IL SESTO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Nel tempo che si stava entr'a le mura

il capitanio a far ripari e fossi

e che quei cavalier ch'avean pigliato

Faulo eran iti a liberare Areta,

i buon legati co i tribuni insieme

che si trovar ne l'adunato stuolo

faceano essercitar tutte le genti:

tal che i tironi almen due volte al giorno

si riduceano sopra la quintana,

ed imparavan quivi a fare il passo

pare di tempo e di lunghezza equale,

da gir con esso almen tre miglia a l'ora;

poi si davano al corso ed al saltare

saraglie e fossi, ed a natar ne l'onde:

e dopo questo ivano contra un palo

nodoso e grosso e di robusto legno

ch'avanzava sei piè sopra la terra;

e con un scudo grave ed una mazza

ch'era di peso doppio d'una spada

combattean seco, e come a un lor nimico

tentavan di ferirlo or ne la gola

ora nei fianchi ed ora ne la faccia:

né gli menavan mai se non di punta.

Erano ancor quei giovinetti intenti

a tirar aste e trar balestre ed archi

ed a saltar sopra cavai di legno

e destramente maneggiarsi in essi;

ed imparavan anco a portar pesi,

a cavar fossi e far tutti i ripari

ch'eran mestieri a circondare il vallo.

Onde venendo Belisario il grande

una mattina nel spuntar de l'alba

a riveder come si stava il campo

per farlo caminar verso Tarento,

il vecchio Paulo se gli fece incontra,

ed in tal modo a lui parlando disse:

Illustre capitan, luce del mondo,

divisi avem gli alloggiamenti tutti,

ed avem posto ogni centuria insieme

sotto il suo contestabile, che stansi

a mangiare e dormir sempre in un loco;

et ordinato avem che ogni promosso

abbia i suoi fanti, e stian presso al sergente;

e che i sergenti stian co i caporali,

e quei co i loro iconomi e squadrieri,

tenendo sempre i consüeti luochi.

Ed io gli facio stare in questa forma

acciò che meglio si conoscan tutti

l'un l'altro, e cerchi ognun di farsi onore,

né mai si turbin gli ordini e le schiere:

anzi turbati si racconcin tosto.

Ancora i contestabili e i tribuni

fan sempre essercitare i lor soldati

ne' modi et ordinanze de le guerre:

tal che si voltan tutti quanti al scudo

e tutti a l'asta, over si mutan tutti,

e tutti tornan prestamente al dritto,

secondo il comandar del capitano.

San condensare e rarefar le squadre,

doppiarle e triplicarle, e per i giughi

congiunger le decurie e per i versi,

o intercallarle in mezzo o porle a dietro.

Sanno voltare ancor tutte le schiere

col modo macedonico o 'l coreo,

o co 'l lacedemonio, ch'è il migliore.

Sanno indurre e dedurre ogni falange,

san farla obliqua over trasversa o dritta,

san farla in cuneo, in rostro, avanti inflessa

o dietro o in plinto o tutta implessa o curva;

e similmente i cavaglier san porsi

in quadro, in rombo, in pendola od in uovo:

di che possete esperïenza farne,

e veder s'egli è ver quel ch'io ragiono.

Così disse il buon vecchio, a cui rispose

l'invitto capitanio de le genti:

O sommo Re de le sustanze eterne,

quant'obligo v'avem d'aver sì buoni,

sì bene instrutti e prattichi soldati:

onde per far che siano ancor migliori

ne gli essercizi ed arte de la guerra,

vuo' porre a tutti quest'almo certame:

che quel soldato che sarà più pronto

e diligente ad ubidire i capi,

ed arà l'armi sue lucenti e nette

e saprà meglio star ne l'ordinanze

e fia più ardito a porsi entr'a i perigli

cercando sempre d'acquistarsi onore,

costui fia eletto subito promosso;

e de i promossi quel che fia più cauto

a governare i fanti a lui commessi,

fia creato sergente, e de i sergenti

iconomi sian fatti, e poi squadrieri;

ed i miglior di questi sian creati

centurïoni, e d'indi colonnelli:

e poi di colonnelli sian tribuni.

Oltre di questo, quel che ne la guerra

ferirà il suo nimico, arà una spada

che arà il manico d'oro e l'elsa e 'l pomo;

ma a chi lo getterà giù del cavallo

o spoglierallo, fian donati ancora

dui sproni d'oro appresso a quella spada,

e farol cavalier con le mie mani.

Chi poi di lor ne la battaglia orrenda

diffenderà da morte il suo compagno,

arà per premio una collanna d'oro

di peso grave e di gentil disegno;

e chi ne l'espugnar de le cittadi

sarà il primiero a gir sopra le mura,

fia coronato di corona eletta

che arà le foglie sue di quel metallo

che tanto è disïato da le genti,

con le insegne de i merli intorno intorno.

A tutti poi costor daremo ancora

le paghe doppie, oltra i predetti doni.

Così dicea quel capitanio eccelso;

ed ascoltato fu con gran diletto

da tutti quei guerrier ch'eran presenti:

onde a lui disse l'onorato Magno:

Supremo capitan, mastro di guerra,

io vuo' narrarvi un ordine che tiene

Pompeio contestabil de gli astati,

perché possiate dar qualche più laude

a queste diligenti sue fatiche.

