Il secondo delle scuse

By Agnolo Bronzino

Com'in collera? Ohimè, ben sarei stolto,

Erato nostra, a volerla con voi

e vi siete oramai scusata molto,

ch'io fussi stanco pel vegghiare e poi

già fusse l'alba e fusse ora d'andare

a dare alla mia arte i tempi suoi,

se m'aveste allor detto, come pare

ch'or m'accenniate, non m'areste fatto

d'infinite altre cose sospettare,

come dir ch'io non fussi a parlar atto,

di me non dico, ma degl'altri vostri

seguaci in verso tanto sopraffatto.

Ma Polimnia, che mi frugava, mostri

quante volte io l'ho scritto, con pregarla

ch'ella ci lasci fare i fatti nostri.

Ed ella sempre m'ha risposto: “Parla,

basta che tu sia inteso, in prosa o in rima;

non si dee sempre nel sottil guardarla”.

S'altri che quei che d'eccellenza in cima

son, non ardissin di comporre, a pochi

sarà concesso o saria stato prima.

Dica pur quante storie e quanti giuochi

ella m'ha avuto a far, perché la penna

io pigli e voi con lei sue suore invochi.

Forse, diceva, il viso o la cotenna

pesta a qualcun questo mio stil più lento

e fral ch'un giunco, come qualche antenna.

Io pur so ch'avvertito e a rilento

andar m'ingegno e far danno o dir male

a uom del mondo non cerco o consento.

Ben veggio il segno e vi saprei lo strale

voltar, ma no 'l farei, che ben intende

a chi tocca, un che parli in generale.

Poi mi scusava in me, con dir, non prende

me, come gl'altri, la mia rete? e cuopre

chi vi si cala e non men chi la tende?

Non men di me cerch'io che d'altri l'opre

non ben rette scusare, anzi alle mie

più severo censor convien ch'io adopre

e, se per torte errando e strane vie,

veggio ir qualcun, mentr'io scrivo, a me dico:

“Qui cadi e 'nciampi e ti smarrisci quie”.

Troppo lungo sarò se d'ogni intrico

vorrò scoprirvi il dubbio, in che m'avvolse

l'un atto acerbo e l'altro dolce e amico.

Ma perché mai non mi dorrà, né dolse

d'obbedirvi e tutt'altre, or ch'accordate

vi siete, e mi rilega chi mi sciolse,

seguitando le scuse incominciate,

ai miei compagni già rivolto, prego

che bisognando con lor mi scusiate.

Ch'e' si dovesse far sempre non niego

perfette l'opre o pur non sempre, è uopo

scusarsi d'ogni po' di macchia o frego.

Ma le scuse gagliarde usarsi dopo

bisogna, ch'uno ha fatto una figura,

che non sia nel disegno uccel né topo,

o s'ell'è ignuda quasi una natura

nuova, aver fatto altr'ossa e altri nervi,

in che d'errar la prima ha tal paura

e quand'egl'avverrà ch'e' non s'osservi

non pur muscoli o pelle o ombre o lumi,

ma posto a caso ogni cosa vedervi.

Allor bisognerà che l'urne i fiumi,

da noi dipinte in cambio d'acqua, scusa

versin che mai non fermi o si consumi.

Pongasi al breve tempo qualch'accusa,

al poco premio ed alle cure assai

e forse alcuno accuserà voi Musa.

Scusisi alcun con dire: “Io cominciai

contr'a voglia quest'opra e m'è venuta

a nnoia affatto e vo' sbrattarla omai”.

Un'altra scusa e che non men ci aiuta

dell'altre, si vuol sempre aver fra mano,

dai non dell'arte poco conosciuta,

che se storpiato o gamba o braccio o mano

vien altrui fatto o torso o testa o piede

o qualch'atto dal ver tronco o lontano,

se la ragion di ciò qualcun ti chiede,

ch'e' sono scorci dire, intesi solo

da quei dell'arte e che l'arte concede.

Ma quand'un se ne intende — oh, quest'è il duolo! —

scusianci e se per sorte la bugia

non passa, confessianla a solo a solo,

che, mescolando con galanteria

qualche scusetta, doverrà bastarci,

ch'e' paia che colui contento stia,

non doverrà per questo rovinarci,

ché gl'intendenti son tutti discreti;

degl'altri poi potrem manco curarci,

che licenza i pittor, come i poeti,

hanno, potrete dir, fatto o lasciato

cosa che l'arte ci comandi o vieti.

