Il raviggiuolo

By Agnolo Bronzino

Io che cantai già le cipolle e vanto

diedi al pennello e lodai la galea

duo volte, ch'una non mi parve tanto,

scrissi delle zanzare e mi credea

trovarle più cortesi, ond'io fei quella

esortazione a lor che mi parea;

dolsimi de' romori e la favella

alzai con ira contro a le campane

e cercai di far chiara la padella

e 'l me' ch'io seppi celebrai l'umane

bellezze di colei ch'in gioia e 'n duolo

mi tenne un tempo e non se ne rimane;

or, ch'io sono un poco oltre e stommi solo

il più del tempo, per mio spasso ho voglia

di ragionar del cacio raviggiuolo:

voglia onorata certo e a qual si voglia

maturo petto ben proporzionata

e che d'invidia e passion si spoglia.

Vadansi or la ricotta e la giuncata

a riporre e le mozze e' marzolini,

le forme e gl'altri caci di brigata

e come egl'appariscon que' divini

raviggioletti, morbidi e cortesi,

ogn'altro cacio si sberretti e 'nchini.

Quest'è sempre mai buon, ma certi mesi

è pur migliore e chi n'ha la minuta

anche fa differenza da' paesi,

ché l'aria e l'acqua e la greggia tenuta

bene e 'l pastor valente in monte o 'n piano

e la pastura e ogni cosa aiuta.

Quest'è vago alla vista, al corpo sano

e piacevole al gusto è fuor di modo

nel praticar gentile e alla mano;

cioè non ha corteccia e non è sodo,

anz'è d'una natura che le genti

ne posson, come dir, fare a llor modo.

Chi volesse fuggir mille tormenti

e mangiar raviggiuol mattino e sera

potrebbe a posta sua cavarsi i denti,

ché questo cibo è tanto di maniera

facile e dolce, ch'i denti ci sono

quasi per pompa, com'una spalliera

o pure io non vi sforzo, ma ragiono

così per dirvi ch'in sino alla morte

ogni vecchio e sdentato a torne è buono.

Buoni i pasticci e son buone le torte,

buoni i capponi e buone son le starne

e molte altre vivande di più sorte;

ma chi volesse per queste privarne

di mangiar raviggiuolo, io ve lo dico

ch'io stare' a patti di non assaggiarne.

E chi convita o parente o amico

e non gli dà di questi per coverta,

sarà tenut'un uom del tempo antico.

E, se s'andasse con questi a offerta

più preti ci sare' che popolani,

non che cappelle; quest'è cosa certa.

E chi ugnesse con questi le mani

a qualche frate, sarebbe assoluto

da tutti i casi reservati e strani.

Colui che per viltà lo gran rifiuto

fe' per una scodella di fagiuoli

o fussin lenti o cicerchie o minuto,

s'e' lo facea per quattro raviggiuoli

saria scusato e non are' la madre

fatto quell'atto di scambiar figliuoli.

Ché se le genti fossin ghiotte e ladre

per questo cibo, meritan perdono,

se bene e' l'accoccassino a' lor padre.

Io, quant'a me, risoluto mi sono

che quand'io fussi giudice o dottore,

dov'il mio voto avesse a esser buono,

chi non mi ricordassi a tutte l'ore

col ravigguol la sua faccenda, tardi

arìa da me la sentenza in favore.

Quest'è un cibo che se tu lo guardi

te ne 'nnamori al primo, onde conviene

che tu sospiri e non te ne riguardi

e per ben che tu n'abbi le man piene

e mangine a tirata, tu vorresti

avere anche una bocca nelle rene.

O Berni, o Varchi o Casa a che ponesti

cardi e ricotte in rima e altre cose

che son quasi una baia a petto a questi?

Pittagora trovò la squadra e pose

Archimede nell'acqua quella palla

e l'uno e l'altro dico che s'appose;

Perdice dicon le seste e la pialla

o ver la sega, s'io ho bene a mente

— che quest'è cosa che si può guardalla —.

Vo' dir che 'nfino a qui ciò che la gente

ha mai trovato trama d'invenzione,

a ppetto al raviggiuol mi par niente.

Le cose voglion esser belle e buone

a voler ch'elle faccin quell'effetto,

che si ricerca a saziar le persone.

