IL SETTIMO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Il vicimperador de l'occidente

avea cangiato sette volte il vallo

e sette volte ancor l'avea munito

con minor fossi e con minor ripari;

e poi lasciando Taranto, Altamura,

Canosa, Ascoli forte e la Tripalda,

che non aveano alcun presidio dentro,

l'ottavo giorno a Napoli pervenne:

e quivi s'alloggiò da quella parte

ond'il Sebeto va correndo al mare,

e munì il vallo suo con maggior cura

che fatto non avea quei giorni avanti.

Il che come fu noto a quei signori

che stavano al governo de la terra,

ebber gran doglia, e di comun parere

mandaron fuori Stefano Catoldo,

uom di gran senno e di valore immenso:

il qual sen venne avanti al capitano,

e la sua bocca in tai parole aperse:

Illustre capitan che sì gran stuolo

condotto avete intorno a queste mura

per oppugnarle e tuorci la cittade;

veramente ci par che abbiate torto

a farci danno alcun, perciò che mai

da noi non riceveste alcuna offesa.

Poi dentro avemo il gran pressidio Gotto,

ch'ha il fren in mano e la custodia insieme

de la cittade: onde non ci è permesso

dar questa terra a voi contra lor voglia.

Eglino ancor, quando sen venner quivi

per custodirla, dietro a sè lasciaro

ne le man del suo re le care mogli,

la robba, i figli: onde non posson darvi

questa città senza tradir se stessi.

Ma s'a dir lice apertamente il vero,

i' vi dirò, signor, quel ch'a me pare.

Il venir contra noi con tanta gente

non fu salubre ed ottimo consiglio:

ché devevate andar di lungo a Roma,

e presa quella, areste avuta ancora

la terra nostra senza alcun divieto;

ma se repulsi voi sarete quindi,

non vi crediate Napoli esser vostro,

che con gran forza fia da noi difeso.

E però il poner qui l'assedio intorno

altro non è che un discipare il tempo.

Così diss'egli, e Belisario il grande

con dolce aspetto a lui così rispose:

Se 'l venir qui con tanta gente a campo

è stato buono o pessimo consiglio,

non vuo' riporlo nel giudizio vostro:

ché l'util mio co i miei pensier misuro,

e non con quei de gli adversari nostri.

Ma voi devete ciò che noi volemo

ben ruminare, e prender quella parte

che fia salubre al vostr'almo paese:

perché noi siam venuti a liberarlo

da la superba servitù de' Gotti,

e tor l'Italia fuor de le lor mani.

Ma se voi bramerete il vostro male,

e per far strada a la ruina vostra

ci vorrete venir con l'arme contra,

ne sarà forza di trattarvi tutti

senza rispetto da mortai nimici.

Color che son da servitute oppressi

ed a combatter van per liberarsi

dal duro giogo che gli è posto al collo,

non possono aver poi se non diletto:

perché vincendo liberati sono

da la lor servitute, e se son vinti

hanno questo contento, ch'han seguito

contra lor voglia la peggior fortuna.

Ma quei che posson tòr la libertade

ed a combatter van per far più fermi

i duri nodi che gli sono intorno,

non possono acquistar se non dolore:

perché vincendo restano ancor servi,

ch'è il maggior mal ch'abbia il comercio umano;

e poi perdendo si ritruovan carchi

de le calamità che acquista il vinto.

Sì che pensate ciò che far volete;

e se vi piace darci la cittade,

io v'offerisco quell'istesso accordo

e quella libertà che fu donata

a la Sicilia, onde s'allegra tanto:

ed anco a i Gotti m'offerisco dare

perpetuo soldo, e se non voglion questo

mandarli salvi ne le lor cittadi.

Così gli disse Belisario il grande;

onde con tal risposta il buon Catoldo

tosto si ritornò dentr'a le mura,

e fece quella manifesta a tutti:

e tutti finalmente l'accettaro.

Dapoi fu posta prestamente in carte

quell'ampia libertà, quei patti onesti

che disïava Napoli gentile

di conseguir dal correttor del mondo;

e furon dati a Stefano Catoldo

per farli sottoscriver di sua mano

al vicimperador de l'occidente:

ond'ei si dipartì senza dimora,

e menò seco il vescovo Ricardo

col piuviale in dosso e con la mitra

gemmata in testa e col messale in mano,

per far giurar sovr'esso ogni promessa.

Ma giunti ne la piazza de i tribuni

smontaro in terra giù de i lor destrieri,

e Belisario se gli fece incontro,

avendo seco il buon conte d'Isaura,

e molto allegramente gli raccolse;

onde Catoldo a lui parlando disse:

Signore, ho detta la dimanda vostra

a la nostra città, ch'allegramente

l'accetta, e vi torrà dentr'a le mura;

ma prima ha scritto sopra questa carta

tutta la libertà, tutti quei patti

ch'aver disia dal correttor del mondo:

ed arà caro che di vostra mano

vi piaccia sottoscriverli e giurarli.

Così disse Catoldo, e poscia diede

la carta in mano al capitanio eccelso;

ed ei la lesse, e tolse poi la penna

e di sua propria man la sottoscrisse.

E dopo questo fé portar del vino

söave e dolce in una tazza d'oro,

e libò prima quel con le sue labbra,

e poi la diede a Stefano ed a gli altri;

d'indi pose la man sopra il messale

che gli avea porto il vescovo davante

e disse verso 'l ciel queste parole:

O suprema Cagion d'ogni cagione,

e tu che 'l tutto vedi e 'l tutto ascolti,

occhio del cielo, e voi fontane e fiumi,

sarete testimoni a questi patti:

che la città di Napoli promette

darsi a l'imperadore e a' suoi ministri,

ed io prometto lor da l'altra parte

franchigia e libertà, né volemo altro

che aver le porte e la famosa rocca.