Egli si lieva nel spuntar de l'alba,

e mena tutta la centuria fuori,

l'un dopo l'altro, ed ei precede a tutti;

e poco stando, poscia la divide

tutta in due squadre co i squadrieri avanti,

dapoi la parte ancora in quattro parti,

e gli iconomi allor son posti in fronte;

d'indi la face in otto, e vengon poscia

i caporali tutti esser primieri;

e dopo questo fa ridurla ancora

in sedeci altre parti, onde i sergenti

tengono il primo giugo de la schiera.

Poi la fa porre in trentadue quadriglie

l'una apo l'altra dietro a i suoi promossi,

che tutti in giugo se ne vanno avanti;

ma quando s'avvicinano a la tenda

la torna ne le due primiere squadre,

ed entran poi nel contubernio loro

a due a due, con ordine mirando:

e vanno con quell'ordine a la mensa,

ove ancor siede ognun sempre al suo loco.

Ma, finito il mangiar, se n'escon fuori,

ed il tergiduttore allor vien prima,

poi gli altri sieguen dietro ad uno ad uno

cominciando da gli ultimi: onde adviene

che quei che fur postremi ne l'entrare

sono i primi a l'uscire, e restan dietro

color che ne l'entrar furono i primi;

sì che il centurïon vien dopo tutti,

e pur comanda a tutti ovunque sia.

Questo medesimo ordine si tiene

quando vuol passeggiar con le sue squadre:

ch'egli è il primier, se vanno inver levante,

e tutti ad un ad un gli tengon dietro;

ma quando poi camina ver ponente,

allora il suo tergiduttore è il primo,

e gli altri van con l'ordine ch'io dissi,

ond'ei riman postremo; ed a tal modo

imparano a marchiar verso i nimici,

e parimente a ritirarsi in dietro

senza disordinarsi in parte alcuna.

Così gli disse Magno, a cui rispose

l'eccelso capitanio de le genti:

Quanto mi piace l'essercizio ch'odo

che tien Pompeio circa i suoi soldati:

il qual farete ancor servarsi a gli altri,

ché l'ordine servato ne le guerre

è di momento estremo a le vittorie.

E poi, se ben la più onorevol cura

del capitanio è di nutrir le genti,

tal che non manchi vittüaria al campo,

e la seconda è di tenerle sane

con frequenti essercizi e con fatiche;

la terza è pur che siano instrutte e dotte

ne l'ordinanze ed arti de la guerra:

come la quarta è ch'animose e pronte

le facia a voler porsi entr'a i perigli;

e poi la quinta è ch'ubidiscan tutte

al capo lor senza tardanza alcuna.

Adunque le farete esser maestre

in codeste ordinanze, perché noi

con diligenza attenderemo al resto.

Mentre che si dicean queste parole,

ecco apparir quegli undeci guerrieri

ch'erano stati a liberare Areta;

ma come il capitan gli vide insieme

tutti quanti tornar giocondi e sani,

divenne molto allegro entr'al suo petto.

Da l'altra parte i cavalieri adorni,

vedendo il capitan, scendero in terra

de i lor destrieri, e se n'andaro a lui

con gesto umile, ed inchinor la fronte:

ed ei giocondamente gli raccolse.

Poi prese Corsamonte con la destra

mano, ed il buon Traian con la sinistra,

e si rivolse verso gli altri, e disse:

O valorosi miei diletti amici,

veramente son stato in gran pensiero

de le vostre fortissime persone;

e dentr'al cuore avea molta temenza

che qualche fraude non v'avesse colti

e fatti andare indegnamente a morte:

or sia lodato Iddio, che siete salvi.

E però voi starete a pransar nosco,

poi ci direte quel che avete fatto

per liberar questi compagni vostri.

Così diss'egli; e volse che Costanzo

restasse e Paulo con Bessano e Magno

in compagnia di questi a mangiar seco.

Poi tutti quanti si lavar le mani

e s'assettaro a l'onorata mensa

l'un presso a l'altro; indi pigliando i cibi

che in quella posti fur di tempo in tempo,

rintuzzaron la fame, e poi la sete

scacciaro ancor co i prezïosi vini

che gli fur porti in lucidi cristalli.

Allora il capitanio de le genti

narrar si fece a l'ottimo Traiano

tutto 'l vïaggio, e ciò che gli era occorso

da la partenza lor fino al ritorno:

che fé stupire ognun di meraviglia.

Ma poi che furon di stupore scarchi,

il capitanio si rivilse, e disse:

Valorosi, leggiadri, alti baroni,

noi loderemo il Re de l'universo

che v'ha tornati con vittoria al campo

fuor di tanti perigli e tanti inganni.

Dapoi fia ben che proseguiam la guerra,

ch'el differir ne l'ordinate imprese

spesso è un venen ch'atterra ogni ventura.

Vuo' lasciar in Brandizio Atenodoro

con tre buone coorti in compagnia

che guarderanno e teniran quel loco,

se tutta Europa gli venisse a torno.

E noi diman ne l'apparir de l'alba

quinci si partirem con tutto il stuolo,

ed anderemo a la città che siede

su la marina tra 'l Vesevo e Baia:

e cercherem d'averla ne le mani,

né gli risparmierem fatica o tempo.

E detto questo, subito levossi

per gire a la quintana, e per vedere

come si essercitavano i soldati;

quando eccoti apparir due belle schiere

di genti disarmate, i quali in mano

portavan rami di canuta oliva:

e tutta quanta la minuta plebe

del campo lieta gli correa dintorno.

Il che vedendo Belisario il grande

si fermò nel pretorio, e come intese

ch'erano ambasciador d'alcune terre,

subitamente a sè chiamar gli fece,

ed in tal modo a lor parlando disse:

Leggiadri cavalier che 'n vista siete

degni di ogni alto ed onorevol grado,

poiché venite a me con questa insegna

che tanto piace al Re de l'universo,

solvete arditamente i parlar vostri,

e dite quel che voi da noi cercate,

perché sarem disposti a compiacervi.