Giova molto a qualcun, quando lodato

non sia da altri, dar lode a se stesso,

ben ch'e' non l'abbia così meritato.

Perché, se ben di tempo con processo

si scuopre il ver, quel tal che lodarti ode

per esser galantuom ti crede spesso.

E io ho già sentito e me ne gode

l'animo, tal, ch'io so certo che mente,

darsi e farmele creder cento lode.

Pensate un altro poi se gli consente,

che no 'l conosce e massime se poco

di ciò s'intende o si cura o pon mente.

Naturalmente certi penon poco

in su l'opere lor, per più danari

tirare a sé, che piace lor quel gioco.

E sonsi avvezzi per modo, i compari,

che, quand'e' voglion far adagio, fanno

peggio che tosto e non son mica rari.

Lavoran lieti e non piglionsi affanno

d'altro, che venir presto alla vernice,

che solo il guadagnar per iscopo hanno.

Costor le scuse in sin dalla radice

sbarbon, con dimostrar ch'a chi fa tosto,

qualch'error comportar non si disdice,

ma che ben hanno col tempo proposto

di far un tratto un'opra sì perfetta,

ch'ogn'uomo stupirà presso o discosto.

Credelo il volgo e questa prova aspetta

e chi non crederre' che maggior bene

si debba fare adagio assai, che 'n fretta?

Per l'ordinario quel tempo non viene,

ché 'l lavorar senza intendere e a caso,

va sempre al peggio e manda in giù la spene;

ché se la muffa o 'l fradiciume un vaso

ha dominato un tempo, ancor che buono

vi metta il vin, si guasta o dà nel naso.

Così intervien di questi ch'io ragiono,

ch'ogni studio ch'e' pongon poi 'n un'opra,

si perde e scorre in quel ch'avvezzi sono.

Ma con le scuse allegate di sopra

a chi così minuto non la trita,

par che questo ciarpame si ricuopra.

È delle scuse la schiera infinita,

tal ch'a scoprirle tutte o false o vane

non suol d'un uom sì lunga esser la vita.

Adoprisi una scusa oggi e domane

un'altra e l'altro un'altra e non si tema,

ché, com'è detto, sempre ne rimane.

E se ben, com'il mar non cresce o scema

per pioggia, regge ad ogni scusa il vero,

qualche scusa gagliarda fa ch'ei trema.

Piacevi ch'alcun dica che 'l sentiero

omai del Buonarroto sia tropp'erto,

né d'arrivarvi niun faccia pensiero?

Che questo sia consiglio iniquo è certo,

perché l'operar suo ci è guida e insegna

al vero albergo e ci trae del diserto.

E questa scusa capricciosa regna

tant'oggi, che 'l dipigner si converte

in frasche e poco si studia e disegna

e le semplici turbe poco esperte

de' giovani van dietro a questa pesta,

onde l'arte dal ver cade e diverte.

E chi ciò dice è cosa manifesta

che, come quei che fe' nel cesso il salto,

cerca trar gl'altri alla medesma festa.

Pur lo stimo d'ingegno e di cor alto,

chi 'n cosa tanto dal dover remota,

ardisca far al ver sì bravo assalto.

E perché quest'ardir chiaro dinota

ch'egl'abbia delle scuse il vento in poppa,

da sé si scusi e da sé si riscuota.

Un'altra cosa non vogliano in groppa

portar certi bestioni e dicon certi

pigliarsi architettori licenzia troppa

e che gl'Antichi doppo molti esperti

modi e provati si fermaro a quelli,

che ci ha Vitruvio ne' suoi libri offerti.

E non sol hanno per istran cervelli

quei che forman da lor mostri e chimere,

ma per prosuntuosi e pazzerelli;

e che non posson pazienza avere,

senza ragion, di lor proprio capriccio,

vederli tanto uscir fuor del dovere.

E quasi anch'io con lor mi raccapriccio

tal volte e parmi meritar tacendo,

più ch'a portare i zoccoli e 'l cilicio,

ma sia quel modo antico reverendo,

né se li possa né levar né porre,

se non errando e contr'al ver facendo.