Giurato ch'ebbe il capitanio eletto

da l'una parte, poi da l'altra ancora

Catoldo e quei di Napoli giuraro;

ond'alcun di color ch'eran presenti

disse: O Motore eterno de le stelle,

deh fa che quei che romperanno prima

queste promesse sian distrutti e morti,

e giacciano insepulti su la terra;

e le lor case e lor famiglie e donne

sian date in preda tutte a i lor nimici.

Così diceano; e 'l capitanio poi

chiamò Costanzo e 'l buon conte d'Isaura,

e disse lor queste parole tali:

Signori, e' sarà ben che andiate insieme

con questi ambasciadori entr'a la terra

a prendere il possesso de la rocca,

e far giurar la fedeltade a tutti.

Andate tosto, e non perdete tempo,

ché sempremai ne l'opre de la guerra

più la prestezza val che la virtute.

Così diss'egli, e quei signori allegri

s'apparecchiaron tosto ad ubidirlo.

Ma mentre si facean questi negozi,

il Re del ciel, che nel sublime Olimpo

se ne sedea tra le sustanze eterne,

tentar volendo il buon Sofronio, disse:

Sofronio, che ti par di questi patti?

Napoli sarà pur, come tu vedi,

libera e franca, e senza alcun oltraggio.

A cui rispose l'angelo in tal modo:

O Padre eterno, adunque voi volete

che la città di Napoli si resti

ne le delizie sue tutta summersa?

Saria pur buon che gli angeli nocivi

inducessero in lei qualche ruina

che di tante delizie la disgombre:

perciò che sempre le delizie sono

il seme e la cagion d'assai delitti.

Non fate, Signor mio, che le fatiche

tante ch'i' ho prese per sanar quei spirti

sian state vane, over gettate al vento.

Onde soggiunse il gran Motor del cielo:

Io son disposto far ciò che ti piace,

ché molto mi son cari i tuoi costumi.

Dapoi chiamò l'angel Latonio, e disse:

Or va, Latonio, a la città superba

che siede sopra il mar presso al Vesevo,

e fa ch'ella sia prima a fare oltraggio

a i buon romani, e non servar la fede,

acciò che tutto 'l ciel le sia nimico,

e del pregiurio suo riporti pena.

Questo diss'egli, e l'angelo discese

in quell'alta città come un baleno

che 'l bello aere seren fende e le nubi;

e presa poi l'effigie di Sincero,

uom di gran senno e di costumi eletti,

se n'andò ratto a ritrovar Pastore.

Questo Pastore era uom molto eloquente

ed atto a persuader ciò ch'e' voleva,

e molto favorìa la gente Gotta;

onde Latonio a lui parlando disse:

Gentil dottore, onor de l'età nostra,

come puoi tu patir che questa terra

sia tolta a i Gotti, e prenda altro signore?

Il che tosto sarà, se non si sturba

l'incominciato accordo. Adunque ratto

entra nel mezzo a l'adunata plebe

ch'attende la tornata di Catoldo;

e con la dotta ed eloquente lingua

dille quelle ragion che 'l ciel ti porge,

che la farai seguire il tuo volere:

e tanto acquisterai l'amor de i Gotti

e la grazia del popolo, che sempre

Partenope t'arà come signore.

Così disse Latonio, e quel leggiero

gli porse orecchie e fece il suo consiglio;

ed entrò in mezzo l'adunata gente

avendo il fido Asclepiodoro acanto,

e la sua bocca in tai parole aperse:

Io vedo, generosi miei fratelli,

che voi vi preparate a dar la terra

a Belisario, ed ingannar voi stessi:

e ciò v'induce a far ch'ei v'ha promesso

di mantenervi sempre in libertade.

Ma se prometter vi potesse ancora

d'aver vittoria certa contra i Gotti,

io già non vi direi che nol faccessi,

che 'l non far cosa grata a quei che sono

per dominarci è una sciocchezza espressa.

Ma se 'l fin de le guerre è sempre incerto

e non si truova alcun sopra la terra

che conosca il voler de la fortuna,

considerate a che periglio estremo

questo tal mutamento vi conduce:

ché se saranno vincitori i Gotti

vi tratteranno poi come nimici,

perché senza vedere un'arma ignuda

di propria volontà vi siete resi;

e se per caso Belisario vince

sempre vi guarderà come suspetti:

ché 'l tradimento al vincitor diletta,

ma poscia il traditor non gli è giocondo,

né s'assicura mai de la sua fede.

Ma se la terra serberemo a i Gotti

tolerando per essi ogni periglio,

quando aran vinto i lor nimici in guerra

ci faran molto bene, e ci aran cari,

come divoti sudditi e fedeli;

e se pur Belisario ancor vincesse

agevolmente ci darà perdono,

ché l'amor che si porta al suo signore

non si dee mai punir da quel che vince.

Oltre di questo, a che paura tanta

avete d'aspettar l'assedio intorno?

La terra è forte, e vettovaglia ha dentro;

e voi possete star ne' vostri alberghi

e lasciar gire i Gotti in su le mura,

che diffenderan con molto ardire.

Pensate ancor, se Belisario avesse

speme d'aver questa città per forza,

che fatto non v'aria sì larghi patti;

e se sperasse vincere in battaglia

il re de' Gotti, andrebbe a ritrovarlo

a la campagna, e non starebbe intorno

a le cittadi a consumare il tempo:

ché vinto il re guadagnarebbe il stato,

e le terre averia senza contrasto.

E poi, se noi si teneremo alquanto,

essi per forza converranno andarsi:

onde staremo con vittoria e laude.

Così parlò Pastore, e 'l popol tutto

già cominciava aver nuovi pensieri.

