IL VIGESIMOQUINTO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Febo ascendea sopra l'aurato carro

per muovere i veloci suoi corsieri

e levar via dal volto de la terra

l'umida benda de l'oscura notte,

la qual se ne fuggia dinanzi a l'alba

ratta, per attuffarsi entr'a l'Ibero:

quando 'l governator de l'occidente,

lasciato avendo l'ozïoso letto,

con l'apparir de la vermiglia aurora

fece vestirsi le sue lucide armi

ed ordinò che i suoi fedeli araldi

chiamassero al consiglio ogni persona;

e come tutti ragunati foro

aperse la sua bocca in tai parole:

Signori eletti a liberare il mondo

da la superba servitù de' Gotti,

poi che Dio ci mandò tanta ventura

che gli avem rotti appresso a Prima Porta,

e fuggiti si son dentr'a Ravenna,

fia ben che senza indugio ancor cerchiamo

cacciarli quindi, e col divin favore

omai poner l'Ausonia in libertade.

Così diss'egli, e quella audace gente

alzò la man con un cridore immenso,

approvando il parlar del lor signore:

e tutti già con desiderio grande

s'apparecchiavan lieti a quel vïaggio

quando eccoti apparire a l'improviso

un gran prelato con sembianza umana,

ch'avea tre gravi cittadini appresso

degni di molta riverenza in vista;

e salutando il capitanio eccelso

dissero a lui queste parole tali:

La virtù grande e l'onorata fama

di tante vostre glorïose imprese

fatte per liberar l'Italia oppressa

m'hanno sospinto a la presenza vostra

con questi miei chiarissimi colleghi

per dar aiuto a sì lodevol opra.

Io mi dimando Dazio de gli Ottoni,

arcivescovo indegno di Milano;

e questo è Reparato da la Rocca,

quest'altro è Birgentin da le tre faccie

e quel si chiama Eustochio da la Bissa:

tutti tre principai di quella terra,

ma con diverse ingiurie molto offesi

dal nostro duca nominato Teio.

Costui m'uccise un mio fratel carnale,

giovine ardito e di costumi eletti;

a Reparato poi tolse la moglie,

e fece a Birgentin che sua sorella

per lui divenne femina del mondo:

et ad Eustochio ha tolti assai terreni,

e gli minaccia ancor torgli la vita.

Però bisogna, se vogliam salvarci

da l'empia crudeltà di quel tiranno,

cacciarlo fuor de l'usurpato impero:

il che ci sarà lieve, e per lo grado

che avemo, e per gli amici e per la robba,

e per l'acerba sua natura iniqua,

ch'a tutta la città l'ha posto in odio;

ma ben saria difficile il tenerlo

senza soccorso di novella gente,

non per le forze sue, che non son molte,

ma perché il vulgo è mobile e legiero,

e cangia ad or ad or pensieri e voglie:

però sarà mestier che con la tema

sia fatto stare in questo suo volere.

Noi siam dunque venuti a vostra altezza

per darvi ne la man la terra nostra

e tutto il stado suo fecondo e grasso:

onde ogni poca gente che mandiate

in quelle parti, co 'l favor che avemo

l'acquisterete senza alcun contrasto,

e 'l popol per temenza starà saldo.

Dunque abbracciando la ventura che ora

il Mottor di là su vi spinge in mano

darete a questa impresa un grande auito.

Così parlò quell'ottimo prelato,

e Belisario a lui così rispose:

Illustri e reverendi almi signori

venuti a noi da quella gran cittade

ch'è 'l capo de l'Italia intorno al Pado:

abbiamo udita la proposta vostra,

che ci reca nel cuor molto diletto

e molto desiderio d'essequirla;

e se ben questo essercito romano

s'è ragunato qui per porsi in via

ed andar dietro a Vitige a Ravenna;

non resterem però mandar qualcuno

di questi nostri glorïosi duchi

con buona gente ad essequir quell'opra,

e far quanto per voi le sarà imposto:

perché si deve a i lor divoti amici

donar aiuto fin co 'l proprio sangue.

Voi poi vi degnerete pransar nosco

questa mattina per signal d'amore;

che subito pransato averò cura

di farvi avere il desiderio vostro.

Così diss'egli, e poscia andar con lui

ov'era apparecchiata la sua mensa,

a la qual tutti quanti s'assettaro.

Ma come ebber mangiato, e ragionato

diffusamente del negozio loro,

il capitanio eccelso de le genti

chiamò Mundello ed Ennio, e così disse:

Valorosi, prudenti, almi baroni

onor del nostro essercito romano,

vorrei ch'andaste senza alcuno indugio

con questi nobilissimi signori

a tòr Milano e la Liguria insieme

fuor de le man de gli avversarii nostri

e ritornarlo ne l'imperio antico;

perché costor co i lor sagaci ingegni

e le lor opre vi faranno averlo,

che fia d'utile immenso a questa impresa.

Menate vosco quattro gran coorti,

che basteranvi a far tutto 'l negozio;

e con voi ne verrà Fidelio Eparco

ch'ha molta conoscenza in quei paesi,

onde saravvi ed utile e giocondo.

Andate adunque ad imbarcarvi a porto

su quelle navi che menò Narsete

quando soccorse la cittade obsessa:

poi dismontando a Genoa indi per terra

prenderete il camin verso Milano.

Così diss'egli, e quei baroni allegri

de l'alta impresa che gli fu comessa

parlaro a Belisario in questa forma:

Signore eccelso e di virtù suprema,

noi se n'andrem volontarosi e pronti

ad acquistar Milano e gli altri luochi

che ci dimostreram questi signori,

né vi risparmierem fatica alcuna,

pur che fortuna o 'l Ciel non ci ribelli:

ma se saracci la fortuna adversa,

conoscer vi farem co 'l sangue sparso

che dal nostro valor non fia mancato

d'essequir tutti i vostri alti precetti.