A cui rispose un venerando vecchio

che si nomava Policasto, ed era

il principal de gli orator di Leccie;

e disse a lui parlando in questa forma:

Illustre capitan, mastro di guerra,

noi siamo quattro ambasciador venuti

da la città di Leccie a vostra altezza:

la quale avendo già tre giorni inteso

che 'l corretor del mondo a noi vi manda

per por l'antica Esperia in libertade,

vi vuol far un presente di se stessa,

ché fia gran giovamento a tanta impresa.

E queste son le chiavi de le porte

ch'ella vi manda, ed io ve le consegno;

onde a voi sta mandarvi quella gente

che vi paia opportuna a mantenerla,

ché noi la piglierem con gran diletto:

ed oltre a quella, le persone nostre

s'ingegneran di ritenerla sempre

divota e serva de l'imperio vostro.

Né per questo cerchiam se non quei patti

ch'al bel Brandizio fur da voi concessi.

Così parlò l'ambasciadore al duca

di Benevento, ed ei prese le chiavi

allegramente, e poi così rispose:

La città vostra m'è tanto più grata,

quanto d'averla avea minor speranza

senza nostri travagli e vostri danni.

Or sia lodato il Re de l'universo

che v'ha rivolti per sicura strada:

dunque noi la pigliam di buona voglia,

e mostrerenli quanto ci sia caro

questo suo degno e prezïoso dono;

e gli faremo ancor più larghi patti

de i brandusini che ci avete chiesti.

A pena Belisario ebbe fornita

la sua risposta, che si fece avanti

un altro cavaliero, e così disse:

Ancor io sono ambasciador d'Idrunto,

che vien divoto ne le vostre mani;

e parimente manda a voi le chiavi

de le sue porte, ed io ve le appresento:

né vi voglio laudare il nostro porto,

né dir che siam vicini a la Valona

ed a Corfù, perché sapete meglio

di noi ciò che v'è commodo a l'impresa.

Sol questo vi dirò, che noi speriamo

di far tal pruova de la nostra fede,

che sarete di quella assai contento.

Or mentre ch'e' dicea queste parole,

apparve una bellissima donzella

ch'avea le veste di colore oscuro,

e venia sopra un palafren morello

con quattro nobil cavalieri intorno,

gravi d'aspetto e di matura etade:

che parimente anch'essi eran vestiti

con le famiglie lor tutti di nero.

Belisario si volse a quella vista

con desiderio di saper chi fosse

la damigella e i cavalier pregiati:

ma prima prese l'onorate chiavi,

e disse al cavalier ch'a lui le diede,

ch'era nomato Salentin da Castro:

Gentile ambasciador prudente e saggio,

accetto volentier la terra vostra,

e più con fatti assai che con parole

conoscer vi farem quanto siam grati.

Era già scesa la donzella al piano

dal palafreno, e in mezzo a i dui più vecchi

de i quattro cavalier ch'eran con essa

giunse umilmente a Belisario avanti,

e cominciava ingenocchiarsi a i piedi

del capitan, quand'ei, che se n'accorse,

per man la prese e sollevolla e disse:

Dite, donna gentil, ciò che vi piace,

e non usiate cerimonie meco:

ch'io son così mortal come voi siete,

ed ubidisco al correttor del mondo,

come denno ubidir tutte le genti.

Questo diss'egli; e la donzella poi

levossi in piedi, e vergognosa in vista

le dolci labbra in tai parole aperse:

Invitto capitan che vinto avete

quasi le tre gran parti de la terra,

e siete or giunto ne l'Italia afflitta

per liberarla da le man crudeli

e da la dura servitù de i Gotti:

io sono Elpidia, figlia di Galeso

e de la nobilissima Safena,

che diede a lui per dote il bel Tarento

con altre terre che gli sono intorno,

de le quai tutte son rimasa erede.

Perché Tebaldo, capitan de i Gotti

che son ne la Calabria e ne la Puglia,

mi volea dar per moglie a un suo figliuolo

ch'è il più brutto, il più sciocco e 'l più dapoco

che si ritruovi tra la gente loro,

tal che mio padre a lui non volse darmi;

ond'e' s'empìo di tanto sdegno ed ira,

che giorno e notte non pensava ad altro

che a far di tal repulsa aspra vendetta.

Or aspettando tempo al suo proposto

finse più non curar le nostre nozze.

Advenne poi che 'l mio diletto padre,

andando un giorno sconosciuto a Roma

con un famiglio ed un ragazzo soli

perché volea parlar col re de i Gotti

secretamente, che l'avea richiesto,

fu sopragiunto da la notte oscura

su quella strada che divide i boschi

Pontini, e se ne va sotto Priverno.

Quivi alloggiar convenne in un albergo

mal proveduto e in solitario loco:

ove trovossi ancora il fier Tebaldo,

che da Roma venia verso Campagna,

e smontato era un quarto d'ora avanti;

ma nostro padre a lui non dimostrossi,

perché volea celar quella sua gita.

