IL VIGESIMOQUARTO LIBRO
Poi che forniti fur tutti e' certami
fatti per onorar l'estinto duca
il vicimperador de l'occidente
invitò seco i vincitori a cena
e seco gli menò denr'al palazzo;
ma quando si volean poner a mensa
venne da Norsa il callido Narsete:
e smontato che fu dentr'al palazzo
salì le scale, e ritrovò ch'appunto
stavano tutti in piè per assettarsi,
onde lo vidder con diletto immenso:
e feccion dare a lui l'acqua a le mani
col ramin d'oro e col bacil d'argento,
e presso al capitanio l'assettaro.
Poi quivi sopra le tovaglie bianche
sparse di rose e d'odorati fiori
primieramente fu recato il pane
ben cotto e bianco e come spunga lieve
in bei piatti d'argento, e dopo quello
tra le prime latuche e i pomi estremi
fur poste varie qualità di carni
e varii pesci con pastizzi e torte
e con guazzetti ed ottimi sapori,
in cui tutti e' baron poser le mani
per satisfare a l'importuna fame;
ma poi ch'ella fu sciolta o rintuzzata
empier le tazze d'un liquor di Bacco
piccante e dolce, e di sì buon odore
e sì soave e dilicato al gusto,
ch'avanza quel di Candia e quel che nasce
unico al mondo in la Trissinca Selva,
onde con gran diletto ne gustaro.
Da poi levate le tovaglie e data
l'acqua a le man con limpidissim'onda,
l'eccelso capitanio de le genti
interrogò Narsete in questa forma:
Signore illustre e di suppremo ingegno,
non vi sia grave di narrar la causa
che da Vitellio dipartir v'ha fatto
e non andar con lui dentr'al Piceno:
e perché siete ritornato in Roma.
A cui rispose quel barone accorto:
Illustre capitanio, il cui valore
illustra Europa e fa tremare il mondo,
io vi dirò diffusamente il tutto,
poi che volete i miei consigli udire.
Quando noi fummo prossimi a Spoletti,
ci venner quattro ambasciador da Norsa
che ci parlaron con parole tali:
Signori eletti a rassettar l'Europa
e dar salute a tutti i suoi paesi,
a voi ci manda la città di Norsa,
ch'è nostra patria nobile ed antica,
a dimandarvi a i suoi bisogni aita.
Questa, come interviene a le cittadi,
si truova avere i cittadin divisi
e posti in arme in due diverse parti,
che l'una d'esse chiamansi i Dolosi
e l'altra si dimandano i Violenti;
e tutte queste tra ferite e sangue
dimoran sempre, e gli uni uccidon gli altri
talor con forza e spesso con inganni.
Or, perché dénsi con estrema cura
scacciar le sedizïon de le cittadi
più che non si dén far da i corpi umani
le febbri intense, putride ed acute,
però noi siam mandati a ritrovarvi
ed a pregarvi che vogliate darci
qualche rimedio a quest'orribil male
che mai non credo che sanar si possa
senza le vostre altissime presenze.
Dunque preghianvi che pigliar vi piaccia
questa fatica di venire a Norsa,
e risanar quella città divisa.
Così parlaro, ed io poi mi ristrinsi
secretamente con Vitellio nostro;
e consultato ciò ch'era da farsi
mi volsi a gli oratori, e così dissi:
Prudenti ambasciadori, il camin nostro
che destinato fu verso la Puglia
non si può trammutar, né far più lento,
per altra cosa che ci appaia avanti:
ma perché il vostro mal molto m'aggrava
lascerò andar Vitellio con la gente
ad essequir ciò che gli è stato imposto
dal vicimperador de l'occidente;
ed io, che posso dirmi sopra soma
di queste schiere sue, venirò vosco
con la famiglia mia, che non è molta,
e tenterò saldar le vostre piaghe:
perché l'unire una città divisa
è beneficio nobile ed immenso.
Così risposi, e la risposta nostra
mirabilmente a tutti lor fu grata,
come mostrar con atti e con parole.
Questo negozio adunque ci divise:
ond'ei prese il camin verso l'Abbruzzo
ed io men venni a l'onorata Norsa;
ove mi ricevér con tanta festa
quanta arian fatto un messaggier del Cielo,
dapoi feci chiamar per un araldo
Turranio e Polimecano lor capi,
l'un de i Violenti e l'altro de i Dolosi;
i quai vennero a noi senza dimora
con una compagnia superba e grande
di cittadini nobili ed illustri,
tutti senz'arme e con le toghe intorno;
ed io feci sederli, e poi gli dissi:
Signori adorni d'intelletto e forze,
non vi sia grave por prima da canto
le vostre passïon, mentre ch'io parlo:
perché la passïon l'ingegno offusca
e 'l giudizio impedisce e la prudenza.
So che siete tra voi venuti a l'arme
forse per causa debole e leggiera:
ché la sedizïon spesso si muove
da vil principio e da leggiere offese,
e primamente è pargoletta e bassa;
poi tanto s'aggrandisce e tanto s'alza,
che ci conduce a non pensato fine.
Considerate poi fra voi medesmi
che quel che dice o fa ciò che non debbe
agli altri, spesse volte ancor da gli altri
ode o patisce ciò che non vorrebbe.
Ponete adunque a le discordie vostre
qualche compenso, che 'l lasciarle andare
non vi può parturir se non ruina;
e voi sapete ancor che 'l stare uniti
conserva e fa richissime le terre,
sì come il star divisi le distrugge:
e che le case pargolette fansi
per la concordia glorïose ed alte,
sì come ancora le famose e grandi
per la discordia spesso si disfanno.
Piacciavi adunque di voler narrarmi
le vostre differenze a parte a parte,
perché mi sforzerò di rassettarle,
e con tal modo ristorar gli offesi
che non aran cagion da prender arme.
Così gli dissi, e poi così rispose
Polimecano a me con tai parole:
Signore illustre e di valore estremo,
Dio sa che mai da me non è mancato
d'usar quei buoni termini ed offici
ch'ogni buon cittadin dovrebbe usare,
e sempre con modestia e con ingegno
da le violenze lor mi son diffeso;
e benché in queste brighe un mio fratello
da lor mi fosse crudelmente ucciso,
di cui mi saria dolce la vendetta
(ché la vendetta ogni aspra ingiuria amonta),
pur io son pronto in voi ripormi, e fare
ciò che comanderà la vostra altezza.
Così quel Polimecano mi disse,
e poi parlò Turranio in questa forma:
L'astuto Polimecano si dole
che gli sia stato ucciso un suo fratello;
e non dice però che quello acerbo
fratel di lui, ch'avea nome Bolpino,
uccise a tradimento un mio nipote,
ch'era il più bel garzon, che fosse in Norsa,
nomato Lilio; e uccisel per invidia,
perciò che Amelia figlia di Rignano,
giovane bella e di richezza immensa,
l'amava e lo volea per suo marito:
onde mosso da invidia il mal Bolpino
l'uccise a tradimento in una strada;
e poscia i nostri con armata mano
il dì seguente lui mandaro a morte:
e dietro a questi dui molti altri ancora
da l'una e l'altra parte furo estinti.
Ma ben ch'io sia quel che fu prima offeso,
non vuo' però restar di pormi anch'io,
signore eccelso, ne le vostre mani,
e di essequire i vostri alti precetti.
