IL SECONDO LIBRO
La notte già col suo stellato manto
copria l'adorna faccia de la terra,
e tutti gli animali avean ristauro
dal sonno, e tregua al travagliar del giorno,
posando in lei le risolute membra;
sol Belisario da' pensieri involto
non dava luogo al lusingar del sonno,
ma rivolgea più cose entr'a la mente
che a la vittoria sua facean mestieri.
Prima considerava quai dovesse
degnamente preporre a i grandi offici,
e quanta gente ancora e quante navi
fossen bisogno a l'ordinata impresa;
e per qual porto poscia o per qual strada
dovesse entrar ne la nimica terra.
E così andando d'un pensier ne l'altro
era già presso a l'apparir de l'alba,
quando il pensare e la vigilia molta
per viva forza gli aggravaron gli occhi.
Allor l'angel Palladio, che a la cura
di lui fu posto dal voler superno
il primo dì che fu prodotto al mondo,
discese giù dal ciel per darli aiuto;
e sotto forma del canuto Paulo
gli apparve, e disse a lui queste parole:
O valoroso germe di Camillo,
ben si può dir che questo alto passaggio
ti sta fisso nel cuor, poi che ti face
pensare e non dormir tutta la notte.
Pensa pur ben, che ne le gravi imprese
suol meglio elegger quel che meglio pensa;
so che 'n gli offici che ricercan forze
per te fian posti i forti, e dove il senno
sarà mestier, vi saran posti i saggi,
che sono il cuore e 'l spirto de le guerre;
e so che menerai la gente usata,
lasciando i nuovi e male esperti a dietro.
Pur questo voglio dir, che tu diponghi
a Brandizio lo stuol: ne la qual terra
son pochi Gotti, e 'l popol gli è nimico,
onde fia vostra ne la prima giunta;
e 'l prender sì buon porto e tal cittade
sarà d'utile immenso a quest'impresa.
Ma siate presti, acciò che non s'intenda
né vi si possa por presidio alcuno.
Darotti ancora un ottimo ricordo,
che tu abbi cura de i paesi vinti
e de la gente soggiugata, e sempre
onora e temi il Re de l'universo.
Il capitanio al fin de le parole
aperse gli occhi, e vide un gran splendore,
con un odor celeste, onde conobbe
ch'egli era un messaggier del paradiso;
e dietro a lui volgendo ambe le luci
e dolcemente sospirando, disse:
O sustanzia del ciel piena d'amore,
come pietosamente a i miei difetti
supplir ti veggio; ond'io prendo speranza,
poscia che 'l tuo valor non ci abbandona,
che questa impresa arà felice effetto.
Così diss'egli, e subito levossi;
poi si vestì de i consüeti panni,
e accompagnato da la sua famiglia
andò a trovare il buon conte d'Isaura
ch'allora allora se n'uscia del letto;
ed egli come a sé venir lo vide
aperse le sue labbra in tai parole:
O capitanio provido ed eccelso,
voi non volete che si perda il tempo,
andando attorno ne l'aprir de l'alba.
A cui rispose Belisario il grande:
I negozi son molti, e 'l tempo è brieve;
e chi perder lo lascia, o no 'l previene,
i suoi disegni spesse volte vanno
molto diversi al disïato fine:
però ne vengo a voi per consigliarmi,
che 'l fatto è grave, e l'importanza è grande,
ed ha bisogno di consiglio e d'arte.
Così tra lor dicendo, sopragiunse
il buon Narsete, e di comun parere
andaro al porto a riveder le navi;
e ritrovato che ve n'eran tante
quante facean bisogno a quell'impresa,
subito s'avïar verso la corte
per consultar co 'l corretor del mondo
circa gli offici e circa l'altre cose
ch'eran da prepararsi al gran passaggio.
Come fur giunti entr'al regale albergo,
vider l'angel Palladio in forma umana
che con l'imperador facea discorsi;
questi s'assimigliava al buon Marcello,
ch'era il gran cancellier ch'aveva in nota
tutta la gente d'arme e 'l lor valore;
ma dopo 'l salutar di quei baroni
in modo si celò, che solamente
rimase conto a Belisario il grande,
ond'ei divenne oltra misura allegro;
poi si rivolse al correttor del mondo,
e disse umilemente este parole:
Almo signor, s'avete scelti ancora
i capitani e i cavalier pregiati
ch'han da venire a l'ordinata impresa,
non vi sia grave dirli, acciò ch'io possa
tosto essequire il vostro alto volere.
Il savio imperadore a lui rispose:
Or ora con Marcel dicea di questo;
e risguardando poi, non lo rivide,
ché l'angelo ch'avea la sua sembianza
era fatto invisibile a ciascuno;
ned ei per questo il suo parlar ritenne,
anzi seguendo a Belisario disse:
I' vuo' mandare il fior de le mie genti
che qui d'intorno ragunate avemo;
però di quest'essercito sì grande
vi voglio dar due legïon maggiori
ch'aran mille pedoni per coorte:
onde fian più che ventimillia fanti
e che mille e dugento uomini d'arme;
ed arete altretanti de gli aiuti,
e più, che i cavalier saran duo tanti;
darovvi sette poi de i miei compagni
che voi chiamate conti, ed otto regi,
sedeci duchi e principi ventuno,
ed altri valorosi cavalieri
che tutti son descritti in questa carta.
