IL VIGESIMOPRIMO LIBRO
L'eterno Re nel suo palazzo eterno,
che fabricolli il protettor di Lenno
fece chiamare il suo consiglio eterno:
e primamente se ne intraro in esso
le intelligenzie de le stelle erranti,
Saturno, Giove, Marte e 'l biondo Apollo
che sol governa il carro de la luce,
e poi Mercurio e Venere e Dïana
che ricevendo il lume dal fratello
col vario suo girar muove gli umori.
Furonvi ancora ed Orïone armato
e Cefeo e Cassiopeia ed Arianna,
Perseo, Chirone, Astrea con tutte l'altre
intelligenzie de le stelle fisse:
e parimente gli angeli del cielo
ch'hanno in custodia le fontane e i fiumi
e le azïon de le terrene genti
andaro in quello amplissimo consiglio.
Quivi il celeste Re, sedendo in mezzo
quelle sustanzie nobili ed eterne
sopra la sedia sua d'oro e di gemme,
e rivolgendo gli occhi eterni a Roma
ed a i gran valli de gli afflitti Gotti,
incominciò parlare in questa forma:
e ragionando lui quetossi il mondo,
tal che la terra immobili tenea
tutte le frondi, e gli animai selvaggi
non si vedeano andar per entro i boschi,
e 'l gran Nettuno avea l'onde tranquille,
e non ardiano in lor guizzare i pesci,
e l'aere senza nubi e senza venti
non era corso da volanti ucelli;
così quetossi al suo parlare il mondo,
ed E' sciolse la lingua in tai parole:
Udite il mio parlar, sustanze eterne,
e riponetel dentr'a i vostri petti,
ch'io vuo' scoprirvi il corso de la guerra
che ha da seguire intra i Romani e i Gotti:
acciò che voi sapendo il mio volere
lo seguitiate, e non gli siate adverse;
che s'alcuna di voi vorrà far opra
contra la voglia mia, le farò noto
con lor vrgogna il mio potere immenso.
Io voglio adunque che sian vinti e' Gotti
e sia posta l'Italia in libertade;
ben voglio pria che 'l gran signor de i Sciti
uccida Turrismondo, e dopo questo
vuo' ch'ancor egli in brieve sia tradito
e sia condotto indegnamente a morte
nel tuor di prigionia la bella donna,
perché tale è il destin sotto cui nacque.
Poi so ch'e' non faracci ancor gli onori
né i sacrifici che devrebbe farci
per la sua nobilissima vittoria,
e però gli apparecchio questa pena.
E voglio ancor che Belisario il grande
constringa a ritornarsi il re de' Gotti
con tutte le sue genti dentr'a Ravenna,
e poscia quivi combattendo il prenda
e lo meni prigion dentr'a Bisanzo:
onde l'Ausonia libera si resti
sotto tutella del romano impero;
e se poi le fia dato alcun disturbo
da i ribellanti Gotti, ancor fien vinti.
Così parlò il Motor de l'universo,
e dopo il suo parlar tremò la terra
e l'aere spinse fulguri e baleni;
onde l'angel Latonio a lui rispose:
Signor del ciel che governate il mondo
e reggete i negozi de i mortali
con tanta providenza e tanto senno
ch'alcun nostro intelletto non v'aggiunge;
ben sapiam noi, né mai ci fu nascosto,
che a Voi non si può far contrasto alcuno:
perché 'l vostro valor tanto è profondo,
ch'al par di quello il poter nostro è nulla.
Sì ch'io non credo che nessun di noi
sia per opporsi al Vostro alto volere
né con fatti contrari o con parole,
anzi tutti sarem per essequirlo:
e se altrimente pria si fosse fatto
per alcuna sustanzia de le nostre,
non fu per contraporsi a quel, ma solo
perché non c'era noto il grande abisso
del Vostro profondissimo consiglio.
Or che Vostra mercè l'ha discoperto,
lo seguirem, né partirènci punto
da i vostri efficaccissimi precetti.
Così disse Latonio, e 'l Re del cielo
sorrise, e poi rispose: Or così sia:
mandisi adunque per l'Eburnea Porta
un sogno falso a Turrismondo altero,
di tal maniera e di tal forza ch'egli
ardisca d'uscir fuori a la campagna
solo, e combatter contra Corsamonte;
e tu, Iunonio, prendine la cura.
L'angel Iunonio dal divin precetto
mosso, ridendo abbandonò l'Olimpo,
e passò Traccia e i suoi nivosi monti;
e sempre andando per le cime d'essi,
né toccando co i piè l'arida terra,
al fin discese in una valle ombrosa
ove è la casa de l'inerte Sonno,
ch'è fratel de la morte, e tolse quivi
l'Insonnio falso, e poi menollo a Roma
e nel steccato intrò di Turrismondo:
e poco inanzi a l'apparir de l'alba
pose l'Insonnio presso a la sua testa
che gli fé vaneggiar denanzi a gli occhi
molte figure nobili e diverse.
Esser pareali in un teatro grande
de la sua terra, ch'è press'al Timavo;
poi coronato di vittrice alloro
gli parea gire in un superbo tempio,
e quivi il patriarca per la mano
prenderlo, e dire a lui queste parole:
Signor, voi siete giunto a tanta gloria
quanta aver possa alcun di questa gente:
perciò che avendo Corsamonte ucciso
col tòrre Elpidia fuor de le sue mani,
penso che sia ben fatto a riposarvi
in questo luoco, ed offerirli ancora
la ghirlanda gentil ch'avete in testa.
