IL VIGESIMOSECONDO LIBRO
Tutta quanta la notte il re de' Gotti
secondo l'aricordo di Burgenzo
mandò le genti d'arme ad imboscarsi
di là da Prima Porta, in un vallone
occulto e vicinissimo al castello:
dapoi fece condur tutte le robbe
più necessarie fuor de gli ampi valli
e porre il fuoco in essi, e dipartirsi
lasciando solamente in un di questi
Burgenzo ingannator, legato in modo
che quella fiamma non potea noiarlo.
Ma quando il buon Traian, ch'era a la guardia
de la Porta Pinciana, vide accesi
gli alloggiamenti de la gente gotta,
si rivolse a Fonteio, e così disse:
Fonteio mio gentil, quei molti fuochi
ch'io veggio accesi intorno a queste mura
sono ne' valli de la gente gotta,
la qual, come cred'io, sarà fuggita:
però non vi sia grave andar correndo
al capitanio e dirli questa nuova,
e che disponga ciò che far devemo:
ché tanto si farà quant'a lui piaccia.
Così diss'egli, e 'l giovane Fonteio
se n'andò ratto a Belisario il grande:
e ritrovollo a punto inanzi l'alba,
ch'era levato per vestirsi d'arme
ed ordinar le cose de la guerra;
onde narolli quello acceso fuoco
con le parole proprie di Traiano.
Il vicimperador, quand'ebbe intesa
quella gran nuova, senza far dimora
fece chiamar Mundello e Corsamonte
e disse lor queste parole tali:
Baroni illustri e di virtù suprema,
i Gotti, come intendo, han posto fuoco
ne i lor muniti valli, e gli arden tutti:
che mi par segno ch'e' si sian partiti
e che vogliano andar verso Romagna.
Però fia ben ch'andiate fuor di Roma
con quattrocento cavalieri armati
a veder ciò che sia dentr'a quei valli:
e se potessi ancor prender qualcuno
de le lor genti ch'han lasciate a dietro,
saria cosa bonossima; che forse
ci porian dir qualche dissegno loro.
Andate adunque, e ritornate in brieve
ben informati del negozio tutto.
Come fu nota a quei baroni eletti
la volontà del capitanio eccelso,
subitamente se n'uscir di Roma,
e per l'Aurelia Porta andaro in Prati;
e primamente videro il steccato
di Marzio acceso e senza gente dentro,
dapoi trovaro abbandonato il ponte
con la fortezza sua che v'era sopra:
e quindi se n'andar di vallo in vallo,
che tutti quanti ardean vòti di gente,
eccetto che trovaro in quel d'Argalto
Burgenzo ingannator legato in ceppi.
Questi come gli vide indi passare
cridò piangendo: O cavalier ch'andate
intorno a i valli risguardando i fuochi,
se è punto di pietà ne' vostri petti
datemi aiuto, o fate almen ch'io muoia
per le man vostre senza alcun'indugio,
e che le membra mie non s'ardan vive
e vadan lente a disperata morte.
A quella voce, i dui baroni eccelsi
volser la vista ne la parte d'onde
udìano uscire il suon de le parole:
e risguardando dentro da la porta
del vallo vider un ch'era legato,
ed avea fitti i piedi in certi legni
in modo tal che non potea fuggirsi:
onde smontati giù de i lor destrieri
con altri molti cavalieri illustri
entraro entr'alsteccato,e prestamente
conobbero Burgenzo, e lo slegaro:
e 'l forte Corsamonte fu il primiero
che ruppe i ceppi con la spada acuta
e da le false man sciolse le funi;
onde il slegato subito si volse
e ingenocchiossi avanti a Corsamonte,
e basciandoli i piè così gli disse:
Signore illustre e di virtù suprema,
poi che da voi ricevo questa vita,
tutta vuo' porla ne' servigi vostri;
però non vi sdegnate d'accettarmi
per vostro fido suddito e per servo,
ch'io son disposto d'ubidir voi solo
mentre che viverò sopra la terra.
E Corsamonte a lui: Burgenzo mio,
questo è nulla ch'i' ho fatto, e lo farei
per ogni nostro minimo vassallo,
non che per un baron come voi siete.
Onde v'accetto non per nostro servo,
come voi dite, ma per nostro amico
e per compagno caro e per fratello;
ma grave non vi sia, signor, di dirci
quale era la cagion che facea darvi
da quella gente sì spietata morte.
A cui Burgenzo: Altissimo signore,
il tutto vi dirò senza menzogna:
e se non dirò il ver, la terra s'apra
ne la vostra persenza e mi summerga.
Come fui dato a l'empio re de' Gotti
da i miei soldati, che gli dier la rocca
di Ponte Molle e me legato insieme,
quel re mi diede in guardia al fiero Argalto,
il qual teneami con custodia intorno
acciò ch'io non fuggisse, ma nel resto
lasciommi in libertà, tal ch'io non era
a dire il ver né libero né servo.
Ben poi ch'Argalto fu condutto a morte
dal grande ardir de l'onorato Achille
mi ritrovava in libertà maggiore;
e quando presa fu la bella Elpidia,
sendo condotta al nostro alloggiamento,
fecimi a lei conoscer per Romano
e per prigion de' Gotti e vostro amico:
onde poi che fu posta entr'a la rocca
di Prima Porta, l'ho tenuta sempre
visitata con doni e con proferte
e consolata ne gli suoi travagli;
perch'i' era molto amico di Sarmento
che l'aveva in custodia, ed in quel luoco
era luogotenente d'Unigasto.