E detto questo, quindi si partiro:

e ragunate tutte le lor genti

con quei signori se n'andaro a Porto.

Poi che partiti fur quei dui baroni,

il capitanio eccelso de le genti

si volse a Valerano, e così disse:

Signore illustre, io vuo' lasciarvi in Roma

con quattro validissime coorti

di quella legïon che voi menaste

quando Narsete venne a darci aiuto:

quivi userete diligenza grande

in custodirci ben questa cittade,

ch'è 'l capo e l'importanza de l'impresa;

la quale or posa su le vostre spalle

possenti e larghe ed atte a maggior peso.

E se 'l nimico vi venisse a torno

difendetela pur senza paura:

che se arete bisogno di soccorso,

non sarò tardo o tiepido a mandarlo.

Così diss'egli, e quel baron rispose:

Illustre capitan, mastro di guerra,

guardate e ponderate le mie forze

se son bastanti a così grave pondo:

ben io prometto ne le vostre mani

che prima lascierò sopra quei muri èla vita e queste affaticate membra

che mancar mai di diligenza e fede.

Dietro a quella risposta, il capitano

si volse e disse al callido Narsete:

Signor, voi tornerete entr'a Bisanzo,

come vi disse il correttor del mondo;

e narrerete a lui ciò ch'avem fatto

in questo importantissimo negozio,

e come avemo omai ferma credenza

di tòr l'Italia tutta quanta a i Gotti.

E detto questo lasciò gir Narsete,

ed egli attese a riveder le genti,

né mai si riposò fino a la notte.

Poi quando apparve in ciel la nuova aurora

il capitan de le romane genti

ascese sopra il suo destrier Vallarco,

e con le armate legïoni intorno

al terzo suon de le canoree trombe

si mosse, e s'avviò verso Ravenna.

Or chi vedesse il buon popol di Marte,

ch'apena si credea che fosse sciolto

quel grande assedio orribile ed amaro,

gir coronato de le sacre frondi

che son sì grate al grande arcier di Delo

e accompagnare i suoi diletti amici

fuor de la porta fino a Ponte Molle,

diria che non fu mai gente più degna.

Ma come poi s'avvicinaro al Tebro

il capitanio si rivolse e disse:

O valoroso mio popol di Roma,

ben è che ritorniate a i vostri alberghi

per aver cura de la patria vostra

e de la cara libertà, ch'abbiamvi

ricuperata con fatiche e sangue:

ma solamente restino i descritti

ne l'ordinanze nostre de la guerra,

ch'io gli voglio menar meco a Ravenna

per ultimar questa famosa impresa.

Così disse il barone, onde i Romani

abbracciando e basciando i loro amici

con le luci di lacrime coperte

se ne tornaro in dietro a le lor case;

e nel tornar trovaro uomini e donne,

ch'erano usciti fuor de la cittade

in quelle piaggie, a contemplare i luochi

ch'avean recato lor tanto disturbo;

e fuvvi alcun che rimirando a l'altro

parlava sospirando in questo modo:

O Re del cielo, il qual governi e giri

ogni cosa mortal come a te piace,

questi rabbiosi ed affamati cani

che ci volean mangiar con tanta rabbia

ci han pur lasciate le lor mandre in preda.

Così dicea la turba, e risguardando

con gli occhi allegri i destituti valli

avean dentr'a i lor cuor letizia immensa;

onde co 'l dito l'un mostrava a l'altro:

Qui fu percosso il furïoso Argalto,

qui Turrismondo ci seguìa correndo,

qui fu ferito il generoso Agrippa

e la bella Cillenia ivi s'uccise.

Ma come fur sbramati di guardare

tutti quei luochi, e rimembrar gli affanni

che gli avean porti quell'empie battaglie,

tornaron dentro a le dilette mura;

e 'l capitanio caminando sempre

con le sue buone legïoni instrutte

tenea dritto il camin verso 'l Piceno.

Or mentre ch'era Belisario il grande

co 'l suo gran stuolo a quel vïaggio intento,

i dui baron ch'io dissi e i buon legati,

con tutte le lor genti ivan solcando

l'instabil dorso del profondo mare;

e navigando con propizio vento

passaro in brieve Talamone e l'Elba

e Ligurno e Mottron, l'Erice e Sestri:

e nel spontar de la seconda aurora

giunseno a Genoa, e se n'intraro in porto.

Alor Eustochio disse al fier Mundello:

Signore, e' sarà buon che noi n'andiamo

con queste navi là dietro a quel scoglio

che dal volgo è chiamato la Lanterna;

quivi dismonteran tutte le genti

tacite e quete, e se n'andrem con esse

sicuramente poi verso Milano.

Questo parlare a tutti quanti piacque,

e smontand'ivi ove è san Pier d'Arena,

tolsero alcune vittüarie seco,

ed i battelli ancor de le lor navi

poser su i carri, e gli menar con loro;

e quindi s'avvior verso la Schegia

con tutte le lor genti in ordinanza:

Mundello andava con Fidelio avanti

quasi un buon miglio a specular la strada,

ed Ennio e Grinto conducean le schiere;

quand'ecco appresso al trappassar d'un colle

che da quei monti sterili divide

il pian che riga Tanaro e Tesino

ed Adda ed Oglio, e con diversi rivi

fecondo se ne va fin al Benaco,

gli apparve in strada un eremita solo,

vestito d'un color che parea bigio;

questi andò ver Mundello, e poi gli disse:

Signor che siete posto a fare il varco

da i nostri luochi sterili a i fecondi,

no 'l potrete essequir senza travaglio:

perché quivi avanti surge un aspro colle

sassoso ed erto che ha solo una strada,

a cui da man sinistra s'alza il monte

tanto, che par che voglia ire a le stelle;

e da man destra si profonda tanto,

che quel torrente che gli corre al piede

par che discenda giù fino a l'abisso.