Pur Tebaldo il conobbe, e nulla disse:

anzi in tutto mostrò di non vederlo;

dapoi la notte, in su 'l profondo sonno,

entrò con dui compagni in quella stanza,

ch'era mal chiusa, ove dormia Galeso,

e lo scannor miseramente in letto

co i lor pugnali che teneano in mano;

poi, fatto questo, uccisero il famiglio

che dormia quivi sopra il pavimento,

e morto ancor avrebbono il ragazzo,

ch'era svegliato e stava appresso l'uscio:

ben finse di dormir, come gli vide,

ma cheto cheto poi se n'uscì fuori

mentre ch'erano intorno al suo padrone;

e d'indi caminò tutte le notti,

dormendo i giorni, fin che a noi pervenne

e ci narrò quel doloroso caso.

Il fier Tebaldo poi come ebbe ucciso

Galeso, il prese per l'antica chioma,

e via dal busto gli spiccò la testa,

e quella si portò dentr'al su' albergo;

ancor gli tolse il consüeto anello,

e i deti gli tagliò per trarlo fuori.

Fatto quel grave e scelerato eccesso,

il perfido assassin partissi quindi,

e portò seco l'infelice teschio;

poi non credendo che ci fosse nota

la dispietata morte di mio padre,

fece presso a Tarento una imboscata,

e mandò quivi un simulato messo

da parte di Galeso co 'l su' anello,

che mi pregava assai per sue parole

ch'i' andasse a ritrovarlo a Benevento,

perch'era oppresso da sì grave febbre,

che in brieve si credea finir la vita,

e mi volea vedere anz'il suo fine.

Come la madre mia, che avea già udito

dal suo ragazzo il maleficio orrendo,

vide quel messo e intese la proposta,

subito gli fé por le mani adosso,

e poscia gli fé dar molti tormenti:

ond'ei le confessò che 'l fier Tebaldo

era in una imboscata ivi propinqua,

e dissegnava, com'io usciva fuori

de la città, d'avermi ne le mani

e far di me vittuperosi strazi,

udendo questo, l'infelice donna,

mossa da sdegno e da dolore acerbo,

fece impiccar quel messaggiero a un merlo;

che s'ella il tenea vivo, e poi mandava

il popol nostro intorno a la imboscata,

gli arebbe presi facilmente tutti,

e facea del marito aspra vendetta:

ma la meschina si accecò ne l'ira,

e diede morte a quel che avea men colpa,

il cui morir fu poi salute a gli altri:

ché sendo visto lui da quei di fuori

impeso, si pensor d'esser scoperti,

e quella istessa notte si partiro;

ma ben lasciaro un miserabil segno,

ché fecer porre il teschio di Galeso

presso a la porta sopra un alto palo.

E quel dapoi ne l'apparir de l'alba

fu conosciuto da la nostra gente,

e quindi fu spiccato, e con gran pianto

fu riportato a la sua cara moglie:

la qual poi trammortì com'ella il vide,

né si poteo più rivocare in vita

con medicine ed argumenti umani;

onde sepulta fu con quella testa

che gli era più che se medesma cara;

ed io rimasi poscia in gran dolore,

priva del padre e de la madre a un tempo.

Né mi conforta punto perch'io sia

di tanta facultà rimasta erede,

ch'altro germe non è nel nostro sangue:

anzi son vissa in un continuo pianto

da l'ora in qua, che son quaranta giorni,

che seguitor quelle infelici morti.

Poi, come intesi de la vostra giunta,

venuta sono a voi senza dimora,

che siete il più giust'uom che in terra alberghi:

e qui ripongo ne l'arbitrio vostro

la robba ch'i' aggio e la persona e 'l stado,

e prenderò colui per mio consorte

che mi fia dato da la vostra altezza;

e s'ei fosse il più vil di tutto il stuolo,

sempre l'onorerò per mio signore.

Così parlò quella fanciulla onesta;

e nel suo ragionar, la bella faccia

di rugiadose lacrime bagnava:

onde mosse a pietà tuti e' baroni;

e chi di lor per la beltà miranda,

chi per la dote, e chi per i costumi

disïava d'averla per consorte:

ma sopra tutti Corsamonte il fiero

di lei s'accese, e la volea per moglie;

né il feroce Aquilin da l'altra parte

avea per lei d'amor men caldo il petto,

e così aveano Achil, Traiano e Ciro

e tutti gli altri principi e signori

che si trovor nel padiglione a udirla;

ma non ardian di far parola alcuna,

se Belisario non parlava prima:

il quale a lei rispose in questa forma:

Leggiadrissima donna, assai mi dole

de i vostri affanni e de le gravi offese

che avete avute da la gente Gotta:

ma spero in Dio ch'io ne farò vendetta,

se vivo resterò sopra la terra.

Da l'altra parte poi molto m'aggrada

che abbiate tanta confidenza in noi,

e che vogliate prender per marito

colui che noi destinerem di darvi:

a la qual cosa io vuo' pensarci alquanto,

ché difficil sarà trovar barone

che sia condegno di sì rara moglie.

Però mi par di non andare in fretta

a tale elezïon, che si dee sempre

usar consiglio ben maturo e saldo

in quel che s'ha da far sol una volta.

Fra questo tempo voi potrete starvi

nel bel Tarento, o se volete ancora

andare ov'è Teodora imperadrice,

io vi farò condur dentr'a Durazzo;

e sarete da lei sì bene accolta,

che non vi spiacerà d'esservi andata.

Questo diss'egli, ed ella a lui rispose:

Signor mio caro, ecco la vostra ancella,

parata a far di sè quel ch'a voi piace;

e d'ogni cosa ella sarà contenta

che giudicata fia da voi per buona.

Allora il capitan soggiunse: Adunque

potrem pigliar la più sicura strada,

che è di mandarvi a l'onorata corte.