Così diss'egli, ed io com'ebbi intesa
la volontà di tutte due le parti
comendai molto la prontezza loro;
e poscia attesi a maneggiar gli accordi
ed assettar tutte le offese e i danni
me' che si puote in così brieve tempo:
onde a la fin tra lor conclusi pace,
e la firmai con parentadi ed altre
cose opportune, e con minaccie e pene,
acciò che lungamente ella durasse;
e nel trattar di questa pace avea
l'alloggiamento in casa di Modesto,
ch'era un de i quattro ambasciador di Norsa
che vennerci a trovar presso a Spoleti.
Questi era molto nobile e prudente,
cortese e ricco e pratico del mondo;
onde, poi che la pace fu conchiusa
e dato pranso ad ambe due le parti,
parlai verso Modesto in questa forma:
Prudente cavaliero, or ch'io mi truovo
in queste parti, e col favor del Cielo
ho rassettate le discordie vostre,
ardo d'un incredibile desio
di visitar la vostra alma Sibilla,
antichissima d'anni e di prudenza:
da cui, per grazia a lei dal Ciel concessa,
si pòn saper tutte le cose umane
che son, che furo e che devran venire:
però sapere vorrei da quella il modo
che tener deggia in tutta la mia vita
e ne i difficil punti de le guerre.
Non vi sia grave adunque dirmi il luoco
ov'ella alberga, acciò ch'io possa andarvi.
Così gli dissi, ed egli a me rispose:
Signore illustre e di virtù suprema,
in questo nostro frigido paese
si truova un monte ch'ha nome Vittore
perché vince d'altezza ogni altro monte:
ne la cui sponda ch'è verso levante
si truova un lago le cui livide acque
son piene di demoni, e paion pesci
che van guizzando ognor tra quelle rive;
da l'altra sponda poi che guarda a l'Ostro
fra duoi suoi colli altissimi discorre
il Tronto e bagna Arquata, e poscia tinge
da l'una parte d'Ascoli le mura,
perché da l'altra il Castellan le riga,
prima ch'al vaso altrui congiunga l'acque.
Or sotto questo lago de i demoni
appresso a un luoco che si chiama Gallo
si truova la spelunca alta e profunda
de la nostra antichissima Sibilla,
a cui sogliono andar diverse genti;
ma non ho visto ritornarne alcuno,
se non un nostro cittadin divoto,
nomato Benedetto, uom d'alto ingegno,
che sul monte Cassino or si dimora,
e vive in vita solitaria e santa.
Questi di quei ch'andaro a la Sibilla
veduto ho solo ritornarsi in dietro:
e molto mi parlò di quel vïaggio
per esser mio domestico e parente;
dissemi alor che gli ottimi ricordi
d'una donna gentil, che gli fu scorta,
lo ricondusse fuor per una via
che non è molto cognita a le genti.
Però, signor, se voi vorrete andarli
vi narrerò quel che dovrette fare,
secondo i suoi santissimi precetti.
Così mi disse il provido Modesto,
ed io risposi a lui con tai parole:
Diletto ospite mio, molto m'aggrada
il consiglio gentil che voi mi date;
ditemi adunque il modo che vi disse
quel Benedetto santo acciò ch'io possa
ben essequir quest'alto mio disire:
che chi va ben instrutto a i gran negozi
suole essequirli ben, se non gli manca
o l'ingegno o la forza o la fortuna.
Così risposi, ed ei seguendo disse:
Sul lago de i dimon ch'io v'ho narrato
stanno due nimfe incantatrici, ch'hanno
su quelle ripe dilicati alberghi,
con bei giardini e limpide fontane.
La prima è d'anni giovane, e di faccia
molto lasciva, ed ha nome Margena;
questa con sguardi allegri e con accorte
maniere e con dolcissime parole
v'inviterà d'entrar ne le sue stanze:
ma se voi v'intrerete, al primo tratto
farà sedervi, e poneravvi a mensa
sopra una tavoletta di cipresso
polita e vaga, e dentro a un piatto d'oro
vi farà manducare una salata
di tenere erbe e di radici dolci;
ma ne la fine poi daravvi frutti
in un piatto di terra, tant'amari,
che vi farà parer quegli altri cibi
da voi gustati esser veleno acerbo:
e se vorrete andar con la sua scorta,
ch'ha nome Estesia, a la Sibilla antica,
arete gran fatica a ritrovarla;
e se la troverete, non sperate
più di tornare a riveder la luce,
ma resterete in quelle ampie caverne
sepulto vivo e senza gloria alcuna.
Ben vi consiglio, come voi giungete
dov'è quella Margena, di offerirle
un pane e un gotto d'acqua e tre castagne
ch'io vi preparerò da portar vosco;
né la guardate in viso quando fate
a lei sì fatta offerta, ma tenete
le luci vostre verso il cielo,
e partitevi poi senz'altro dirli;
ed andate a man destra per la riva
di quel profondo e paventoso lago,
non rivolgendo in dietro mai la vista
per cosa che v'appaia in quel vïaggio,
ché non potreste più passare avanti.
Ma quando voi sarete a l'altro capo
opposto al bel albergo di Margena,
quivi ritroverete una donzella
nominata Pedia, di gran bellezza,
senza lascivia alcuna e senza lisso,
ma veneranda e di ottimi costumi:
questa farà sedervi a la sua mensa,
fatta di legno di odorato cedro,
e farà manducarvi una salata
primieramente di radici amare,
che reccheravvi in un piatel d'argento:
ma ne la fine poi daravvi frutti
di scorza feruginea, ma sì dolci
e sì süavi e dilicati al gusto,
che condiranvi tutti gli altri cibi.
State pur con costei sicuramente,
ché poi daravvi una leggiadra scorta
che fia nomata Euloga, da condurvi
per buona strada a la Sibilla antica:
e quindi vi farà tornar sicuro
per una bucca presso a la Amatrice,
molto più chiara e nobile de l'altra.
Così disse Modesto, ed io risposi:
Prudente cavalier, questo consiglio
vostro mi piace sì, ch'io son disposto
senza pensarvi più porlo ad effetto.
Preparatemi adunque il pane e l'acqua
e le castagne ch'offerir conviemmi
a quella prima perigliosa maga,
ch'io voglio andar domane a ritrovarla,
e veder questa altissima ventura.
E così detto, come il giorno apparve
la seguente mattina, i' me n'andai
in compagnia de l'ottimo Modesto
a ritrovar le incantatrici al lago:
su la ripa del qual trovammo appunto
Margena, che pescava con un amo
d'oro e con esca di smeraldi e perle.
Alor Modesto disse: Questa è quella
Margena incantatrice ch'io v'ho detto;
non vi scordate i fidi miei precetti,
se vi volete liberar da lei
e gir sicuramente a la Sibilla.
Così disse, e sparì come un baleno
che 'l bello aere seren fende e le nubi,
e ritornossi a la città di Norsa
per mandare i cavalli e la famiglia
ad aspettarmi dentr'a la Amatrice.