Così gli disse quel fallace Sogno,
e poi partissi subito, ed andossi
a transtullar con le ozïose genti,
svegliossi Turrismondo, e con diletto
per la mente volgea quel dolce insogno:
e certo si credea di dar la morte
a Corsamonte in quell'istesso giorno;
sciocco, che non intese il senso oscuro
di quel parlar, né 'l suo riposo eterno.
Però si vestì d'arme e venne al vallo;
e trovò il re che stava entr'al consiglio
sopra i ripari a la Pretoria Porta
ed era nel suo cuor molto suspeso
per la percossa ch'ebbe e per le pruove
ch'avea vedute il dì di Corsamonte.
Ma poi che sparsi fur per tutti e' colli,
gli adorni raggi de l'arcier di Delo,
Corsamonte s'armò di lucide arme
e montò sopra il suo feroce Ircano;
e senza dir parola a l'altra gente
se n'uscì fuor per la Pinciana Porta
e solo se n'andò verso il gran vallo.
Il re de' Gotti, che venir lo vide,
non lo conobbe prima, e giudicollo
un uom che si fuggisse da i Romani
per voler militar sotto 'l su' impero:
ma come giunto fu presso a i ripari
fu conosciuto a le parole e a l'arme,
perciò che 'l duca alteramente disse:
O gente Gotta di fallaci inganni,
d'attender parca e di promesse larga:
poi ch'avete pigliata la mia donna
con tradimenti al tempo de la tregua
e non l'avete resa al forte Achille
secondo i patti che con lui giuraste,
io vi disfido tutti quanti a morte:
e voglio io solo mantenervi a tutti
che siete vili e mancator di fede.
Così parlò l'audace Corsamonte;
e 'l re de' Gotti e gli altri suoi baroni
tutti rimaser taciti e suspesi:
ma Turrismondo, che nel petto avea
quel alto insogno, al re si volse e disse:
Signore eccelso, io m'offerisco solo
combatter con costui da corpo a corpo:
e s'ei m'uccide, a voi starà la cura
de la vendetta, con quest'altra gente,
e far che del su' ardir porti la pena.
Io voglio adunque col mio proprio sangue
salvar la gloria de gli antichi nostri,
e più tosto morir che aver vergogna.
Così diss'egli, e poi montò a cavallo
e se n'andò velocemente al campo.
Vitige poi con tutta l'altra gente
armata se n'andò sopra i ripari
per veder quella asperrima battaglia
de i dui più forti cavalier del mondo;
e Turrismondo alor con l'elmo in testa
e con la forte lancia su la coscia
se n'andò appresso a Corsamonte, e disse:
Corsamonte,io son qui con l'arme indosso
per giostrar teco, e mantener l'onore
de i miei maggiori e del paese Gotto:
ma sarà ben che noi fermiamo i patti
prima, e giuriamo al Re de l'universo
che s'io ti manderò giostrando a terra
tu sarai mio prigion senza contrasto,
ed anch'io sarò tuo, se tu m'abbatti;
ma se ciascun di noi rimane in sella
combatterem con le taglienti spade:
e se da te sarò ferito o morto
prenderai l'arme mie, rendendo il corpo
a la famiglia mia per seppellirlo;
ch'anch'io farò di te questo medesmo.
E Corsamonte a lui con gli occhi torti:
Crudel baron, non mi parlar di patti,
avendo fatte a me sì gravi offese
e possedendo il ben che tu m'hai tolto:
ché non puon farsi accordi che sian fermi
tra l'agno e 'l lupo e tra il leone e l'omo,
ché l'odio che è tra lor mai non si estingue;
e così l'odio nostro non ricerca
patti né tregue, che sarìano indarno
se l'un di noi non cade in sul terreno
e non dona col sangue a l'altro gloria.
Sveglia pur dentr'al cuor la tua virtute,
ch'or ti farà bisogno esser gagliardo:
e spero di pagarti in questo giorno
de l'ingiurie ch'hai fatte a la mia donna
ed a i diletti miei fidi compagni.
Or prendi campo, e mostra il tuo valore.
Così diss'egli e volse il suo cavallo,
e Turrismondo poi fece il medesmo;
e dilungati alquanto, si voltaro
e vennersi a incontrar con l'aste basse:
ed ambi si colpiro in sommo a i scudi,
e feceno un rumor tanto profondo
che tutto il prato gli tremava intorno:
né fa sì gran rumor quando il Velino
cade da Pe' di Luco entr'a la Nera,
quantunque s'oda più di dieci miglia
i suo rimbombo, e cinque miglia intorno
si veggian scintillar le lucide acque:
tal fu l'orribil suon de i dui gran colpi
di quei possenti ed ottimi guerrieri;
e le scintille che n'usciron d'essi
si vider scintillar ne i sette colli
di Roma, e fuori in tutti sette i valli:
ma tal fu l'arte e la mirabil forza
di que' dui valentissimi signori,
che rupper tutti dui l'orribili aste
né si moveron punto de la sella,
come fusser murati entr'a gli arcioni.