E come soglion far l'onde marine

dal suspirar di Zefiro commosse,

che lentamente si diffondon prima

nel mar, che sotto lor tutto s'annera:

da poi sopravenendo ancor Lebecchio

s'ergono mormorando, e intorno a i scogli

comincian vomitar la schiuma e l'alga;

tal fece allor quella commossa gente,

che parlò prima pianamente insieme

di ritener la signoria de' Gotti:

ma poscia andando il gran Latonio intorno

con l'onorata forma di Sincero

pregando or questo ed essortando or quello

a discostarsi in tutto da i romani:

fece che ognun correa con l'arme in dosso

verso la porta che scendea nel campo

per non lasciar che alcun venisse dentro:

ma già s'approssimava il fier Costanzo

e 'l savio Paulo e Stefano e Ricardo

co i nuovi patti e co 'l giurato accordo.

Da l'altro lato poi su la gran porta

de la città, che si chiudea con fretta,

Asclepiodoro era dinanzi a tutti

coperto d'arme, e con una asta in mano

parea superbo minaciare al mondo.

Come vide costor vicini al ponte,

disse cridando: Non venite avanti,

che non vi volem dar la terra nostra.

E detto questo, lasciò gir quell'asta

verso Costanzo, e non lo poté accorre,

ch'apena lo toccò nel braccio manco:

ben poscia accolse il vescovo Ricardo,

che gli era appresso, e gli traffisse il petto;

onde cadette in terra, e le sue membra

dormiro un lungo e dispietato sonno.

Allor Costanzo ritirossi indietro

con tutti gli altri, e poi così gli disse:

Ah scelerato can, s'io son ferito

non son già morto, e ne farò vendetta;

e faranne anco Iddio, ché avete ucciso

il sacerdote suo, ch'a noi mandaste:

e non mi partirò da questo assedio

ché la vostra città daremo in preda

a i nostri validissimi guerrieri;

e quel ribaldo che lanciò quell'asta

vedrò diviso in più di mille parti.

Questo diss'egli, e ritornossi al campo

con Paulo e gli altri che venian con lui,

accesi il petto di disdegno e d'ira.

Quindi n'andaro al capitanio eletto,

e raccontaro a lui tutto 'l disturbo

ch'erali occorso in quell'ampia cittade,

di che ne prese un dispiacere immenso;

e poi fece chiamar senza dimora

al solito consiglio ogni barone,

che tosto s'adunaro, ed ei gli disse:

Prudenti, valorosi, almi signori,

poi che fallita c'è tanta ventura

d'aver questa città senza periglio,

buono è tentar che la pigliam per forza:

e forse noi l'arem, perciò che è giunto

in questa notte il principe Aldigieri,

che la terrà da mar rinchiusa e stretta;

e molto tempo mai non può tenersi

città ch'abbia la terra e 'l mar rinchiuso.

Noi poneremo ancor per ogni porta

un capitanio con feroci genti,

ch'intrar non vi potrà pur un ucello;

e poi darenle acerrime battaglie,

né lascierenla prender mai riposo.

Ancor farò tagliar quell'acquedutto

che portavi entro la fredissim'acqua,

tal che di quella aran molto bisogno;

onde ho speranza che fra poco tempo,

parte dal ferro e parte da la fame

ed altre sue necessità costretta,

le converrà pigliar le nostre leggi.

Così diss'egli, e poi Bessan rispose:

Illustre capitan mastro di guerra,

se ben non spero che per forza d'arme

possiamo aver questa città munita,

né per assedio ancor, se non vi stiamo

con gran disconcio lungo tempo intorno,

pur lodo d'ambedue farne la pruova:

perché ciò che si tenta aver si puote,

e non si piglia ciò che s'abbandona.

Questa fu la risposta di Bessano;

e dopo quella il capitanio eccelso

lasciò il consiglio, e tutto il suo pensiero

volse a pigliar quella città per forza.

L'angel Palladio dopo il terzo giorno

apparve in sogno al sir dell'Ellenoponto

sotto la forma d'Albio suo cugino,

e disse lui queste parole tali:

Paucaro, se tu vòi ch'eternamente

resti il tuo nome e la tua gloria al mondo,

entra ne l'acquedutto, il qual portava

l'acqua a la terra pria che fosse guasto,

e nota bene il sasso e 'l suo pertugio;

poi dillo al capitanio de le genti,

che quindi prenderà questa cittade:

e tu sarai di ciò sempre lodato.

Così gli disse il messaggier del cielo,

e poi sparì come se fosse un'ombra.

Il cavalier di subito levossi,

et andò ratto a ritrovare il foro

de l'acquedutto dirrupato e guasto

che gli avea detto quel celeste messo;

poi v'entrò dentro, e vide la gran pietra:

e misurato ben tutto 'l pertugio

sen venne ratto a Belisario il grande,

e lieto gli narrò ciò che avea visto.

Belisario l'udì con gran diletto,

perché conobbe ben che quel forame

gli daria presa la città per forza;

e poscia disse a lui queste parole:

Gentil signor che per virtù del cielo

porgete sì gran lume a questa impresa,

non lascierò che voi per sì bell'opra

restiate senza il meritato onore:

perché l'onor nutrisce le virtuti.

Or voglio darvi alcune lime sorde,

onde allargar possiate quella bucca

tanto, che un uomo armato a scudo e lancia

agevolmente vi potesse entrare;

e fatto questo, narrerovvi il tutto

che arete a far ne la futura impresa.

Così gli disse Belisario il grande,

e Paucaro pigliò quelli instrumenti

e ritornò nel consüeto albergo.

