché appena può se stessa al corno reggere.
Or chi potrà senza lagnarsi e piangere
Narrar d'Europa i dolorosi gemiti,
Le meste voci e le cadenti lagrime,
Che avrian fatta pietosa anche una selice?
Si volge al lido, e le compagne vergini
Tutte per nome appella acciò l'aiutino.
Piangon esse accennando e le rispondono,
Ma d'aiutarla alcuna via non trovano.
Or, mentre corre Giove ardito e rapido,
Dalla vista d'Europa i lidi fuggono;
Onde s'udio con questi accenti flebili
La mesta donna il suo dolor diffondere:
‘Ah! chi m'aita a volgere
Al lido il toro indomito?
Chi mi soccorre? Ah barbaro
Destino, ah stelle perfide!
Compagne amabili, portate celeri
Il mesto annunzio al vecchio Agenore,
Acciò possa soccorrere
Europa lagrimevole;
Se no, dovrà poi piangere
L'ultima sua disgrazia.
Ma, mentre piango e smanio,
Il toro più si accelera,
E agli occhi miei s'ascondono
I colli di Fenicia.
Già parmi veder sorgere
Fuor dell'ondoso Oceano
Marine fere orribili
Che il crudo dente immergono
Nell'innocenti viscere.
Né vi sarà chi celebri
Al freddo mio cadavere
Le dolorose esequie,
Né chi d'unguento o balsamo
Sparga le meste ceneri;
Ma d'una fera indomita
Il ventre abbominevole
Mi servirà di tumulo.
Almen mie voci udissero
Cadmo, Fenice o Cilice,
Che pronti accorrerebbero,
Pria che vedermi giungere
In questa età sì giovane
A sì funesto termine.
Ma tu, toro implacabile,
Dove ti fa trascorrere
La tua soverchia audacia?
Non troverai già i teneri
Ed odorati pascoli
Che il corpo tuo nutriscano,
Né i ruscelletti limpidi
Che la tua sete ammorzino.
Aimè, che i flutti girano,
Le forze già mi mancano!
Torbida patria,
Vedova reggia,
Misero Agenore,
Ahi madre infelicissima,
Soccorso, aita.’ E i dolorosi spiriti
Per la troppa mestizia si confusero,
Talché i moti e le voci in un mancarono;
E nell'onde cadea; ma la sostennero
L'umide figlie del marino Néreo,
Che per udire i suoi lamenti corsero.
Poiché rinvenne, come pietra immobile
Parsa saria; ma i venticelli e l'aure
Talor la chioma e 'l sottil velo scuotono.
Come viola è il volto esangue e pallido;
Non batton le palpebre, e gli occhi tumidi
Dal grave pianto stanno immoti e stupidi;
E per la tema che l'affligge ed occupa,
Con spesso e grave moto il cor le palpita.
Venere intanto, che de' cari sudditi
Su la bassa Amatunta e l'alto Idalio
Avea libate le amorose vittime,
Lieta sedendo nella conca eterea
Col suo corso fendea le nubi e l'aere;
Mirò di Giove la fallace immagine:
Il riconobbe, e l'amorose insidie,
Ch'ei tese aveva alla donzella semplice,
Al pensier di Ciprigna aperte apparvero.
Onde fe' tosto le colombe rapide
Vicino al mar presso ad Europa scendere
Cogli Amorini e i pargoletti Geni
Che la sieguon per tutto e l'accompagnano.
Al suo venir le trattenute lagrime,
Cui soverchio timor chiudeva l'esito,
Disciolse Europa, e in volto umìle e supplice
Tendea le mani all'alma dea di Pafia.
Come fanciul che dal suo padre rigido
Con dura sferza si sentì percuotere,
E pur ritenne i dolorosi gemiti
Per tema d'irritarlo a maggior strazio;
Ma se poi mira la sua madre giungere,
Comincia allor dirottamente a piangere,
Quasi voglia narrar la sua disgrazia
E a lei co' suoi singulti aita chiedere;
Tal era Europa, e già le stanche ed umili
Calde preghiere sue volea disciogliere;
Ma la prevenne la cortese Venere.
‘Serena, o bella vergine,
Omai le luci torbide:
Ché teco è Citerea,
La vaga dea che cogli sguardi tempera
Il ciel, le fere e gli uomini.
L'agitator del fulmine
Solca per te l'Oceano
Sotto bovine spoglie.
Tu, sua futura moglie, apprendi a reggere
Sì nobil sorte e prospera.
A te per lui non possono
I venti e l'onde nuocere.
Va pur sicura e lieta,
Ch'avrai di Creta antica or or nell'isola
Seco comune il talamo.
Da te suo nome traere
La più gloriosa e nobile
Parte vedrem del mondo
E dal tuo sen fecondo alta progenie
D'illustri regi sorgere.
Ormai tutte se n'escano
Le deità marittime
Fuor delle placid'onde,
Ed alle sponde della terra prossima
La bella Europa sieguano.’
Disse: e tosto sparì col carro lubrico
Pari a' venti leggieri e al sonno simile.
Ma la donzella, ch'era stata attonita
A rimirar quello splendore insolito,
Poiché n'udì le dolci note sciogliere
Sgombrò dal sen la prima sua mestizia:
Ma tosto il volto la vergogna l'occupa,
E il colorisce di novella porpora.
E già del mar dalle spelonche concave
Nettuno ed Anfitrite, e Dori e Néreo,
Ed Oceàn colla sua bella Tetide
Su varie conche accompagnati vennero
Dagli arditi Tritoni e da Nereidi.
Non lasciò di venire il vecchio Proteo;
Ino ancor venne, e Melicerta, e Glauco,
Che seco unite le Sirene trassero.
Altri i delfini e le balene pungono:
Su cerulee conchiglie altri s'assidono:
Altri d'intorno a lor fra l'onde guizzano:
Qual manda suon dalla ritorta buccina,
Qual dolce scioglie i maritali cantici;
Altri le membra in strane danze ruotano,
E fatto intorno al sommo Giove un circolo,
Sino a' lidi di Creta l'accompagnano,
Dov'egli prese la primiera immagine;
E quivi l'Ore, che il celeste talamo
D'eterni fiori nuove frondi sparsero,
Furon ministre del divin coniugio.