Ma poi ch'ebber gettati i tronchi in terra
e messo mano a le taglienti spade,
s'andaro adosso, che parean leoni
irati con la schiuma intono i denti:
e Turrismondo pria tirò una punta
verso la testa del possente duca;
ma Corsamonte la parò col scudo,
tal che l'acuta punta de la spada
non potèo trappassar quel fino acciale:
ben lo segnò d'assai notabil segno.
Da l'altra parte il forte Corsamonte
gli tirò de la spada in ver la vista
de l'elmo, e Turrismondo per schivarla
s'abbassò presso al col del suo destriero:
onde 'l stocco gli andò sopra la testa
ed altro non toccò che l'aria e 'l vento.
Poscia il gran duca replicolli un colpo
per cacciarli la spada entr'a la gola,
ed egli ancor la riparò col scudo:
ma ben la spada furïosa entrando
dentr'a la lama si ficcò nel legno
e tutto lo passò vicino al braccio,
né però giunse a lui dentr'a la carne;
ben restò fitta nel possente scudo,
che per voler del ciel la tenne salda,
e Turrismondo lasciò girlo in terra:
tal che l'ardito duca, non potendo
ricovrar la sua spada, abbandonolla;
e 'l scudo che tenea nel braccio manco
trasse con tal furor verso 'l nimico,
che gli percosse il braccio destro, e félli
cader la spada sua sopra l'arena:
ond'ambi senza scudi e senza spade
rimasi s'abbracciarono a traverso;
e tirando l'un l'altro, Corsamonte
trasse 'l gran Turrismondo de la sella:
e, per non lo lasciar cadere al piano,
convenne anch'egli andar sopra l'arena:
che parve una grand'acquila ch'ha preso
un fiero drago, e nel levarlo in alto
l'empio se li aviticchia intorno a l'ali
con le volubil spire e con la coda,
tal che l'ucel di Dio rimane abbasso,
fin che con l'unge e con l'orribil becco
gli frange il capo e fallo andare a morte,
poi si ritorna glorïoso in alto;
cotal pareva il gran duca de i Sciti
quando cadèo con Turrismondo al piano.
Ma come giunto fu con lui su l'erba,
lo prese per la testa del cingiale
che portava ne l'elmo per cimiero:
e molto lo tirò per tragliel fuori
di capo e non poteo, ch'era legato
a la corazza con coreggie forti;
ma il buon angel Palladio alor sfibbiolle,
tal che, slegate, quel fortissimo elmo
senza molto tirar gli uscì di capo:
e Corsamonte poi lo prese in mano
e trar non lo poteo molto da lunge
da lui, perch'era in terra, ma gettollo
appresso il buon Ircan ch'ivi si stava
vicino al suo signor, senza partirsi.
E Turrismondo alor quando si vide
tratto l'elmo di testa, bestemiando
guardava il cielo, e nel suo cuor dicea:
O fallace destin, dove m'hai giunto
con sogni falsi e con speranze vane?
Fammi il peggio che puoi, ch'io ten dispriego.
E Corsamonte alor, volgendo gli occhi,
vide il suo brando ch'era ivi propinquo,
perché Palladio l'avea tratto fuori
di quel gran scudo, e posto in su l'arena:
il che vedendo il glorïoso duca
abbandonò il nimico, e saltò in piedi
e tolse in mano avidamente il brando;
e Turrismondo anch'ei levossi in piedi
e tolse l'elmo suo, ch'er'ivi a canto,
e con diletto se lo pose in testa.
E Corsamonte poi gli disse: Prendi
ancor la spada tua, ch'io son contento:
perché vuo' che finiam questa battaglia
a piedi, e senza alcun vantaggio d'arme;
ch'aver da te non voglio altro vantaggio
che quel valor che m'ha donato il Cielo.
Rispose Turrismondo: Io ti ringrazio
de l'alta cortesia ch'io veggio usarti,
e questa riporrò dentr'al mio petto,
ché la riposta grazia è un bel tesoro:
ma pur meglio saria l'empia battaglia
lasciar per oggi, e dipartirsi amici.
E Corsamonte a lui con gli occhi torti
rispose: Amici? Ah scelerato cane,
tu pensi ch'io mi scordi tante ingiurie
che tu m'hai fatte e fai? Deh come è vero
che l'ignoranza fa le menti audaci
e la ragion le fa dubbiose e lente.
Or l'ignoranza tua ti face ardito
dopo tanti dispregi e tante offese
che tu m'hai fatte a dimandar ch'io lasci
l'empia battaglia, e ti divenga amico.
S'io t'ho lasciato prender la tua spada
fu perch'io spero con maggior mia gloria
darti la morte e le tue pessim'opre
punire in questo dì con tua vergogna.
E così detto, gli tirò una punta
ne la vista de l'elmo, e Turrismondo
si ritirò con la persona indietro,
tal che non potè coglierlo a suo modo.
Ma Turrismondo anch'ei ne spinse un'altra
nel petto a Corsamonte, e non passolli
punto la sua finissima corazza.