Questo Sarmento ancor condussi a tanto,
che si volea fuggir con quella donna
fuor del castel ne la presente sera;
ed io dovea trovarmi in quella parte
per poter tutti tre, la donna e noi,
venire insieme a ritrovarvi in Roma
per l'oscuro silenzio de la notte.
Or un de' suoi, ch'avea nome Cantone,
dopo la fugga del signor de' Gotti
veniami a dir come Sarmento ed ella
volean tener fuggendo un'altra via
per certi colli sopra Monte Malo,
che saria più secreta e più sicura;
e volean ch'io v'andasse in quella notte
per venir seco a la presenzia vostra.
Ma non pervenne a me quella ambasciata,
perché Cantone improvido fu preso
da le scelte de i Gotti, e per salvarsi
gli confessò tutto 'l dissegno nostro:
né però pòte liberar la vita,
anzi fu impreso, ed io fui posto in ceppi
per farmi ardere il dì presente ognuno;
ma poi, deliberando di fuggirsi,
legato mi lascior col fuoco intorno
acciò ch'i' ardesse senz'alcun soccorso.
Così dicea Burgenzo, e Corsamonte
per la pietà de la sua cara sposa
piangea come se fosse una fontana
coppiosa d'acqua che con larga vena
sparga i liquori suoi fuor d'un gran sasso;
poi scender fece Filopisto in terra
del suo destriero, e diedelo a Burgenzo,
e tutti insieme s'aviaro a Roma.
Ma prima che giungessero a la porta
videro un uom tutto affannato in vista:
questi era stato ascosto in un macchione,
secodo che ordinor la sera insieme
Burgenzo ed ello, onde com'ei lo vide
tra quei soldati andar verso le mura
si discoperse, e finse essere a caso
scontrato in loro, ed aver gran timore.
Alor Burgenzo, ch'avea posto a segno
quel tradimento, e gli riusciva a punto,
si volse a Corsamonte e disse: Questi
che voi vedete è un certo mio famiglio
che mi dee recar nuove di Sarmento,
ch'ivi il mandai nel tramontar del sole
prima che si scoprissero i trattati;
ma se volete ch'io lo chiami, penso
che ci saprà narrar dove si truova
Elpidia e 'l campo de la gente gotta.
Si si, disser Mundello e Corsamonte
tutti in un tempo, fate pur, ch'e' venga;
e Burgenzo il chiamò: Vien qua, Doletto;
ed e' fingendo aver molta paura
se n'andò a lui tutto smarito in vista;
poi tutti quattro si tiror da parte
e Burgenzo gli disse in questa forma:
Dì pur, Doletto, via, senza timore
ciò che mi vuoi narrar di Prima Porta,
ch'a questi cavalieri ho detto il tutto,
perch'io gli ho per signori e per fratelli:
ove lasciasti Elpidia,? Ov'è Sarmento?
Ov'è la massa de la gente gotta?
Alor Doletto, instrutto da gli inganni
del perfido Burgenzo, aperse i labbri
e disse: Signor mio, la bella Elpidia
si stava in fondo d'una orribil torre:
ché come fu scoperta la sua fuga
vi fu rinchiusa, e via fuggì Sarmento
per un secreto bucco del castello
che va per sotto i muri in un boschetto,
strada che sola è manifesta a lui,
donde voleano in quella notte uscirsi
se non eran scoperti i lor pensieri.
Io come aggiunsi fui da lui raccolto,
e da la bella Elpidia, con gran festa;
ed aspettando l'ora al dipartirsi
venne la nuova ch'era stato impeso
Cantone e che 'l trattato era scoperto:
onde Sarmento subito chiamommi
e tolti alcuni lumi e certi fuochi
che sempre a suo piacer gli accende e ammorza,
mentre che Elpidia si menava al basso
n'andammo fuor per quel secreto luoco
ed arrivammo in una occulta grotta
ch'era in quel bosco, ed ei rimase quivi
nascosto, e m'ha mandato a ricercarvi;
e priegavi, se siete in libertade,
che vi piaccia venire in quel boschetto
a ritrovarlo la futura notte,
ch'andar faravvi entr'a la chiusa rocca
per quella strada onde noi siamo usciti:
e farà sì che voi potrete quindi
menare Elpidia, e ciò ch'a voi fia grato,
senza tema di noia, o di disturbo.
La massa grande de la gente gotta
debbe esser giunta forse a Castel Nuovo:
e come sia in Otricoli arrivata
manderà a tòrre Elpidia, per condurla
con la sua compagnia dentr'a Ravenna;
e forse fia questa futura notte,
come Sarmento udì con le su' orecchie,
che 'l re mandollo a dire ad Unigasto
poco avanti a la presa di Cantone.
Così disse Doletto, e poscia entraro
per l'Asinaria Porta entr'a le mura;
e quindi andaro a Belisario il grande,
a cui narraron ciò ch'avean veduto
e ciò ch'aveano udito da Burgenzo,
d'indi tornaro a i lor fedeli alberghi;
e Corsamonte volse che Burgenzo
andasse ad alloggiare entr'al su' albergo
per ragionar di Elpidia a suo bell'agio,
e così tutti dui n'andaro insieme.
com'ebber poi mangiato, e coronate
le belle tazze di spumoso vino,
Corsamonte gli disse este parole:
Burgenzo mio gentil, che siete il fonte
de i bellicosi inganni e de i partiti,
pensate un modo di poter avere
la bella principessa di Tarento
prima che sia condotta entr'a Ravenna:
o per la via che detto v'ha Doletto
o con andarla a tuor per forza d'arme
a quei che conduranla al re de' Gotti;
che senza lei non mi par esser vivo
e le fatiche mie son state indarno,
non ricovrando quel che m'è più caro.
