Il raviggiuolo
Io che cantai già le cipolle e vanto
diedi al pennello e lodai la galea
duo volte, ch'una non mi parve tanto,
scrissi delle zanzare e mi credea
trovarle più cortesi, ond'io fei quella
esortazione a lor che mi parea;
dolsimi de' romori e la favella
alzai con ira contro a le campane
e cercai di far chiara la padella
e 'l me' ch'io seppi celebrai l'umane
bellezze di colei ch'in gioia e 'n duolo
mi tenne un tempo e non se ne rimane;
or, ch'io sono un poco oltre e stommi solo
il più del tempo, per mio spasso ho voglia
di ragionar del cacio raviggiuolo:
voglia onorata certo e a qual si voglia
maturo petto ben proporzionata
e che d'invidia e passion si spoglia.
Vadansi or la ricotta e la giuncata
a riporre e le mozze e' marzolini,
le forme e gl'altri caci di brigata
e come egl'appariscon que' divini
raviggioletti, morbidi e cortesi,
ogn'altro cacio si sberretti e 'nchini.
Quest'è sempre mai buon, ma certi mesi
è pur migliore e chi n'ha la minuta
anche fa differenza da' paesi,
ché l'aria e l'acqua e la greggia tenuta
bene e 'l pastor valente in monte o 'n piano
e la pastura e ogni cosa aiuta.
Quest'è vago alla vista, al corpo sano
e piacevole al gusto è fuor di modo
nel praticar gentile e alla mano;
cioè non ha corteccia e non è sodo,
anz'è d'una natura che le genti
ne posson, come dir, fare a llor modo.
Chi volesse fuggir mille tormenti
e mangiar raviggiuol mattino e sera
potrebbe a posta sua cavarsi i denti,
ché questo cibo è tanto di maniera
facile e dolce, ch'i denti ci sono
quasi per pompa, com'una spalliera
o pure io non vi sforzo, ma ragiono
così per dirvi ch'in sino alla morte
ogni vecchio e sdentato a torne è buono.
Buoni i pasticci e son buone le torte,
buoni i capponi e buone son le starne
e molte altre vivande di più sorte;
ma chi volesse per queste privarne
di mangiar raviggiuolo, io ve lo dico
ch'io stare' a patti di non assaggiarne.
E chi convita o parente o amico
e non gli dà di questi per coverta,
sarà tenut'un uom del tempo antico.
E, se s'andasse con questi a offerta
più preti ci sare' che popolani,
non che cappelle; quest'è cosa certa.
E chi ugnesse con questi le mani
a qualche frate, sarebbe assoluto
da tutti i casi reservati e strani.
Colui che per viltà lo gran rifiuto
fe' per una scodella di fagiuoli
o fussin lenti o cicerchie o minuto,
s'e' lo facea per quattro raviggiuoli
saria scusato e non are' la madre
fatto quell'atto di scambiar figliuoli.
Ché se le genti fossin ghiotte e ladre
per questo cibo, meritan perdono,
se bene e' l'accoccassino a' lor padre.
Io, quant'a me, risoluto mi sono
che quand'io fussi giudice o dottore,
dov'il mio voto avesse a esser buono,
chi non mi ricordassi a tutte l'ore
col ravigguol la sua faccenda, tardi
arìa da me la sentenza in favore.
Quest'è un cibo che se tu lo guardi
te ne 'nnamori al primo, onde conviene
che tu sospiri e non te ne riguardi
e per ben che tu n'abbi le man piene
e mangine a tirata, tu vorresti
avere anche una bocca nelle rene.
O Berni, o Varchi o Casa a che ponesti
cardi e ricotte in rima e altre cose
che son quasi una baia a petto a questi?
Pittagora trovò la squadra e pose
Archimede nell'acqua quella palla
e l'uno e l'altro dico che s'appose;
Perdice dicon le seste e la pialla
o ver la sega, s'io ho bene a mente
— che quest'è cosa che si può guardalla —.
Vo' dir che 'nfino a qui ciò che la gente
ha mai trovato trama d'invenzione,
a ppetto al raviggiuol mi par niente.
Le cose voglion esser belle e buone
a voler ch'elle faccin quell'effetto,
che si ricerca a saziar le persone.