In quella strada è posto un gran castello

con due porte di ferro, e non può girsi

più là senza passar quelle due porte;

quivi sta un ferocissimo gigante

ch'ha nome Poro, ed ha fortezza immensa:

questi la porta ov'è il levar del sole

tiene in custodia, e per tenerla chiusa

se ne sta ritto in piè vicino ad essa

con un bastone in man nodoso e grosso;

ché le percosse sue non han riparo,

onde non si può aprir contra sua voglia.

Poi l'altra porta ove si corca il sole

continuamente si ritruova aperta:

questa è posta in custodia di sua moglie,

nominata Penia, di lui più grande

e più robusta e di più orribil vista,

talché co 'l sguardo suo spaventa ognuno;

ma poi s'alcuno a lei si fa vicino

l'accoglie lieta, e con parole dolci

lo priega che entri dentro a la sua stanza,

ed a ciascun che v'entra porge un pane

di cui quanto co i denti se ne scema

tanto ne cresce in quel per sé medesmo.

Questi giganti poi son sì discordi

fra sé, quantunque sian marito e moglie,

che se non fosse un suo figliuol Bramante

mai non potrebbon conversare insieme,

e però stan sopra contrarie porte;

onde sarebbe il me' tornarvi in dietro,

o far quell'altra via vicina a l'alpe,

che conduriavi al disïato fine

senza gustar questo periglio amaro.

Così gli disse l'eremita accorto,

a cui rispose poi Mundello, e disse:

Eremita gentil, molto m'aggrada

saper questa ventura che voi dite:

la qual voglio tentar senza paura,

s'io vi devesse ben lasciar la vita.

Alor l'angel Palladio, ch'era apparso

in forma d'eremita a quel barone,

disse: Dapoi che voi volete andarvi,

mandate in dietro il buon Fidelio Eparco

co 'l destrier vostro, ch'ei non vi bisogna

per questi sassi discoscesi ed aspri:

ei farà poi che l'altre genti vostre

s'affretteranno ancor più de l'usato,

ed io resterò qui per darvi aiuto

e far che stiano quelle porte aperte

fin che trappassin fuor tutte le schiere.

Così diss'egli, e poi si discoperse

ratto a Mundello, e si mostrò chi gli era,

onde 'l barone ebbe piacere immenso;

poi scese giù del suo destrier Ferrante,

e per Fidelio rimandollo in dietro

ad essequir tutto 'l divin precetto:

d'indi si volse a l'angelo, e lo vide

già tramutato in forma di mercante,

e vide ch'era il messaggier divino

che pria gli apparve in forma d'eremita,

onde sciolse ver lui queste parole:

O sacrosanto messaggier del cielo

che mai non abbandoni i tuoi Romani,

ben posso andar sicuro a quella impresa

senza tema di morte o di disturbo,

avendo meco sì fidata scorta.

Seguirò adunque le tue sacre piante,

né mai mi partirò da i tuoi precetti.

Questo disse Mundello, a cui soggiunse

il buon angel Palladio: Andiamo avanti,

che caminando narrerotti il modo

da poter trappassar quelle due porte.

Così detto, gli narrò l'incanto

e tutto il modo ancor da superarlo:

onde 'l barone instrutto a la gran rocca

pervenne, ove trovò la gigantessa

rugosa e magra, e di sì orribil vista

che gli mosse entr'al cuor molta paura.

Ella, che la sua porta avea dischiusa

e stava in mezzo de le sue donzelle

liberali e mecaniche e rurrestri,

come vide 'l baron se gli fé contra,

e poi gli disse con parole umane:

Signor di aspetto generoso ed alto,

entrate arditamente in questa rocca,

ch'arete compagnia molto fedele

da queste donne mie che ho qui d'intorno;

e se vorrete affaticarvi alquanto,

vi faran superar tutti e' perigli.

Così disse la vecchia, ed ei seguendo

le sue padate entrò dentr'a la soglia

de la gran porta, che per sé medesma

subitamente se li chiuse dietro.

Alor la gigantessa tolse un pane

d'orzo, e mal cotto, affumigato e duro,

e lo porse al baron con tai parole:

Poi che siete ridotto in questo luoco

vi converrà mangiar de i nostri cibi,

che vi risveglieran tutte le forze

ne i membri, e vi faran di tanto ardire

che vi opporrete a l'empio mio consorte.

Come Mundello udì queste parole,

si ricordò de gli ottimi precetti

che gli avea dati l'angelo venendo:

e prese 'l pane e se lo pose a i denti

e con fatica tolsen'un boccone

acerbo e duro, e lo mandò nel ventre;

ma quando poi volea pigliarne un altro

vide che 'l luoco del boccon primiero

era coperto ancor tutto di pane,

di che maravigliossi, e pur non stette

di ripigliarne appresso anco il secondo:

ma tolto quello in quel medesmo luoco

subitamente ne risurse un altro,

onde non volse poi gustarne un terzo;

anzi ripien di meraviglia e d'ira,

trasse a man destra via l'orribil pane

con molta furia, e 'l pan non si ritenne

fin che fu al letto del corrente fiume.

Quando vide Penia l'amato cibo

esser da quel baron gettato a l'onde,

non stimando perigli né fatiche

si calò giù per quell'alpestre ripa,

ch'andar non vi porian capre né serpi,

per ricovrarlo e riportarlo ad alto.

Mondel come si vide in quelle mura

chiuse ed a piedi, sgomentossi alquanto,

né gli tornava ne la mente il modo

che gli avea detto il messaggier del Cielo

che usar devea per liberarsi quindi;

ma quell'angel di Dio, che ben s'avide

che la sua mente era d'errore ingombra,

lo tirò per la vesta, onde 'l barone

ratto si ramentò tutti quei modi

che 'l messaggier divin gli disse in strada:

poi senza altro parlar se n'andò avanti,

co 'l viso alquanto di vergogna tinto.