Dapoi la notte intrò nel gran pertugio

ed essequì ciò che doveva farvi,

e riferillo al capitanio eletto:

il qual tenendo omai sicura e certa

la presa di Partenope, gli increbbe

veder andar sì bella terra a sacco;

onde fece chiamar per un trombetta

fuor de le mura Stefano Catoldo,

ed in tal modo a lui parlando disse:

Stefano mio, più volte aggio veduto

ispugnar terre e prenderle per forza,

e so ciò che suol farsi in simil casi:

perché i soldati, senza aver rispetto

alcuno a donne, a fanciullini o a vecchi,

fanno ogni cosa andare a fil di spada,

ed arden poi le desolate case;

né si posson frenar da i capitani.

Però conoscend'io che questi mali

in brieve tempo a Napoli saranno,

molto m'incresce de la sua ruina:

Napoli è pur fratel del mio terreno

nativo, e siegue pur la nostra fede,

onde vorrei ch'e' si svegliasse omai,

e conoscesse omai la sua salute.

Vedete quante machine e tormenti

qui sono, e quanta bella gente armata

che non si partiran da queste mura,

che piglieranle, e manderanle a terra:

poi poneranno la cittade a sacco,

a ferro, a foco ed a ruina e a sangue.

Adunque provedete a tanti mali,

mentre possete, e dateci la terra:

ché vi conserverem come fratelli.

Così diss'egli, e Stefano tornossi

dentr'a le mura, e spose al popol tutto

quella ambasciata con suspiri e pianti,

ma nulla fece: per ch'avean sì chiuse

l'orecchie e 'l cuor dal lor destino acerbo,

che non poteano udir la lor salute;

onde non gli rendero altra risposta.

Come fu nota al capitanio eccelso

tanta lor pertinacia, ebbe gran doglia:

poscia aspettò che tramontassi il sole,

e come giunse il terzo de la notte

comesse ad Aquilino ed a Traiano,

a Magno, ad Ennio, a Paucaro e Lucillo

ch'andasser con mill'altri cavalieri

per quella bucca dentro a la cittade:

e come fusser arrivati quivi,

toccar faccessen la sonora tromba,

che verria dentro il campo de i romani.

Così comesse il capitanio, ed essi

non udir già quelle parole indarno;

ma seguitando Paucaro n'andaro

per l'acquedutto dentr'a l'alte mura.

Poi, come furo al fin di quella cava,

videro il cielo, e ritrovorsi a punto

essere in mezzo la città nimica;

onde Aquillino disse al buon Traiano:

Traian, come faremo a uscirsi quinci,

che le spalle del muro son tropp'alte

ed evvi sopra un edificio grande?

Traian gli disse: Aspetta, io vuo' tentare

d'andarvi. E messe giù l'armi di dosso;

poscia aggrappossi con le mani e i piedi,

e tanto fece, che salì di sopra.

Quivi trovossi un dirrupato albergo,

ove abitava una vecchietta sola:

questa volse cridar, come lo vide,

ma quel baron di subito la prese,

e messe mano al suo brando affilato

minacciando di darle, ond'ella tacque.

Poi fece darsi a quei ch'eran di sotto

ne l'acquedutto una possente fune

ch'avean recata seco in quel forame;

ed attacolla al tronco d'una oliva,

onde saliron tutti ad uno ad uno

fuor de la cava, che parean formiche

che vadan su per un bel tronco enode

di verde pianta, con proposto fermo

di porre in preda i suoi maturi frutti.

Ma come fur saliti in quella casa

si dipartiro, e se n'andaro insieme

con passi lunghi sopra l'alte mura.

Quivi amazzaro Arnesto e Polifago,

che stavano per guardia in quella parte.

Arnesto, come udì venir costoro,

credeo che fosser qualche suoi compagni,

e disse ad Aquilin, ch'era il primiero:

Hai tu sentito, frate, che Bessano

ci promette buon soldo, se volemo

seguir l'imperio e abbandonar noi stessi?

E mentre il suo parlar verso Aquilino

drizzava, Aquilin tacque, e per risposta

lo ferì ne la gola: onde in un tempo

conobbe i suoi nimici e la sua morte.

Ma Polifago sonnacchioso e stanco

morì, ché Magno gli tagliò la testa:

poi ruïnaron giù di quelle mura.

Come dui faggi sopra un erto monte

tagliati dal boschier per farne borre

che cadden giù ne la profonda valle

donde si possan poi condurre a l'acqua

e fan d'intorno risonar le selve;

così quei Gotti se n'andaro a terra:

e feccion nel cader tanto rimbombo,

che tutte l'altre guardie si destaro.

Aquilin fece allor sonar la tromba

e dare il segno a Belisario il grande,

che stava sul destrier fuor de la terra

ed avea seco il resto de la gente:

e facea che Bessan parlava a i Gotti

promettendoli soldo, per tenerli

a bada, acciò che se per sorte fosse

fatto strepito alcun dentr'al gran foro,

che quella guardia nol potesse udire.

Come fu noto il segno de la tromba

al sommo capitan che l'aspettava,

si volse, e disse verso la sua gente:

Poniam le scale tosto a la muraglia,

ché 'l tempo è giunto d'acquistarsi onore

e da pigliar questa città per forza:

perché Aquilino e molti altri baroni

vi sono entrati con ingegno dentro,

e chiedenci sonando alcun soccorso.

Salite adunque su con molto ardire,

ch'io vuo' donare a quel che sarà il primo

a gir sopra le mura un bel corsiero,

oltra la consüeta sua corona;

ed al secondo un'armatura fina

fregiata intorno di lamette d'oro:

al terzo poi sarà donato un scudo.

Ancora acquisteran molta richezza,

perché averan quella cittade a sacco;

e nel divider l'onorata preda

saran sì ben riconosciuti i primi,

ch'assai si loderan del lor vantaggio.

Così diss'egli, e poi con gran prestezza

tutte le scale s'accostaro a i muri:

ma quelle si trovaro esser sì corte,

che poco poco trapassaro il mezzo

de l'alta e superbissima muraglia.