Che mi fa a me ch'un sia buon architetto

e abbi squadra e succhiello e compasso

giusto a misura, schifato e perfetto,

se quando io arò dato un po' di spasso

all'occhio, a discrezion d'arti e misure

lascerò il gusto macilento e passo?

Al tatto poi queste cose sì dure

danno fastidio e sassi e legni e ferri

lo tengon sempre in travagli e 'm paure.

Il naso è forza che tu te lo serri

o ch'e' non abbia una faccenda al mondo

o porti il basto, perch'altri non erri.

Anche gl'orecchi la vorriano a tondo

menare e diventar que' del Danese:

non odon suono anch'eglin sì giocondo,

ché questi nuovi Archimedi l'imprese

lor pregian tanto e si dan tante lode,

ch'e' s'ha spesso a dir lor, ch'e' l'hanno intese.

Or volta carta, ogni tuo senso gode:

lasciamo stare il gusto, che triomfa

e pargli mangiar altro ch'uova sode!

Non gode tanto l'occhio d'un ch'a romfa

si vede in man tre assi accompagnati,

che par nel petto una colomba tomfa,

come fa l'occhio tuo quando tu guati

fra quella paglia o fra que' giunchi ignudi

que' banbolin rugiadosi e lattati.

Forse ch'a torne bisogna ch'un sudi

a cuocerli, a partirli o a stiacciarli,

com'altri cibi o frutti, cotti o crudi?

Vo' dir ch'al tatto giova il maneggiarli,

più ch'il succhiello o la pialla o la sega;

e di squadra e di seste non si parli.

L'orecchio, ch'ode il suo padron che prega

ch'e' venga il raviggiuol, s'allarga e stende,

che sente un che l'arreca e non lo niega.

Del naso non vi dico, che s'intende

quand'egl'è stagionato a ppunto e fatto

e' va a ssentita con queste faccende

e per non esser corribo, né matto

vuol la sua parte e tanto si conforta,

ch'egli sta per bucare in sin al piatto.

Una persona in simil casi accorta,

ch'io non vo' dirvi, andava ogni mattina

a rincontrarlo fuor di qualche porta

e come quel che del danno marina,

di questa grascia spesso a la gabella

vi metteva del suo qualcosellina

e, se potuto avesse, la scodella

fare a suo modo esente, più del sole

l'arebbe fatto o della sua sorella.

Io per me vi confesso che e' mi duole

in sin al cuor ch'una cosa sì buona

abbi a pagar quando venir ci vuole.

Paghin le ghiande a doppio, ch'a persona

non piaccion più e chi vuol tener porci

qui, le paghi o gli meni in Falterona;

né sien cagion le gabelle di torci

le buone cose o di volgerle altrove,

onde la vita stenti o si raccorci.

Quest'è cagion ch'e' si tocca di nove

o dieci soldi, se tu ne vuoi uno

ch'abbia un po' d'occhio e che la man lo trove.

E chi lo vede e partesi digiuno,

per non avere il modo a spender tanto,

non ha mai bene ed io ne so qualcuno,

Gl'antichi dotti litterati, in quanto

a questo, furno infingardi o fagnoni

a non gli dar sopr'ogni cibo il vanto.

Que' cai di latte a Vinegia son buoni,

ma il raviggiuol, s'e' non fusse peccato,

sarebbe da mangiarlo ginocchioni.

S'io fussi papa ogni dì, ritirato,

mangierei, ch'io n'avessi, o quant'e' dura

non vorrei ch'e' mi fusse favellato,

ch'i' arei sempre nel mangiar paura

che, nel pensar faccenda o d'altri o mia,

gl'andasse giù senza tenerne cura.

O vita santa, ove convien che stia

chi mangia cheto, acciò ch'in tal piacere

s'accordi il gusto con la fantasia;

de' frati dico, che posti a sedere

in refettorio stanno intenti e cheti

e non fann'altro che mangiare e bere,

ch'e' sanno ben, come savi e discreti,

che cicalando a tavola si perde

tempo o si grida e svertasi i segreti.

Questo nella memoria mi rinverde

quel santo Padre, ch'ha nella man destra

di giunchi un mazzo pettinato e verde,

e dove lo Stradin l'ampia finestra

avea, tra 'l naso e 'l mento, con un dito

figurare il bolzon nella balestra,

per mostrar ch'e' bisogna all'uom contrito

piegarsi e non si rompere e sperare,

essere schietto e star con gl'altri unito;

quel dito poi dimostra il cicalare

esser nocivo e mostra ch'alla bocca

si ponga il fren, secondo che mi pare.