Come udì questo Corsamonte altiero

crollò prima la testa, e poscia disse:

Eccelso capitanio, io so che siete

tanto prudente ne le vostre imprese,

che non vi fa mestier l'altrui consiglio:

pur non starò di dir quel che a me pare.

E se ben sono anch'io di quei ch'han voglia

d'aver sì cara ed onorata donna,

non è però ch'io non conosca il dritto,

e ch'io non dica il ver senza menzogna.

Non indugiate, no, sì lungo tempo

a ritrovar marito a la donzella:

ché l'indugiare è 'l tosco de gli amanti;

ma scelgete un di noi, qual più v'aggrada:

ché scelto ch'ei sarà, farà qualche opra

degna di gloria contra i fieri Gotti

che lo dimostrerà quanto sia degno

d'aver sì bella e virtüosa moglie.

Ma se voi non volete esser colui

che facia questa invidïosa scelta,

non la lasciate trappassare il mare;

ma fate che ciascun che brami averla

per moglie venga qui con l'armi in dosso,

ch'io vuo' con lor provarmi ad uno ad uno;

e s'io gli vinco o gli conduco a morte

la damigella allor mi sarà data,

che onorerolla ed amerolla tanto,

quanto si possa amar persona umana:

ma se per caso io fosse o vinto o morto,

colui che fia vittorïoso al campo

ancor sarà signor de la donzella.

Così parlò quel giovane feroce,

e 'l superbo Aquilin dapoi gli disse:

Io son parato, Corsamonte altero,

d'essere il primo che combatta teco

per questa nobilissima signora:

che ancora a gli occhi miei le donne belle

paiono belle, e so cercar d'averle;

ché la mia lancia e la mia spada punge

come la tua, sì che non ho paura

né di te né d'altr'uom che monti in sella.

Questo diss'egli, e Corsamonte tutto

si rodea dentro di disdegno e d'ira,

e gli occhi suoi parean di fiamma ardente;

poi disse: A che più star? Vegnamo a l'arme,

proviam con esse chi è di noi più forte.

E detto questo, pose la gran mano

sopra la fiera spada per cavarla

e combatter con lui senza dimora;

ma Bessan ch'era quivi lo ritenne,

e tutti gli altri cavalieri e duchi

gli erano intorno, e con parole accorte

cercavan di placare il suo disdegno

ma non potean, ch'egli era come un scoglio

che sta nel mare, ed è percosso intorno

ccontinuamente da terribili onde,

che non si muove per soffiar de' venti

né per la schiuma che 'l percuota o l'alga.

Aquilin stava poi da l'altra parte

a l'erta, e non volea cederli punto.

Allora surse il venerando Paulo

conte d'Isaura, e disse in questa forma:

Veramente il parlar di Corsamonte

non merta al parer mio d'esser ripreso:

ben si devrebbe commutare alquanto

ne la seconda sua narrata parte,

perché la prima non poria dir meglio.

Egli ha pur detto nel principio come

sarebbe ben che 'l capitanio nostro

scelgesse quel di noi che più gli aggrada;

ché scelto ch'ei sarà, farà qualche opra

degna di gloria contra i fieri Gotti

che lo dimostrerà quanto sia degno

d'aver sì bella e virtüosa donna.

Questo non merta già d'esser corretto;

ma l'altra parte si, la qual disfida

ogni baron che la disia per moglie,

ecc vuol combatter con ciascun di loro.

Certo questo parlar non fu mai buono,

per ciò che non è ben fra noi medesmi

far così acerbe e sanguinose pruove,

le quai son da serbar contra i nimici.

Ma a voi, signor, che tutto 'l pondo avete

di questo eletto essercito romano,

non sarà grave il far quel ch'io vi dico:

perch'io son vecchio, e non ragiono indarno.

Tegnam pur la donzella entr'a Tarento,

come fu il primo bel vostro disegno,

che sarà più giocondo a questi amanti.

Dapoi scelgete dieci almi baroni

de i miglior cavalier del nostro campo;

e quel di lor che di maggior valore

si mostrerà contra la gente Gotta,

eletto fia da lei per suo marito

quando arem presa la città di Roma.

Così parlò il buon vecchio, e tutto il stuolo

laudava mormorando il suo consiglio;

onde l'eccelso capitanio disse:

O valoroso mio conte d'Isaura,

molto mi piace il consigliar che fate

e però son disposto di essequirlo.

Adunque scelgeremo a questa pruova

tutta la nostra Compagnia del Sole,

che sono undeci eletti almi baroni:

perch'io, che son duodecimo, non v'entro,

ché avendo moglie non potrei sposarla.

Chi adunque di costor maggior prodezza

dimostrerà contra la gente Gotta,

eletto fia da lei per suo consorte:

perché la elezïone a lei s'aspetta,

se 'l matrimonio libero esser deve.

A quel parlar di Belisario il grande

fu poi soggiunto dal cortese Achille:

Valoroso signor, sendo ancor io

un de gli eletti a quest'almo certame,

non voglio risparmiar fatica alcuna

per acquistar tant'onorato pregio;

e se per caso il ciel me ne fa degno,

ché certo mi sarà il maggior contento

ch'i' avesse mai, né ch'io potesse avere,

vorrò dar la mia sorte a Corsamonte,

poi che è sì vago e cupido d'averla:

ché sempre amato l'ho come fratello,

ed ho più cari i suoi piaceri onesti

e 'l suo verace ben che 'l mio medesmo.