La bella maga poi, levando il ciglio,
quando mi vide presso a quella riva
pose un demonio grande sopra il lito,
ch'avea pescato in forma d'una trotta;
e volta verso me, con bei sembianti
da far inamorare un cuor di sasso
mi venne contra, e poi così mi disse:
Ben venga il mio signor, che molto appreggio
per la sua fama, e molto onoro ed amo,
se ben con gli occhi pria non l'ho veduto.
Entrate signor mio, nel nostro albergo,
che col favor de la presenza vostra
fia sopra ogni altro glorïoso ed alto:
quivi potrete ristorar le membra
affaticate in questi orribil sassi
con cibi eletti e prezïosi vini,
e poi farò guidarvi a la Sibilla.
Questo diss'ella, ed io suspesi il piede,
mosso dal dolce suon de le parole,
e quasi fui per porlo entr'a la soglia:
ma tornandomi a mente i buon precetti
de l'ottimo Modesto, mi ritenni
e non risposi a lei, ma ben le posi
il pane e l'acqua e le castagne in mano,
guardando sempre mai verso le stelle;
ed ella le portò dentr'a l'albergo,
pensando di tornare a persuadermi.
Alor mi posi a gir con molta fretta
su per la riva de l'orribil lago,
sempre a man destra rimirando avanti:
né perché quel demonio ch'era trotta
si trammutasse in forma di sirena
e con süave canto mi chiamasse,
né per rumor ch'i' udisse entr'a quel lago
dietro le spalle mie da quei demoni,
mi rivolsi già mai fin ch'io non fui
a l'altro capo opposito a Margena.
Quivi picchiai con vergognosa fronte
a l'onorato albergo di Pedia,
e non senza fatica mi fu aperto:
ma come posi il piè dentr'a la soglia
del picciol uscio de la bella donna,
che si sedeva in mezzo al suo cortile
presso a una limpidissima fontana
fra le sue damigelle a far ricami,
quel fier demonio che mi correa dietro
in forma di sirena prese un salto
subitamente, e si gettò nel lago;
e poscia tramutossi in una anguilla
che se n'andò guizzando per quell'acque.
Quando la bella donna gli occhi volse
e vide ch'i' era giunto avanti lei,
mi risguardò con sì benigno aspetto,
e pien di maestà tanto miranda,
ch'io me gli ingenocchiai davanti i piedi
e dissi a lei con tremebunda voce:
Donna, se siete donna, ch'io non credo
che questa forma sia cosa mortale,
anzi la stimo angelica e divina,
non vi sia grave di piegar le orecchie
purgate e dotte a questi nostri prieghi
mossi da zelo e da disio d'onore.
Io son venuto a dimandarvi grazia
che m'insegniate la sicura strada
di poter pervenire a la Sibilla,
e poscia quindi a ritornarmi in dietro,
che non si fa senza divino aiuto.
Così le dissi, ed ella con la mano
mi sollevò da terra e mi rispose:
Signor che foste eternamente eletto
nel consiglio divin per torre il giogo
ultimo a Roma de la gente gotta
e farla andare a l'isola di Tule:
io son disposta far ciò che v'aggrada
e dare aiuto a sì mirabil opra:
sedete adunque a questa nostra mensa.
- e mostrommi una mensa ivi in un canto -
Perché, gustando le vivande nostre,
potrete starvi poi senz'altro cibo
ne l'alta grotta tutti quanti e' giorni
che star convienvi in quell'aspro vïaggio;
e manderò con voi questa donzella
nomata Euloga, che vi sarà scorta
a trappassar tutti i difficil passi
di quella acerba e perigliosa grotta:
poi conduravvi fuor per una strada
molto rimotta fino a la Amatrice.
Così diss'ella, e poi seder mi fece
a la sua bella tavola di cedro,
ove gustai quelle radici amare
postemi avanti in un piatel d'argento
che quasi tutto mi smagraro il gusto:
ma ne la fine poi recommi frutti
soavi e dolci e dilicati e saldi
che mi mandaro al cuor tanto ristauro,
che sarei stato agevolmente un anno,
non che tre giorni, in quella orribil buca
senza ricever più null'altro cibo.
Quindi, preso commiato da la nimfa,
dietro a i vestigi de la buona Euloga
in poco d'ora discendemmo in Gallo,
e poscia andammo presso a la caverna
che conduce la gente a la Sibilla:
e come fummo dentro da un pertugio
ch'era lungo, ed aperto in forma d'uovo,
primieramente vi trovammo un lago
mobile e chiaro, e non molto profondo.
Alor si volse a me la fida scorta
e disse: Signor mio, convien passarvi
al primo ingresso questo instabil lago
co i piedi ignudi e con le piante molli;
e converravvi star quatr'ore in esso
con estremo periglio de la vita,
pria che giunger possiate a l'altra ripa.
Alor, vi dirò il ver, ch'entr'al mio cuore
pentimmi assai d'esser condutto a questo
sì mal sicuro e necessario varco,
e venni in fronte scolorito e smorto;
il che vedendo la discreta Euloga
per man mi prese, e poi così mi disse:
Non dubitate no, signor mio caro,
di poter aver mal con la mia guida.
Vedete là quella fanciulla onesta
bella ed allegra e candida nel volto
che tien l'albergo suo sott'a quel Granchio
ed ha due corne in testa, e qunci q quindi
rivolta gli occhi, e mai non può star ferma:
quella è la nobilissima Selana,
imperatrice e donna de gli umori,
che si governan sol com'ella vuole;
e quando se ne va ne gli orizzonti
gli fa callare, e crescer quando arriva
a l'uno e a l'altro cuspide del cielo
che divideno a noi le notti e i giorni:
tal che quell'alma ch'esce fuor di vita
convien aspettar sempre che Selana
si truvi sopra l'un di questi cerchi
orizzontali, perché stando in mezzo
al cielo il biondo Apol non lascia uscirla
fuor de la siepe de gli edaci denti.
Questa Selana signoreggia il lago
che voi vedete: adunque andiamo ad ella,
che volentieri insegneracci il guado;
e la divinità del suo favore
ci guiderà sì ben per entr'a l'onde,
che le trapasserem senz'alcun danno.
Così diss'ella, onde con lei mi lossi;
e giunti che noi fummo, al suo conspetto
Euloga le parlò con tai parole:
Eterna imperatrice de gli umori,
questo baron che voi vedete meco
vorrebbe trappassare il vostro lago
per arrivare a la Sibilla antica:
e la buona Pedia mi manda seco
ad insegnarli i men cattivi passi
di queste vostre perigliose grotte,
ché così vuole il gran Mottor del cielo.
Insegnateci adunque, alta reina,
il più sicuro varco da passarlo,
e le quattr'ore che staremo in esso
non ci lasciate senza il vostro aiuto.
Così le disse Euloga, a cui rispose
la bella e gentilissima Selana:
Quivi a man destra è il più sicuro vado
di questo nostro periglioso lago;
ed ove un gorgo fia di latte bianco
presso a la prima scesa de la ripa,
passate quindi senz'alcun timore,
ch'io non vi mancherò d'onesto aiuto:
Così diss'ella, e subito n'andammo
al dissegnato luoco, e co i piè scalzi
mi posi entr'a quel late, e lo passai,
e d'indi l'acque: e 'n tutte le quattr'ore
ch'io stetti a trappassar l'instabili onde
non conobbi periglio né disturbo
ch'i' avesse intorno, e pur ve n'eran molti:
tant'avea l'alma debole ed ingombra
di pensier lievi e de ignoranza carchi.