Ecco le scuse, ecco chi gli soccorre;

gl'Antichi uomini furo, uomini sono

anco i moderni e ciò non si può torre;

perché non possan oggi a quel lor buono

giudicio aggiugner questi? e trovar nuove

fantasie d'altro stile e d'altro tuono?

Par a me che son uom, diranno, dove

poser gl'Antichi le mensole, porle

co' le man come lor, quivi e altrove,

e le colonne allargarle e raccorle

con misure a mio modo e le cornici

far di mio capo e di regola sciorle.

Perché dobbian noi esser men felici

di loro? mancanci i modi? or chi le mani

ci tien legate, a noi stessi nimici?

E se già si pigliar gl'Oltramontani

tanta licenzia e furon sì lodati,

con tutto ch'oggi ognun ne levi i brani,

non è più vago andar pei verdi prati,

di nuovi fior tessendo una ghirlanda,

che farla sempre de' primi trovati?

Così gl'Antichi si posson da banda

mandare, anzi si mandano, e l'onore

n'ha delle scuse la schiera onoranda.

Chi sa se forse col tempo in favore

saranno certe cose che son oggi

d'ogni buon uso e d'ogni legge fuore?

Già fu il profondo del mare in su' poggi

e se ne vede il segno e torneravvi,

se prima il fuoco non fa ch'ei diloggi.

Così forse l'usanza avvezzeravvi

a sopportare il voto sotto il pieno

e la licenzia falsa piaceravvi.

Non fia vago a veder nascer nel seno

fors'un dì d'una donna, ov'ha le poppe,

le gambe? architettando non di meno?

E porre il viso loro in su le groppe,

forar gli stinchi e turar bocche e occhi

e i veli in terra e 'n su tener le cioppe?

Faccin le scuse pur che questi sciocchi

rimanghin con le lor ragioni stracchi,

ch'a voi sempre avverrà che più ne tocchi.

Né già la possa alle scuse si fiacchi,

da voi che trassinate i bronzi e i marmi,

né la lor daga si ripieghi o intacchi

e bisognando servirvi d'altr'armi

loro, in vostra difesa a mente stievi

il loro schermo e nessun le risparmi.

E se ben le misure ne' rilievi

posson male scusarsi o scarse o giuste,

come voi dianzi, o dipintor, facevi,

che con la squadra e con le seste giuste,

non v'è lecito errar, poi che nell'arte

da prospettiva e scorci esenti fuste,

molte di quelle scuse innanzi sparte

nella pittura vi possan servire,

senza di nuovo inbrattarne le carte.

Ben mi vi pare in vostra scusa udire

di fianco scarso o spalla o gamba o braccio

dir dal metallo o dal marmo venire

e che noi siam venuti in un mondaccio

ch'ognun vuol biasimare e bene spesso,

tal vi riprende che non ne sa straccio.

Non vi scordate di scusarvi appresso

dell'obligo per tutto sparso omai,

ch'à chi lieva, il ripor non è concesso,

se ben tal cosa non intervien mai,

se non a certi avventati, che 'ndegni

son di far soglie o di forare accquai.

Ma quando ella non passi fra gl'ingegni

pratichi questa scusa, non per questo

è da sprezzarla o non parerne degni,

perché quei che san poco e tutto il resto

del volgo, che non sa nulla, stupisce,

quando gl'è tal pericol manifesto,

né sa ch'un rozzo scarpellino ardisce,

pur ch'e' sappia il mazzuolo o lo scarpello

oprare e far le pietre piane e lisce,

quand'egl'è posto innanzi un buon modello

e un marmo, che 'l cappia, farlo e' puote

— e ce n'è stati assai — come sta quello.

Quanto chi intende il può, me' far si note

fatto, che gl'ha l'esemplo e poi non voglia

ignoranza e pigrizia per divote,

ma fedelmente le misure toglia

e s'e' non voglia o possa migliorallo,

quanto di terra fe' nel marmo accoglia.

Pur, quando si facessi qualche fallo,

con un tassello o qualche modo vago,

accortamente potrete scusallo.

Fammisi innanzi delle scuse un lago

sopra varie persone e stati e gradi,

onde a tacerle tutte non m'appago.

Quanto più saggi son gl'uomini e radi

e quanto più trattabili e benigni

e di miglior creanze e qualitadi,

più sogliano scusarsi e più maligni

quei che manco si scusano e i lor falli

soglion passar con certi falsi ghigni.