E diè una carta a Belisario in mano,
il qual la prese col genocchio in terra,
e prima la basciò, da poi l'aperse
leggendo ad uno ad un tutti e' baroni.
Ma voi beate Vergini, che foste
nutrici e figlie del divino Omero
ch'i'ammiro tanto, e vo seguendo l'orme
al me' ch'io so de i suoi vestigi eterni;
reggete il faticoso mio viaggio,
ch'io mi son posto per novella strada
non più calcata da terrene piante;
diteci tutti e' capitani eletti
ch'andaro a liberar l'Italia oppressa:
perché il commemorar tutta la turba
saria soverchia e non laudabil opra.
Ben piacciavi narrar primieramente
come stava l'imperio, ed in che modo
le provincie di quello eran divise.
Il grande imperio, ch'era un corpo solo,
avea dui capi: un ne l'antica Roma,
che reggeva i paesi occidentali,
e l'altro ne la nuova, che dal volgo
s'appella la città di Constantino:
questa era capo a tutto l'orïente;
onde l'aquila d'oro in campo rosso,
insegna imperïal, poi si dipinse,
e si dipinge, con due teste, ancora.
L'imperio di levante avea dui capi
maggior de gli altri, e deti eran prefetti,
d'Illiria l'uno e d'Orïente l'altro.
Similemente dui prefetti avea
l'imperio di ponente, l'un de' quali
d'Italia si dicea, l'altro di Francia:
che vice imperador porian nomarsi.
Il prefetto d'Italia, ch'era il primo,
tre dïocesi avea nel suo governo:
l'una era Italia, Illirico era l'altra,
ed Africa la terza; e ognuna d'esse
avea sotto di sé provinzie molte.
L'Italia ve n'avea ben dicesette,
e l'Illirico sei, l'Africa cinque;
ma quel di Francia avea sotto 'l suo scettro
tre dïocesi anch'ei superbe e grandi:
Francia, Spagna, Bertagna, che Inghilterra
da gli Angli di Sassonia poi fu detta;
la Francia, a cui Germania era congiunta,
dicesette provincie aveano insieme,
la Spagna sette e la Bertagna cinque.
Ora, perché poi che fu morto Oreste
l'Imperio occidentale era distrutto,
e le provinzie sue teneansi allora
da' Tedeschi, da' Vandali e da' Gotti
e d'altre nazïon feroci e strane;
però questo che ho detto fia bastante
a la divisïon di quello impero.
Dunque passiamo all'orïente, ch'era
integro e possessor d'ogni suo luogo.
Il prefetto dapoi de l'Orïente
avea cinque dïocesi in governo,
la Tracia, l'Asia, il Ponto e l'Orïente,
e dietro a queste la famosa Egitto.
Quel d'Illirico poi n'avea due sole,
l'un'era Macedonia, e l'altra è Dacia.
La Tracia ha sei provinzie: una è l'Europa,
ove è Constantinopoli la grande,
Tracia, Scitia, Emimonte, e la Seconda
Misia, dapoi vien Rodope sezzaia.
L'Asia minore ha poi dieci provenze,
Lidia, Pamfilia, Caria ed Ellesponto,
Pissidia, Licaonia, Licia e Frigia,
le Ciclade e la Frigia Salutare.
Il Ponto undeci n'ha, Galatia Prima,
Onoriada, Bitinia, Paflagonia,
Cappadocia la Prima e la Seconda,
Ponto Polemoniaco, Elenoponto,
Armenia Prima ed Armenia Seconda:
Galatia Salutar vien dopo queste.
L'Orïente n'ha quindeci: Fenicia,
Palestina, Cilicia, Arabia e Cipro,
Palestina Seconda, Isauria, Siria,
Siria Eufratense e Siria Salutare,
e Fenicia di Libano e Ofroena,
Mesopotamia e Fenicia Seconda;
l'ultima è Palestina Salutare.
L'Egitto aveva poi cinque provenze:
l'un'era Egitto, ove Alessandria è posta,
l'altra è Tebaida, e poscia Arcadia e Libia
Secca, e Libia Pentapoli, che è quinta.
Sei n'ha la Macedonia, e queste sono
Tesalia, Epiro Vecchio, Acaia, Creta
e Macedonia, e poi la Nuova Epiro.
Ma la Dacia n'ha cinque: una è la Dacia
Mediterranea, l'altra è la Ripense,
Dardania, Misia Prima, e dopo questa
vien la Prevalitana ultimamente.
Di queste cinquantotto alme provenze
Isauria aveva per governo un conte,
un proconsule Acaia, Arabia un duca;
quindeci poi di loro erano rette
da duchi consulari, e l'altre poscia
ch'eran quaranta, a presidi fur date,
che prencipi puon dirsi a' nostri tempi:
dodeci de le quali aveano duchi
non consulari, oltra i suoi primi prenci;
e ne l'Egitto si teneva un conte.
Or tempo è di narrare ad uno ad uno
chi furon quelli ch'in Italia andaro:
però, vergini Muse, a voi non spiaccia
di porger mano a tant'alto lavoro.
L'imperador de le mondane genti,
com'ebbe eletto Belisario il grande
per vice imperador dell'occidente:
Belisario, che già presso a Vulturno
nacque di Possidonia e di Camillo;
a costui diede il fior de la sua gente.
e prima era descritto ne la lista
il buon Paulo toscan conte d'Isaura,
d'anni, di senno e d'eloquenzia pieno;
ed avea in mezzo del suo scudo d'oro
un bel specchio d'acciaio per insegna.