Così diss'egli, e poi Burgenzo, allegro
de l'alta occasïon che gli era porta,
dietro a un finto suspir guardollo e disse:
Barone illustre e di suprema forza,
poi che da voi conosco aver la vita,
pronto sarò per voi spenderla ancora,
né mai mi muterò di questa voglia
mentre arò al corpo l'anima congiunta.
Ben prima vi dirò quel ch'a me pare,
e poi sempre farò ciò che vorrete.
Quando un può far senz'arme un suo dissegno,
e senza sangue, dee cercar di farlo:
perché l'ingegno è meglio che la forza,
la quale è da serbar sempre a l'estremo,
e poscia alora arditamente usarla.
Dunque a me par che sia da tentar prima
quel che ha detto Doletto: il che seguendo,
non ci sarà mestier d'altri perigli;
ma se noi gli assalimmo ne la strada
e vorrem torla lor per forza d'arme,
porian per sdegno ucciderla, onde poi
vi recheria nel cuor tanto dolore
che mai più non areste alcun contento.
Dunque fia ben che noi mandiàn Doletto
a ritrovar Sarmento, il qual daracci
la via di liberar questa signora,
ed io v'andrò come si corchi il sole;
e pria ch'esca de l'onde un'altra volta
sarò qui con la donna, o sarò morto:
e s'io non la potrò menar con meco,
non vi mancherà poi tentar con l'arme
di torla fuor di sì spietate mani.
Il parlar di Burgenzo a Corsamonte
non spiacque, e non pensò d'alcuno inganno:
che 'l Re del ciel gli avea la mente ingombra
di tanto amor, che vedea poco lume;
e non si ricordò d'aver già offeso
quel traditor col darli una ceffata
essendo ancor fanciul dentr'a Bisanzo:
che l'uom ch'offende scrive entr'a la polve
l'offesa, e in marmo quel che la riceve;
poi chi si fa temer da molta gente,
è necessario ancor che tema molti:
però devea temer di molti il duca,
ch'era da ognun temuto oltra misura,
ma non lo fece, anzi con molto ardire
disse a Burgenzo: Anch'io ne verrò vosco,
che insieme esequirem meglio il negozio:
mandiam Doletto a dire ora a Sarmento
che noi verrem questa presente sera
a ritrovarlo dentr'a la sua grotta
per andar seco in quella occulta via
e liberar la mia diletta donna
da l'amara prigione in cui si truova.
Alor Burgenzo oltra misura allegro,
che vedea caminar bene il dissegno,
disse: Signor, certo pareami il meglio
che lasciaste a me sol questa fatica;
ma poi che piace a voi d'averne parte,
non voglio oppormi al desiderio vostro,
ché spesse volte l'uom per se medesmo
dà volentieri a i suoi negozi effetto,
massimamente ove interviene amore.
Così disse Burgenzo, e poi si volse
presente Corsamonte al suo famiglio
e disse a lui queste parole tali:
Doletto, or ti bisogna oprar l'ingegno,
ed andar cauto a ritrovar Sarmento:
e digli come qui la cosa è in punto,
e che verrò stanotte a ritrovarlo
con un compagno ch'è il miglior guerriero
e 'l più forte baron ch'Italia alberghi,
il qual m'ha liberato da la morte.
Faccia ancor egli ciò ch'egli ha da fare,
perché possiamo rapportarne quindi
la bella preda a noi tanto gioconda.
Così diss'egli, e lasciò gir Doletto,
ch'era informato ben del tradimento:
il quale andovvi, e poi com'ebbe dette
tutte le cose che doveano farsi
subitamente ritornossi a Roma;
e Corsamonte e 'l perfido Burgenzo
dopo la ritornata di Doletto
si dipartiro, e se n'andaro in Borgo:
e quivi nel gran tempio di San Pietro
posaro alquanto, rimandando in dietro
le lor famiglie a l'onorato albergo.
Ma come vider ch'apparian le stelle
se n'andor tutti tre verso il castello
di Prima Porta a ritrovar Sarmento:
e nel primiero uscir di quel gran tempio
il duca, ch'era pien d'alto pensiero,
diede col piè nel limitare, e cadde
sopra la sepoltura di Calisto,
e poi levossi prestamente ritto
quasi turbato de l'augurio adverso;
ma non stette però che non salisse
sopra il destriero, e non andasse al luoco
ch'esser dovea cagion de la sua morte.
Così dietro a i vestigi di Doletto
in brieve tempo giunsero a la grotta
ove facea dimora il mal Sarmento:
il qual, come gli vide entr'a la bucca,
fece molta allegrezza con Burgenzo
col cuore, ma co i gesti e con la lingua
molto onorava il generoso duca,
dicendo: Veramente, alto signore,
sempre son stato admiratore e servo
de la vostra rarissima virtute:
la quale, insieme col favor del cielo,
ha fatto e sempre fa cose mirande;
ed ora Iddio v'ha qui condotto a tempo
per tuor di prigionia la donna vostra;
che se non venivate, in poco d'ora
il re facea menarla entr'a Ravenna,
com'ella ora m'ha scritto, e ancor mi priega
ch'io lo faccia sapere a vostra altezza
e ch'io vi chieggia da sua parte aiuto.
Al fin de le parole il mal Sarmento
mostrò una lettra falsa, che parea
di man d'Elpidia che scrivesse questo:
onde 'l gran duca, stimulato molto
da l'amore e da l'ira e dal sapere
che non mancava a lui virtù né forza,
rodeasi dentro, e disse: Andiamo, andiamo
a trar questa meschina fuor di pene.