Però due ne fur perse, e fur legate

insieme forti, onde aggiungero a i merli;

poi tutti a pruova le salivan sopra.

Inanzi a gli altri era il cortese Achille,

e pose prima il piè su l'alto muro,

dapoi si volse a Belisario, e disse:

Illustre capitanio de le genti,

serbatemi il corsier, ch'io sono il primo

che sia salito sopra l'alte mura;

e poscia il buon Mundel sarà il secondo,

onde guadagnerà il secondo onore:

ché le sue mani son presso a i miei piedi.

Così parlava l'onorato Achille;

ma l'ardito Mundel non fu 'l secondo,

ch'apena fur quelle parole ditte,

ch'Eridano, che quivi era venuto

con molti Gotti, lasciò gire un'asta,

che aria passato Achil di banda in banda

e fattol gire anzi 'l suo tempo a morte,

se 'l buon Palladio per voler del Cielo

non faceva calar quel colpo a basso

e girli fra le coscie, ond'esso accolse

Mondel, che su salìa, ne la celada,

la cui finezza gli salvò la vita;

ma ben convenne ruïnar nel fosso,

e perder, lasso, il già sperato onore:

il quale ebbe Sertorio, ch'ivi appresso

salì sul muro per un'altra scala

e fu il secondo, e 'l bel Sindosio il terzo.

Mentre che si facean questi negozi

da quella porta ch'era ver levante,

il fiero Corsamonte, che mandato

da Belisario fu la sera inanzi

per assalir la parte appresso il mare,

avea passato la famosa grotta,

e s'era messo a campo a quella porta

che a man sinistra tien Castel da l'Uovo

ed ha la bella Mergilina avanti.

Or sendo qui con tutta la sua gente,

passate le due parti de la notte

sentì là dentro il suon de l'oricalco,

e ben conobbe l'ordinato segno;

però si mosse, e con prestezza e forza

prese una scala ed accostolla al muro,

e sopra vi salì con gran furore,

cridando: Or su fratelli, ognun mi siegua

che ha cuore in corpo ed animo virile.

Ma non era bisogno esto conforto,

però che a un tempo ne saliron tanti,

che pria ch'egli aggiungesse in su la cima

la debil scala si rompeo nel mezzo,

e tutti quanti ruïnaro a valle:

onde i Giudei, che stavano a la guardia

in quella parte, udirono il romore

nel fosso giù de la caduta gente,

e prestamente corsero in quel loco

e sopra lor gettor saete e sassi.

Ma Corsamonte intrepido e virile

si levò in piedi presto come un gatto,

e tosto fece darsi un'altra scala

ed accostolla un'altra volta al muro,

e sopra vi salì con molto ardire.

I Gotti ed i Giudei ch'erano a i merli

con sassi e fuoghi e saëttami e lance

gli furo adosso; ed ei col scudo in braccio

sempre si ricopriva, e con destrezza

faceva andar tutti i lor colpi al vento.

E tanto in su salì, che con la mano

s'apprese a un merlo, e poi vi pose i piedi.

Ma come fu sopra la gran muraglia,

incominciò menar la spada a cerco;

e ferì d'una punta Salimbeco

Gotto, ch'avea il governo di Crotone,

e netto lo passò dopo le spale:

quel cadde morto, e nel cader che fece

l'armi sue tutte gli sonaro intorno,

onde quegli altri Gotti ebber paura.

Ma Corsamonte poi non stette a bada,

e saltò giù del muro entr'a la terra.

Allor tutti i pagan, tutti i Giudei

ch'erano corsi in frotta in quella parte

gli furo intorno con cridori orrendi:

che gli tirava d'arco e chi di lancia,

e chi 'l feria di sasso e chi di dardo,

cercando a pruova ognun di darli morte.

Ei nulla teme: anzi col scudo in braccio

pien di saette, che parea una selva,

si cuopre, e dove va si fa far largo.

Come un gran sasso che da un monte spiombi

che spezza e manda a terra arbori e piante

e tutto quel che gl'impedisce il corso;

così facea quel buon guerrier con l'arme.

Or ecco avanti gli altri il gran Tebaldo

duca di Capua, uom di fortezza immensa,

ch'avea in governo tutti quanti i Gotti

che fur posti a la guardia del paese;

costui tenendo una gross'asta in mano

e minacciando a Corsamonte disse:

Ah cane, adesso è pur venuta l'ora

che morto rimarrai da le mie mani,

troppo bel fine a tua rabbiosa vita.

E detto questo, lasciò gir quell'asta

e colse Corsamonte ne l'elmetto

di sbrisso, onde n'uscir molte faville:

ma a lui non nocque, anzi passando avanti

si fisse in terra in mezzo de la strada.

Corsamonte dapoi se gli fé sotto

e lo toccò di punta ne la gola,

e disse: Or vedi chi di noi più tosto

porterà pena del fallace ardire.

E detto questo, il gran Tebaldo cadde

disteso in terra come un'alta pioppa

ch'un tempo si nutrì lungo la Brenta,

grossa di tronco e di superbi rami:

la quale il legnaiuol mandò per terra

con la sicure, e poi giacer lasciolla

sopra la riva del corrente fiume

fin che la sega la divida in asse;

tale il feroce duca allor si giacque.

Ma come la sua gente il vide morto

ebbe paura, e si ristrinse in uno;

e Corsamonte con la spada in mano

entrò fra lor, come se fosse vento

ch'entri nel mare e che commuova l'onde:

tal che gli volse prestamente in fuga.

Poi seguitando lor con molto ardire

sempre mandava gli ultimi a la morte:

e tanti n'uccidea, che 'l sangue sparso

facea sott'essi rosseggiar la terra.