Ma poco caminò, che giunse ov'era

la grazïosa stanza di Bramante;

questo Bramante è un fanciulletto allegro,

vago e gentile, e di sì bello aspetto

che innamorar farìa tutta la gente,

ma ne i suoi desiderii è molto fisso:

ed è figliuol de i detti dui giganti,

e sol sa ritrovare il tempo e 'l modo

d'aprir la dura porta di suo padre;

però l'angel di Dio gli avea commesso

ch'andasse arditamente a ritrovarlo

e lo pregasse con preghiere ardenti,

che otterrebbe da lui ciò che volesse.

Così giunto Mundello a quella stanza

se n'entrò dentro, e ritrovò il fanciullo,

che giocava a la palla in un cortile

con certi fanciulletti suoi compagni;

ma questi, come videro il barone

coperto d'armi, subito fuggiro

chi qua chi là per quel pallazzo ameno,

e solamente vi restò Bramante:

che con faccia ridente e volto allegro

si stette, ed aspettò quel gran barone.

Alor Mundello a lui parlando disse:

O fortunato e glorïoso germe

che illustri il mondo con la tua bellezza

e sei sì grazïoso e sì cortese

nel tuo parlar, che mai non si diparte

da la tua faccia alcun se non giocondo;

fammi del tuo favor sì fatta parte

ch'io possa lieto dipartirmi quinci

e gir ne i piani, ov'el mio cuore aspira.

Io son entrato per l'amara porta

de la tua madre asperrima Penia,

e vorei trappassar per l'altra ancora

di Poro padre tuo, ch'è molto stretta,

sì come intendo, e quasi sempre è chiusa;

ed ei vi sta con un bastone appresso

nodoso e grosso, e mai non lascia aprirla

contra la voglia sua da alcun che viva:

però, signor ch'entendi i suoi costumi

e 'l modo e 'l tempo da poterla aprire,

e che comandi a tutti e' suoi ministri,

piacciati farla aprir tanto ch'io possa

uscir di questo periglioso colle

e gire in luochi fertili ed ameni.

Fammi, dolce signor, di ciò contento,

che sempre onorerotti, e sempremai

conoscerò da te tutto 'l mio bene.

Così parlò Mundello, e quel fanciullo

lietamente ascoltò la sua dimanda,

poi disse: Eccellentissimo barone,

la virtù vostra e 'l vostro alto valore

m'induce volentieri a compiacervi

ed essequire il bel vostro disio.

E detto questo a sé dimandar fece

sette fantesche sordide, che stansi

ne la cucina di suo padre intente

continüamente a prepararli cibi,

perch'è molto vorace e mangia sempre,

e quanto mangia più tanto ha più fame:

a queste comandò con tai parole:

Andate, Avaria, Arpagia e Diligenza,

Omotia, Venturina e Fraudia e Toca;

portate al padre mio coppioso pranso

con vini eletti e con vivande fatte

di cose soporifere e gioconde,

tal che pasciuto si riposi e dorma;

e dormend'egli, aprite la sua porta

picciola e stretta, e fate uscir per essa

questo notabilissimo barone.

Come quelle ministre ebbero inteso

la voglia e 'l comandar del lor signore

l'essequir tosto, e senza indugio alcuno

portaro a Poro il soporato pranso,

ed e' mandollo avidamente al ventre:

né l'avea tutto tragugliato appenna,

che si distese in terra, e le sue membra

furono oppresse da profondo sonno.

Alor quelle fantesche aprir la porta

ch'era rinchiusa, e 'l cavaliero ardito

se n'uscì fuor con tutte le sue genti:

ché 'l buon Fidelio e 'l buon Palladio insieme

con l'affrettarle e darle ardire e forza

e con l'aprir l'entrata di Penia

le avean condotte appunto a quella porta

nel tempo che Mundel se n'uscia fuori;

onde scendèro insieme a la campagna.

Come fu scorsa quell'aspra ventura

e che le genti si trovaro al piano

ben ordinate, se n'andaro avanti,

e 'l giorno dietro aggiunsero su 'l Pado:

e fatto un ponte a quel sopra i battelli

che aveano seco, subito 'l passaro.

Alor Palibio, che trovossi a caso

sopra la ripa del profondo fiume,

come vide passar tutto quel stuolo

e conobbe l'insegne de i Romani,

volse 'l cavallo, e posesi a fuggire:

e correndo n'andò dentr'a Pavia

e trovò il ferocissimo Algazzero,

ch'era fratel cugin del fier Tuncasso,

e disse a lui queste parole tali:

Signor che siete a la custodia posto

di questa munitissima cittade,

in cui la robba prezïosa e cara

de i Gotti di Liguria si conserva;

sappiate come l'oste de i Romani

passato ha 'l fiume, e viene a ritrovarvi

per torvi, se potrà, questa cittade

e tutti i nostri amplissimi tesori.

Adunque provedete a custodirla

con diligenza, ch'io v'ho fatto cauto;

ché se voi foste colto a l'improviso

agevolmente vi porian far danno.

Al parlar di Polibio quel barone

molto s'accese di disdegno e d'ira.

poi disse: Io voglio uscire a la campagna,

e provar questi principi Romani

come son forti, poi che son sì arditi

di venirci a trovar fino in Liguria:

io pur ho meco il fior de tutti e' Gotti

ch'hanno gli alberghi lor vicini al Pado,

onde uscirò con essi a la campagna,

e farò ben che gli inimici nostri

tosto si pentiran d'esser venuti

in queste parti a stuccicar le vespe.

Così diss'egli, e poi fece portarsi

le lucid'arme di brunito acciale

e prestamente se le pose intorno;

poi comandò che tutta la sua gente

tosto s'armasse e gli venisse a canto:

e come questi ragunati foro

montò sopra 'l feroce suo corsiero,

ch'era coperto di minuta maglia,

e ratto s'avviò fuor de la porta

con gran furore e paventosi gridi.