Alor Sarmento, preparato avendo
e lumi e fuochi, cominciò la strada;
e Corsamonte dismontato a piedi
lasciò il cavallo e l'armi in quella grotta
a guardia di Doletto, e portò seco
la spada sola e la celada e 'l scudo,
ché non pensava aver bisogno d'arme,
perciò che posta avea tutta la speme
di liberar la sua diletta sposa
ne le promesse false di Burgenzo:
ma chi spera aver ben da chi gli è stato
nimico espresso, ha debole il consiglio.
Come Doletto ch'era ivi rimaso
vide i baroni in quella occulta via,
andò per l'altra parte entr'al castello;
e giunto in esso, pose in su le mura
una facella accesa, per signale
che si movesser prestamente i Gotti
perciò che Corsamonte era in quel luoco.
Ma come il duca per l'occulta via
insieme con Burgenzo e con Sarmento
si ritrovor vicini a quella torre
ov'era chiusa Elpidia, uscir del buco:
e mentre che Sarmento ad una guarda
de la prigion dicea che aprisse tosto,
ed ella pur tenea la cosa in lungo
fingendo non saper trovar le chiavi
giunsero i Gotti dentro a quel castello
con gran furore e con cridori immensi,
ch'erano stati aperti da Doletto.
Alor s'accorse il duca esser tradito,
e volsesi a Sarmento irato, e disse:
Ahi, falso traditor, tu m'hai pur colto
come si colge il lupo entr'a la fossa:
e dielli un pugno tale in una tempia
che franse l'osso e ruppeli il cervello,
e lo distese morto in su 'l terreno;
poi si volse per dare anco a Burgenzo,
ma non lo vide, che 'l ribaldo cauto
restò nel buco, e chiuse ivi la porta.
In questo aggiunse il duca di Vicenza
con trentamillia Gotti in un squadrone:
questi era a piè con gli altri, che i cavalli
avean lasciati ognun fuor de la porta
et andò contra Corsamonte e disse:
Tu sarai colto pur a questa volta,
acerbo cane, e non potrai fuggire.
E detto questo, lasciò gire un'asta
possente e grossa, e colselo nel scudo,
tal che l'acerbo e impetüoso ferro
di quella, gli passò sei grosse piastre
di fino acciale che 'l copriano tutto,
e poscia ne la settima si tenne.
Ma Corsamonte intrepido e virile
torse quell'asta con la mano, ed ella
ruppe la punta sua presso a l'acciale
primo, dov'era sculto il gran leone
che quel baron portava per insegna;
né perché fosse rotta la sua punta
lasciò di trarla anch'ei verso il nimico
che lanciata l'avea dentr'al suo scudo,
ma non l'accolse, che saltò da un lato
e si schermì; ben colse Spinabello,
figliuol di Sergio conte di Valdagno,
ch'era ivi appresso in mezzo de la fronte:
e così senza punta franse l'osso
del capo e penetrò fin al cervello,
onde cadeo disteso in terra morto.
Il che vedendo Marzio ebbe paura,
e 'n dietro si tirò tra le sue genti,
e poi cridava con orribil voce:
Fatevi inanzi o generosi Gotti,
ora che avemo il lupo entr'a la cava:
non vi smarrite, no, per li soi colpi,
che non possono aver lunga durata;
né risparmiate saettami e lancie,
ché tosto morto il vederete in terra.
Così cridava Marzio, onde volaro
infinite saette entr'al gran scudo
di Corsamonte, ed e' volgeasi intorno:
e presa avendo in man l'orribil spada
la facea sfavillar per ogni parte;
e ferì Sulimano in una tempia
figliuol di Gallio conte di Asigliaco,
e lo mandò disteso in su 'l terreno.
Uccise poi Griffaldo e Galabronte,
ch'eran figliuoi di Durlo e Crispatora:
prima a Griffaldo trappassò la pancia,
a Galabronte poi partì la testa,
che gli caddeo su l'una e l'altra spalla;
onde vedendo quelli orribil colpi
tutta si ritirò la gente gotta,
e 'l duca Marzio ancor rimase avanti:
e vedendosi quivi alzò la spada,
ché la necessità lo fece ardito,
e menò su la testa a Corsamonte;
e se non era l'ottima celada
e la maniglia de la buona Areta
lo mandava in due parti sul sabbione,
ma quelle due diffese lo salvaro.
Poi Corsamonte a lui tirò una punta,
e colsel proprio sotto 'l destro fianco;
e senza dubbio lo mandava a morte,
s'egli non si schermìa, tal che sospinse
di sbrisso il ferro e andò tra carne e pelle:
pur il sangue gli uscì fuor de la piaga.
Ma quando Marzio si sentì ferito
e vide il sangue suo cadere in terra,
si tenne morto senz'alcun rimedio:
e per disperazion fatto sicuro
alzò con ambe man l'acuta spada
e diede a Corsamonte su la testa
un fiero colpo, e con sì gran furore,
che quasi lo mandò stordito al piano.
E Corsamonte alora empìo 'l suo petto
tanto di sdegno e di vergogna e d'ira,
che raddoppiaro in lui tutte le forze:
onde prese ancor ei la spada orrenda
con ambe due le sue possenti mani;
e diede a Marzio su la spalla manca
il maggior colpochemai fosse udito,
e 'l petto gli partì, la schena e 'l busto,
e gli uscì fuori appresso il destro fianco
e 'n due pezzi il mandò sopra l'arena,
che ciascun d'essi avea una man e un braccio,
e l'un tenea la spada e l'altro il scudo:
così quel duca ebbe spietata morte
per man de l'animoso Corsamonte.