Così sopra costor sfogava l'ira,

come leon famelico che truovi

pecore e capre assai senza pastore,

che sfuoga in esse le bramose voglie.

Tanto poi gli cacciò, che giunse in piazza:

allora apparve fuor la bella aurora

ch'avea le guanze di color di rose,

e fece vergognar la gente Gotta

d'esser da un sol guerrier fugata e vinta;

onde voltossi, e prese tanto ardire

che forse l'averian condotto al fine,

però che ador ador crescea la gente

fresca e bramosa di vederlo in terra;

se Aquilin, ch'era nel spuntar de l'alba

giunto a la porta, non avesse uccise

tutte le guardie e non l'avesse aperta

e colto dentro il campo de i romani:

il qual con cridi e con rumori immensi

dietro al grande Aquilino e al buon Traiano

correa per la città: come un torrente

cresciuto in alto per celeste pioggia

che volge mormorando arbori e sassi

tal che i ripari fa cadere e i ponti;

poi trappassando gli argini e le rive

si sparge fuor per le cresciute biade,

onde l'agricoltor si batte l'anca

vedendo gir le sue faticche a terra;

così la gente de i romani, intrata

novellamente dentro a l'alte mura,

giva ferendo et occidendo ognuno

senza guardar più giovani che vecchi,

e depredavan le infelici case

menando in servitù fanciulli e donne.

Né ben contenti de i privati alberghi

in mezzo i monasteri, in mezzo i templi

v'eran soldati, e con le spade ignude

davano morti, ed asportavan quindi

tutta la robba che v'avean riposta

quelle infelici e sfortunate genti,

e poscia ardeano i desolati tetti;

tal che la fiamma e 'l pianto de gli afflitti

e 'l strepito de l'arme e de i soldati

ch'ivan col fummo mescolati al cielo

arian mosso a pietà leoni e tigri.

Tra gli altri il fier Massenzo, essendo giunto

con molti fanti dietro in Santa Marta,

vide Rodolfo Vandalo ch'avea

le trezze in man d'una fanciulla onesta,

di tanta venustà, tanta bellezza,

ch'arebbe accesa ogni gelata mente;

questi la volea trar fuor de la chiesa,

ma la meschina lagrimando forte

si tenea con le mani ad uno altare

e, lassa, non volea partirsi quindi.

Com'ella vide il gran Massenzo armato

che aveva aspetto ed abito regale,

cridò: Signor, pigliatemi per serva,

non mi lasciate in sì feroci mani;

io son Messina, figlia di Salerno,

conte di Nola, che dimanda aiuto.

Allor Massenzo ebbe di lei pietate;

onde si volse, e disse a quel villano:

Lassa costei, se tu non vuoi la morte.

E perché a lasciar lei non fu sì presto,

gli dié d'un pugno armato in su la faccia,

che quattro denti gli cacciò di bocca;

et ei se dipartì con gran timore,

sputando in terra i sanguinosi denti.

Massenzo poi la prese per la mano

e, ragionando seco in un sacello,

s'accese sì d'amor, che le fé forza,

e quivi a mal suo grado la conobbe;

onde l'imago de la Donna eletta

per l'umana salute a quel delitto

voltò la faccia vergognosa indietro,

e fu dapoi cagion de la sua morte.

Da l'altra parte Corsamonte ardito,

ch'era di gente circondato intorno,

come udì 'l crido d'uomini e di trombe

pensò che fosse il campo entr'a la terra:

onde s'accrebbe in lui vigore e forza

e, pel contrario, a gli altri suoi nimici

un gelido tremor con quelle voci

corser per l'ossa e gli occupò le membra;

tal che si poser facilmente in fuga,

in fuga generata dal timore

e parturita poi da la paura:

al parto de la qual dié molto aiuto

la dura morte del crudele Erode.

Questi, venendo contra Corsamonte,

ferito fu da lui sopra la testa,

e quella gli divise insin al petto:

tal che cadeo con gran rumore al piano;

onde ciascun che vide il colpo orrendo

voltò le spalle, e via correndo andava,

perché così credean salvar la vita:

ma la perdero, che scontraro il campo

che 'l feroce Aquilin conducea dentro.

Costui parve un asperrimo leone

che si riscontre in un smarrito armento,

e gli entra in mezzo, e con l'ungia e col morso

sazia la fame sua de le lor membra:

cotal parve Aquilin fra quella gente,

onde mandolla tutta a fil di spada.

Poi Corsamonte, che si vide a canto

i suoi guerrier ch'eran venuti dentro,

gli pose tutti intorno a l'alta rocca

ov'era la ricchezza di Tebaldo

e l'oro ancor di tutti quanti e' Gotti

che 'n quell'alma città facean dimora.

Quivi ciascun s'affaticava a pruova

per entrarv'entro: e chi salia con scale

e chi con picchi lacerava i muri;

altri tentavan la serrata porta

aprir per forza o disserar con arte;

alcun vi fu di più sottile ingegno

che salì suso ov'eran le catene

e spiccò quelle, e fé callare il ponte.

I Gotti s'eran posti a le diffese

arditamente, e non cedeano punto:

anzi facean come sdegnose vespe

ch'hanno i lor nidi prossimi a le strade,

che, perché sian da gli uomini percosse,

lasciar non voglion le forate stanze,

ma fan di chi le offende aspra vendetta.