Seguiva il buon Longin conte d'Egitto;
questi nel scudo suo pesante e forte
avea scolpita una leggiadra nimfa
che porgea bere ad un leone irsutto
con una tazza d'or ch'aveva in mano.
Attalo è il terzo, conte de i tesori,
che porta per insegna un gran telaro,
con una tela ordita intorno al subbio.
Poi Valentino conte de i cavalli
che stavano a la guardia del signore,
e 'l conte de i pedoni Atenodoro;
ciascun di questi avea nel scudo bianco
un falcon nero, e l'un parea volare,
ma l'altro sopra un tronco si posava.
E Ciro ed Orsicin conti novelli,
d'Africa l'uno e di Sicilia l'altro;
ma Ciro conte d'Africa portava
entr'al suo scudo verde un caval bianco
ch'avea sovr'esso un fanciulletto ignudo,
ed Orsicino avea sola una rosa
rossa nel scudo suo vermiglio e bianco.
Eravi Arato re de' Saraceni
membruto e nero; questi avea per arma
nel campo azzuro una colomba d'oro.
Süarto re de gli Eruli portava
in color bianco un zibellino oscuro.
Zamardo re d'Iberia avea una tigre,
e Zacco re de i Lazi una pantera.
Albino poscia re de' Longobardi
il scudo avea senz'altra cosa dentro:
così portava il re de gli Azumiti,
che Adardo si nomò, ma il scudo è d'oro,
sì come quel d'Albino era d'argento.
Cosmondo re de' Gepidi portava
un bel castel percosso da saetta;
e Gordio re de gli Unni, che fur detti
Ongari poi, portava un fanciullino
che risaldava una corona rotta.
Con lui venia la vergine Nicandra,
savia, gentile e di bellezza immensa,
che figlia fu di suo fratel Boagro;
questa non fece mai tele o ricami,
ma fu nutrita tra cavalli ed armi:
e tanto è destra, e sì feroce e forte,
che non è alcun barone in quel paese
che ardisca aspettar lei con l'armi in mano;
onde per far di sé pruova maggiore
era venuta a la famosa corte
con seimillia disposti e buon guerieri;
poi ne l'Italia ancor volse passare,
per provar la sua forza contra i Gotti,
che le fur causa d'immatura morte:
questa porta nel scudo una medusa
con la feroce chioma di serpenti.
Eravi il gran Bessan duca di Dacia,
possente e fiero, coi capelli attorti
mezzi canuti e con la barba bianca;
questi fu Gotto, ma non volse mai
contra l'imperio andar con gli altri Gotti:
onde l'imperador gli diè in governo
la gran Dacia Ripense; ed ei portava
un veltro bianco entr'al suo scudo nero.
Fuvvi Costanzo, l'anima superba,
duca di Candia e mastro de i pedoni,
uom grande e bruno e di feroce aspetto;
il qual nel scudo suo tenea per arma
un orso fiero uscito de la tana.
Eravi Magno principe di Frigia,
mastro de i cavalieri, uom di gran senno,
maraviglioso ordinator di squadre:
costui portava per antica insegna
in campo rosso una colonna bianca;
ed Innocenzio ancor duca di Cipro,
che nacque di Eliodora e di Pisandro
in su la riva del corrente Lico:
però nel scudo suo portava un fiume.
Ed Aldigieri principe di Rodi,
savio e gentile: questi avea per moglie
la bella Ersilia figlia d'Antonina,
che del gran Belisario era consorte;
questi avea per insegna una liburna
con sei gran rote che solcavan l'onde.
Ennio con essi ancora era descritto,
duca di Macedonia, che portava
un bel camaleonte per insegna;
ed avea seco il suo fratel Tarmuto,
prence di Licaonia, il qual tenea
due gran corne vermiglie in campo d'oro.
Il principe d'Arcadia Erodïano,
il qual di nobiltà volea la palma,
e dicea che gli antiqui suoi maggiori
nacquero in Grecia avanti che la luna:
costui per arma sua portava un drago.
Da poi venia la Compagnia del Sole:
questi eran sempre dodeci compagni,
i miglior cavalier ch'avesse il mondo;
pari eran quasi d'animo e di forze,
e d'età quasi pari: e l'un di questi
era il gran Belisario, il qual portava
nel campo d'oro un fier torello ardente;
e l'altro è l'animoso Corsamonte,
giovane, bello e d'incredibil forza,
ch'era nel correr suo tanto leggiero,
e sì veloce che passava il vento:
onde correa per un fiorito prato
senza calcar con le sue piante i fiori;
questi è duca di Scitia, ed ha nel scudo
un leon d'oro in mezzo il campo azzuro.
Il terzo era Aquilin, l'anima accesa,
di statura quadrata e barba nera,
che duca di Pamfilia era chiamato;
questi avea per insegna in campo verde
un monton bianco con le corna rosse.
Traian duca di Siria, uom giusto e forte
e grande, avea nel suo pesante scudo
in campo rosso una bilancia d'oro.