Poi Corsamonte da disdegno ed ira
spinto guardava ben tutto 'l nimico,
e disïava pur d'accorlo in loco
che la percossa sua non fosse indarno:
onde vedendo che nel porsi l'elmo
s'avea lasciata un po' di carne ignuda
là dove il collo si congiunge al petto,
che è loco paratissimo a la morte,
se gli fé appresso, e poi cacciò la punta
quivi del stocco, e trappassolli il collo
sì fieramente ch'ei cadette in terra;
e Corsamonte alor così gli disse:
Tu se' pur giunto, Turrismondo, al fine
de la tua vita debole e caduca;
né ti pensasti mai ch'avendo presa
la donna mia nel tempo de la tregua
si devesse di questa averne cura,
né mi stimavi nulla, essendo altrove;
sciocco, pur ti dovea tornare a mente
che l'esser privo di colei che s'ama
tanto ci apporta più crudel dolore
quanto è più dolce il ben ch'indi s'aspetta;
e dovevi pensar com'io non era
da queste parti ancor tanto lontano
ch'io non potesse vindicar tal onta.
Or io son stato a te troppo vicino
poi ch'io t'ho morto; e le tue carne molli
saranno pasto d'avoltori e cani.
E Turrismondo, che la morte a i denti
avea, con umil voce a lui rispose:
Io vi priego, signor, per la vostr'alma,
per la vittorïosa vostra mano
e per color che v'han produtto al mondo
che non vogliate far che le mie membra
sian date a i cani e a gli affamati augelli:
bastivi la vittoria e 'l grande onore
d'aver mandato Turrismondo a morte;
e rendete il suo corpo a Baldimarca,
che possa collocarlo entr'a un sepulcro
che sia memoria de la gloria vostra:
e Dio farà che tutti i vostri amici
vi loderan di sì pietoso officio.
Così diss'egli, e Corsamonte a lui:
Ben so che non devrei muovermi punto
per le parole tue, vedendo ancora
restare in prigionia la mia consorte
che mi rubbasti in mezzo de la strada.
Ma pascer non mi vuo' di corpi estinti:
mori sicuro pur, ch'a le tue membra
non lascerò più far dispregio alcuno;
e renderansi a i tuoi quand'a lor piaccia.
Mentre poi volea farli ancor risposta
l'afflitto Turrismondo che morìa,
gli occhi suoi fur di tenebre coperti
e l'alma andò gemendo a l'altra vita.
Il gran duca di Scitia, avendo avuto
quella vittoria nobile ed immensa,
rimontò sopra il suo feroce Ircano
e s'aviò verso la gente gotta
che dolente piangea sopra i ripari
per l'empia morte di sì gran barone:
ma pur vedendol Vitige venire
verso il gran vallo, subito mandolli
contra seicento cavalieri eletti
sotto 'l governo del feroce Teio,
di Marzio, di Canducio e di Pitone;
e questi usciti in ordine quadrato
assaliro il baron, ch'avea già tolta
un'altra lancia sua nodosa in mano
che Filopisto gli portava dietro.
E primamente contra lui si mosse
il duca di Milan con l'asta bassa,
il duca di Milan, ch'era rimaso
il più forte baron ch'avesser Gotti
dopo l'acerbo fin di Turrismondo:
e Corsamonte con la lancia in resta
ver lui si mosse, e si colpir ne gli elmi,
onde molte faville andaro al cielo;
e come il ferro in una gran fucina
tolto dal fuoco e posto in su l'incude
quando è percosso a tempo da i martelli
sparge per tutto le faville ardenti;
così da i colpi de l'acute lancie
molte faville uscir de i lucid'elmi.
Ma Corsamonte per l'orribil colpo
di Teio non piegò la sua persona:
ben Teio alor per viva forza cadde
sopra il verde terren tutto stordito.
Appena Corsamonte era rivolto
con l'asta ricovrata in su la coscia,
che 'l fier Canducio con la sua chimera
che portava nel scudo per insegna
si mosse contra lui con l'asta bassa:
e Corsamonte contra lui si mosse
e gli passò con la feroce lancia
il petto, e lo mandò disteso al piano;
e Marzio dietro a lui mandò per terra
col colpo che lo colse in una tempia
e tutto lo stordì, ma non l'uccise.
Con quella lancia ancor ferì Prialto,
che l'attaccò nel scudo ov'eran posti
i tre denti d'argento per insegna
e tutto lo passò come una cera:
e penetrò sotto la poppa manca,
onde lo stese palpitando a l'erba;
e quel meschin volgendo gli occhi al cielo
sul duro ponto de l'orribil morte
si ricordò de l'Adige e di Trento.
Alor si pose quella gente in fuga,
e fuggendo n'andor vicini al vallo:
onde vedendo il perfido Pitone,
che da un sol cavaliero eran seguiti,
disse con voce disdegnosa ed alta:
Non avete vergogna, o gente gotta,
di fatti vile e di minaccie altera,
a fuggir tutta con sì gran paura
dinanzi a un cavalier che vi persiegue
solo, e non ha nessun de' suoi Romani
che lo possa veder, non che aiutarlo,
se non il paggio suo che gli va dietro?
E voi, che siete qui più di seicento,
in presenza del re da lui fuggite
come greggia d'agnelle inanzi al lupo.
Così diss'egli, ed impugnò la lancia
e spronò il suo caval contra 'l gran duca;
e tutta l'altra gente si rivolse
con lui per dar la morte a Corsamonte:
e Corsamonte anch'ei con l'asta bassa
contra Piton si mosse, e lo percosse
d'un sì feroce colpo ne la testa,
che l'elmo forte alor non lo difese,
ma l'empia lancia gli passò la fronte
ed acquetò 'l furor dentr'al cervello
e mandò l'ape sua; che per insegna
portava, a gustar fiori in su quel prato.