Guarda la gamba a questi tali e dalli

consigli e opre lor chi può ti guardi,

ché gran fatica è sapere schifalli.

Voglion le scuse aver certi riguardi,

certe accortezze e certi avvertimenti,

ch'elle non ti ponesser fra i bugiardi.

E se non vere, parer, ch'altrimenti

te le battezzerebbon magre o sciocche,

senza fidarsi poi di te le genti.

Ma chi non si curasse per le bocche

del popolo ir per cerretano o baro,

può seguitar, come s'a lui non tocche,

che non passò per valoroso e chiaro

alcun già mai, ch'à tolti per compagni

quei che dell'arte lor si vergognaro.

Quanti oggi eroi chiamati sono e magni

antichi dico, che di scuse privi,

sarien tenuti malvagi e mascagni.

Assai ci siam travagliati co' vivi,

né sarà male un po' rimescolarsi

co' morti, innanzi ch'alla fin s'arrivi.

Vedete voi come bene scusarsi

seppe Enea, sazio della bella Dido,

per ingrato, com'era, non mostrarsi?

ben ch'a dar la stretta al proprio nido

con Antenore fusse, è stato in modo

bene scusato, che di pio ha 'l grido.

Ricuopre a Bruto la congiura e 'l frodo

la scusa di voler liberar Roma,

che non potea salvarsi inn altro modo.

Scusasi Iulio aver giogata e doma

la patria e 'l tutto in un voler ridotto,

perché i nimici gli ponean la soma.

Ottavio, Marco e Lepido, che sotto

tuffar nel sangue Roma, ebber la lunga

pace poi per iscusa e per raddotto.

Ma perché tanto andar, ch'io non v'aggiunga,

alto vuoi stile? Or via, che te 'l concede

n'abbia la cura; io non vo' seco punga.

Scusarsi il perlon Paride si vede

d'aver di Leda rapita la figlia,

se ben sì gran ruina ne succede,

ch'oltre ch'amore e beltà ne 'l consiglia,

dice che 'l ratto d'Esiona innanzi

mosse a vendetta farne sua famiglia.

O tre volte felici o beate, anzi,

antiche donne, io non posso tenermi

pianger nuove con voi; fatevi innanzi.

Belle scuse avìen pur leggiadri schermi,

s'e' venìa fatto lor per forza o ingegno

qualche piacere agl'appetiti infermi,

avìen Giove, il sol, Marte e tutto il regno

del ciel, fin a quel vecchio di Saturno,

che colorivan loro ogni disegno.

Quante galanti e amorevol furno,

che 'ngravidate, com'accade, i figli

facean di Giove o del lume diurno?

Almena, Ercole nato, da' perigli

scampa Giove, che scusa altra non v'era,

ch'Anfitrion tropp'è dal lato uscigli.

Dei fondator di Roma, a cui la fiera

lupa dié 'l latte, s'e' non era Marte,

la madre era tenuta una truffiera.

Venere ancor di queste scuse a parte

si mette, a salvar gl'uomini e d'Anchise

amica fassi e 'l ver si cela in parte;

ché dovette una ninfa in quelle guise

esser madre d'Enea, nel bosco d'Ida,

di che più volte poi forse si rise.

Non ebber tanti scudi e Crasso e Mida

quant'ebber figli Giove e gl'altri Dei,

a chi ben numerarli si confida.

Poteva allora ogni monna Colei,

non le tornando il parto al far del conto,

dire: “A un Dio per forza m'arrendei”.

Ben avete le scuse sempre in pronto,

come di sopra è tocco, o pur galante

era quel modo e da tenerne conto.

Le scuse de' signori ecco davante

ch'or mi si fanno e materia sarebbe,

non men forse piacevol che 'nportante.

Ma perch'amarli e temerli si debbe,

né li mettere in burle, mi rattengo

che s'io ci errassi, chi mi scuserebbe?

Or a scusarmi finalmente vengo

con voi, se, delle scuse bisognoso

più ch'altri, or ch'a me tocca, il lume spengo.

Troppo lungo sarei, troppo noioso,

ma le legna in sul pié da me mi taglio;

leggetel sopra e 'n questo mi riposo,

scusandomi se più non posso o vaglio.