Ma come giunto fui su l'altra ripa
trovammo un prato nobile, coperto
di tenere erbe e leggiadretti fiori:
alor mi disse la gentile Euloga:
In questo luoco avemo a star dieci ore,
perché una nimfa, ch'ha nome Ermodora,
ch'or co i figliuoi di Leda or con Astrea
tien la sua casa. ed è molto gentile,
di ingegno acuto e di parole accorte
e di man molto ingenïosa e destra,
ha questo prato tenerello in guarda.
Eccola starsi là fra molte ancelle,
l'una che insegna a por le lettre insieme
e l'altra a numerar fin a l'arena
la terza a l'armonia, parte di voci
parte di corde e flebili instrumenti;
la quarta è intenta a misurar la terra
e tutte l'altre superficie e corpi
quadrati e rombi e conici e ritondi;
la quinta a discoprir tutti i vïaggi
e i moti ingenïosi de le stelle;
la sesta a le dispute, e l'altra poi
insegna ad agitar diverse cause
in giudizii, in consulti e 'n lodar altri,
per far di sé maravigliar la gente.
Quell'altra insegna a governar se stesso
e quella le republiche e le case
e quella a specular metalli e piante
e la natura occulta de le cose
e quella a medicar le parti offese
o con prudenza mantenerle sane:
ed altre ad altre oneste ed utili arti.
Andiamo a star con lor queste dieci ore,
che le trappassere' con gran diletto.
Così mi disse la gentile Euloga,
onde mi posi a gir verso le nimfe.
Alor la cortesissima Ermodora
per man mi prese, e fecemi sedere
tra quelle damigelle in su quell'erba:
che ad una ad una ragionaron meco
sì belle cose e con parlar sì dolce,
che 'l tempo scorse ch'io non me n'avvidi,
né conobbi la luce de la luna
ch'era successa al lampeggiar del sole,
che penetravan dentro a quelle grotte
o per divin volere o per incanto
sì come soglion penetrar co i raggi
vetri o cristalli o limpidissime acque.
La buona Euloga alor mi disse: Andiamo,
che già la notte è sopra l'orizzonte
col primo passo suo ch'ell'erge al cielo.
Così da quelle nimfe si partimmo,
e giungemmo più avanti in un pratello
ch'era piantato d'odorati mirti,
ed era circondato intorno intorno
da un ruscelletto che con limpide acque
giva fuggendo per le tenere erbe.
Quivi trovammo la gentil Ciprina,
giovane vaga e di bellezze immense,
che la sua casa che governa il Tauro
in cui si essalta la celeste luna
avea lasciata, ed albergava in Libra:
eravi la gentil generatrice
con la divinità dell'Ellesponto,
v'eran le Grazie e i Giuochi e le Camene,
che tra lascivi balli e soni e canti,
conviti e nozze e vestimenti adorni
si stavan sempre con diletto e gioia.
Questa con tanta umanità ci accolse
quanta possa narrar terrestre lingua:
ma comprendendo che le sue donzelle
non m'aggradivan molto,e ch'i' era stanco,
disse: Menatel là, gentile Euloga,
presso a quel rivo, a riposarsi alquanto
fin che l'ora verrà da dipartirsi:
che in questo prato convien starsi ott'ore,
prima ch'e' possa trappassar più avanti.
Così n'andammo dentr'al bel pratello
che ci mostrò quella leggiadra nimfa,
e quivi si assidemmo in su la ripa
del fiumicello; e la discreta Euloga
del mio diporto ragionava sempre,
e disse: Acciò che vi sia nota meglio èla grotta tortüosa ove noi semo,
vuo' che sappiate primamente ch'ella
fu fabricata dal voler divino
in molte cose simile a la vita
che fan le genti sotto il vostro cielo:
le quai, come escon fuor del matern'alvo,
i quattro anni primieri de l'infanti
menan sotto tutela de la luna;
gli altri dieci che siegueno son dati
a la tutela di Mercurio, e sono
detti de la püerizia; ed i seguenti
otto dapoi da Venere son retti,
e son chiamati de gli adolescenti.
Quei de la gioventù, che son desnove,
son dedicati al bel occhio del cielo;
poi la virilità quindeci n'ave,
governati da Marte; e quei di Giove
dodeci sono, e son de la vecchiezza
e del consiglio stabile e maturo.
Gli altri anni, dopo quei, che 'l ciel conciede
son la decrepità, dati a Saturno
che s'assimiglia a questa alma Sibilla:
però, prima ch'a lei si possa andare,
passar conviensi il lago de gli infanti
e i prati di Ermodora e di Ciprina
e i campi di Eliodora e quei di Marzia
e quei di Giovia, e star tant'ore in essi
quanti son gli anni che si sta in tutela
de le lor stelle su ne l'altra vita.
In questo mezzo voi darete al sonno
l'afflitte membra vostre, fin che giunga
l'ora che 'l gallo suol predir col canto:
ch'ad Eliodora poi n'andremo insieme.
Così con quelle sue parole dolci
quivi m'addormentò la bella donna:
e, come tempo fu, dapoi svegliommi
e mi condusse a i campi d'Eliodora
ch'avea la casa sua sotto 'l Leone,
e se ne stava con le sue donzelle,
Edonia e Callia e Dossia ed Ippia ed Ebe,
gioiosa e lieta e fra pensieri eccelsi;
e come stato fui con esse loro
le desnove ore ch'io dovea starvi,
di cui me ne dormi' la quarta parte,
subitamente a Marzia me n'andai,
ch'avea le case sue molto dilette
or sotto 'l Scorpio ed or sotto 'l Montone,
in cui s'essalta il bel occhio del cielo.
Quivi mi stetti quindeci ore, e sempre
parlai con Filocrema e Stratigea,
di cui serbai nel cuor molti precetti;
e riposato alquanto anco in quel prato
menommi a star con Giovia, che ha l'albergo
ora nel Sagittario ed or ne i Pesci.
Questa di gentilezza e di bontate,
di fede, di bellezza e di giustizia
vincea tutte le nimfe di quel luoco;
quivi mi ragionai con Callibula
e con Sinesia quelle dodeci ore
ch'io stetti seco, e poi partito quindi
se ne venimmo a la Sibilla antica,
ch'avea l'albergo sotto 'l Capricorno
e sotto quel pastor che fonde l'acque.
Come fui giunto avanti a quella diva,
ch'era di tanta reverenza in vista
quant'esser possa mai cosa del mondo,
ratto me ingenocchiai davanti a lei;
ond'ella, che conobbe il mio timore,
cominciò ragionar sì dolcemente
ch'ogni paura mi scacciò da l'alma:
poi sollevommi con la mano, e disse:
Altissimo baron, quanto m'allegro
vedervi in questo mio rimoto albergo,
considerando quella immensa gloria
che v'apparecchia il Re de l'universo,
ch'a Belisario fia molto propinqua!
Ei sarà il primo a dibellare i Gotti
e porre in libertà l'Italia afflitta,
e voi sarete il prossimo e 'l secondo.