Dopo costoro era 'l cortese Achille,
giovane ardito e di leggiadro aspetto,
che partorito fu nel bel Trezeno,
città sì grata a la famosa Atene,
da la vaga Ericina ascostamente,
perché avea tolto il giovinetto Alcasto
contra la voglia del superbo padre;
questi nutrito fu tra dure selve,
da poi servì l'imperador Giustino,
che 'l fé duca d'Atene: ond'ei portava
nel campo d'oro tre bei tronchi verdi
ch'avean sovr'essi un saggittario acerbo.
Con questi ancora era il feroce Olando,
duca di Paflagonia, il qual portava
nel color bianco il capricorno nero.
Il duca di Fenicia, che Mundello
si dimandava, porta per insegna
un granchio d'oro in mezzo al campo rosso;
ma 'l principe di Rodope Massenzo
portava il nero scorpio in color bianco.
Eravi ancora il giovane Lucillo,
leggiadro e biondo e di costumi eletti,
già chiamato Fozio; quest'era figlio
de la bella Antonina e di Ramondo,
nipote di Nastagio imperadore:
questa, poi che Ramondo a morte venne,
tolse il gran Belisario per marito,
onde Lucillo a lui si fé privigno;
Lucillo, il qual portava una donzella
ignuda e vaga con due spighe in mano:
che fu segnal che non dopo molt'anni
ornò la vita sua d'abito santo.
Bocco, che poi fu principe di Licia,
avea nel scudo un uom ch'una grand'urna
teneva in spalla, e gìa fondendo l'acque.
Dapoi veniva il principe Catullo,
faceto, acorto e di valore immenso,
principe d'Onoriada, il qual portava
dui fanciulli abbracciati in campo d'oro;
Teogene v'è poi duca d'Arabia:
questi chiudea la Compagnia del Sole,
il qual nel scudo suo tenea dipinti
dui pesci bianchi in un ceruleo mare.
E perché ognun di questi avea ne l'elmo
per suo cimiero il sol, però da tutti
la Compagnia del Sole eran chiamati.
Or è da nominare il forte Arasso,
ch'era un de' primi cavalier di corte,
principe di Galatia; questi un gallo
avea nel scudo con la cresta d'oro.
E dietro a lui veniva il buon Terpandro,
figliuol d'Armonio e di Cillenia nimfa;
Terpandro, caro a le celesti muse,
a cui Febo donò la lira e 'l canto
quand'era in Tespe là press'a Parnaso:
questi fu eletto principe di Epiro,
e nel bel scudo suo portava un cigno.
Vien poi Demetrio duca di Tebaida,
il qual porta per arma un cocodrillo
che piange un pastorel ch'aveva occiso.
Pigripio v'era ancor, figliuol di Mauro,
principe di Pissidia: e questo Mauro
sapea le cose che dovean venire;
onde avea conosciuto per le stelle
che 'n la guerra d'Italia il suo figliuolo
Pigripio moriria per man de' Gotti;
però l'avea più tempo ritenuto
de le guerre lontan: ma volse andarvi,
ché la morte il cacciava e 'l suo destino;
questi nel scudo per insegna avea
un bel cipresso verde in campo d'oro.
Burgenzo poscia prence di Tesaglia
vi fu, ch'avea la luna con l'eclipsi;
questi era guercio, magro, storto e calvo,
e fu sì avaro e scelerato tanto,
che per denari aria tradito il mondo;
ma i tradimenti suoi furon scoperti,
ond'arso fu vicino a la Minerva;
e 'l buon Sertorio duca di Cilicia
avea nel verde una cervetta bianca.
Il principe di Caria, che Olimonte
si dimandava, era unico figliuolo
de la bella Artemisia e di Giordano,
antico capitanio di Damasco;
ed avea per insegna una candela
accesa in mezzo una fenestra oscura.
Teodetto e Cosmo poscia eran fratelli,
figliuoli di Peonio e di Sosandra,
principi de la Frigia Salutare;
questi sapean tutte le piante e l'erbe
che la terra produce, e l'altre cose
degne che puon sanar gli uomini infermi:
onde da tutto 'l mondo eran tenuti
medici eletti, e d'eccellenzia rara;
questi portavan per antica insegna
sei palle rosse poste in campo d'oro.
E Teodorisco figlio di Palmera,
gran regina d'Arabia, ancor fu posto
con gli altri cavalieri in quella lista;
questi portava nel suo scudo un tempio.
Fuvvi anco Olimpo figlio di Clearco,
che già di tutta Scozia ebbe 'l governo:
questi era 'l maggior uom che fosse in corte,
né fu nel campo cavalier sì grande
che con la testa gli aggiungessi al fianco;
esso portava per insegna Atlante
che sosteneva il ciel con le sue spalle.
E Damïan, che di Mesopotamia
principe fu, portava per insegna
in campo azzuro un campanin d'argento.
E dietro a questo Eudocimo era scritto,
principe d'Emimonte, il quale è losco,
e porta in campo rosso i gigli bianchi.
Sindosio andovvi ancor duca d'Europa,
che nacque d'Atamante e di Lisippa:
e la bella Lisippa inamorata
del giovane Atamante sen fuggìo
dal vecchio padre, e se n'andò con lui;
e parturì presso a gli Euganei Colli
il bel Sindosio, e poi non stette quivi,
ma tornar volse a la sua cara madre
co 'l fanciullin ch'aveva, e fu raccolta
da lei con molte lagrime e sospiri:
dapoi fu erede di ricchezza immensa,
ch'altro germe non era in quel legnaggio;
ed avea per insegna un bel ginebro.