Udendo questo, Corsamonte ardito

slargò le braccia e corse ad abbracciarlo,

e lo basciò teneramente in fronte;

poi disse: Almo fratel, sempre t'amai,

e sempre t'amerò mentre ch'io viva;

e sapea parimente esser amato

da te, che noi siamo allevati insieme

da giovinetti in su col gran Giustino,

e siamo stati insieme in ogni guerra.

Pur non credea che tu m'amassi tanto

quanto mi mostran or le tue parole:

che 'l dare altrui la sua diletta donna

ben è signal d'un inaudito amore.

Però mi sforzerò non esser vinto

da te di questo sì cortese affetto:

ché chi si lascia vincere in amore

è di cuor basso, e di natura ingrata.

Così diss'egli, e da quel giorno inanzi

furo i più cari e i più leali amici

che si trovasser mai sopra la terra.

Il vecchio Paulo, poi che pur vedea

l'ira che Corsamonte avea nel petto

e la natura acerba di Aquilino,

sì dubitava assai che queste cose

parturissero ancor qualche disconcio;

però si volse a Belisario, e disse:

Eccelso capitanio de le genti,

poi che s'è fatta la mirabil scelta

de tutti quei signor che prender puonsi

da l'onorata Elpidia per mariti,

perciò che l'alta Compagnia del Sole

tiene i miglior guerrier che portin arme,

fia bene ancor che mitighiate l'ire

del fiero Corsamonte e di Aquilino,

da cui nascer poria qualche disturbo.

No no, rispose Corsamonte ardito;

Lasciateci pur star come noi semo,

ché in brieve tempo vuo' chiarirlo al tutto

qual sia miglior di noi con l'armi in mano.

Allora disse Belisario il grande:

Corsamonte gentil, molto mi piace

che tu vogli chiarir qual sia migliore,

od Aquilino o tu, con l'armi in mano:

ma cotesto chiarir vuo' che si facia

per amor mio contra la gente Gotta,

e non si volga verso i nostri petti:

che quel che fia miglior contra costoro

possederà la disïata donna,

la qual non si può aver per altro modo;

ed io voglio esser giudice di questo.

Appresso i' priego voi che mi doniate

per questa volta le querele vostre,

e che vi piaccia a me lasciar la cura,

ed a l'imperador, di rassettarle:

a cui vuo' dar di questa cosa avviso.

Così diss'egli, ed ambe due le parti

restor di ciò contente, e fu promesso

da ciascun d'essi di non farsi offesa.

Come fornite fur queste parole,

il capitanio volse che tornasse

la bella Elpidia a star dentr'a Tarento,

e con lei fece andare il buon Terpandro

con una compagnia di eletti fanti:

poi mandò a Leccie il provido Marullo;

ma Calisteo se n'andò verso Idrunto,

avendo tutti le centurie loro.

Belisario, dapoi si volse, e disse

a quegli altri baron ch'avea dintorno:

Signori, è ben ch'andiate entr'a le tende

e che vi prepariate al gran vïaggio:

ché domattina i' vuo' partirmi quinci

per essequir l'incominciata impresa.

Come udir questo, tutti si partiro

e se n'andaro a i consüeti alberghi,

e quivi preparor le cose loro

ed aspettaron la futura luce.

Ma come apparve il dì sopra la terra,

il capitanio si levò del letto,

e tosto si vestì di panni e d'arme;

d'indi uscì fuor del padiglione armato,

avendo udita una divota messa

da l'onorato vescovo di Tebe:

poi fece por la bocca a gli oricalchi

e dare il primo segno al dipartirsi.

Ma quei soldati, come lo sentiro,

prima abbassaro il padiglion superbo

di Belisario, e poscia lo legaro,

e legar anco quei de i lor tribuni;

d'indi legate fur trabacche e tende

di tutti gli altri cavalieri e fanti

con gran destrezza e con prestezza immensa:

che pareano i messor, quando un bel piano

han posto in terra di matura biada,

che, sopragiunta una profonda nube

piena di pioggia e di crudel tempesta,

ciascun a pruova lega le sue faglie

per porle in cappe o per condurle a casa

prima che l'acqua le corrompa o guasti;

così faceano allor quei buon romani

legando in fretta careaggi e salme

per porle sopra le carrette e i muli

dietro a la voce di quell'altro suono.

Or, fatto questo, le sonore trombe

mandaro il grido del secondo segno:

onde la salmaria fu posta tutta

sopra i lor validissimi giumenti.

Ma come carghe fur tutte le some,

il capitan fé ragunar le schiere,

e subito salì sopra un sugesto

e la sua bocca in tai parole aperse:

Io penso, valorosi almi guerrieri,

che tutti quei di voi ch'han qualche etade

sian stati in molte perigliose imprese,

ed abbian combattuto co i nimici,

ma nondimeno mai non sono usciti

con sì gran stuolo e con sì gran possanza,

come or condutta avemo in queste parti:

perciò che andremo a pendere un paese

che è posseduto da feroci genti.

Vogliate adunque dimostrarvi equali

a voi medesmi, e non parer men forti

di quel che foste ancor ne l'altre guerre.

La bella Italia è sollevata tutta,

e spera di veder felice fine

al buon principio che mostrato avemo

per l'odio grande ch'ella porta a i Gotti.

Però bisogna ben che siamo cauti

nel nostro andare ed avvisati molto,

ed aver cura che i nimici nostri

non ci facesser poi qualche vergogna

che c'impedisse il già sperato onore.

Adunque i duchi, i cavalieri e i fanti

si stiano a l'erta, in ordine e parati

come s'avessen da combatter ora,

ché i tempi de le guerre sono ascosi,

e da lieve principio, o da qualch'ira,

si fan più volte i fatti d'arme orrendi;

e spesso i pochi proveduti e cauti

vincono i molti che non han paura

de i lor nimici, e sproveduti vansi.

