IL TEMPIO ROMANO

By Emilio Praga

Ecco una landa solitaria e bella

come la speme di un morente. — Il cielo

è di un vivido azzurro e senza velo;

contadina che spigoli sul prato,

né carro appar nel piano interminato;

solo un tempio romano, ove facella

più di vestal da secoli non splende,

e ai sacrifici l'augure non scende,

innalza torvo su un letto d'ortiche

le sue colonne antiche. —

Le falangi dei Cimbri incatenati

qui passâr, dalle invitte alme imprecando

ai ferri e alla fatal legge del brando;

qui pregâr forse gli ultimi tribuni,

dalla vendetta dei barbari immuni,

tra l'arse insegne e i figli insanguinati,

i dolci lari — quando fiori al crine

degli amanti ponean donne latine,

e barcollava in mezzo all'orgie doma

la vetustà di Roma.

Or sulle basi e i capitelli immani,

e fra i deserti portici e le ogive,

l'edera stese le braccia, lascive

come le spose di Nerone: l'ali

del tempo e dell'oblio nei penetrali

infranser l'are dei possenti Mani,

e troveresti in mezzo ai sassi, a caso

frugando, forse di un olimpio il naso,

che greco artista sculse e dei circensi

fiutò votivi incensi...

Ma al tempio il danno e il nostro oblio che importa?

Gli idoli infranti, e fu l'oro rapito:

pur non svanì la santità del sito;

la beltà che dan gli anni alle rovine,

come raggio di un martire sul crine,

siede grande e severa alla sua porta,

e par che gridi fuor dagli archi neri,

se ne destano l'eco i passeggieri:

lunge, lunge dai ruderi romani

o progenie di nani!