E come il lupo che in un chiuso ovile
per arte del pastor si truova colto,
e i giovinetti pastorelli e i cani
gli sono intorno per mandarlo a morte
ed e' s'aiuta con l'acuto dente:
poi quando afferra un cane entr'a la gola
e sanguinoso lo distende a terra
fuggono i pastorei fuggono i cani
per la paura de l'orribil fiera;
così tutta fuggìa la gente gotta
per la paura del possente duca
che 'n dui pezzi mandò il nimico al piano.
E dopo questo quel barone audace
si messe dietro a la fugace gente:
e tanti n'uccidea con l'empio brando
ch'altro non si vedea che morti e sangue;
e certamente tutti erano uccisi,
se non giungeva Totila e Bisandro
e Teio ed Asinario e Rodorico
col secondo squadrone a darli aiuto:
questi venian cridando: Morte, morte
al nimico crudel ch'è chiuso in gabbia;
e così entraro dentro a la gran rocca
con quelli orrendi e paventosi gridi.
Ma Corsamonte non si mosse nulla,
ché nel suo cuor non entrò mai paura,
e si cacciò tra lor col brando in mano;
e 'l primo che ferì fu Squarciaferro,
signor di Campo Lungo e San Germano;
poscia uccise Rondon, Pilasso e Targo:
Rondon nel collo e Targo ne la tempia
ferìte, e 'l fier Pilasso ne la pancia;
e sbaragliava ancor quest'altra schiera,
se 'l re de' Gotti e 'l resto de la gente
non fussero saliti in su le mura
da la parte di fuor con molte scale,
lasciando a basso guastatori e fabri
circa le torri con liviere e picchi
per ruinarle addosso a Corsamonte:
e questo fece il re perché Burgenzo
detto gli avea che 'l duca ha una maniglia
ch'a Gnatia gli donò la buona Areta,
ch'esser non può né punto né ferito;
però bisogna over gettarli addosso
qualche gran torre, over fiaccarlo in modo
che per stanchezza sia condutto a morte:
e questo parve a lui consiglio eletto,
perch'era più sicuro il star lontano
e ferir quel baron, che andarli appresso.
Onde fece salir la terza schiera
sopra le mura al lume de la luna
che rilucea come se fosse giorno,
e lasciò a basso i guastatori e i fabri
con ferri a scalpellar circa le torri.
Poi ne la piaccia Totila e Bisandro
e Teio e gli altri principi de i Gotti
erano intorno al glorïoso duca
con spade e lance e con orribil sassi;
ed e' si stava intrepido, e col scudo
si diffendeva e col tagliente brando:
col quale uccise il giovane Gradarco,
ch'era fratel di Totila bastardo,
figliol di Serpentano e di Armerina,
d'Armerina gentil, che ascostamente
lo parturì nel bosco del Montello
per tema di Altamonda, ch'era madre
di Totila e moglier di Serpentano;
ma non schiffò però l'odio e 'l furore
di quella donna, che com'ebbe inteso
il parto di costei fece annegarla
nel fiume impetüoso de la Piave:
e 'l fanciullin di lei fu poi nutrito
da certe pastorelle in quella selva,
e cresciuto di forza e di bellezza
venne a Trivigi a ritrovare il padre
e Totila suo frate, che l'accolse
con gran diletto e poi menollo a Roma;
e quindi era con lui: ma troppo inanzi
si spinse, onde 'l feroce Corsamonte
con la sua spada gli traffisse il petto
e morto lo mandò sopra la piaccia.
Il che vedendo ognun stava lontano,
facendo guerra con le lance e i sassi
più volentieri assai che con le spade;
e Corsamonte col suo scudo in braccio
sostenea tutto il stuol, come un cingiale
ch'abbia d'intorno cacciatori e cani
con spiedi e dardi: ed e' si volge e freme
col pelo irsuto e col feroce dente;
tal che non osa alcuno andarli appresso,
perché qualunque a lui si fa vicino
non si diparte senza sparger sangue;
così faceano i principi de i Gotti
ch'erano a basso intorno a Corsamonte.
Ma quei ch'eran saliti su le mura
gettavan tante lance e tanti sassi
sopra il baron che combatteva in piazza,
ch'era cosa incredibile a vederla:
né mai fioccò da ciel sì spessa neve
nel freddo tempo de l'algente bruma,
né sì spessa gragnuola a i giorni estivi
tempestò mai su le terrene piante,
come spesse cadean le dure pietre
e l'aste forti e i penetranti dardi
sopra il gran scudo del possente duca,
tal che facealo alcuna volta andare
a mal suo grado col genocchio in terra:
ma non possendo riparare a un tempo
col scudo a quei di sotto e a quei di sopra,
si trasse in dietro al piè d'un'alta torre
ch'era posta in un canto de la piaccia,
coperta d'un gran vòlto, e da le spalle
del muro de la rocca era difesa
e sol davanti avea la strada aperta.
Quivi firmossi l'animoso duca
fecend' un'incredibile difesa;
e parea proprio un scoglio avanti un porto
che da l'onde del mar tutto è percosso
con estremo rumor d'orribil vento:
et ei sta saldo, e col suo starsi immoto
frange e disperde ciò, che a lui s'appressa;
così parea quel Corsamonte audace
e ben da tutto il stuol s'aria difeso
se quei ch'eran di fuor co i picchi in mano,
e che più di quattr'ore avean piccato
intorno ai fondamenti de la torre,
non la facean cader sopra il suo capo;
e nel cader che fece ancora accolse
Turbone e Baricardo a Fuligante,
dui cugini di Teio, un di Bisandro,
con più di novecento altre persone:
ma questo parve nulla al re de' Gotti,
poi che 'l suo gran nimico era sott'essa.