Non altrimenti a l'abbagliar de' cani

l'orso sdegnoso salta fuor del buco

e contr'al cacciator tutto s'aventa,

ed e' l'aspetta co 'l suo spiedo in mano

senza temer di quella orribil fiera;

così nell'uscir fuor de gli empi Gotti

i buon Romani, ch'eran già propinqui

a i muri di Pavia, non si smarriro,

ma gli affrontaro con immenso ardire:

ed Ennio, ch'era il primo, abassò l'asta

e colse Cattabriga ne l'elmetto,

Cattabriga crudel ch'era nipote

del perfido Zamolso, e fu nutrito

vicino a la riviera di Lavagno;

a costui ruppe le cervella e l'elmo

e lo distese morto in su l'arena.

Quando ciò vide il giovine Candalo,

ch'era figliuol bastardo di Tuncasso

e compagno fidel di Cattabriga,

simile a lui di mente e di costumi

(ch'ogni uom suol esser simile a colui

de la cui conversanza si diletta):

costor non si vivean un senza l'altro,

che stavan sempre insieme, e sempre insieme

mangiavano e dormivano ed insieme

amavano anco una leggiadra donna

e questa ancora si godeano insieme

senza destarsi gelosia fra loro,

perché l'un sempre accomodava l'altro;

costui, vedendo il suo compagno in terra,

ebbe gran doglia, e trasse fuor la spada

e diede un colpo acerbo su la testa

ad Ennio: ed Ennio, il quale avea già tratta

fuor la sua spada, la cacciò nel fianco

a quel meschino, e fece andarlo in terra

disteso e morto appresso al suo compagno,

per dormir seco ancor sì duro sonno.

E dopo questo uccise Salernino,

fratel del duca che reggea Vercelli,

e lo passò col stocco ne la golla,

onde caddette a calcitrar nel piano.

I Gotti, che vedean sì fieri colpi,

si sgomentaro, e sarian posti in fuga,

se 'l feroce Algazzer non si movea:

che se n'andò vers'Ennio con la lancia

bassa, sperando di mandarlo a morte;

ma Pomponio, che vide esser senz'asta

Ennio, temendo ch'ei non fusse offeso

da quel Gotto crudel, spronò 'l cavallo

con l'asta bassa anch'ei verso Algazzero,

e s'incontraro in mezzo del camino;

Pomponio ruppe la nodosa lancia

nel scudo del pagan, ma non lo mosse

né disconciollo punto de la sella:

ed Algazzero lui toccò ne l'elmo

d'un colpo sì crudel, che fece andarlo

su le crope al destrier tutto stordito;

onde Algazzero, quando si rivolse

e vide portar lui dal suo cavallo,

perch'era fuor di sé verso 'l ponente,

senza punto tardar gli tenne dietro:

e quattro eletti cavallieri armati

con lui si mosser per mandarlo a morte.

Fidelio poi, ch'entrato era in un tempio

per fare alcune orazïon divote

quando primieramente s'affrontaro,

sentendo 'l corso d'un caval veloce

se n'uscì fuor del tempio, e vide ch'era

il bon Pomponio, il qual tutto stordito

si lasciava portar dal suo destriero,

e parea sempre che cader dovesse;

onde Fidelio da pietà commosso

montò a cavallo, e con gli acuti sproni

lo spinse, che volea donarli aiuto:

ma l'empia sua fortuna apparecchiolli

un duro caso per mandarlo a morte,

perciò che 'l suo corsiero urtò in un fosso

e caddeo sotto sopra, onde convenne

a suo mal grado andar disteso in terra;

ed Algazzero, che trovossi alora

vicino al luoco ove Fidelio cadde,

con la sua lancia gli traffisse il petto:

e i quattro cavallier ch'eran con esso

con alti cridi e con parole acerbe

gli andaro adosso, e tutti lo feriro;

che parean i pastor, quando per caso

vedon caduto un lupo entro a la fossa

fabricata da lor per tale effetto,

si stanno intorno a l'impaniata fiera

con sassi e dardi e con bastoni e lancie

e cercan tutti di ferirlo a pruova,

né cessan mai fin che non l'hanno estinto:

così facean quei dispietati Gotti,

onde Fidelio Eparco a morte venne;

e non giovaro a lui voti né prieghi

che alor alor avea fatti nel tempio:

ché nulla cosa può tenerci in vita

quando 'l pianeta ha destinata l'ora.

Pomponio al gran cridor de gli empi Gotti

ch'uccidevan Fidelio in sé rivenne,

e 'l buon angel di Dio gli apparve, e disse:

Fuggi, Pomponio mio, verso le schiere

de i tuoi Romani, e pònite fra loro,

acciò che quei ch'hanno Fidelio ucciso

non ti facessen ir con lui sotterra.

Così disse quell'angelo, e spirolli

tanto timor, che lo sospinse in fuga;

onde senza tardar pigliando in mano

la briglia e i piè fermando entr'a le staffe

spronò il suo buon corsier verso i Romani,

e ratto se n'entrò fra le sue schiere:

onde Algazzero che correali dietro

quando no 'l poté aggiunger né ferire

urtò co i cavalier ch'eran con lui

ne le più folte schiere de i Romani;

e primamente uccise Palamedo,

figliuol di Gualdo e di Topina nimfa,

Palamedo gentil, che fu nutrito

per pagio ne la corte di Costanzo

e con lui venne a liberar l'Esperia:

ma liberar non poté la sua vita

dal feroce Algazzer, che trappassolli

il petto, e morto lo distese a l'erba.

Uccise ancor Nucerio e Tartarino,

Simone e Babilonio e Malpeloso,

tutti con gravi e paventosi colpi;

e dopo questi uccise Filodemo

incantatore ed eccellente mago,

e gli partì la testa fino al petto;

né li giovaro i consüeti incanti

che non andasse a insanguinar l'arena.