Eravi Arato duca di Bitinia,
fratel carnal del callido Narsete;
ed avea in campo azzuro un monte d'oro.
Gualtier di Cappadocia era signore
e principe, e portava per insegna
il quartier nero e bianco entr'al suo scudo:
questi era giovinetto, questi ancora
de l'astuto Salidio era nipote,
ma Belisario amò più che se stesso.
Paucaro Isauro v'è, che Ellenoponto
governa come principe, e che porta
tre gran tresse d'argento in campo azzuro.
Peranio v'era ancor duca di Libia,
savio ed accorto e buon mastro di guerra;
questi nacque in Perugia, e fu figliuolo
de la gentil Cecilia e di Metello,
e per insegna sua portava un pino.
Principe d'Osroena era il buon Grinto,
che in campo azzuro avea la croce bianca;
e Faniteo, che di Prevalitana
principe fu, v'andò, ben che Corinna
sua madre avesse assai tentato indarno
di ritenerlo a casa, perché in sogno
veduto avea che da fatiche stanco
sopra una bella tomba si posava,
che parve annunzio di futura morte;
ma quei spregiando i sogni de la madre
andò dove 'l guidava il suo destino,
che 'l dovea far morir presso a Cesenna:
questi avea un arco d'oro in campo nero.
Eravi Ciprïan principe accorto
di Fenicia di Libano, ed avea
nel scudo un cedro verde per insegna;
e quei che furon duchi di Leone,
Pomponio, Augusto e Cesare fratelli,
e poi da' Borgognoni indi cacciati
vennero in Tracia a l'onorata corte;
questi fur parturiti in un portato
sopra la ripa d'Arari, che poi
nominò Saona la futura gente:
questi ebber tanto una sembianza istessa,
che spesso l'un per l'altro era pigliato
da i lor parenti con süave errore;
e tutti tre teneano per insegna
quattro gran liste d'oro in campo verde.
Con essi andava il valoroso Armano
principe di Dardania, il qual portava
la volpe d'oro entr'al suo scudo ardente.
L'ultimo è Filodemo incantatore,
pallido, bruno e co i capelli attorti,
duca di Palestina, e nel suo scudo
teneva un corbo nero in campo d'oro.
Questi eran scritti tutti ne la carta
che lesse allora il capitanio eccelso.
Ma il sommo imperador mastro di guerra
volse poi che Procopio ancor v'andasse,
figliuol d'Urania e del prudente Iparco:
perciò che essendo astrologo eccellente
co 'l saggio antiveder de l'avenire
potea molto giovare a quell'impresa:
ed ei lieto v'andò; costui portava
una sfera dorata in campo azzuro.
A questa guerra ancor volse passare
Giustin nipote del signor del mondo,
Giustin figliuol d'Aurelio e di Biglienza,
Giustin, ch'era 'l più bel che fosse in terra,
ma nato più per Venere che Marte;
questi avea per insegna un bel Cupido
con l'arco in mano e le saette al fianco.
Poi che fu letta l'onorata lista,
l'imperador fece venirsi avanti
Carterio, Ferventino e Sermonetto
suoi cari, fidi e diligenti araldi,
e disse lor: Ponitevi in camino,
trovate quei baron che son descritti
ad uno ad uno in questa nostra carta;
ditegli come noi gli abbiamo eletti
da dover gir con Belisario il grande
a porre in libertà l'Italia afflitta;
però ciascun di lor si metta in punto,
che partiransi anzi che sian tre giorni.
Trovate ancor le legïon che sono
entr'al gran vallo ragunate insieme;
dite a la Prima Italica, ed a quella
che la Seconda Italica si chiama,
ch'io l'aggio elette per miglior de l'altre
da racquistar la mia perduta sede;
però ciascuna d'esse arditamente
vada a mostrar l'usato suo valore.
Come ebbe detto questo, si rivolse
al vice imperador de l'occidente,
e disse a lui queste parole tali:
Prudente capitan mastro di guerra,
prima ve n'andarete fra gli aiuti
che sono in campo, e prenderete tanti
di lor ch'ascender possano a la summa
de i fanti legionari che v'ho detto,
e 'l doppio ancor de i cavalieri armati.
Disponete dapoi tutti gli offici
ne l'ampio stuol che menerete vosco;
mutate i capi o raffermate quelli
che vi son or come vi pare meglio;
e finalmente fate ogni altra cosa
che vi paia opportuna a tanta impresa.
A cui rispose Belisario il grande:
Signor d'ogni signor che vive al mondo,
così m'aiuti il Re de l'universo
com'io fo volentier ciò che v'aggrada
e non risparmierò fatica alcuna
per satisfare al vostro alto disio:
anzi morrò sotto sì grave pondo,
prima che far vergogna a tant'officio;
ma per fuggir l'invidia, io voglio dirli
che tutti e' maggior gradi furo eletti
da la vostra santissima corona.
E detto questo, gli basciò la mano.
Da l'altra parte, i valorosi araldi
dopo l'imperïal comandamento
si dipartiro e se n'andaro al campo;
e quivi prima a tutti quei baroni
che scritti fur ne l'onorata lista,
poscia a le legïon ch'erano elette
fecion palese ciò che loro imposto
fu dal signore e correttor del mondo:
Il che ciascuno allegramente udio.