Ascaltro poi col giglio suo d'argento
volse gustare anch'ei l'aspre percosse
del fiero duca, ed ei lo stese al piano
con la sua lancia che passolli il petto.
Alor si pose un'altra volta in fuga
tutta la gente gotta, e 'l duca sempre
gli era a le spalle, e con l'orribil colpi
mandava tutti gli ultimi a la morte:
fin che s'ascose ognun dentr'al gran vallo,
e Teio e Marzio ancora entror con essi,
perché riposti fur sopra i destrieri
da i lor fedeli amici e da i compagni;
il che vedendo il re molto s'accese
di vergogna e di sdegno, e poscia disse
verso Aldibaldo suo queste parole:
Gran cosa è ch'un guerrier tanto n'offenda.
Io vuo' ch'andiamo fuor con tutto il stuolo
e che lo circondiam di gente armata,
tanto che questi ci pervenga in mano
o vivo o morto, e più non torni a Roma.
So ben ch'egli è vergogna a gir con tanti,
che cento millia e più farem con l'arme,
contra un baron che ci assalisce solo:
ma questa villania sarà coperta
da la vittoria di sì gran nimico
e da l'utilità, che quindi aremo:
perché la gente suol laudare il fine
de i gran negozi, e non guardare a i mezzi.
Così Vitige disse, e poi condusse
tutte le genti armate a la campagna:
con tanto furore e con tai cridi
usciron fuor, ch'arìa tremato il mondo,
sol Corsamonte senza alcun timore
gli aspettò tutti, che parea un leone
ch'è circondato da infinita gente
bramosa e vaga di mandarlo a morte:
ed ei camina lento e la dispregia,
ma quando qualche giovane con l'asta
lo fiede, si rivolge e con la bocca
aperta e con la schiuma intorno i denti
sveglia nel cuor la sua robusta forza
e con la coda si percote i fianchi
per incitarsi meglio a la battaglia;
dapoi si muove, e con orribil vista
sen va tra lor, fin che ne mandi a terra
alcuno, od ei sia morto al primo incontro;
così incitava Corsamonte il fiero
l'ira per assalir tutti quei Gotti.
Il primo che l'offese fu Finalto,
ch'avea la pastorella per insegna
e governava Fossambruno e Calli:
costui ferì ne l'elmo Corsamonte
con la nodosa lancia, e non piegollo
punto, che stette ritto in su l'arcione
come una torre che percuota il vento;
ma Corsamonte poi con l'asta fiera
l'accolse ne la gola, e lo distese
senza poter parlar sopra l'arena.
E dopo lui percosse Filadelfo,
ch'era figliuol del principe Boardo,
ch'è 'l più giust'uom ch'abbia la gente gotta;
e regge la citàà che inonda il Reno
prima ch'al grande Eridano s'aggiunga:
costui percosse alor sopra il belico
ove il nervoso stomaco s'asconde
e morto lo gettò fuor de l'arcione.
L'angel Palladio poi discese in Roma
e prese la figura di Rappallo,
ch'era fratel del padre d'Antonina
e governava lei come figliuola;
poi disse al capitanio este parole:
Signore eccelso e di virtù suprema,
mandate a dar soccorso a Corsamonte
che sol combatte con la gente gotta,
di cui n'ha forse centomillia intorno:
e benché egli abbia ucciso Turrismondo
e Canducio e Prialto e Filadelfo
con altri molti, e tutta via n'uccida;
pur se non mandarete a darli aiuto
senz'alcun dubbio non potrà durarvi,
quantunque egli abbia forza oltra misura,
che solamente a dar la morte a tanti
non vi porìa bastar braccio del mondo:
ma se sarete presto al suo soccorso,
voi caccierete i Gotti in questo giorno
di là dal Tebro con vittoria grande.
Com'udì questo, il capitanio eccelso
guardollo, e vide al caminar che fece
ed a le piante sue, che non toccaro
il suol, ch'egli era un messagier del cielo:
però disse a le genti ch'avea poste
in Campo Marzio per mandarle a fare
una battaglia grande co i nimici:
Andate, valorosi almi guerrieri
che siete il fior de le romane genti,
a dar soccorso a l'alto Corsamonte
che sol combatte con la gente gotta
ed ha mandato Turrismondo a morte
con parecchi altri principi e signori:
ma tanti se ne truova avere intorno
che senza aiuto non poria durarvi.
Itene adunque arditamente fuori,
ch'oltre che aiuterete quel guerriero
farete strada a la vittoria nostra.
Così diss'egli e quella armata gente
se n'uscì tosto fuor de la cittade
e se n'andò velocemente al campo
tutta sotto 'l governo di Bessano:
col quale andaro ancor Traiano e Olando
e Mundello e Longin, Sertorio e Ciro
ed altri molti principi romani
tutti a cavallo, e poi v'andaron dietro
due legïoni a piedi co i lor capi.