Come i Romani vider Filodemo

da quel colpo crudel cadere al prato

si sbigotiro, e volean porsi in fuga;

se 'l fier Mundello, il qual ne l'altro corno

si stava, e combattea con molto ardire

e facea prove smisurate e grandi,

avendo ucciso Prassio e Barbadirco,

Piombone e Populonio e Dolimano,

gran capitani de la gente Gotta,

tutti con vari e dispietati colpi:

ch'avea passatto a Prassio con la lancia

l'elmo d'acciale, e a Barbadirco il petto

ed a Piombon con la sua spada avea

passato il collo, e a Populonio il fianco,

e tagliata la testa a Dolimano;

quando alora Mundel vide il suo stuolo

come l'onda del mar tutto commosso

si fece dare una possente lancia

e spronò 'l suo caval verso Algazzero:

ch'era colui che nel sinistro corno

poneva in fuga la romana gente;

onde Algazzero, che venir lo vide,

tolse una lancia anch'ei possente in mano

e ratto s'avviò verso Mundello

e disse: Aspro Roman, questo fia 'l colpo

che chiarirà chi fia di noi più forte,

e forse finirà tutta la guerra.

Or così sia, disse Mundello; e poi

rivoltaro i cavalli e preser campo

e venersi a incontrar con l'aste basse;

che parean dui montoni a la foresta

che con le corna lor rugose e torte

vanno a cozzarsi acerbamente insieme,

e l'altre pecorelle stan da canto

a mirar la virtù de i lor mariti:

così i Romani e i Gotti erano intenti

a mirar la virtù de i lor signori

Algazzero attaccò dentr'al gran scudo

del fier Mundello la sua forte lancia

nel luoco appunto ov'era il granchio d'oro;

ma no 'l poteo passar, perché quell'asta

nel mezzo si ficcò, lasciando il ferro

con una parte del fiaccato legno

dentr'a le lame del pesante scudo.

Mundello ferì lui ne la baviera

con la sua lancia, e trappassolla tutta;

e 'l ferro impetüoso entr'a la golla

passando, lo mandò disteso al piano.

Al cader di costui levossi un crido

altissimo ed allegro ne i Romani,

che si spingeano arditamente avanti;

ne i Gotti poi s'udian suspiri amari

vedendo morto il capitanio loro

e timidetti si traeano indietro.

Mundello ed Ennio con Pomponio e Grinto

urtòr ne gli altri con sì gran furore

che tosto gli sbandaro, e in un momento

tutta la gente lor fu posta in fuga;

e gli ottimi Romani ivan fra quella

sempre ferendo, e n'uccideano tanti

che di sangue correa tutto 'l terreno:

e poco vi mancò ch'entr'a la porta

non andasser con essi, e quella terra

fosse alor presa contra 'l suo destino;

il che certo avenia, se Radagaso,

che fu lasciato a guardia de le mura,

non s'accorgea sì tosto del periglio.

Sendo adunque costui sopra la torre

di quella porta che vagheggia il barco,

vide la morte di Algazzero, e vide

l'orribil fuga de la gente gotta:

onde gridò con voce alta e tremenda:

Non vi smarrite, o generosi Gotti,

se ben il vostro capitanio è morto:

entrate pur in questa alma cittade,

ché serrando le porte e alzando i ponti

difenderènci da quelli aspri cani

sì che non potran farci alcuna offesa.

Così cridava Radagaso acerbo;

poi ratto scese giù presso a la porta,

e come i primi furo entrati in essa,

vedendo esser con gli ultimi e' Romani,

chiuse stridendo le ferrate poste,

poi fece alzare i ponti; onde i meschini

ch'erano stati gli ultimi a la fuga

restaro in preda de i nimici armati:

ma non avendo più speranza alcuna

d'entrar ne la città, ch'aveali esclusi,

gettaron l'arme in terra, e ingenocchiorsi

avanti a i piè de i cavalier romani

dicendo: Almi signor, non ci uccidete,

che sarènvi fedeli, e donerenvi

argento ed oro assai per liberarsi;

e se pur ci vorrete aver per servi

seguirem tutti i vostri alti precetti.

Quando vide Mundel ch'eran senz'arme

e che parlavan con le braccia in croce,

gli accettò per prigioni, e prender fece

subitamente i lor cavalli e l'arme

e dielli in guardia a l'onorato Grinto.

Poi si ritrasse ne la parte estrema

del barco che risguarda inver Binasco,

e quivi s'alloggiò con la sua gente;

e fece ritrovar Fidelio Eparco

con gli altri che moriro in quella zuffa

per farli poi condur verso Milano

ed onorarli de gli estremi onori.

La mattina seguente il fier Mundello

fece cantare una solenne messa

al pastor di Milan, ch'era in quel luoco;

il qual, com'ebbe reso grazie a Dio

che concesso gli avea tanta vittoria,

indi partissi e se n'andò a Milano

per preparar le stanze a quei signori

ed onorarli ne la lor venuta.

Mundel poi vi restò tutto quel giorno,

e circondò le mura di Pavia

tre volte con la gente, per vedere

s'eran difese o se volean lasciarle;

ma quelle ritrovò sì ben munite

che non le parve di tentarle indarno,

onde tornossi ad alloggiar nel luoco

ove alloggiatto avea la sera inanzi.

Poi come venne fuor quell'altra aurora

con le palme di rose e co i piè d'oro,

il valoroso duca de i Fenici,

ch'era il gran capitan di quella impresa,

al terzo suon de le canore trombe

montò a cavallo, e tutto l'altro stuolo

fece marchiar con lui verso Milano:

ove arivor quella medesma sera,

e ritrovor che 'l popolo divoto

co 'l lor pastore e i magistrati inanzi

erano usciti un miglio ad incontrarli;

e quivi poi con reverenza grande

salutaro i Romani e dieron volta

e ne la lor città gli accompagnaro,

che gli aspettava con letizia immensa:

tal che le strade ove dovean passare

tutte quante coperte eran di panni,

con archi e mete e purpure e trofei

e con leggiadre donne a le fenestre.