Or chi vedesse poi con quanta fretta
s'apparecchiava ognuno al bel passaggio,
giudicherebbe ciò cosa miranda:
chi rivedeva l'armi e chi i destrieri
facea ferrare, e chi pennoni e lance
portava intorno, e chi di lor facea
rassettar briglie e racconciar le selle;
non altrimente in una ricca villa
quando vien la vindemia anzi 'l suo tempo
e l'uva imbruna ne i feraci colli,
chi cinge botte e chi racconcia tini,
chi torcoli apparecchia o appresta scale,
chi sgombra cesti e chi coltelli arruota,
e ciascun gode di non stare indarno:
così parea quell'onorata gente.
Ma poi com'ebbe il capitanio eccelso
preso licenza dal signor del mondo,
se n'andò al campo a riveder le schiere;
e quivi giunto, circondato fue
da tutti quei baron ch'eran descritti
ne la gran lista che portar gli araldi,
e da le legïon che furo elette:
a cui l'eccelso capitanio disse:
Signori e cavalier, vuo' che sappiate
tutti gli onori che ne l'ampio stuolo
v'ha disegnati il correttor del mondo:
acciò ch'ogni baron circa 'l su' officio
sia diligente, e non consumi il tempo.
L'onorato Bessan duca di Dacia
e 'l feroce Costanzo fian legati,
che dopo 'l capitanio è 'l primo onore;
ed ammiraglio fia di tutto il mare
il valoroso principe di Rodi.
Poi vuol che 'l saggio e venerando Paulo
conte d'Isaura sia mastro del campo,
e capitanio de l'artelarie
che si dimandan machine da guerra
fatt'ha il sagace e provido Orsicino.
Ed Attalo, ch'è conte de i tesori,
elegge per questore e camerlingo.
vuol poi ch'in ogni legïon sian poste
dieci coorti, millïarie tutte:
ond'essa legïon fia diecimillia
e dugento e quaranta eletti fanti
e seicento e quaranta uomini d'arme.
I fanti tutti poi saran divisi
in triari, in astati, in principali,
in arcieri, in veloci, in balestrieri,
partendo appresso ogni ordine di questi
ne le sue dieci consüete parti.
gli uomini d'arme, la metà di loro
fian catafrati, e gli altri a la leggiera,
partiti anch'essi in dieci parti equali;
e fa sovr'ogni legïone eletta
sei buon tribuni: e de la prima ha fatti
l'ardito Corsamonte, e poi Mundello,
Longino e Achille con Sertorio e Bocco;
e de l'altra seconda vuol che sia
il possente Aquilino e 'l fier Massenzo,
Traian, Catullo con Olando e Magno.
E lascia poi che tutti gli altri capi
che ne le fantarie si deggion fare
eletti sian da i militi romani:
il cui capo minor sarà il promosso,
ch'arà tre fanti sotto 'l suo governo,
che saran quattro con la sua persona.
Poi dui promossi fian sott'un sergente,
che parimente ancor sarà promosso;
e dui sergenti sott'un caporale,
che fia sergente e caporale insieme;
e poi dui caporali obediranno
l'iconomo, e du' iconomi al squadriero,
e dui squadrieri al contestabil loro
saran suggetti, e questo al colonnello,
che sarà contestabile ancor egli;
e tutti i contestabili averanno
una centuria intiera al lor governo,
che fia centoventotto eletti fanti
col suo luogotenente e 'l banderale;
oltra li quali ancor gli sarà dato
un buon tergiduttore e un tamburino.
Agli onorati cavalier, che sono
e di grave armatura e di leggiera,
per ogni legïon posto ha il suo capo:
l'uno è Sindosio, e l'altro è Valentino;
e ciascun d'essi ha dieci conduttieri,
computando tra quei la sua persona;
ed ogni conduttiero ha la sua squadra,
che son sessantaquattro uomini d'arme,
ed ogni squadra poi sarà due bande,
ogni banda due turme, ed ogni turma
decurie due, di otto uomini per una;
onde averà ciascuna alma coorte
un colonnel di principali ed uno
di astati, una centuria di triari
ed una di veloci, una d'arcieri,
un'altra che averà balestre e fonde;
saravvi anco una squadra di cavalli,
che fian sessantaquattro, e saran parte
con arme gravi e parte a la leggiera.
Questo fia dunque tutto il nostro stuolo,
e questi fian quelli onorati offici
che vi consegna il domator del mondo;
però ciascun gli esserciti, e si mostri
degno di tanto e di più nobil grado.
Così fé noto il capitanio eccelso
a i suoi baroni i deputati onori:
onde ciascun l'udì con gran diletto,
e si rivolse a le commesse genti.
Quivi i tribuni s'accozzaro insieme
per supplir l'ampie legïoni elette;
e tolser tanto numero di fanti
quanto gli bisognava a farle intere;
e quei di lor ch'avean minore etade
posero ne i veloci e sagittari,
ma quei ch'aveano poi qualche più tempo
messero ne gli astati, e gli altri ancora
di età maggiore entror tra i principali,
e i più provetti diedero a i triari.
Come le legïon furon supplite,
e furo eletti ancor tutti quei capi
ch'aver dovea l'essercito romano,
i buon tribuni in su l'imagin sacre
del Re del cielo e del signor del mondo
fecion giurar le genti ad uno ad uno
d'ubidir sempre al capitanio eletto,
e fare a suo poter ciò ch'e' comandi.