Così mi disse la Sibilla, ed io
riconfortato da le sue parole
incominciai parlarli in questa forma:
Donna eccellente, e di saper tant'alto
ch'a la profondità del vostro senno
non può mai penetrar pensiero umano;
poi che m'alzate il cuore a tanta speme
non vi sia grave ancor farmi palese
quel ch'abbia ad avenire in questa guerra,
acciò ch'io sappia governarmi in essa;
e dirmi come andrà l'imperio, e quale
sarà la nobiltà che Italia onori.
Così le dissi, ed ella mi rispose:
Signor, questo non è sì agevol cosa
come si sta ne la credenza vostra;
pur sforzerommi d'essequirla in parte
secondo le mie forze e 'l mio valore.
Quando Giovia si viene a star con meco
ne la primiera parte del Montone,
che novecento e sessant'anni stassi
prima che si ritorni un'altra volta
al medesimo punto ov'era alora,
alora io faccio a certi miei ministri
dipinger molte spazïose sale
de la mia casa con novelle istorie,
che mostran quel che dee venire al mondo:
perché il corso del cielo e la vecchiezza
e 'l tempo ingannator corroden sempre
co i denti de la età tutte le cose
e le conducon lentamente a morte;
ma come sono pervenute al fine
i tempo in tempo ne risorgon altre.
e però se voremo andare in queste
sale, mi sforzerò mostrarvi molte
di quelle cose che richieste avete.
Dopo questa risposta, mi condusse
in una sala spazïosa e grande
dipinta d'oro e di sì bei colori
che le figure sue parean di carne.
Questa è, disse,la sala de le guerre.
Quello è il gran Belisario, che conduce
preso dentr'a Bisanzo il re de' Gotti
e dàllo in man del correttor del mondo
con tutti quelli amplissimi tesori
che ritrovati arà dentr'a Ravenna;
quella è la bella Amata, che è mogliera
di Vitige, e da poi che fia defunto
prenderà per marito il buon Germano,
degno nipote del signor del mondo.
Quella è la gente gotta, che ribella
al grande imperio, e Totila suo rege
afflige Italia e falli immensi danni:
e voi lo romperete appresso il colle
ove ruppe i francesi il buon Camillo,
e quivi in Caprea fia sepulto e morto:
a cui succede Teio, e nel Vesevo
l'ucciderete, e spingerete i Gotti
fuor de l'Italia a l'isola di Tule.
Dapoi ne l'anno da che nacque Cristo
cinquecento e cinquanta e cinque ed uno
quasi nel mezzo del fiorito aprile
venirà a morte Belisario il grande,
e sepelito fia dentr'a Bisanzo
con molta gloria ed onorevol pompa;
e parimente in quel medesimo anno,
quando novembre arà forniti gl'Idi,
morirà il sommo imperador del mondo,
e nel suo luoco sederà Giustino
con la bella Sofia ch'or'è sua moglie.
Questi vorrà di Italia rivocarvi,
e quella donna con parole indegne
de la vostra virtù farà sdegnarvi
e chiamar ne la Italia i Longobardi:
ma voi pentito poi di tanto errore
e confirmato al pristino governo
di Roma, gli farete star lontani
da i confini d'Italia infin che l'alma
vostra starà ne le terrene membra:
ma quando il cielo a sé l'abbia chiamata
ritorneranvi,e senza alcun contrasto
si piglieran l'Italia intorno al Pado:
e 'l lor seggio regal sarà in Pavia
cento e cent'anni e più, fin che quel grande
re de la Francia Desiderio prenda
e solva il lor mal acquistato impero.
Poi, vindicati i danni de la chiesa,
aràci il fior d'Italia, che dapoi
dividerassi in Gibellini e Guelfi
ed empierassi di discordie e sangue,
tanto che i stridi andran fino a le stelle.
Il grande imperio poi ne l'Orïente
quando fia molto lacerato e manco
de le sue membra, e debole ed infermo,
ne gli anni de la vostra alma salute
dui con cinquanta e quattrocento e mille
sarà destrutto per le man de' Turchi,
e l'infelice Constantin fia morto,
ultimo imperador, dentr'a Bisanzo.
Poi la casa Otomana arà il domìno
di tutta l'Asia, e parte de l'Europa:
la casa felicissima Otomana
di successori e di richezze immense,
ma poco amica a i studi de le Muse;
onde i lor fatti da i preclari ingegni
non saran molto celebrati e chiari.
Così parlava l'ottima Sibilla,
e dopo questo riguardommi e disse:
Deh lasciam star le guerre ora da canto:
entriam ne l'altre spazïose sale,
ove vedrete le famose case
ch'han dati spirti generosi al mondo.
Vedete quanti imperadori e regi
e duchi eccellentissimi daranvi
le case di Sassonia e di Baviera
e quella d'Austria, che le vice tutte,
con la sua Lucimborga e la Aragona,
l'Aragona gentil che 'l grande Alfonso
manderà ne la Italia a ristorarla:
questi sarà sì liberale e giusto
che fia l'essempio a tutti gli altri regi
da governare in pace i stati loro.
Di lui fia Ferdinando e un altro Alfonso,
un altro Ferdinando e un Federico,
gentile e giusto ed amator di pace.
Ma questo al fin morrà privo del regno,
del regno constituto da i Normani;
e poscia da la casa de i Svevi
possederassi, de i Normani erede:
perché Costanza uscirà fuor del chiostro
presso che vecchia, e pur arà un figliuolo
che sarà il fior de i principi del mondo.
Il regno poi di Napoli e di Puglia
dopo i Svevi, andarà in man di Carlo,
duca d'Angiò, fratel d'un re di Francia:
e quivi rimarrà di tempo in tempo
fin che pervenga a gli ottimi Aragoni
ch'io v'ho nomati, insino a Federico;
ma dopo Federico un Ferdinando,
che fia re di Aragona e di Castiglia,
cacciati i Mori fuor de la Granata
col suo Consalvo capitanio eccelso
torrà quel regno da le man di Francia,
ch'acquistato n'avea la maggior parte,
e reggerallo con prudenzia molta:
poi lascerallo in mano a Carlo Quinto,
nipote e successor d'ogni suo regno,
a Carlo imperador, che con gran forza
cercherà sempre opporsi a gli Ottomani;
ma prima espedirà l'impresa santa
contra i Germani eretici e ribelli
de la fede di Cristo e de l'impero.
Questi tutti faranno una gran lega
di tante terre e popoli e signori,
che sarà cosa orribile a vederli:
che tutti quanti da l'Oceano a l'Alpi
saran vestiti d'arme, per spogliare
del sacro imperio il correttor del mondo,
che fia sopra il Danubio con le squadre
de l'Austria e de l'Italia e de la Spagna
per aspettere il buon conte di Bura
che sen venìa con le Fiaminghe genti:
e già con quelle arà passato il Reno
quando eccoti apparir con gran furore
il fier Langravio e 'l duca di Sassogna
con altri molti capitani illustri,
che seco aran quella infinita gente
de la lega smalcadica ch'io dissi,
tutta coperta di brunito acciale;
e tante artelarie, tante bombarde
faran sparare a un tempo, che la terra
tremar vedrassi ed oscurarsi il sole.
Da l'altra parte il correttor del mondo
sopra il suo ferocissimo corsiero
starassi armato intrepido e virile,
e darà cuore a tutte le sue squadre,
smarrite alquanto da le ardenti pale
che fulguravan quei nimici orrendi
più spesse assai che grandine che caschi
giù da le nubi con terribil vento.