Sempre color che ne i terreni ostili

fan guerra, denno aver le menti audaci,

ma star con l'opre timide e sicure;

perciò che quei che fanno a questo modo

sono ne l'assalir sempre animosi,

e se sono assaliti da i nimici

si truovano anco preparati e forti.

Pensate poi che andiam contra persone

possenti, ed atte a far diffesa grande:

e se non sono or fuori a la campagna,

non gli crediate neghitosi o lenti;

anzi pensate che verranno a l'arme,

quando si veggian ribellar le terre

e tòr le mogli e saccheggiar le case:

perché tutti color che veggion farsi

avanti gli occhi vituperio e danno

s'accendon d'ira, e più furrore han quelli

ne le cui menti men raggione alberga;

e tanto più s'addireranno i Gotti,

quanto son usi a non patire oltraggi,

ma soglion depredar gli altrui paesi

e le lor terre conservare intatte.

Seguiamo adunque l'onorata impresa:

state continui a l'ordine e provisti,

e pronti ad essequir ciò ch'io comandi.

Così parlò quel capitanio eccelso;

e poscia descendeo giù del suggesto

e montò sopra il suo destrier Vallarco:

d'indi fece sonar le terze trombe,

e tutto 'l campo cominciò avviarsi.

Il primo avanti gli altri era Costanzo

duca di Candia e mastro de i pedoni,

con quattro re superbi in compagnia,

Cosmondo, Albino, Gordio e 'l fier Suarto;

e la gentil Nicandra e 'l forte Arasso

e gli strasordinari ivan con essi.

Dopo costoro andava il destro corno,

che dietro a sè tenea le proprie some;

d'indi seguìa l'ardito Corsamonte

con cinque buon tribuni: e fur Mundello,

Longino e Achille con Sertorio e Bocco,

soli a cavallo; e tutti gli altri capi

con la lor legïon seguianli a piedi,

la qual menava i carrïaggi dopo;

e dietro a quella il provido Orsicino

venia con fabri e machine eccellenti,

dapoi si mosse Belisario il grande

con cinquecento alabardieri eletti

che d'ogni parte lo cingeano intorno;

e 'l feroce Aquilino il seguitava

con cinque buon tribuni, e fur Massenzo,

Traian, Catullo con Olando e Magno,

soli a cavallo; e tutti gli altri capi

con la lor legïon veniano a piedi,

la quale avea gli 'mpedimenti dopo.

L'ultimo loco ebbe il sinistro corno,

che sol mandava i carrïaggi avanti,

ed il suo capo gli veniva dietro:

quest'era il gran Bessan duca di Dacia,

co 'l re de i Saraceni e 'l re de i Lazi

e quel de Iberia e quel de gli Azumiti,

con Teodorisco e co 'l gigante Olimpo.

I cavalieri poi seguiano parte

gli ordini loro, e parte ivan da i lati,

per sicurezza de i giumenti carghi.

E così andando, giunsero in un piano

venti miglia lontan, presso a un bel fiume;

allora il vecchio e venerando Paulo

mastro del campo, ch'era andato avanti

con Ennio, con Procopio e con Lucillo,

volto a Procopio disse este parole:

Procopio mio, quest'è un mirabil piano

da porvi il campo: ecco qui presso il fiume,

ecco quel lato poi che guarda a l'ostro

quant'atto è a girne a saccomano, e quanto

è destro a l'acqua e buon da far la fronte

e collocarvi la pretoria porta.

Così parlava il buon conte d'Isaura;

a cui Procopio rispondendo disse:

Gentil signor d'ogni virtute adorno,

che dite poi de l'eminente loco

posto nel mezzo, e che vagheggia il tutto?

Non vi par egli che potremo porvi

sicuramente il bel pretorio nostro?.

Queste parole a l'onorato vecchio

non spiacquer punto, e se n'andò sovr'esso:

e come l'ebbe contemplato alquanto

scese giù del cavallo, e di sua mano

vi piantò sopra una bandiera bianca.

Poi fece misurar da ciascun lato

de la predetta candida bandiera

piè cento, che venian per ogni fianco

ducento piedi, e quel quadrato scelse

e deputollo a Belisario il grande:

nel quale ancora, a l'ultime confine,

verso l'aspetto attissimo a gir fuori,

fé porre un altro bel stendardo rosso;

d'indi passò cinquanta piedi inanzi,

e tirovvi una linea equidistante

al gran quadrato, e qui doveano porsi

i padiglion de gli ottimi tribuni:

però piantovvi una vermiglia insegna.

Poi fece misurar cent'altri piedi,

per far la bella piazza avanti ad essi:

ove una linea lunga fu distesa

parallela a quell'altra, e posto un segno

ch'era il principio da locar le genti.

Or questa linea in mezzo fu divisa,

e fecer quinci la primiera strada,

larga cinquanta piedi, e lunga poi

quasi due millia piè verso la porta,

signando quella con notabil aste;

ne la qual strada deputati foro

gli alloggiamenti a i cavalieri armati

che ne le legïoni eran descritti,

facendo tutti i contuberni loro

cent'e cinquanta piè per ogni banda;

dietro a costoro stavano i trïari,

che guardavano poi sovr'altre vie

tutte segnate con notabil aste:

ma i contuberi loro erano larghi

la metà sola i quegl'altri primi,

quantunque fosser di lunghezza equali.