Il giunger di costor fu molto grato
a Corsamonte, e rallegrossi tutto,
come suol farsi dentr'ad una nave
che 'n mezzo 'l mar si sta priva di venti
e non ha speme di poter seguire,
senza il spirar di quelli, il suo vïaggio,
onde i nocchieri stan suspesi e mesti:
ma se un propizio vento ivi si scuopre
ognun s'allegra, e con l'enfiate vele
subitamente pongonsi in camino;
così ne l'apparir di tanto aiuto
lieto si spinse il duca entr'a i nimici:
e fece andar per terra Sinderico,
ch'era figliuol di Linteo e di Marulla,
Linteo, che poi morì dentr'al Piceno
e fu fratel carnal d'Amalaverga
madre del re, tal che 'l figliuol di lui
veniva ad esser suo fratel cugino;
questi morì per man di Corsamonte,
che gli cacciò la lancia in mezz'al petto,
e quella se n'uscì da l'altra parte
del corpo a punto in mezzo de le spalle.
In questo tempo aggiunse il fier Bessano,
e con la lancia sua percosse Osdeo
e tutto lo passò di banda in banda;
Mundello uccise Andargo e Frigiderno,
l'un con la lancia e l'altro con la spada:
Longino anch'ei facea mirabil pruove,
ch'uccise Bagliardino e poi Frodillo
e Gottifredo con l'orribil asta,
Gottifredo gentil, ch'era fratello
del sventurato Arbengo e di Bellambro,
a cui mandollo il buon conte di Egitto
a tenir compagnia presso a Plutone.
Ma Corsamonte, che pareva un drago,
tanti n'urtava e ne mandava a morte,
che di sangue correa tutto 'l terreno:
e tutti e' Gotti gli fuggiano avanti
come timide lepre avanti i cani;
e volendo fuggir dentr'a i lor valli,
l'ardito duca gli pigliò la volta
e non ve i lasciò gir senza contrasto.
Dapoi l'angel Iunonio avanti gli occhi
de i Gotti pose una tal nebbia oscura
che 'n due diverse parti gli divise:
la metà d'essi corse a Ponte Molle
dietro al lor re, ch'andava inanzi a tutti;
questa seguita fu dal fier Mundello
e da Longino e da molti altri duchi,
l'altra metà n'andò verso il Tevrone,
che chiamossi Anïene al tempo prisco:
questa seguita fu da Corsamonte
che ne facea meravigliosa strage;
tal che da tema e da paura spinta
ratto cacciossi ne le lucid'onde
di quel bel fiume, e con rumore immenso
facea le ripe risonare e l'acque:
e i Gotti poi coperti da le volte
del fiume, si vedeano e quinci e quindi
notar per esso verso l'altra ripa:
e qual locuste dal furor cacciate
del fuoco che s'accenda entr'a una stoppia
se ne vanno fuggendo verso il fiume:
ma quella fiamma impetüosa tanto èle stringe, che s'attuffano entr'a l'acque;
così per lo furor di Corsamonte
s'empìa quel fiume d'uomini e cavalli.
Poi quell'alto baron discese a piedi;
e senza lancia con la spada in mano
gli seguitava ognor per entro l'acque,
e tanti n'uccidea, ch'ivano al cielo
i gemiti e i suspiri, e l'onde vaghe
divenian tutte turbide e sanguigne.
E come i pesci in mar 'nanzi al delfino
fuggono dentro a le caverne e i porti
con gran timor, che san che fian presi
divorati saran senza dimora
da sì veloce e sì spietata fiera;
così quei Gotti s'ascondeano tutti
per le ripe del fiume e dentr'ai gorghi,
che sapean ben che quanti fosser colti
da Corsamonte, tutti arian la morte.
Al fin n'uscì fuor l'ardito duca
stanco di dar la morte a sì vil gente,
e prese l'asta sua ch'era appoggiata
ad un gran salce appresso il suo destriero:
e mentre che volea salir sovr'esso
gli venne avanti il giovane Bellano,
ch'era fratel del principe Aldibaldo;
onde affirmossi il duca e fra sé disse:
Fia ben che questi guste la percossa
del frassino ancor ei ch'io tengo in mano,
prima ch'i' ascenda sopra il mio destriero.
Alor Bellano a lui si fece appresso,
e l'asta gli toccò con la man manca
e con la destra gli abbracciava i piedi,
dicendo: Eccellentissimo signore
che siete il fior de i cavalier del mondo,
per quel perfetto amor che voi portate
a i vostri dilettissimi parenti,
a i vostri amici ed a la patria vostra,
non m'uccidete, e fatemi prigione:
ch'io mi riscoterò con molto argento.
Non sono ancor sei giorni interi ch'io
aggiunsi da Verona in queste parti;
e la mia sorte e 'l mio destino amaro
venir m'ha fatto ne le vostre mani:
da cui non penso di poter fuggire
se la pietà ch'è in voi non mi fa salvo.
Così disse Bellano, e Corsamonte
rispose umanamente: Io son contento
lasciarti vivo, e manderotti a Roma
al capitanio eccelso de le genti;
da poi lo diede in man de i suoi compagni
che lo menor prigion dentr'a le mura.
D'indi montò sopra il feroce Ircano
e s'incontrò col perfido Carnuto:
questi è fratel di Teio, ed ha in governo
il laco Lario e la città di Como;
ed è tanto crudel che spesso ha fatto
gli uomini vivi lacerare a i cani,
prendendo del lor mal tanto diletto
che superava ogni altro suo trastullo.
A questo appose il ferro entr'a la vista
de l'elmo, e penetrò ne l'occhio manco
e poscia trappassò da l'altra parte:
e fél cadere e morsicar l'arena.