Che mi fa a me ch'un sia buon architetto
e abbi squadra e succhiello e compasso
giusto a misura, schifato e perfetto,
se quando io arò dato un po' di spasso
all'occhio, a discrezion d'arti e misure
lascerò il gusto macilento e passo?
Al tatto poi queste cose sì dure
danno fastidio e sassi e legni e ferri
lo tengon sempre in travagli e 'm paure.
Il naso è forza che tu te lo serri
o ch'e' non abbia una faccenda al mondo
o porti il basto, perch'altri non erri.
Anche gl'orecchi la vorriano a tondo
menare e diventar que' del Danese:
non odon suono anch'eglin sì giocondo,
ché questi nuovi Archimedi l'imprese
lor pregian tanto e si dan tante lode,
ch'e' s'ha spesso a dir lor, ch'e' l'hanno intese.
Or volta carta, ogni tuo senso gode:
lasciamo stare il gusto, che triomfa
e pargli mangiar altro ch'uova sode!
Non gode tanto l'occhio d'un ch'a romfa
si vede in man tre assi accompagnati,
che par nel petto una colomba tomfa,
come fa l'occhio tuo quando tu guati
fra quella paglia o fra que' giunchi ignudi
que' banbolin rugiadosi e lattati.
Forse ch'a torne bisogna ch'un sudi
a cuocerli, a partirli o a stiacciarli,
com'altri cibi o frutti, cotti o crudi?
Vo' dir ch'al tatto giova il maneggiarli,
più ch'il succhiello o la pialla o la sega;
e di squadra e di seste non si parli.
L'orecchio, ch'ode il suo padron che prega
ch'e' venga il raviggiuol, s'allarga e stende,
che sente un che l'arreca e non lo niega.
Del naso non vi dico, che s'intende
quand'egl'è stagionato a ppunto e fatto
e' va a ssentita con queste faccende
e per non esser corribo, né matto
vuol la sua parte e tanto si conforta,
ch'egli sta per bucare in sin al piatto.
Una persona in simil casi accorta,
ch'io non vo' dirvi, andava ogni mattina
a rincontrarlo fuor di qualche porta
e come quel che del danno marina,
di questa grascia spesso a la gabella
vi metteva del suo qualcosellina
e, se potuto avesse, la scodella
fare a suo modo esente, più del sole
l'arebbe fatto o della sua sorella.
Io per me vi confesso che e' mi duole
in sin al cuor ch'una cosa sì buona
abbi a pagar quando venir ci vuole.
Paghin le ghiande a doppio, ch'a persona
non piaccion più e chi vuol tener porci
qui, le paghi o gli meni in Falterona;
né sien cagion le gabelle di torci
le buone cose o di volgerle altrove,
onde la vita stenti o si raccorci.
Quest'è cagion ch'e' si tocca di nove
o dieci soldi, se tu ne vuoi uno
ch'abbia un po' d'occhio e che la man lo trove.
E chi lo vede e partesi digiuno,
per non avere il modo a spender tanto,
non ha mai bene ed io ne so qualcuno,
Gl'antichi dotti litterati, in quanto
a questo, furno infingardi o fagnoni
a non gli dar sopr'ogni cibo il vanto.
Que' cai di latte a Vinegia son buoni,
ma il raviggiuol, s'e' non fusse peccato,
sarebbe da mangiarlo ginocchioni.
S'io fussi papa ogni dì, ritirato,
mangierei, ch'io n'avessi, o quant'e' dura
non vorrei ch'e' mi fusse favellato,
ch'i' arei sempre nel mangiar paura
che, nel pensar faccenda o d'altri o mia,
gl'andasse giù senza tenerne cura.
O vita santa, ove convien che stia
chi mangia cheto, acciò ch'in tal piacere
s'accordi il gusto con la fantasia;
de' frati dico, che posti a sedere
in refettorio stanno intenti e cheti
e non fann'altro che mangiare e bere,
ch'e' sanno ben, come savi e discreti,
che cicalando a tavola si perde
tempo o si grida e svertasi i segreti.
Questo nella memoria mi rinverde
quel santo Padre, ch'ha nella man destra
di giunchi un mazzo pettinato e verde,
e dove lo Stradin l'ampia finestra
avea, tra 'l naso e 'l mento, con un dito
figurare il bolzon nella balestra,
per mostrar ch'e' bisogna all'uom contrito
piegarsi e non si rompere e sperare,
essere schietto e star con gl'altri unito;
quel dito poi dimostra il cicalare
esser nocivo e mostra ch'alla bocca
si ponga il fren, secondo che mi pare.