Poi di rimpetto a questi era l'albergo

de i principai, che rietro avean gli astati,

con le lor tende in su le estreme calli;

e furo i contuberni di costoro

cent'e cinquanta piè per ogni lato,

come eran quei de i cavalier ch'io dissi;

ed era ognuna de le cinque strade

larga cinquanta piè come la prima.

Dirimpetto a gli astati avean gli alberghi

i cavaliar descritti ne gli aiuti;

e dietro a questi erano i fanti loro,

che avean l'entrata sua verso 'l steccato,

ch'era lontano almen dugento piedi;

e tutti i contuberni de gli aiuti

avean la lor lunghezza equale agli altri,

ma ne l'altezza poscia eran maggiori:

perciò che i cavalieri avean d'altezza

dugento piedi, ed i pedon trecento.

Forniti i cinque contuberni primi,

così divisi per ciascuna strige,

fece una strada che partiva questi

da gli altri cinque, e si dicea quintana,

che le strige partìa tutte a traverso:

e quivi essercitavano i soldati.

Da l'un de i lati poi del padiglione

del capitanio era una piazza grande

pretoria, e l'altra dal sinistro canto

questoria, ch'era data al camerlingo.

Da i capi de le piazze erano stanze

di quei baron che non avean condotta,

e di molt'altri cavalieri eletti

ch'eran venuti in campo ad onorare

il capitanio e quella bella impresa.

Ma lungo la larghezza de le piazze

confinava una via di cento piedi,

partita in mezzo da una corta strada

larga cinquanta piè, che se n'andava

a la postrema parte del steccato.

Sopra quell'ampia via verso le piazze

stavano i cavalier strasordinari,

e dietro i fanti de l'istesso grado,

ch'avean l'entrata loro inver la fossa

che sostenea la decumana porta:

ed erano le stanze di costoro

cent'e cinquanta piè per ciascun lato.

Or, fatto tutto quest'alto dissegno,

sonor le trombe; e subito fu posto

il padiglion del capitanio eccelso

nel mezzo, ov'era la bandiera bianca,

D'indi i soldati con prestezza immensa

cinser di fossa poi tutto 'l steccato,

ch'era quadrato, e quella fossa larga

fecer cubiti dieci ed alta cinque;

dapoi drizzate fur tutte le tende

in brieve spazio di pochissime ore.

E come quando in un teatro grande,

che i spettator sono assettati, e vaghi

d'udir qualche amenissimo poema,

il buon corago fa callar le vele

che nascondeano l'onorata scena,

subitamente a gli occhi di ciascuno

appar che nasca una città novella

con piazze e tempi e con teatri e logge,

onde cupidamente ognun la mira

e nota il bel che si ritruova in essa;

così, munito quello aperto piano,

subito nacque una città miranda

che dava albergo a tutta quella gente.

Poi messi fanti a guardia de le porte

ed ordinate le vigilie tutte,

si stetter quivi ad aspettare il giorno.

Or mentre si facea questo vïaggio

da l'onorato essercito romano,

Tarsilogo re d'arme, che partissi

già da Durazzo, e se n'andava in fretta

ad intimar la guerra al re de' Gotti,

giunse in Ancona, e ritrovollo a caso

far dimoranza in quell'alma cittade;

onde smontò del suo veloce grippo,

e si vestì la bella cotta d'arme

di veluto rosin cosperso d'oro

che un'aquila dorata avea nel petto

ed un'altra n'avea dopo le spalle:

così vestito andò verso 'l palazzo

ove alloggiava il re con le sue genti,

e quivi giunto l'animoso araldo

a lui non fece riverenza alcuna,

ma disse audacemente in questo modo:

L'imperador de le mondane genti

vi fa saper che v'ha più volte chiesto

ch'usciate fuor d'Italia, e rilasciate,

come è 'l dever, l'antico suo paese;

ma sin qui fatto non l'avete, e sempre

con parole cortesi e fatti avversi

cercaste di menar la cosa in lungo.

Però vi dice ch'egli s'è rissolto

di far questa richiesta omai con l'arme:

preparatevi adunque a far diffesa,

che tosto vi sarà con l'oste adosso.

Come Teodato udì l'aspra proposta,

si cangiò tutto quanto di colore:

e stando un poco poi prese ardimento,

e con molta arroganza gli rispose:

Superbo messaggier, che tanto ardire

hai di venir a minacciarmi guerra,

se non ti parti fuor di questi luochi

farò che tu darai de' calzi al vento.

Porta poi per risposta al tuo signore

ch'io vuo' l'Italia per la gente Gotta,

che posseduta l'ha presso a cent'anni;

e s'egli ci verrà con l'oste adosso,

non potrà forse più tornarlo indietro:

ché rimarrà da noi sconfitto e morto.

Così parlò quel re feroce in vista,

ma dentro a l'alma travagliato e mesto;

onde il re d'arme ritornossi al grippo,

e tosto lo drizzò verso Durazzo.

Ma non era anco diece miglia in mare,

che da Brandizio sopravenne un messo

nativo Gotto, e nominato Alfano,

che disse avanti il re queste parole:

Signore, i' porto a voi novelle amare:

Brandizio è perso, e la figliuola vostra

co 'l suo marito son partiti quindi,

ed han seguito le nemiche insegne.

Poi ch'a Teodato la novella amara

fu manifesta interamente tutta,

divenne prima pallido nel volto,

e dentr'al petto gli tremava il cuore:

e poco stando, poscia si rinchiuse

ne la camera sua, traendo fuori

dal cuor profondo altissimi sospiri.