Quivi farà munir il suo gran vallo
quello ardito signor senza aver tema
de le bombarde che fioccavan sempre;
ma come poi l'avran munito tanto
che sia riparo a quelli orribil colpi,
a sé chiamando l'ottimo Granvela
e 'l suo figliuolo Episcopo di Arasso,
uomini grandi e di consiglio eletto
che le cose del mondo hanno in governo,
consulterà con lor tutto 'l negozio:
dapoi col duca d'Alba ed altri molti
principi degni e capitani eccelsi
conchiuderassi uscir fuor del steccato
e fare il fatto d'arme co i nimici,
se ben avran disavantagio molto
di cavalli e di genti e di bombarde
ch'a queste supplirian con la virtute.
Ma quando poi fia nota a l'empia lega
tanta prontezza di venire a l'arme,
tacitamente partirassi quindi
e ridurassi dentro a Tanaverto:
alor se ne verrà il conte di Bura,
e si congiungerà col suo signore.
Dapoi l'imperadore andrà seguendo
i suoi superbi e perfidi nimici;
e quei fuggendo il fatto d'arme sempre
si ridurranno dentr'ai luoghi forti,
poi finalmente solveranno il stulo:
e così senza polve e senza sangue
il domator de le mondane genti
durando il verno fra le nevi e i giacci
col stuolo armato intorno a i suoi nimici
conseguirà di lor vittoria immensa;
e tutte le città, tutti i paesi,
tutti i signori e i principi ribelli
nel giusto arbitrio suo si renderanno,
a li quali userà molta clemenza.
Ma solamente il duca di Sassogna
s'ostinerà nel fiero suo proposto,
e se ne fuggirà dentr'al suo stado
che riga l'Albia, impetüoso fiume
che mai da tempo alcun non può vadarsi,
credendosi per quello esser sicuro;
ma l'alto imperador, trovando il vado
che mostreralli un angelo del cielo
in luogo che mai più non fu vadato,
guazzerà il fiume con prestezza immensa,
e quivi giungerallo a l'improviso
e romperallo a prenderal prigione
ferito in faccia, il che sarà il sigillo
di quella glorïosa alta vittoria:
perché Langravio anch'ei ne le sue mani
in volontaria prigionia darassi.
Cesare poi se n'entrerà in Augusta
con gran trïomfo, e vederansi aprire
i chiusi templi di Germania e tutti
fumar gli altari d'odorati incensi
e render grazie al Re de l'universo
di così degna e così gran vittoria;
ed e' sedendo sopra un'alta sede
fra gli oratori e i principi del mondo
darà le leggi a quei che furon vinti,
e grata pace a tutte l'altre genti.
Questo tal fine arà l'impresa santa
di Quinto Carlo Massimo e divino:
ma se lo seguirà il popol di Cristo
non solamente da le man de i Turchi
torrà l'Europa, ma con molta gloria
andrà vincendo il mondo infin a gl'Indi.
Mirate ancor quella mirabil casa
che fa risplender tutta questa sala;
quella è la casa di Valloes, ch'abbonda è
i regi serenissimi e di duchi:
questa dal nono Lodovico al primo
Francesco arà più coronate teste
di Filippi, di Carli e di Luigi
ch'abbia nul'altra de' paesi vostri.
Guardate ivi quei tre che vanno insieme
l'un dopo l'altro: il primo è Carlo ottavo,
che l'Alpe passerà con tal furore
che tutto 'l mondo tremeralli avanti,
l'altro sarà il duodecimo Luigi,
più forte ad acquistar terre e paesi
che a ritenerli; il terzo fia Francesco,
che romperà gli Elvezi a Marignano
e fia fautore a i studi de le Muse,
a le antigaglie ed ai gentili ingegni.
Mirate ancor la casa di Inghelterra
con gli antichi Odoardi e con gli Arrighi,
potentissimi re d'arme e tesori,
ma ne le mogli alcun poco felice.
Quell'altra casa ha i re di Portogallo,
sagaci in ritrovar nuovi paesi:
questi andaran da i Lusitani agl'Indi
passando l'equinozio co le navi,
e recheran sì prezïose gemme
e sì notabil quantità di pepe
e di altre cose inusitate e rare,
che acquisteranno una ricchezza immensa.
Quell'altra è poi la casa Casimiera,
che adornerà di re tutti i Poloni;
quella è la Vlacca, onde 'l gran re Matia
uscirà fuor con tanta gloria al mondo,
che sempre durerà la sua memoria;
quella è la casa illustre di Navara,
quella è quella di Scozia, e i Lusignani,
ch'hai Saraceni fia d'immenso danno:
quell'altra è di Cristierno re de' Daci,
quella è de i Moscoviti di Roscìa.
Ma noi siam troppo lunghi in questa sala,
chen s'io dovessi raccontarvi il tutto
mi mancheriano le parole e 'l tempo.
Passiamo a l'altra omai, ch'io vuo' il futuro
dei ben de la fortuna e de l'ingegno
e de le forze discoprirvi meglio
prima che dal mio chiostro vi diparta.
Così diss'ella, ed io risposi: Donna,
veramente vi son tanto tenuto
di questa gentilissima fatica
che prendete per me, ch'io mi confondo,
né vi so ringraziar come dovrei;
ma seguitate pur, che questa cosa
mi reca dentr'al cuor diletto immenso.
E così detto me n'entrai con ella
in un altro grandissimo salone:
questo era pien di papi e cardinali,
d'arcivescovi e vescovi ed abbati;
onde a me volta sorridendo disse:
Troppo sarebbe a nominar costoro
ad un ad un, di cui la maggior parte
son degni di silenzio, e non di nome.
Pur d'alquanti dirò, che saran chiari
e degni di nomar, per non lasciarvi
uscir di qui senza notizia alcuna.
Quella è la nobil casa Frangipane,
che daravvi un pontefice eccellente
che nomato sarà Gregorio primo;
ma non fia troppo amico a le antigaglie
di Roma, né a le Muse di Varrone,
ché a l'une e l'altre donerà disturbo.
Quella è la gran famiglia de gli Orsini,
madre di molti capitani eccelsi,
di molti cardinali e molti papi.
L'altra che va con ella a paro a paro
è la casa Colonna, anch'alla madre
di cardinali e capitani e papi;
e quella è la Savella, e poi quell'altra
la Caëtana, e l'altra la Contesca,
che daran papi e cardinali a Roma.
Quella è la casa Flisca con dui papi,
con dui la Picolomina e la Borgia:
e quella de la Rovera con dui,
la Medica con dui molto eccellenti;
la Condulmeria poi sarà contenta
d'un solo, e d'uno parimente i Barbi,
e d'un eccellentissimo i Farnesi,
umano e dotto, d'animo virile:
questi sarà nomato Paulo terzo,
ed arà l'arte vera de i Romani
da governare i popoli del mondo
col perdonare a quei che fian suggetti
e dibellare e vincere i superbi.
La casa di Cibò manderà fuori
anch'ella un papa, e quella di Sarzana
arà nel germe suo migliore uscita,
che arà Nicola quinto, molto amico
a i studi de le Muse e a le buone arti.