Le genti, come vider quella torre
caduta sopra l'animoso duca,
mandarono un cridor fin a le stelle:
e così morto fu quel gran guerriero
con danno estremo de l'Italia afflitta.
Poi non fu Gotto alcun che non pigliasse
legnami o sassi e no i gettasse sopra
la gran ruina e le cadute pietre:
quasi temendo ancor che quindi uscisse
e tutti quanti gli mandasse a morte;
così gettando ognun materia molta
crebbe su quella piazzia un alto monte,
non minor del Testaccio, e non men grave
di quel che 'l grande Encelado ricuopre.
Il Re del cielo, a cui dispiacque e dolve
la morte d'un tant'uom, ma consentilla
per non si contraporre al suo destino,
chiamò l'angelo Erminio, e così disse:
Diletto e fido messaggier del cielo,
tu vedi il grave ed immaturo fine
del più forte guerrier che fusse in terra:
vestiti l'ale, e va volando a Roma
e narra al capitanio de le genti
che 'l buon duca di Scitia è in gran periglio
di lasciarli la vita; e digli appresso
la causa de l'orribil sua sciagura:
ma non gli dir però che sia caduta
la torre addosso lui, né che sia morto
acciò che vada tosto a darli aiuto.
L'angel di Dio, dopo il divin precetto,
aggiunse l'ali a sue veloci piante:
e venne giuso come fa il baleno
che ne la notte limpida scintilla
e nunzia che sarà sereno e caldo;
poi presa la sembianza d'Orsicino
andò dov'era il capitanio, e disse:
Illustre capitan, gloria del mondo,
io stava in guardia a la Flaminia Porta,
e questa notte in l'ora de le squille
venne a trovarmi un uom di tal presenza
ch'un de' messi parea del paradiso;
e mi disse: Orsicin, vattene tosto
al vicimperador de l'occidente
e digli come il forte Corsamonte
stato è rinchiuso dentro dal castello
di Prima Porta, e tutto il campo gotto
v'è posto intorno per mandarlo a morte;
e quivi fu condotto da Burgenzo
con arte e con promessa di trar quindi
la bella Elpidia, e di condurla a Roma.
Digli che vada tosto a darli aiuto,
ché questo è il dì che caccieranno i Gotti
con gran ruina lor dentr'a Ravenna.
Così da parte di quel messo eterno
vi dico, e parimente ancor v'essorto,
ch'andiate prestamente a darli aiuto.
E detto questo, via sparì come ombra:
onde 'l gran capitanio ben conobbe
ch'egli era un messaggier del paradiso:
e senza indugio alcun levossi in piedi
e ratto si vestì di panni e d'arme;
poi quell'angel di Dio con gran prestezza
sotto la forma di Carterio araldo
se n'andò a risvegliar tutta la gente;
e trovò prima l'onorato Achille,
che come intese la spietata nuova
di Corsamonte, e 'l suo periglio estremo
senza curar d'alcun futuro male,
perché non era salda ancor la piaga
ch'Ablavio diede a lui sotto 'l costato,
che fu più perigliosa che non parve,
levossi, e si vestì di lucid'arme
e ratto s'avviò verso la corte.
Quivi trovò che Belisario armato
sopra Valarco volea gire al campo,
e le schiere venian con molta fretta,
ch'eran solicitate da gli araldi.
Al giunger di costui si rallegraro
alquanto in vista le adunate genti
come Elitropia a l'apparir del sole;
et e' disse al capitanio eccelso:
Illustre capitanio de le genti,
andiamo a dare aiuto a Corsamonte:
et andiam tosto, che 'l soccorso lento
suol giovar poco e poca grazia acquista.
E così detto, tutti s'avviaro
verso il castel al lume de la luna:
e come furo appresso a la gran rocca
trovar Burgenzo insieme con Doletto,
i quai, dapoi che fu sepulto il duca
da la ruina di quell'alta torre,
ritornaro a la grotta di Sarmento
per prendere il caval di Corsamonte
e per donarlo a l'empio re de' Gotti;
e seco aveano a man quel buon corsiero,
perché non volse alcun di loro in sella.
Ma come s'incontraro in quella gente
ch'avea condotta Belisario il grande,
si smarrir tutti, e si volean fuggire:
pur presero ardimento, e se n'andaro
al capitanio lagrimosi in vista,
e Burgenzo gli disse in questa forma:
Illustre capitanio de le genti,
assai mi duol de l'immatura morte
di Corsamonte e del suo caso acerbo:
Dio sa ch'io non volea menarlo meco
in quel periglio, ed e' venir vi volse
spinto d'amore e da soverchio ardire;
ma chi si fida troppo ne la forza
è spesso vinto da l'altrui consiglio.
Così disse Burgenzo; e quel signore
che per bocca de l'angelo sapeva
il tradimento fatto, e non la morte
di Corsamonte, anzi l'avea per vivo,
come udì quella ebbe dolore immenso
e fecesi narrar tutta la cosa:
ed e' glie la narrò, dicendo spesso
che questo fatto fu senza sua colpa.
Com'ei si tacque, il capitanio eccelso
guardollo torto, e con favella acerba
gli disse: Ah traditor, tu l'hai condotto
in quella rocca con fallaci inganni
e sei stato cagion del suo morire:
ma non lo vuo' lasciar senza vendetta;
e subito ordinò che fusser presi
Doletto e lui, poi gli mandò legati
sotto la guardia di Traiano a Roma.