Come poi vide Corsamonte a basso

esser il ponte, prese una gran pietra,

la qual trovò giacer presso a la fossa,

rotonda e salda e di mirabil peso,

tanto che dui fachin de l'età nostra

a pena la porrian levar da terra

e porla sopra una carreta vota:

ma Corsamonte la portava solo,

che parea un pastor che porti un vello

di lana in man, che non gli aggrava il pondo;

e giunto di rimpetto a la gran porta

si fermò sopra i piedi, e poi la spinse

fuor de le man con un furor, che parve

fulgure ardente che dal ciel discenda:

e dié nel mezzo a quella porta, chiusa

con dui gran cadenazzi e due gran chiavi

che rotte fur da la percossa acerba

e dal voler de la divina Mente;

onde s'apperson le ferrate poste

stridendo sopra i cardini d'acciale,

e le asse sgangherate andaro in pezzi

che tocche fur da l'ostinata selce,

la qual poi si posò dentr'a la porta:

e fé la stada a Corsamonte il fiero,

che dietro vi saltò, come un leone

ch'entri di notte in una ricca mandra

quando truova la porta esser dischiusa.

L'arme sue fine gli splendeano intorno

e gli occhi suoi parean di fiamma viva;

dietro a costui v'entrò tutta la gente.

Come l'acqua del Po, quando s'ingrossa

per molta pioggia e liquefatta neve,

che rode intorno gli argini e le rive:

se poi ritruova un bucco, ivi si caccia

con gran furore, e si diffonde tosto

per le campagne, e i bei villaggi inonda

e mena via le pecore e gli armenti;

così faceano i Tartari, seguendo

l'amato lor signor che gli era inanzi.

Allor s'empier di gemiti e di pianto

e di tumulto le infelici stanze.

Stavan le afflitte e miserabil donne

fuor di se stesse, sbigottite e smorte;

e chi di lor traeva alti suspiri,

chi si battea le palmi e chi piangeva;

chi si stringeva i figlioletti al petto

e chi basciava le dorate porte

de i consüeti suoi diletti alberghi.

Ma i feroci soldati, avendo morti

prima color che si trovar con arme,

entravan dentro a le superbe stanze;

e chi spogliava l'onorate mense

e i ricchi letti e chi rompea le casse

traendo fuor le prezïose robbe,

le vaghe gemme e i belli argenti e gli ori,

e le portavan via con gran rapina;

altri menavan le infelici donne

per forza seco, e le fanciulle oneste

tollean di braccio a le dolenti madre

che le faceano compagnia col pianto.

Così chi da una parte e chi da un'altra

recava preda, e tutta quanta insieme

era condotta in un capace loco

sotto la fida guardia di Traiano

e del prudente Paulo e 'l giusto Arato.

In questo tempo l'onorato Achille

e Sertorio e Sindosio eran discesi

ultimi giù de le famose mura

con quelli pochi che gli avean seguiti:

ch'Eridano gli fé con la sua gente

restare a lor mal grado in quella parte,

però che posti avea cinquanta Gotti

contra ciascun de i cavalier romani;

e se non gli aiutava il luogo stretto

e la mirabil forza de i baroni

senz'alcun dubbio arian patito oltraggio.

Ma, combattendo ognun con molto ardire,

furon vittorïosi in su la fine,

perché Sertorio uccise Bugamante,

e netto gli tagliò la coscia destra:

onde convenne ruïnare a basso

con gran rumor come caduta torre.

Eridano ancor egli fu ferito

da Achille d'una punta sotto l'ala

che giunse al cuore, e lo distese in terra

come tagliata pianta che ruïni.

Allor si messe totalmente in fuga

la desolata gente, perché vide

la città presa, e saccheggiarsi tutta.

Ma i cortesi baron non la seguiro,

o per non imbruttare in sì vil sangue

le lor possenti e generose mani

o per pietà di quella alta ruina;

ma se n'andaro a Belisario il grande,

che si stava pensoso in su la piazza

e pochi avea de la sua gente intorno,

per ch'eran corsi tutti a la gran preda.

Ed e', ch'avea disio di poner fine

a la rapina ed a l'orribil morti,

come vide venir quei gran baroni

sciolse la lingua, e disse este parole:

Leggiadri cavalier, che siete albergo

d'ogni rara virtù, d'ogni costume

pietoso e santo che si truovi al mondo,

non vi sia grave andar per la cittade

ed aiutare i miseri innocenti

che son mandati indegnamente a morte.

Poi, per dar fine a questa orribil strage,

i' manderò con voi cinque trombetti

che chiamino a la piazza ogni soldato:

perché son tanto a la lor preda intenti,

che non verrian da sè, se non fien mossi

da le vostre accortissime parole.

Però non vi sia grave il porger mano

a questa bella ed onorevol opra.

Così diss'egli, e quei baroni accorti

subito se n'andar per la cittade,

ed or con parlar dolce, or con amaro

posero modo a quella orribil stragge,

facendo prima ne gli usati fodri

ripor le gravi e sanguinose spade;

poi dietro al suon de le canore trombe

ridursi tutti quanti ne la piazza.

Ma come furon ragunati quivi,

Belisario salì sopra un suggesto,

e sciolse la sua lingua in tai parole:

Gentil soldati e cavalieri adorni,

poi che 'l Motore eterno de le stelle

ci dà tanta vittoria e tanto onore,

che presa avemo una città per forza

che inespugnabil si tenea da tutti,

e' buon che noi con la clemenza nostra

ci mostriam degni del divino aiuto,

e non cerchiamo eradicare il seme

di questa afflitta e sfortunata gente.

Pensiamo ancor tra noi che non sta bene

con odio eterno vindicar le offese,

né per ingiurie trapassare il segno

de i buon soldati e de la guerra onesta.

Che sdegno aver debbiam contra costoro

che con tanto lor danno e tal ruina

si son condotti ne l'arbitrio nostro?

Poi la lor morte non fa male a i Gotti,

ma reca solo a noi vergogna e danno,

come al pastor la morte de gli armenti.

Però, fratelli miei, ponete freno

a tanto sangue e a tant'aspra ruina:

ch'egli è vergogna aver per forza vinto

molti nostri nimici, e noi lassarci

calcar da l'iracondia e dal disdegno.