E poi fra tanti e tanti cardinali
umani e dotti e di laudabil vita,
vedete là Bessarïone e 'l Barbo
che splendon come due notturne fiamme
ch'ardan la notte sopra un alto colle;
quella luce che è là fia d'Antonino,
arcivescovo degno di Fiorenza,
quella è di Folco, e quella è del Barozzi:
ma chi volesse nominarle tutte
perderia tempo assai senza profitto;
dunque passiam a quei che non fur cherci,
e veggiam prima le case ch'ebber duci,
marchesi e conti e cavalieri illustri
ed altri adorni di preclari ingegni.
Alor risposi a lei: Gentil mia donna,
quel ch'a voi piace a me tanto diletta,
ch'io non so desïare altro di meglio.
Ed ella: Rimirate, alto signore
quella città che siede in mezzo a l'onde
tra le foci del Sile e de la Brenta:
questa sarà Vinegia, ch'or si chiama
Rivalto, ed ha molte isolette intorno
ch'aran tali edifici e tai splendori
che giudicate fian cosa divina.
Queste saranvi ancor sì dolci e care
che le ornerete di onorevol tempio .
Quindi usciran le glorïose case
che daran duci illustri a quei paesi:
Angel Participazio fia il primiero
che sarà fatto duce entr'a Rialto;
ma questa cosa nobile che poi
fia detta Badoera da la gente
sederà diece volte in quella sede:
e cinque sederannovi i Sanuti,
cinque gli Orseoli, e quattro volte poi
i Dandoli, e tre volte i Gradenighi,
tre volte i Moresini e i Contarini
e i Falieri e i Michieli e i Mocenighi.
ma i Memi, i Steni, i Tiepoli e i Zïani
e i Barbarighi ognuna arà dui duci;
e uno i Trasdomenici e i Bellegni
già detti Selvi, ed uno i Salamoni,
uno i Pollani, i Mastropieri e i Zeni
e i Zorzi co i Dolfini e co i Soranzi:
un duce aranno anco i Cornari e i Celsi,
i Malipieri e i Foscari e i Venieri,
Mori, Troni, Marcelli e Vendramini,
Loredani, Grimani, Gritti e Landi.
E dopo questi l'ottimo Donato
fia di gran refrigerio al suo bel nido,
perché de integrità, prudenza e senno
vincerà ognun che quivi unqua sedesse.
Tutte queste notabile famiglie
ne la sedia ducal porranno il piede
prima che giunga il termine ch'io dissi
de gli anni novecento co i sessanta.
Molt'altre case poi di grand'altezza,
se ben non daran duci, produrranno
a la sua patria cittadini illustri
e di virtute e di sublime ingegno:
tra le quai renderan molto splendore
Giustinïani, Barbari e Donati,
Rinieri, Amuli e Navagerii e Bembi
e Dandoli e Capelli e Contarini;
ma negli Amuli un Marcantonio fia
che di gloria, bontà , senno e valore
trappasserà ciascun di quella etade.
Or s'io volesse nominarvi tutte
le case ch'ivi aranno uomini degni
più tempo ci vorrebbe assai di quello
che v'ha concesso il ciel da star con noi.
Mirate la città del mar Tirreno
ch'ha nome Genoa, e par contraria a questa:
quivi saran molte famiglie illustre
che daran duci illustri al suo paese;
e due, che chiameransi Capellazzi,
l'una detta Fregosa e l'altra Adorna,
faran molt'opre glorïose e degne
co i Doria e Flischi e Spinoli e Grimaldi.
Ma quella Doria un principe daralli
sì virtüoso e valoroso in arme,
che si giudicherà signor del mare:
questi porà la patria in libertade,
e rassettate le discordie vecchie
la torrà via dal giogo de i francesi,
onde empierassi di ricchezze immense.
Vedete là la casa de i Visconti,
che produrrà Giovanni e Galeazzo
e 'l conte di Virtute, a far tal prove,
ch'acquisteran quasi la Italia tutta;
questi fia il primo duca di Milano,
che lascerà i paesi in gran travaglio
per la sua morte, e 'l suo figliuol Filippo
che quasi perderà tutto il suo stato,
ma poi n'acquisterà la maggior parte
col Cormignola e 'l Picinino e 'l Sforza.
Mirate ancor tre nobili famiglie,
che illustreran la Italia appresso al Pado:
l'una sarà la casa di Savoia,
con molti duchi glorïosi e degni;
l'altra quella da Este, in cui vedransi
Obizzo e Nicolò, Lionello e Borso,
che sarà il primo duca in quella gente;
ed Ercule suo frate fia il secondo,
Alfonso il terzo e suo figliuolo il quarto,
ch'arà il nome de l'avo e la prudenza
del padre, e 'l stado più tranquillo e fermo.
Questi orneran di inespugnabil mura
la lor bella Ferrara, e fian dotati
di gran richezza e di onorata prole.
La terza fia la casa da Gonzaga;
questa arà molti capitani eccelsi,
molti marchesi e cardinali e duchi:
questa il paese ove Virgilio nacque
arà sott'essa ed altri, e sarà ancora
erede universal del Monferato;
di questa fia il magnanimo Ferando,
ch'andrà con Carlo quinto in molte imprese,
tal che farà tremar Germania e Francia:
e quindi acquisterà sì grandi onori,
che la sua chiara e glorïosa fama
aggiungerà da l'uno a l'altro polo.
La casa da Carrara e da la Scalla
tosto si estingueran, ma fiano eccelse:
la Scala arà il magnanimo Cangrande,
che sarà giusto e liberale e forte
più d'ogni altro signor di quella etade;
estingueransi ancora i Castracani
col suo Castruccio, e quella da Romano
con gli Ezzelini e quella da Camino;
ma surgeran la Rovera e la Borgia,
co i lor feroci duchi oltra i lor papi:
e dopo queste i Medici e i Farnesi,
parimente con duchi oltra i lor papi;
ché i Medici Lorenzo e Giulïano
aran per duchi, ed Alessandro e Cosmo,
Cosmo gentil, che di prudenza e senno
vincerà tutti gli altri suoi maggiori:
e fia sì amico a i studi de le Muse
ed a l'altr'arti ingenïose e buone,
che adornerà tutto 'l paese tosco.
Que' de i Farnesi più daransi a l'arme,
che 'l duca Ottavio andrà con Carlo Quinto
socero suo contra Germania tutta,
e farà quivi inestimabil pruove.
Vedete i Malatesti e i Barbïani,
e fra i lor capitani il buon Albrigo
ch'a Italia renderà il mestier de l'arme
e fia 'l maestro di Bellona e Marte.
La casa Montefeltra e la Varana
averan duchi valorosi e degni:
mirate la Opulenta e la Manfreda
e la Pallavicina e da la Torre,
la Rossa, la Rangona e la Triulza,
la Uberta, la Torella e la Boiarda
e la Sanseverina e la Cantelma
e l'Acquaviva, e Davala e Caraffa:
la Davala gentil, che sarà madre
di quelli eccellentissimi marchesi
da Pescara e dal Guasto, il cui valore
rimbomberà dal Tago infino al Gange.
La casa Livïana e la Cogliona
anco aran degni capitani in arme.