Questo gli fecer pria giurare, e poi
gli armaron tutti di finissim'arme:
dando a i triari, a i principi, a gli astati
le lor corazze e le schiniere in gamba,
e i scudi in braccio e le celade in testa,
le spade al fianco e dui veruti in mano;
ma in vece de i veruti a i buon triari
furon date aste co i spontoni in cima.
L'arme poi de i veloci eran rotelle
con mezzeteste e giavarine in pugno;
de i sagittari fur balestre ed archi.
Or mentre si facean questi negozi,
Belisario n'andò verso gli aiuti,
e tolse d'essi un numero di fanti
equale a quel de i legionari primi:
ma volse tor duo tanti cavalieri,
come gli avea commesso il suo signore
e come era anco la romana usanza.
Poi per prefetti de i pedestri aiuti
elesse il re Cosmundo e 'l fiero Albino,
e Gordio re de gli Unni e 'l re Suarto,
e la gentil Nicandra e 'l forte Arasso.
Questi fur de l'un corno; ma de l'altro
fu il re de i Saraceni e 'l re de i Lazi,
e quel d'Iberia e quel de gli Azumiti
con Teodorisco e co 'l gigante Olimpo;
fur poi divisi i cavalieri armati
in squadre, in bande ed in decurie e turme;
ma le genti da piè furon partite
in colonelli, che tenean sott'essi
contestabili, iconomi e squadrieri,
e promossi e sergenti e caporali,
come avean proprio le romane schiere.
D'indi gli armaron di bonissime arme,
tal, che a sì bello e sì onorevol stuolo
non parea che mancasse alcuna cosa;
il che vedendo il venerando Paulo,
per adempire ogni romana usanza
si volse a i regi, e disse in questa forma:
O valorosi ed ottimi prefetti,
scelgete fuor di questa vostra gente
tanti buon cavalier che siano il terzo
o poco men di tutti quei che avete,
e parimente il quinto de i pedoni:
che sempre questi al capitan si danno
strasordinari, acciò che stiano intenti
e preparati a gli alti suoi disegni.
Così diss'egli; e quei gentil signori
donaro al suo parlar cortese effetto:
e tolto tutto il numero richiesto
de i più prestanti e valorosi in arme,
gli appresentaro a Belisario il grande.
Come fu fatto questo, i buon tribuni
diedero un altro giuramento a tutti,
sì liberi qual servi di quel stuolo,
che non rubasser nulla entr'al steccato;
e quel che a caso ritrovasse alcuno,
lo portasse con fede a i suoi tribuni.
Dato che fu quel giuramento a tutti,
fecero che dui segni de gli astati
e dui de i principali avesser cura
di tener netta ed ordinar la piazza
ch'avanti i lor tentori si distende;
e tre segni anco per ciascun tribuno
fur ordinati al ministerio loro,
e che ogni giorno dimorasse un segno
intorno al capitanio a far la guardia
continua ed onorar la sua persona.
Or mentre si facean tali ordinanze
ne l'ampio stuolo, il capitanio eletto
andava intorno e rivedeva il tutto;
e tanto stette in questi alti negozi,
che sopragiunse l'ombra de la notte
e lo impedì: sì che tornar convenne
a riposarsi ne l'usato albergo.
Poi, come apparve fuor la bella aurora
coronata di rose in vesta d'oro,
l'imperador de le città del mondo
si levò su da l'ozïose piume
e si vestì de i consueti panni;
dapoi disse ad Ocipo che chiamasse
Tarsilogo re d'arme, ond'egli andoe
e fece lui venir senza dimora:
a cui l'imperador, come lo vide
ne la camera intrar, parlando disse:
Tarsilogo re d'arme, or che tu sei
l'annunciator de le future guerre,
vattene verso Italia, ed in Ravenna
truova Teodato re de i fieri Gotti;
e digli, che più volte ho chiesto a lui
che si parta d'Italia, e mi rilassi
come è 'l dever l'antico mio paese
ov'è fondata la mia vera sede,
ed ei fatto non l'ha: ma fin qui sempre
con parole cortesi e fatti adversi
cercato ha di menar la cosa a lungo.
Ond'io gli fo saper che son risolto
di far questa richiesta omai con l'arme:
e però s'apparecchi a far difesa,
che tosto gli sarò con l'oste adosso.
Adunque va', ch'io farò darti un grippo
perché tu passi agevolmente il mare.
Così disse il signore, ed ei partissi
con somma diligenzia e con prestezza:
e prima intrando nel fedele albergo
prese la cotta d'arme e l'altre cose
che gli facean mestiero a quel vïaggio;
poi se n'andò subitamente al porto.
Quivi trovò che 'l valoroso Ocipo
gli avea fatto apprestare un bel grippetto;
onde vi salì sopra, e fatto vela
allegro s'avvïò verso Ravenna.
In questo tempo Belisario il grande
non stava indarno, anzi co 'l giorno uscito
di casa e giunto al consüeto vallo,
s'affaticava a rassetar le genti
che furon deputate al gran passaggio.
Vedendo poi come sariano in punto
da potersi imbarcar, se n'andò a corte,
e quivi disse al correttor del mondo:
Altissimo signor, tutte le schiere
che denno andar contra i feroci Gotti
sono parate, e puon montarsi in nave:
né s'aspett'altro che la vostra voce.
Udito questo, il re de gli altri regi
si levò su da la dorata sede
e ingenocchiossi; e tutti gli altri ancora
s'ingenocchiaro, e taciti ed attenti
stavano a udire i suoi divoti prieghi.