Tutto sta bene, ma udite che sciocca

allegoria vorrebbe il trentamila

ch'io ne cavassi; oltr'alla vera tocca,

fammi pensar distese quelle fila

di quel mazzo di giunchi e starvi al fresco

un raviggiuol caloscio quand'e' fila;

e tanto col pensiero annaspo e pesco

ch'e' mi par che quel dito additi e mostri

dov'e' si mette avendolo in sul desco

e ch'e' si goda e taccia, onde pe' chiostri

fin de' conventi e 'n mano a' santi vede

il cuor l'alma cagion de' versi nostri.

Povertà, castitade, amore e fede,

puritade e umiltade e pacienza

scorge anch'in lui, che 'n fin a' giunchi cede.

Ch'il bianco e 'l dolce e 'l morbido eccellenza

de' suoi accidenti e 'l sapore e la veste

e la sì larga in lui magnificenza

mostran ch'e' si potrebbe non sol queste

cose cavarne, ma cert'altri sensi

che sarien degni del dì delle feste.

Ma perché non ci sia qualcun che pensi

a qualche cosa fuor di squadra, taccio

e dir anch'ogni cosa non conviensi.

A me sol basta, o raviggiuol, s'io piaccio

a te come tu piaci a' tuoi seguaci,

lasciando i gravi pesi a miglior braccio,

che, come nasci, a tutto il mondo piaci

e fanciulletto e giovane e maturo,

come quel che sei il fior di tutti i caci;

ed io per te medesimo ti giuro

ch'i' ti vo' tanto ben, ch'io ne torrei

la volta a quanti amanti fieno o furo

e s'io credessi questi versi miei

esserti a grado, te ne farei tanti,

ch'il Consagrata ne satollerei.

O raviggiuol, onor di tutti quanti

i cibi, sarà mai ch'alla mia vita

qualche meta o trofeo ti rizzi e pianti?

Ben nella prima storia colorita

ch'i' farò, vo' ritrarti appunto appunto

di quella taglia, che più il gusto invita:

e di pianta e proffil tirati e punto

di prospettiva, Chianti o Val di Pesa

o altro luogo al tuo natale assunto,

porrò senza guardare a tempo o spesa

e vi farò più d'una pastorella

ch'arà chi capra e chi pecora presa:

altra poi ch'arà munta la mammella,

lasciato un po' posare il latte, il gaglio

vi porrà dentro, sbracciatona e bella.

Quivi farò, se punto in arte vaglio,

prendere all'altra una scodella in mano,

pulita e bianca com'un buccio d'aglio,

e col suo braccio tondo, giusto e sano

pescar nel fondo del bigonciuolo e torre

quella sustanzia che noi celebriano;

poi sopra tela o paglia o giunchi porre

stese a pendio le scodellate in guisa,

ch'il cacio resta e 'l siel trapela e scorre

e come, poi scolato, ti divisa

in nuovo letto e sopra nuova paglia,

monda e pulita e non muffata o 'ntrisa.

Farò nell'aria il sol, ch'appunto saglia

in Libra, quando l'erba, arsa da lui,

mette a guaime l'ultima battaglia;

e farò seguitar quegl'altri dui

segni del cielo, in sin a mezzo il Becco,

sì celebrato per gl'influssi sui.

E perché molto nimica del secco

è la tua pasta, mostrerrò Giunone

dar dolci piove in sul terren risecco;

mostrerrò l'acque chiare, e verdi e buone

l'erbe e la greggia di buon pelo e forma,

case e capanne e lor liete persone;

e come in quelle or ti rivolti or dorma,

fin che tu sii ben licuito e 'n cittade

poi vieni allo squittinio e alla riforma.

Farò cento altre cose, com'accade,

quand'io arò il pennello in man, che sai

ch'i poeti e' pittori han potestade.

Bastati che s'i' vivo tu vedrai,

come tu hai veduto pel passato,

che tu mi se' piaciuto e piacerai.

Ma perch'i' ho sentito ch'in mercato

è venuto il cacchian di Chianti or ora

con certo raviggiuolo stagionato,

perdonatemi Muse, i' vogl'ir fuora.