Vedete quei dui fulguri di guerra:
l'un sarà detto Braccio, e l'altro Sforza,
ch'empieran tutta Italia di rumori;
ma i successor di Sforza aran più stado,
che saran duchi di Milano, e poi
per le discordie lor lo perderanno.
Mirate quelle nobili famiglie,
Saluzzi e Malaspini e del Carretto,
Savorgnani e Collalti e Brandolini,
Sambonifaci e Bentivogli e Pepi
ed Obizzi e Purlilii e Bivilacqui
e Martinenghi e Gambari e Avogari,
e quei dal Verme e quei da Castel Barco
e da Arco e da Madruzzo e da Lodrone;
ma quella di Madruzio arà un signore
che fia pastore e principe di Trento,
liberale e magnanimo e cortese,
ch'ornerà d'alta gloria il suo capello.
Quell'altre sono ancor famiglie illustri,
ma gran tempo v'andrebbe a dirle tutte:
però fia ben lasciarle, e con disio
passar ne la gran sala de le Muse,
ch'è più bella di questa e più lucente;
anzi questa da lei riceve luce,
come luna dal sol riceve lume,
per quel pertuggio in forma di Sirena.
Così diss'ella, e poi volea menarmi
in essa; ed io, che vidi esservi avanti
molte figure, tanto ben dipinte
che diero a gli occhi miei nuovo diletto,
le dissi: O saggia e grazïosa donna,
chi son costor che avanti a questo ingresso
paion sì gravi e venerandi in vista?
Ed ella: In questo luogo fur dipinti
tutti quanti i Teologhi che furo
che saràn dopo il Figliuol de l'Uomo.
Quello è Mateo, quello è Giovani, e quello
è Marco e quello è Luca, e l'altro è Paulo,
primi scrittor de la criastiana legge.
Quello è Basilio e quello e 'l Nazanzeno,
e Dionisio e Crisostomo e Origène,
Nemesio ed Anastasio e Teodoretto,
Eusebio ed altri assai famosi Greci,
che mal poriansi nominarli tutti.
Vedi poi là Tertulio e Ciprïano
e Lattanzio e Boezio, e tutti i quattro
dottori eletti de la chiesa vostra,
Ieronimo ed Ambrosio ed Augustino
e Gregorio, e dapoi ne vien Cirillo
e Bernardo e 'l scolastico Tomaso,
a cui sarà l'acuto Scotto adverso:
onde fian poi due sette in quelle etadi
di Tomisti e Scottisti, e fian seguite
da due gran moltitudini di genti
che contendon fra sé, come tu vedi;
ma lasciànli contendere ed urtarsi,
e passam entro omai ne la gran sala,
che dipinta sarà d'altri colori.
Volgete gli occhi a quei preclari ingegni:
quello è Bessarïon, quell'altro è il Gaza,
che darà tanto lume a quella etade
che manderalla prossima a le antique.
Quell'altro è il Gemistò col Trapesonzo
e 'l Calcondile e 'l Lascari e 'l Mussuro:
il Calcondile, che farà che Atene
verrà seco in Italia, e pianteravvi
il seme eletto de la lingua greca.
Mirate là Polizïano e 'l Pico
e 'l Barbaro e 'l Donato e 'l Sipontino,
il Biondo, il Losco, il Platina e 'l Budeo
e l'Alberti e 'l Filelfo e 'l Acciaiuoli,
il Cosmico e 'l Marcello e 'l Contarini,
il Sabellico, il Poggio, il Giovio e 'l Parma,
il Maturanzio e Romulo e 'l Bassano,
il Monte Regio, Erasmo e Melantone,
il Sessa e 'l Genoa, il Pomponazzo e 'l Maggio,
che fian peripatetici eccellenti.
Quel poi sarà il Platonico Ficino
col suo Diaceto, e 'l Corsi e 'l Rucellai,
che canta l'api del suo florid'orto;
e l'ottimo Pontano e 'l Sannazaro
e 'l Sadoleto col Flaminio e 'l Bembo,
e 'l Fracastoro e 'l Navagero e 'l Cotta
e l'Altilio, il Conternio, il Vida e 'l Molza,
e Giovan da la Casa e 'l Castiglione,
il Caro e 'l Tasso e 'l Guidiccione e 'l Varchi
e 'l Capello e 'l Molino e l'Alemani
e la marchesa di Pescara, e seco
Veronica da Gambara, con molte
donne eccellenti e di leggiadro ingegno;
Trifon Gabriele al suo Petrarca intento,
l'Aretino, il Boiardo e l'Arïosto
col Furïoso suo che piace al vulgo,
il Pulci e 'l suo Morgante, e poi Burchiello
e 'l Berna e 'l Mauro, ed altri vaghi ingegni
che le carte ridendo empion di burle.
Ma lasciamo i poeti e rivoltiansi
a i studi che saranno in maggior pregio.
Questo è l'eloquentissimo Bonfio,
che sarà un Ciceron di quella etade;
e quello è il famosissimo Alcïato,
che i faticosi studi de le leggi
caverà fuor de la barbaria inculta.
Quell'altro è il Leoniceno, e presso a lui
il Monte e 'l Frigimelica sen vanno:
questi la imbarbarita medicina
ritorneranno al culto di Galeno.
Mirate ancora quei pittori eccelsi,
il Vinci, il Bonarotti e Tizïano,
Zorzone e Rafaello e 'l Pordanone,
le cui pitture fian tanto eccellenti,
che pareran più che le vive vive.
Or dopo questi è ben ch'io ponga fine
a le parole mie troppo prolisse:
perché son qui tanti eccellenti ingegni,
che s'io volesse nominarli tutti
ci converrebbe trappassar quell'ore
che v'ha concesso il Ciel da starvi meco,
le quai son oramai scorse e compiute.
Tornate adunque a riveder le stelle,
e bastinvi que' pochi ch'io v'ho detti.
Così diss'ella, ed io risposi e dissi:
Deh, noia non vi sia, donna eccellente,
dirmi anch'il luoco ov'io debba imbarcarmi
e dov'io possa ritrovar Giovanni.
Ed ella: Come quinci vi partiate
uscendo fuor per un secreto buco
che con la scorta de la buona Euloga
vi condurrà vicino a l'Amatrice,
ove la vostra compagnia v'aspetta,
andate pur di lungo fin a Roma,
poi per la foce d'Ostia entrate in mare
e dirizzate 'l camin verso Bisanzo:
né vi pensate più trovar Giovanni,
che poi che prese Ancona indi partissi
e se n'è gito a Rimino, e l'ha preso;
ma i Gotti dietro a lui ritengon Osmo
ed altri luoghi assai muniti e forti:
onde si truova aver l'assedio intorno,
perché non osservò quei buon precetti
che gli commise il capitanio eccelso;
e così spesso avviene a quelle genti
che far non voglion ciò che è lor comesso.
Ma s'ei non ha da Belisario aiuto,
diverrà tosto in man de i suoi nimici:
però direte a quel signore illustre
che non indugi, e venga a liberarlo.
Questo diss'ella, ed io dapoi men venni
con la fedele Euloga a l'Amatrice,
e quindi a Roma a la presenzia vostra.
Così narolli l'ottimo Narsete:
e poi ch'ebbe fornito ognun partissi,
e se n'andor ne i lor fedeli alberghi
per riposarsi fino a la mattina.