Bastivi ben d'aver l'immensa robba

che avete tolta in quest'alma cittade,

senza volere ancor le donne e i figli:

ch'assai punita fia la lor mattezza

con la iattura di sì gran sustanze.

Poniamo adunque in libertà ciascuno,

e restin presi solamente i Gotti

ed i Giudei, co i lor figliuoli e mogli.

Così gli disse Belisario il grande:

e tuti quei soldati alzòr la fronte

affermando con gli occhi il suo sermone:

onde fatte venir le donne prese

subitamente e i pargoletti infanti,

fur date a i padri ed a i mariti loro,

che per letizia lagrimaron forte

e feccion lagrimar la gente intorno.

Ma dopo questo il capitanio eletto

andò per alloggiar dentr'a la rocca

e far divider l'onorata preda,

avendo fatto pria portare i morti

fuor di quei luoghi, e ben nettare il sangue

col stropicciar de le forate sponghe.

Il popol poi de la città dolente

ch'era rimaso vivo in quel furore

deliberò d'andare accolto insieme

a render grazie a Belisario il grande,

che procurato avea la lor salute;

quand'ecco venne Asclepiodoro audace

che fu disturbator del primo accordo,

e volea gire anch'ei tra quella gente

a visitare il capitanio eccelso.

Ma come quivi il buon Catoldo il vidde,

sdegnossi molto, e poi così gli disse:

Ah scelerato, che la patria nostra

hai posta in questa altissima ruina

per troppo amor che tu portavi a i Gotti,

ed or hai fronte d'apparer tra noi,

né sol tra noi, ma vuoi mostrarti a quello

che n'ha salvati, acciò che la tua vista

ci turbi e guasti ogni acquistato bene.

Vatti nascondi, va; ché non devresti

aver ardir di risguardare il sole,

sendo stato cagion di tante morti

e di tante ruine e tanti fuochi

ch'ardeno ancor queste infelici case.

Così disse Catoldo, a cui rispose

l'audace Asclepiodoro in questa forma:

Tu mi riprendi ch'i' abbia amato i Gotti,

ed io potrei riprenderti che gli abbi

ne i lor maggior bisogni abbandonati:

ché, chi abbandona il suo signor primiero,

non suol servar la fedeltade a l'altro.

Io che ho servato la mia fede al vinto,

ancora al vincitor sarò fedele,

ché l'animo fedel sempre è fedele:

ma quel che non è stabil di natura,

come sei tu, già mai non serva fede.

Così l'audace Aslepiodor dicea;

ma non sostenne l'iracondo Ermippo

tanta arroganza e tal parlare altero:

onde, guardando lui con gli occhi torti,

gli disse iratamente in questo modo:

Sfacciato ribaldon che ti rallegri,

come cred'io, de la ruina nostra,

tu sei pur la cagion di tutti i mali

che noi patimmo, tu pur fosti quello

che disturbasti il già concluso accordo.

Or vorresti guastar quest'altra pace,

ma non ti darà il ciel tanta possanza.

E detto questo, trasse fuor la spada

e d'una punta gli passò il costato;

dapoi Miseno gli tagliò la gola

e Fausto gli passò la poppa manca:

poi non fu di quel popolo pur uno

che no 'l ferisse, tal che fu tagliato

in poco d'ora in più di mille pezzi.

E fatto questo, se n'andaro insieme

a casa di Pastor, che fu il primiero

col suo parlar che disturbasse i patti:

onde volean per questo darli morte;

ma non poter, però ch'egli era estinto

al primo suon de la nimica tromba,

o fosse per disdegno o per paura

o per apoplesia che 'l sopraprese.

Ben tolsero così quel corpo essangue

e 'l poser sopra un eminente palo

per satisfare a gli occhi de gli offesi.

In questo tempo il buon Catoldo corse

a ritrovare il capitanio eccelso,

e prima gli narrò come fu morto

da l'empio sdegno de la irata plebe

quel che turbò la già conclusa pace;

poi gli chiese perdon di quello errore

che 'l popol fece per guistissim'ira.

A cui rispose Belisario il grande:

Catoldo mio d'ogni virtute adorno,

il popol vostro usar devea clemenza

ad altri, quando a sè l'avea trovata;

ma non di meno i' son molto contento

di perdonare a lui questo delitto,

per non negare a l'ottimo Catoldo

questa primiera grazia ch'e' dimanda.

Così diss'egli, e Stefano partissi

et andò lieto a riferire a gli altri

l'avuta grazia del commesso errore.

Dapoi Costanzo e 'l buon conte d'Isaura

e Bessano e Traiano e 'l giusto Arato,

ch'erano i divisor de la gran preda,

elessen prima un padiglion mirando

di veluto rosin contesto d'oro

con gemme inserte e con sì bei ricami,

ch'era gran meraviglia a riguardarlo:

questo fu già d'Onorio imperadore,

e poi pervenne a Teodorico il grande

e d'indi al superbissimo Tebaldo;

onde fu scelto fuor di tanta preda

per darlo in parte al capitanio loro.

Scelseno ancora dieci bei corsieri

e mille marche di finissim'oro

e la più bella e grazïosa donna,

che si trovasse allora esser nel mondo;

dapoi fu scelto al sir d'Elenoponto

un'altra bella donna e sei cavalli

e mille marche di polito argento,

come a colui che fu cagion primiera

che per quel foro la città si prese.

Poi fur dati ad Achille e a Corsamonte

eletti doni, et anco ad Aquilino

con tutti quei che ne la bucca entraro;

né fu lasciato alcun notabil atto

senza 'l suo guidardone, e l'altra preda

vendero i camerlinghi a suon di tromba.

Poi fu diviso il premio fra i soldati

per gli ordini equalmente, dando sempre

a tutti i capi lor qualche avantaggio.