Quivi primieramente entrar nel domo,

poi fatta riverenza al sommo altare

si dipartiro quindi, e in un palazzo

presso a la piazza accompagnaro il duca

con la sua gente, e quivi lo lasciaro.

I Gotti poscia ch'erano in Pavia

fecion sapere a VItige i lor casi

per un soldato ch'avea nome Argante;

questi, come gli intese, ebbe gran doglia,

e chiamar fece Uragio suo nipote,

giovane astuto e di valore immenso,

e disse lui queste parole tali:

Caro figliuol, perché il feroce Teio

non c'è, né può da Rimino partirsi,

che tien l'assedio intorno a quelle mura;

siate contento andarvene in Liguria,

che poi che ha ribellato il gran Milano

con molte terre che gli sono intorno,

fia ben raccorre i Gotti di quei luoghi

e menarceli qui dentr'a Ravenna:

che, come intendo, Belisario il grande

uscito è fuor de la città di Roma

e vien con tutto 'l stuolo ad assalirci,

onde vuo' prepararmi a far diffesa.

Così diss'egli; e quel baron partissi

e subito n'andò verso Piacenza.

Mentre che si facean questi negozi,

l'angel Gradivo, ch'ha diletto sempre

d'arme e di guerre e di ferite e sangue,

se n'andò in Francia a ritrovar Tiberto

re del paese, il quale era in Leone;

poi tramutato in forma di Guiscardo,

ch'era zio di quel re, così gli disse:

Serenissimo re, tanto possente

quanto alcun altro che si truovi al mondo,

volete comportar che i Gotti afflitti

da le continue guerre e da i Romani,

che son anch'essi indeboliti e stanchi,

cerchin d'aver l'Italia in lor domino;

e voi che siete sì propinquo ad essa

e ch'avete tant'oro e tanta gente

che sarian atte a debellare il mondo,

starvi da canto e trastullarvi in ozio?

Non vi lasciate uscir tanta ventura

fuor de le mani, dateli di piglio,

che 'l ben si dee pigliar quand'egli appare.

Tre fini sono a tutte l'opre umane,

l'utile, il dilettevole e l'onesto,

che si dimanda a i nostri tempi onore;

e voi per ciascun d'essi far dovete

questa onorata e glorïosa impresa:

ché, per esser l'Italia a noi propinqua,

sarà d'utile immenso al vostro regno,

e di tanto diletto e tanto onore

quanto possa pensar pensier umano.

Andate adunque lieto ad acquistarla

e liberarla da quelle empie guerre.

Così disse quell'angelo, e spirolli

nel cor leggiero un gran disio d'averla:

onde gli uscir di mente accordi e leghe

ch'avesser sigillate co i Romani,

ché quella gente oltra misura è pronta

a romper fede e non servare accordi;

però chiamando i capitani e iduchi

del suo paese, a quei propose e disse:

Signori illustri, io vi comando e priego

che facciate adunar tutte le genti

che soglion portar arme in questo regno;

ch'io vuo' passare arditamente l'Alpe,

e con esse acquistar l'Italia tutta

e sottoporla a la corona nostra.

Come quei cavalieri ebbero udita

la proposta del re, si dipartiro,

e ragunaron prestamente insieme

la gente de la Francia entr'a Leone;

e come tutte ragunate furo,

che più di centomillia eran in arme,

quel re feroce sopra 'l suo destriero

si pose inanzi, e tutti gli altri dopo,

e drizzar verso Italia il lor camino;

e trapassando prestamente l'Alpe

andavan chete per passare il Pado

senza far danno alcuno in quel paese,

perché non fusse lor turbato il varco.

Sendo poi giunto il capitanio Uragio

per mandato del re press'al Ticino,

ragunò tutti e' Gotti del paese

ed uscì fuor con essi a la campagna,

che gli volea condur verso Ravenna;

e 'l buon duca Mundel, che questo intese,

sendosi date a lui Navarra e Como

e Lodi ed altre terre ivi propinque,

fece star Ennio a guardia di Milano

ed e' se n'uscì fuor con tutto 'l stuolo:

e ratto se n'andò verso Cremona

e pose il campo suo vicino al fiume,

cinque miglia propinquo al stuol d'Uragio,

per impedirli il transito in Piceno.

E così stando l'un vicino a l'altro

senza combatter, né venire a l'armi,

perché i Romani non volean far altro

che dar impedimento al lor vïaggio

e far che non andasseno a Ravenna;

e i Gotti poi temean, se fossen rotti,

che quella rotta desse gran ruina

al lor signore, e al lor imperio afflitto:

e così stando ognun dentr'a i lor valli,

Tiberto re, ch'avea passato l'Alpe

con cento millia armati a la campagna

senza far in Liguria alcun disconzo,

andava molto cheto verso 'l ponte

del Po tenuto da la gente Gotta

con gran presidio di cavalli e fanti;

il che intendendo il capitanio Uragio

s'allegrò nel suo cuor, pensando certo

che fossero venuti a darli aiuto

onde sperava col favor di Francia

agevolmente vincere i Romani

e cacciarli d'Italia e torli Roma.

Però chiamò Belardo e Malaspino,

ch'eran baroni arditi ed eloquenti,

e disse lor queste parole tali:

L'improvisa venuta de i Francesi

con tanta multitudine di gente

mi reca dentr'al cuor gran meraviglia:

perciò ch'essendo già gran tempo stati

da noi richiesti di mandarci aiuto

secondo il nostro sigillato accordo,

proferendoli appresso argento ed oro,

mai non ci vollen dare alcun soccorso;

or son venuti senz'esser richiesti.