Dopo quel colpo Corsamonte ardito
spronò il cavallo verso Ponte Molle,
là dove il fier Mundello e 'l fier Longino
e Bessano e Traiano e Olando e Ciro
con le lor genti avean seguiti i Gotti:
ma come i Gotti fur vicini al Tebro,
si volse Teio e Totila e Vernolfo
con molti altri baroni, e in retroguarda
si poser per dar tempo a i lor soldati
che potesser passar fuggendo il ponte;
ché 'l re de' Gotti avea la porta aperta
de la gran rocca, per salvar la gente:
e ne l'aprir di lei v'entrò la luce
che facea scorta a quei ch'erano in fuga.
Il che vedendo l'ottimo Longino,
che si trovava essere avanti a tutti,
ferì con la sua spada Carïato,
giovane bello e di costumi eletti
fratel di Rodorico e di Corillo,
e morto lo mandò sopra 'l terreno.
Alor Corillo e Rodorico e Teio
gli furo intorno, e Totila e Vernolfo,
e tutti quanti con le spade in mano
gli percoteano le fortissime arme:
che parean proprio una tempesta orrenda
che cada giù dal ciel senz'altra pioggia
sopra le case al tempo de l'estate
che rompe tutti e' vetri a le fenestre
e spezza ancor le tegole ne i tetti,
e piante e foglie e frutti a terra manda;
tali eran spesse le percosse acerbe
de i cinque feroccissimi guerrieri
sopra il forte Longin, che gli era in mezzo:
ed egli ora col scudo, or con la spada
si ricopria da quelli orribil colpi;
e poi tirò una punta al gran Vernolfo,
che gli era avanti, e gli passò la gola,
tal che lo fece andar giù del destriero,
a mal suo grado, e lo distese in terra.
Totila in quel tirolli una stoccata
dietro a le spalle, e gli passò la schena,
e dentro penetrò perfino al petto;
e 'l fiero Teio con un'altra punta
feroce gli passò la destra coscia,
e tanto penetrò, che 'l suo destriero
gli uccise sotto, e féllo andare al piano:
ma come fu caduto il buon Longino,
l'anima sua gli uscì fuor de le membra;
il che vedendo il giovane Corillo
smontò, che gli volea tagliar la testa
e portarla con lui di là dal fiume.
In questo aggiunse Corsamonte il fiero,
e tutti quei baron si dilungaro
quindi, e Corillo sol restovvi a piedi:
come quando talora entr'a un cortile
molti pollami sono intorno a un serpe
co i duri becchi, e l'han condotto a morte:
se 'l nibbio appare a lor con larghi voli
fuggono tutti, e 'l pollo ch'è più lento
rimanli in preda, onde 'l carpisce e mangia;
così Corillo, che trovossi appresso
Longino, e gli volea tagliar la testa,
rimase in preda a Corsamonte il grande:
il qual discese giù del buon Ircano
e lo toccò con l'asta nel costato,
di modo che lo stese in su 'l terreno;
poi con la spada sua tagliolli il capo
netto dal busto, e lo gettò nel Tebro.
E Rodorico e Totila fuggiro
dentr'a la rocca e chiusero la porta,
lasciando alcuni pochi ancor di fuori
che tutti morti fur da Corsamonte
e gettati con l'arme entr'al gran fiume.
Il forte duca poi volea tentare
di prender quella altissima fortezza,
ancor che per veder levato il ponte
gli paresse impossibile a pigliarla.
Alora il Re de la celeste corte
per far seguire il corso al suo destino
mandò dal ciel l'angel Palladio in terra,
il qual prese la forma di Bessano
e disse a Corsamonte este parole:
Signore eccelso e di valore immenso,
a me non par che sia da por fatica
in prender quest'altissima fortezza:
anzi devem lasciar fuggir i Gotti
a lor bel agio, poi che se ne vanno;
ché non si dee la fuga de i nimici
impedir mai, ma vuolsi agevolarla,
s'alor fosse uopo far ponti d'argento:
ché non si può veder più dolce vista
che le nimiche spalle in fuga volte.
Torniamo adunque a la città di Roma,
ché 'l sole è basso, e tosto fia sott'acqua:
e se stanotte partiransi i Gotti,
come mi rendo certo che faranno,
doman potremo aver questi altri luochi
con manco assai fatiche e manco morti.
Così parlò quell'angelo, e sparìo
dinanzi a gli occhi suoi come un baleno:
ond'ei conobbe chiaramente ch'egli
er'un de i messaggier del paradiso;
e senza più tentar quell'alta rocca
il duca e gli altri ritornaro in Roma:
e l'alegrezza di sì gran vittoria
fu temperata alquanto per la morte
del feroce Longin conte d'Egitto.
Il re de' Gotti oltra misura mesto
vedendo che i Romani eran partiti
dal fiume, e ch'apparia l'umida notte,
discese in terra giù del suo corsiero
e poi fece chiamare a i fidi araldi
tutti e' principi suoi dentr'al consiglio;
e come quivi ragunati foro,
ch'eran percossi da dolore amaro,
il re gemendo e suspirando molto
incominciò parlarli in questa forma:
Diletti amici miei, signori e duchi,
da poi che 'l Re del ciel ci è tanto adverso
che mi bisogna far nuovi pensieri,
pensiamo prima a la salute nostra:
ch'essendoci mancata la speranza
che 'l Signor di là su mi pose in cuore
di prender Roma e Belisario insieme,
e racquistare ancor l'Italia tutta;
penso che meglio sia ch'io torni in dietro
per la medesma via ch'io son venuto
e vi riduca salvi entr'a Ravenna:
se ben lasciato ho qui la maggior parte
di quelle genti ch'io menai con meco;
ché men male è perdendo perder parte
che mettere ogni cosa in gran ruina.
