IL SOGNO DI ROSETTA

By Giovanni Pascoli

Rosetta cuce ancora alla finestra,

cuce all'ultimo raggio

del sole, udendo conversar tra loro

con voci dolci e strane

le rondini straniere,

sue compagne dell'albe e delle sere,

sue sole casigliane

nella casetta in capo del villaggio.

E cuce, ché sull'alba di domani

convien ch'alla maestra

riporti il suo cucito,

perché domani è festa;

e tira via costure e soprammani

senza levar la testa dal lavoro.

E giù di fuori è il salutar contento

e il ristare e l'andare e venir lento

di gente che ha finito,

e il rombazzo e il garrito

da un capo all'altro della via maestra

di bimbi su e giù per il villaggio;

dove, all'ultimo raggio,

sol essa ormai lavora

e cuce e cuce ancora alla finestra.

Uno... due... tre:

spicca un salto, che tocca a te!

Lungo, o Sabato, voi siete!

Tutto il dì su quelle panche!

Vedevamo le comete,

le comete bianche bianche,

che s'alzavano da sé...

Compitavi sopra un ramo,

ce... ce... ce... canipaiola!

come noi che cantavamo

su le panche della scuola,

ci e ce, e ci e ce.

Tutto il giorno abbiamo detto

dentro noi, ma forte forte:

Deh! facciamo un po' a filetto!

deh! apriteci le porte,

novì novì novè...

Ora a niente si può fare,

ch'è già tardi e il sole cade,

e la lucciola già pare

sopra i grani, per le strade...

lucciola, lucciola, vieni a me!

Rosetta nella dolce ombra che cresce

con quel ronzìo canoro,

di gente e di monelli,

che s'allontana, più non le riesce

di tener gli occhi aperti e di vedere.

E pensa ed abbandona le due mani

stanche sui due ginocchi,

l'una con l'ago e l'altra col lavoro;

e pensa ad uno che da molte sere

passa, e si ferma e canta suoi stornelli;

e non pensa al domani,

non pensa alla maestra;

e vuol godersi avanti alla finestra

aperta un sonno, un cader giù soave

dell'anima e degli occhi

pensando appena, fin che suoni l'Ave-

maria, quando a quei tocchi

Rosetta per costume

serra, ed accende il lume.

Cuci e cuci, si fa sera.

Poverina chi non ha!

Ma il mio cuore vede e spera.

Spera e spera... si fa sera.

Gli vuo' bene, ma son fiera;

gli vuo' bene, e non lo sa.

Cuci e cuci, si fa sera.

Se son rose... è primavera;

se vuol bene, tornerà.

Don... Don... Don...

Ma convien che mi ricordi,

e che serri la finestra...

suona l'Ave... l'Or di

notte... Che me ne ricordi...

ch'egli passa e canta: Fior di...

di giunchiglia... no, ginestra...

Ch'io la serri e mi ricordi...

passa e canta: Cuor di... Cuor di...

apri apri la finestra...

E dorme già, tranquilla.

La falce della luna

in mezzo all'aria bruna ora sfavilla.

Ai gravi tocchi dell'Avemaria

ora è successo il doppio, un'allegria,

un tintinno, un sussurro,

un dondolar di tutto il cielo azzurro.

Rosetta dorme... ed esce dalla chiesa

tra quel festivo scampanìo che suona

per lei che s'abbandona

sul braccio del suo sposo e suo signore,

del gentil muratore

che sa tanti stornelli, e che l'ha presa.

Escono dalla chiesa

tra un odor di viole

gialle ed un grande abbarbagliar di sole.

Come sei bella così vestita!

il filugello fila per te!

Chi lo sapeva, cara mia vita,

che fossi il caro figlio del re?

Sempre era chiusa la tua finestra...

E tu passavi...

Dunque eri desta?

E tu cantavi, Fior di ginestra...

Sentivi?

Il suono d'ogni tua pesta!

Forse temevi...

Chi ama, teme.

Amavi...

Ed ora m'hai persuasa.

Non vedo l'ora d'essere insieme

nella mia... dico, tua, nostra casa!

Ci son colonne con le ghirlande

d'oro: in cucina tutti i suoi rami

lustri, puliti: sul letto grande

una coperta, rossa, a fiorami.

Specchi...

Lontana par già la chiesa...

Portiere...

Il doppio par già lontano...

E per cucire, sappi, t'ho presa

una... una bella macchina a mano.

E tira il vento, muove le foglie,

e l'aria sente di primavera...

Vorrei che in casa fossimo, o moglie...

Vorrei che fosse molto più sera...

E nella notte in tanto

già queta e dolce si solleva un canto,

ed entra a lei dalla finestra aperta;

ma ella s'è tirato

dietro il grave e soave uscio del sonno;

sì che l'ode velato,

così tra il sonno, come un'eco incerta:

S'è fatto sera.. s'è fatto tardi

Non odi il canto dell'usignolo?

Oh! quella siepe...! Lascia che guardi:

chi è che piange là solo solo?...

Ferito... Quante formiche nere!

È lui... N'è tutto nero... Chi fu?

Chi l'ha ferito? Voglio sapere!

tu? tu? ma dunque tu non sei tu...

Rosetta ha tanta pena

che si risveglia e... ode lo stornello

ch'egli ripete, perché nuovo e bello,

nella notte serena.

Io veglio e canto come l'usignolo

che su la siepe sta fino al mattino;

che canta e veglia solo solo solo,

ché teme esser ferito dallo spino:

veglia, che la formica non lo colga,

e teme che il vilucchio gli si avvolga:

veglia, che la formica non gli dia,

e canta, ahimè! per farsi compagnia.

E Rosetta si leva e con la mano

gli butta un bacio. Forse ella non crede

d'esser veduta, ed egli sì, la vede;

ché aperta è la finestra,

e si vede brillare

sui tetti e sui sentieri

e su la via maestra

la luna che fa lume volentieri,

fa lume a tanti marinai del mare...