Ed ei co 'l capo discoperto volse
le luci in alto, ed umilmente disse:
Signor del ciel, poi che seguendo il cenno
del messaggier che mi mandaste in sogno
son posto a far sì perigliosa impresa,
non mi negare il tuo divin favore,
senza 'l qual non fu mai cosa perfetta;
ché s'ei, come speriam, non ci abbandona,
forse farem qualche laudabil'opra:
perché ogni bene, ogni terrestre onore
piove sopra color che a te son cari.
Deh fa Signor che questa gente ponga
l'Ausonia in libertade, e meni ancora
il re de' Gotti preso in le mie mani.
A questi prieghi il Re de l'universo
volse la mente, e la divina testa
mosse affermando, e fé tremare il mondo;
onde l'imperador levossi in piedi
e lietamente al capitanio disse:
Fate pur imbarcar tutti e' soldati,
acciò che voi diman piacendo a Dio,
che sarà marte a' vintidui d'aprile,
partir possiate, e nel medesmo giorno
ire in Italia, or che vi serve il vento.
Udito questo, Belisario il grande
si dipartì dal correttor del mondo
e venne al porto, e vide già le navi
esser parate, e che ve n'eran tante
che tutta ricoprian l'onda marina;
quindi tornò là dove avea lasciate
le schiere elette, e ragunate insieme,
e disse lor queste parole tali:
Tempo è, fedeli ed ottimi soldati,
che voi prendiate il consüeto cibo,
perciò ch'avete da montare in nave
prima ch'a questo dì s'asconda il sole.
Dunque ciascuno assetti e' suoi cavalli
ed apparecchi l'armi e ogni altra cosa
che vuol portare in quello almo paese;
ove ci converrà combatter spesso,
espugnar terre e far molte fatiche:
ché senza queste non s'acquista onore.
Così diss'egli; e tutte quelle schiere
gridaron forte, che sembravan onde
del mare intorno a un scoglio, che percosse
sian quinci e quindi da rabbiosi venti;
poi si partir con ordine, ed andaro
a prender cibo negli usati alberghi.
Quivi levando ognun le mani in alto
e risguardando al ciel, porgeano prieghi
divoti chi ad un santo e chi ad un altro,
che gl'impetrasser grazia di fuggire
la morte, e con vittoria ritornarsi
carchi di ricca e glorïosa preda.
Ma l'alto Re del ciel concesse a molti
questa tal grazia, e dinegolla a molti:
perché molti di lor dovean restare
morti in Italia, e non tornar più in dietro.
Belisario dapoi ritenne seco
il savio Paulo e 'l principe Aldigieri,
Bessan, Costanzo e Corsamonte il forte;
fece restarvi ancora il buon Traiano
ed Aquilino e l'onorato Achille.
Ma come fur ne l'alto alloggiamento,
il buon sescalco fece che i donzelli
gli dier l'acqua a le man con un bel vaso
che parea d'or sopra un bacil d'argento:
e lavate le man, se le asciugaro
a tovaglie de lin sottili e bianche
che gli fur porte da persone elette;
d'indi assettorsi a la ben posta mensa,
ove fur poste poi di tempo in tempo
i cibi eletti e i dilicati vini
che l'uso militar gli concedeva.
Come la sete e l'importuna fame
fur rintuzzate, il buon conte d'Isaura
cominciò prima, e disse este parole:
Belisario gentil, mastro di guerra,
non è da ritardar più longamente
questo negozio, perché 'l giorno è poco
a dover porre in mar tante persone.
Fate pur che le trombe e che i tamburi
suonino a l'arme, e così in tempo brieve
saran tutti e' soldati a le bandiere;
noi poscia intorno andrem di parte in parte
compartendo le genti entr'a le navi.
Così diss'egli, e 'l capitanio eccelso
lieto seguì quest'ottimo consiglio,
e fece dar subitamente a l'arme:
onde ognun s'adunò con gran prestezza.
Il capitan dapoi con quei signori
gli furo intorno, e separando or questi
or quelli gl'inviavano a le navi.
L'angel Palladio ancora era tra loro
col scudo in braccio di mirabil'arte
e di materia eterna, che tolleva
a chi mirava in lui quasi la vista.
Questi essortava ognuno ad imbarcarsi
arditamente, e poscia in lor poneva
ardire e forza ed animo feroce:
tal ch'a tutti facea parer più dolce
l'armi e la guerra che 'l posarsi a casa.
E come le loquaci irondinelle
ne l'equinozio verno al mar sen vanno,
e non han tema di passar tant'acqua
per trovar temperato e bel paese
u' possan far lor ingegnosi nidi
ed allevar la disïata prole;
così faceano allor quei buon romani
per passare in Italia, e racquistare
l'antico nido a i lor futuri eredi.
Poi come i buon pastor verso la sera
parteno i greggi suoi, che mescolarsi
il giorno insieme ne gli erbosi campi,
e chiudon loro in separati ovili;
così faceano Belisario il grande
e tutti quei baron ch'eran con lui
di quelle armate e valorose schiere
standogli intorno; e mai non si posaro
fin che le compagnie di parte in parte
videro poste in separate navi:
né questa lor solicita fatica
prima ebbe fine, che nel ciel sereno
s'incominciaro a riveder le stelle.