Quest'è forse il voler di quel Motore
a cui denno ubidir le cose umane,
perché a la forza sua non è riparo.
Partiànci adunque tutti in questa notte
et andiamo ad Otricoli, e poi quindi
ritorneremo ne i paesi nostri,
lasciando Roma a Belisario il grande
ed attendendo a conservare il resto.
Dietro al parlar del re ciascun rimase
tacito e muto, e pien d'alto dolore;
al fin rispose il duca di Trivigi
Totila, e mandò fuor queste parole:
Fate, summo signor, quel che vi piace,
ché tutti sarem pronti ad ubidirvi
co 'l cuor suspeso e l'animo dolente.
Pur non abbiate a sdegno perch'io sia
d'altro parere e di contraria voglia:
che se 'l Motor del ciel v'ha dato il scettro
sopra la gente gotta pur ci resta
ne i nostri petti libero il volere,
che non si muove mai se non dal bene
ch'è vero bene o che così gli paia.
Ognun conosce che questi aspri mali
fatti ci son da l'empio Corsamonte,
perché a la forza sua non è riparo:
ma s'ei fosse defunto, aver potremmo
qualche speranza di vittoria ancora.
Sapete pur quel che Burgenzo disse
quando ne le man vostre fu condotta
la bella pricipessa di Tarento,
ch'ei sperava per lei di darvi in brieve
o morto o preso Corsamonte il fiero.
Proviamo adunque pria questo dissegno,
ché m'offerisco anch'io porvi la vita
acciò che 'l suo sperar sortisca effetto:
cosa che ci daria la guerra vinta.
Così diss'egli, e tutti gli altri Gotti
lodaro ed admiraro il suo parlare:
onde Aldibaldo in piè levossi e disse:
Totila mio, come d'ardire e forza
tu vinci ogni baron de gli anni tuoi,
così gli avanzi ancor d'alto consiglio:
però posso affirmar che 'l tuo ricordo
riprender non si può per voce umana,
né se ne può trovare un che sia meglio;
né già lo lodo per desio di guerra,
ch'è ben senza fratelli e senza casa
e senza leggi quel che la disia:
ma questo dico sol per la salute
e per la gloria de la gente nostra,
perché perdendo Roma perderemo
l'Italia tutta, e non arem più luoco
da stare in vita libera e sicura.
Mandiamo adunque a tuor con buona scorta
Burgenzo, ed intendiamo il suo dissegno,
che forse ci darà sì fatto lume
che fia cagion de la vittoria nostra.
Il parlar d'Aldibaldo a tutti piacque,
onde Vitige re si volse a Teio
e disse: Teio, va dentr'al gran vallo
posto tra l'Asinaria e la Latina
ch'era in custodia del feroce Argalto
e mena cinquecento cavalieri
teco, per irvi con sicura scorta:
quivi truova Burgenzo, e fa 'l venire
subitamente a la presenza nostra
acciò che inteso bene il suo consiglio
si possa poi per noi porlo ad effetto.
Partissi Teio, e in poco spazio d'ora
ritornò quivi con Burgenzo seco:
a cui narrando il re tutto 'l bisogno
e ricercandol de la sua promessa,
gli disse accortamente este parole:
Signori, poi ch'io divenni vostro servo
di propria volontà, non penso ad altro
che di far beneficio a vostra altezza:
ché quel che non s'ingegna a satisfare
al suo signore, ha l'intelletto offeso.
Io spero tanto far con mie parole
e con l'ingegno mio, che Corsamonte
diman si troverà dentr'a la rocca
di Prima Porta, male armato e solo,
sperando trarre Elpidia di prigione.
Or quivi, al primo terzo de la notte,
fate che sia l'essercito parato,
ch'entrodurollo, e spero fare in modo
che senza dubbio Corsamonte arete
o morto o preso ne le vostre mani.
Ma pria bisogna in questa notte istessa
partirvi quinci, e gir con tutto 'l stuolo
di là da quella rocca, ad imboscarvi
in qualche occulto luoco ivi propinquo:
e fate star tutte le genti in arme,
acciò che com'io mostri una facella
si truovin pronte ed entrin ne la rocca,
la qual farò che troveranno aperta;
e queste sian divise in tre squadroni,
che se per caso il primo fosse rotto
dal supremo valor di Corsamonte
vi succeda il secondo, e a quello il terzo:
perché non potrà mai fuggir da tutti.
Ma per far che i Romani abbian per certo
il partir vostro, e che voi siate andato
con tutto quanto il stuol verso Ravenna,
arder farete i vostri sette valli,
e sol mi lascierete in un di quelli
legato in ceppi, ch'io farò vedervi
ciò che sa fare il mio sagace ingegno.
Così disse Burgenzo, e fu lodato
da tutti il suo consiglio, e preparorsi
a doverlo essequir senza dimora;
ed egli andò volando a Prima Porta,
ed ordinò gli inganni con Sarmento,
ch'era luogotenente d'Unigasto;
e poi tornossi al re con gran prestezza,
e fermo presuposto o di morire
o di condure il duca entr'al castello.