Tutto sta bene, ma udite che sciocca
allegoria vorrebbe il trentamila
ch'io ne cavassi; oltr'alla vera tocca,
fammi pensar distese quelle fila
di quel mazzo di giunchi e starvi al fresco
un raviggiuol caloscio quand'e' fila;
e tanto col pensiero annaspo e pesco
ch'e' mi par che quel dito additi e mostri
dov'e' si mette avendolo in sul desco
e ch'e' si goda e taccia, onde pe' chiostri
fin de' conventi e 'n mano a' santi vede
il cuor l'alma cagion de' versi nostri.
Povertà, castitade, amore e fede,
puritade e umiltade e pacienza
scorge anch'in lui, che 'n fin a' giunchi cede.
Ch'il bianco e 'l dolce e 'l morbido eccellenza
de' suoi accidenti e 'l sapore e la veste
e la sì larga in lui magnificenza
mostran ch'e' si potrebbe non sol queste
cose cavarne, ma cert'altri sensi
che sarien degni del dì delle feste.
Ma perché non ci sia qualcun che pensi
a qualche cosa fuor di squadra, taccio
e dir anch'ogni cosa non conviensi.
A me sol basta, o raviggiuol, s'io piaccio
a te come tu piaci a' tuoi seguaci,
lasciando i gravi pesi a miglior braccio,
che, come nasci, a tutto il mondo piaci
e fanciulletto e giovane e maturo,
come quel che sei il fior di tutti i caci;
ed io per te medesimo ti giuro
ch'i' ti vo' tanto ben, ch'io ne torrei
la volta a quanti amanti fieno o furo
e s'io credessi questi versi miei
esserti a grado, te ne farei tanti,
ch'il Consagrata ne satollerei.
O raviggiuol, onor di tutti quanti
i cibi, sarà mai ch'alla mia vita
qualche meta o trofeo ti rizzi e pianti?
Ben nella prima storia colorita
ch'i' farò, vo' ritrarti appunto appunto
di quella taglia, che più il gusto invita:
e di pianta e proffil tirati e punto
di prospettiva, Chianti o Val di Pesa
o altro luogo al tuo natale assunto,
porrò senza guardare a tempo o spesa
e vi farò più d'una pastorella
ch'arà chi capra e chi pecora presa:
altra poi ch'arà munta la mammella,
lasciato un po' posare il latte, il gaglio
vi porrà dentro, sbracciatona e bella.
Quivi farò, se punto in arte vaglio,
prendere all'altra una scodella in mano,
pulita e bianca com'un buccio d'aglio,
e col suo braccio tondo, giusto e sano
pescar nel fondo del bigonciuolo e torre
quella sustanzia che noi celebriano;
poi sopra tela o paglia o giunchi porre
stese a pendio le scodellate in guisa,
ch'il cacio resta e 'l siel trapela e scorre
e come, poi scolato, ti divisa
in nuovo letto e sopra nuova paglia,
monda e pulita e non muffata o 'ntrisa.
Farò nell'aria il sol, ch'appunto saglia
in Libra, quando l'erba, arsa da lui,
mette a guaime l'ultima battaglia;
e farò seguitar quegl'altri dui
segni del cielo, in sin a mezzo il Becco,
sì celebrato per gl'influssi sui.
E perché molto nimica del secco
è la tua pasta, mostrerrò Giunone
dar dolci piove in sul terren risecco;
mostrerrò l'acque chiare, e verdi e buone
l'erbe e la greggia di buon pelo e forma,
case e capanne e lor liete persone;
e come in quelle or ti rivolti or dorma,
fin che tu sii ben licuito e 'n cittade
poi vieni allo squittinio e alla riforma.
Farò cento altre cose, com'accade,
quand'io arò il pennello in man, che sai
ch'i poeti e' pittori han potestade.
Bastati che s'i' vivo tu vedrai,
come tu hai veduto pel passato,
che tu mi se' piaciuto e piacerai.
Ma perch'i' ho sentito ch'in mercato
è venuto il cacchian di Chianti or ora
con certo raviggiuolo stagionato,
perdonatemi Muse, i' vogl'ir fuora.