Achille, come udì l'acerba morte
di Corsamonte, suo perfetto amico
ch'era amato da lui più che se stesso,
con le man gravi si percosse il capo
e poi gemendo e lacrimando molto
si lamentava esser rimaso in vita,
e che 'l crudele Ablavio non l'uccise:
onde per consolarlo il buon Lucillo,
che tema avea che non si desse morte,
per man lo prese, e lagrimava seco.
Lagrimava con lui Sertorio e Ciro,
Bessagno e Magno e molti altri baroni
per l'empia morte de l'eccelso duca;
né finito saria quel duro pianto
se 'l capitanio eccelso de le genti
non gli dicea queste parole tali:
Non consumate lagrimando il tempo,
baroni illustri e cavalieri eletti:
ma ognun di voi ch'amava Corsamonte
s'adopri a far di lui chiara vendetta,
che più grata le fia che doglie e pianti:
ché la vendetta è il pianto de i guerrieri,
né mai sta bene a gli uomini robusti
il lacrimar come fanciulli o donne.
Così parlò quel capitanio eccelso;
e poi fece ordinar le ardite schiere
ed assalì con molta furia i Gotti
ch'erano intenti ad atterrar le torri
e a gettar pietre in sul barone estinto:
onde in poc'ora tutti gli disperse,
perché da la vigilia de la notte
e da la tema del ferir del duca
e dal piacer ch'avean de la sua morte
erano tutti affaticati e stanchi.
Or chi vedesse Achille avanti gli altri
e Mundello e Bessan, Lucillo e Ciro
urtare in essi, e far del sangue loro
vermiglio il prato, ed inalzarsi il fiume,
dirìa che non fu mai simil macello.
L'ardito Ciro uccise Sacripardo,
fratel cugin del principe Bisandro:
questi era il più superbo e 'l più arrogante
baron de l'Istria, e combattea con tutti
que' suoi vicini senza alcun vantaggio;
questi percosso fu da l'asta fiera
del conte Ciro, e fu mandato a morte,
che 'l petto gli passò fin a le spalle:
tal che desiderò d'aver avuto
vantaggio d'arme e di destrier gagliardo
per uscir da le man di quel barone,
a cui non era equal se non di grado,
che fu ancor egli conte di Trieste.
Achille uccise Folco e Marcolisto,
Tarpone e Bilingaro e Garimbaldo
l'un dopo l'altro con diversi colpi:
Folco ferì nel petto e Marcolisto
in fronte, e poi Tarpone e Bilingaro
l'un nel belico e l'altro ne la pancia,
e Garimbaldo nel sinistro fianco.
Mundello uccise Oveno ed Origillo,
Bessano Alfardo, e 'l bel Lucillo Orsaldo;
e Magno uccise Urante, e 'l capitano
ne mandò tre con la sua lancia a morte,
Aridarco e Grancone ed Orïonte,
Orïonte crudel, ch'avea le membra
come un gigante e 'l cuor come un leone:
ma l'une e l'altro a lui dièr poco aiuto,
che Belisario gli passò la gola
e lo distese morto in su 'l terreno.
Alor si messe totalmente in fuga
la gente gotta, e ognun di lor fuggìa
chi qua chi là verso i vicini colli.
Il re s'era fuggito al primo assalto
sopra un suo corridor verso i Veienti;
e Totila fuggì verso Rignano,
Bisandro a Castel Nuovo e Rodorico
a Monte Rosio ed Unigasto a Sutri,
Teio a Baccano; e fuvvi alcun di loro
che correndo n'andò fino a Viterbo:
ma seguitati un pezzo da i Romani
tanti ne fur feriti, e tanti uccisi,
ch'era coperta la campagna tutta
di cavai morti e d'uomini e di sangue.
Alora il capitanio de le genti
fece sonar ricolta, e poscia disse
a la ridotta gente este parole:
Signori eletti a liberare il mondo,
or che fuggita s'è la gente gotta
con tanta occisïone e tanto sangue
quanto spargesser mai fuor de i lor petti,
fia ben che noi si ritorniamo in Roma
acciò che tosto andiam verso Ravenna:
che per la rotta acerba c'hanno avuta
e per la fuga lor molto dispersa
non riduransi agevolmente insieme;
e noi sì tosto gli saremo addosso
che tempo non aran da far diffesa:
perché dopo le rotte de i nimici
chi vuole aver di lor vittoria a pieno
non gli dia spazio mai da ristorarsi.
Sarà poi ben che resti il conte Ciro
con le sue genti, e faccia trarre il corpo
di Corsamonte fuor de le ruine
e con Elpidia lo conduchi a Roma,
ch'ivi farènli i meritati onori:
ed ivi ordinerem la nostra andata
con diligenza e con prestezza immensa.
Così diss'egli, e subito partissi
e rimenò tutta la gente in Roma,
da quella in fuor ch'ivi lasciò con Ciro.
Ma Ciro che rimase entr'a la rocca
fece cavar di sotto a quelle pietre
il morto Corsamonte, e poi lavarlo
e rinvestirlo de le lucid'arme
per farlo indi portar da i suoi soldati
a sepelir ne la città di Roma.
Ma l'onorata Elpidia, ch'era chiusa
ne l'alta rocca, udendo il gran rumore
che si faccea la notte in su la piazza,
avea dentr'al suo petto aspro cordoglio;
poi dicea nel suo cuor: Di che pavento,
meschina me? Me meschina, ch'io mi truovo
nel peggior stato che mai fosse al mondo,
né cosa aver poss'io che non sia meglio.
Se Corsamonte fosse in queste parti
arei giusta cagion d'aver timore
de la sua vita, a me più di me cara.