Però mi par ch'andiate ad incontrarli

con questi doni di cavalli e d'armi,

e renderli per noi grazie immortali

di così generoso e grande aiuto;

ché chi soccorre a l'uopo de l'amico

senza esserne da lui prima richiesto

fa cosa molto degna e molto rara,

onde se gli dee avere obligo eterno.

Questo gli disse Uragio, e gir lasciolli.

Come Tiberto poi fu presso alponte

passò per quel con tutta la sua gente,

ché quivi non trovò contrasto alcuno:

perché quei Gotti che si stavan ivi

lieti gli aperson le serrate porte

de i castelli del ponte e de le rocche,

pensando che venisser loro amici.

Ma come il re v'entrò, senza dimora

vi pose un gran presidio di Francesi:

poi le miglier de i Gotti e i lor figliuoli,

che ritrovaron dentro a quei castelli,

fur presi ed imolati, e i corpi loro

subitamente fur gettati al fiume

per prima offerta de l'ooribil guerra;

e parimente ancor vi fur gettati

Balardo e Malaspin, che furon presi

quando venianli contra con quei doni.

E fatto questo subito n'andaro

verso 'l campo de i Gotti, e quivi entraro,

che lo trovaro aperto, e con diletto

eran veduti da la gente gotta,

che credean lor venire a darli aiuto;

ma come furon entro, gli assaliro

con le allabarde, e gli uccideano tutti:

il che vedendo gli infelici Gotti

subitamente abbandonaro il vallo

e se n'andaro in paventosa fuga.

e volendo fuggir verso Toscana

andor per entro 'l campo de i Romani;

ed essi, non sapendo la cagione

di quel fuggir sì subito de i Gotti,

pensaro un leggierissimo pensiero,

che Belisario per occulte strade

fusse venuto, e che gli avesse data

quella gran rotta, e toltoli il lor vallo:

onde da tal pensier tutti commossi

ratto s'armaro, e se n'andaro in fretta

per congiunger con lui tutta la gente;

ma si trovaro fuor d'ogni credenza

condotti fra la gente de i Francesi:

però convenne a lor contra lor voglia

venire a l'armi, e non potendo starsi

quella sì poca gente contr'a tante

migliaia di Francesi e di Germani

deliberaron di voler salvarsi,

e prestamente posersi a fuggire;

né si fidando star dentr'al lor vallo

volser la fuga lor verso Toscana.

E così quel Tiberto in poco d'ora

fugò dui grandi esserciti e i lor valli

prese con molta vettovaglia dentro;

e lieto del periurio ivi s'assise

per goder quella aventurosa preda.

Il Re del cielo a così orribil fatto

volse la faccia disdegnosa in dietro,

e gli dispiacque assai che avendo rotta

la fede a i Gotti ed a i Romani a un tempo

fosser di tanto error sicuri e lieti;

onde a Latonio ed a Iunonio disse:

Cari messi del cielo, angeli eletti,

scendete giù da le superbe nubi,

mutate l'aria e corrompete i venti;

e fate sì ch'io veggia aspra vendetta

da l'empia crudeltà di quei Francesi

che col periurio lor si fan sì grandi.

Così diss'egli, e quei celesti messi

sen venner giù dal ciel come un baleno

che 'l bell'aere seren fende e le nubi;

e l'un se ne volò sopra una torre

de la fortezza che guardava il ponte,

e l'altro se n'andò d'intorno al fiume

facendo uscir da lui vapori amari.

Latonio quando fu sopra la torre

pose su l'arco l'empie sue saette

e spinsele nel campo de i Francesi:

le quai v'indusser sì terribil peste,

che si morian senza rimedio alcuno;

e primamente s'attacor ne i muli

e ne i Satini, e poi ne i corpi umani:

questi con varie qualità di morti

cadeano e per le chiese e per le strade,

e le lor piazze e le campagne tutte

eran coperte di persone estinte,

ch'empian d'orrore e di paura ognuno;

onde quel re con miserabil voce

si lamentava de la sua fortuna,

che di man gli tollea tanta vittoria.

E nove giorni interi eran passati

fra quella acerba e miserabil peste,

quando l'angel Palladio, ch'era intento

a dar favor a gli ottimi Romani,

sotto la forma di Orcalo prelato

antico ed onorato ne la Francia

apparve in sogno al re Tiberto, e disse:

Eccelso re ch'avete il scettro in mano

de la vittorïosa nostra gente,

io vi ricordo che pensar debbiate

quanto sia grave error mancar di fede;

ché chi manca di fede e perde quella

perder altro non può ch'abbia di meglio.

Voi prometeste al correttor del mondo

mandarli aiuto a debellare i Gotti;

né solamente non l'avete fatto,

ma v'accordaste poi co 'l re de' Gotti,

il qual vi diede tutta la Provenza,

e prometeste a lui secreto aiuto;

ma spesse volte i desideri ingordi

ci son cagion di pessimi consigli.

Poi senza risguardare a tai promesse

che voi faceste a l'una e l'altra gente

apertamente or gli venite contra,

rompendo a un tempo a gli uni e a gli altri fede.

Ma se la forza vostra è tanto grande

che non ha tema di persone umane

temete almeno il Re de l'universo,

ch'ha in odio estremo così gravi eccessi

e gli punisce con terribil pene:

però mandato v'ha sì fiera peste

ad ammunirvi, acciò che non facciate

maggior dimora in questo vostro errore;

che se voi vi starete ancor più tempo

vi punirà dapoi ne la persona.

Così disse quell'angelo, e sparìo

e nel sparir lasciò sì gran splendore

sopra quel re, che subito destossi

e vide ch'era un messaggier del cileo:

onde tutto s'impìo d'aspro timore.

Dapoi levossi prestamente in piedi,

e non disse ad alcun questo suo sogno:

ma ratto fece armar tutta la gente

che in quella peste era rimasa viva,

la qual di poco trappassava il terzo,

e con essa tornò verso la Francia

per fuggir l'ira del Signore eterno.