Or ei, sì come credo, si ritruova
in luogo assai lontan da questa rocca,
tal che non può sapere i miei tormenti,
ché sarebbe venuto a darmi aiuto:
ma pur mi trema il cuor, né so la causa.
Così fra sé dicea la bella donna;
ma come poi co 'l dì s'aperse l'uscio
de la gran torre per le man di Ciro,
ch'e' v'entrò dentro, e disse este parole:
Illustre principessa di Tarento,
uscite omai de la prigione amara,
venite meco a la città di Roma:
ché Corsamonte mio fratel cugino
v'ha posto in libertà con la sua morte.
Così le disse Ciro, ed ella tosto
udendo quella asperrima novella
come una inspirata corse fuori
di quella prigionia col cuor traffitto
per veder s'era ver che fosse estinto
il suo diletto et onorato duca:
ma come vide Corsamonte morto
nel cataletto in mezzo a' suoi soldati,
cadde a riverso trammortita in terra;
e le donzelle sue, che gli eran dietro,
la raccolsero in braccio, e tutte intorno
stavano a lei con lacrimosa fronte.
Ed ella, poi che ritornolli il spirto,
dimandò a Ciro come era venuto
il duca in quel castello, e chi l'uccise,
e Ciro le narrò tutta la cosa:
onde l'afflitta e sconsolata donna
con le man bianche si percosse il petto
e i capei d'oro si traea di testa;
e poi piangendo e suspirando disse:
Qual donna al mondo ha più contraria sorte
di me, che solamente al mondo nacqui
per segno over bersaglio a la fortuna?
Il padre mio fu da Teodato ucciso
a tradimento con orribil modo;
e la mia madre poi, vedendo il teschio
di suo marito, cadde in terra morta:
ond'io dolente ed orfana rimasa
nel mezzo de le forze de i nimici
venni a Brandizio a Belisario il grande
per dimandarli in questi affanni aiuto;
ed e' mi diè per moglie a Corsamonte
duca di Scitia, uom di valore immenso,
ch'avea Tebaldo di sua man occiso
e fatta la vendetta di mio padre:
ond'io sperava che costui dovesse
esser la mia diffesa e 'l mio contento.
Poi mentre ch'io venia per far le nozze
a Roma, presa fui da Turrismondo
e posta in questa asperrima prigione,
che Dio volesse alor ch'io fosse estinta:
poscia il gran duca per cavarmi quindi
è stato ucciso anch'ei da gli empi Gotti
per l'empio tradimento di Burgenzo.
Ed io pur vivo e fra miserie tante
ancora ardisco di guardare il sole?
O come è ver che non è mal sì grave
che nol sopporti la natura umana!
Ma se la sorte mia non vorrà trarmi
di vita, spero di trovare un modo
da non veder mai più luce del sole.
Così dicea quella dolente donna,
con sì gravi sospiri e tai lamenti
ch'arian mosso a pietà le piante e i marmi;
dapoi salita sopra un palafreno
che fece darli l'onorato Ciro
con le donzelle sue colme di pianto
accompagnaro il corpo entr'a la terra.
E Ciro ancor con l'altra gente d'arme
gli andavan dietro, e con suspiri amari
fondean da gli occhi lor lacrime calde.
Ma quando furo a la Flaminia Porta
trovaron tutti i chierici di Roma
che stavan quivi con doppieri accesi
ad aspettarlo, e poi gli andaro avanti
cantando salmi in lamentevol notte:
e dopo questi andaro a cique a cinque
tutta la legïon ch'avea in governo
con le bandiere lor tratte per terra;
e dietro a quei stendardi andava un paggio
il qual menava il suo cavallo Ircano
poco avanti al ferètro, tanto mesto
che parea lagrimare il suo signore;
e 'l vice imperador dietro al feretro
con tutti gli altri principi romani
vestiti a bruno e lacrimosi e mesti
accompagnaro quel baron defonto
al loco eletto per lo suo sepulcro.
Poi non fu alcun del gran popol di Roma
né giovane né femina né vecchio
che non si ritrovasse ad onorarlo
e non piangesse la sua dura morte.
Così con quel bel ordine n'andaro
fino a la chiesa u' fu deposto il corpo
con tanti torchi e luminari intorno
che parea tutta quanta arder di fiamme.
Quivi la bella Elpidia e le sue donne
taglior piangendo le lor chiome bionde
e le gettòr sopra il barone estinto;
ma prima Elpidia disse este parole:
Signor, pigliate le infelici chiome
di quella che doveva esservi sposa,
se ben unqua da voi non fu veduta
se non presso a Brandizio una sol volta:
la cui vista crudel v'ha date molte
fatiche, e ne la fin mandovvi a morte
senza sua colpa, ond'ella per dolore
non vuol mai più veder luce del sole.
Così dicendo e lacrimando insieme
pose le chiome d'or dentr'a le mani
solute e molli de l'estinto duca,
che mosse in quei baron dirotto pianto:
ma più d'ogni altro l'onorato Achille
piangea con voci dolorose ed alte,
che facea lacrimar tutta la gente.
Poi ne la piazza ch'è 'nanzi a la chiesa
s'apparecchiava una superba tomba
di finissimi marmi; e dentro a quella
dopo la mesta orazïon funèbre
ne la qual dottamente il buon Terpandro
narrò tutte le laudi del defunto
e dietro al canto de i divoti preti
vi fu rinchiuso l'onorato corpo
con molte spoglie glorïose intorno
che acquistò già ne le battaglie orrende.
Poi tutti i gesti suoi furon descritti
entro a quei bianchi e ben politi marmi
con lettre d'oro e con parole elette.