IL VIGESIMOSESTO LIBRO
Andava instrutto il glorïoso stuolo
del fortunato imperador del mondo
co 'l capitanio suo verso 'l Piceno:
che poi ch'uscì de l'onorata Roma,
passato avendo 'l Tebro, era alloggiato
su 'l pian che l'onde bianche de la Nera
rigan vicine a la città di Terni;
quivi arrivaron gli orator de i Gotti
ch'aveano in guardia Chiusi,Orbieto e Todi,
città che dentro avean presidio gotto:
or per timor ch'e' non v'andasse il campo
avean mandato a rendersi a i Romani.
Onde un di lor, ch'avea nome Timarco,
sen venne avanti 'l capitanio e disse:
Illustre capitanio de le genti,
Gelimero ci manda a vostr'altezza
ed Albilo, che tengono in governo
Orbieto e Chiusi; ed io, che tengo Todi,
per nome loro e mio ne vengo a darvi
queste città, che son munite e forti;
con tal patto però che siano salve
e le nostre persone e 'l nostro avere,
né per voi ci sia fatto alcun oltraggio.
A cui rispose Belisario il grande:
Gentili ambasciadori, assai mi piace
che risparmiate a noi questa fatica
di gir col nostro campo in quelle parti,
e liberate voi da molti mali
che di necessità portan le guerre.
Adunque allegramente le accettiamo,
né volemo altro da le vostre genti
se non che più non ci combatten contra.
E così detto gli toccò la mano
ed accettò le chiavi de le terre;
poi chiamò Arato ed Atalo e Terpandro
e disse lor queste parole tali:
Non vi sia grave, cavalieri illustri,
di menar vosco tre coorti intiere
e prender il possesso di quei luochi
che vi consegneran questi legati:
e non fate a costoro ingiuria alcuna,
ché 'l vincitor benefico e modesto
par ch'inviti le genti a star sott'esso.
Poi solamente mandarete i Gotti
che saran ivi a Napoli e Messina,
sotto il governo accorto di Terpandro,
perché non possan più venirci contra.
Così diss'egli, e quei baroni audaci
essequir puntalmente i suoi mandati;
poi quando venne fuor la sesta aurora
si dipartiro, e giunsero a Spoleti:
e quindi poi lasciando a man sinistra
Fuligno, trapassarono a man destra
Tollentin, Macerata e Recanati,
che Recineto era nomato alora,
e tutti gli accettar senza contrasto;
ma sol quei d'Osmo avean le porte chiuse,
né voleano ascoltare alcuno araldo:
perciò che v'era dentro il fier Bisandro
con più di dieci millia eletti fanti
e più di mille cavalieri armati;
il che sentendo il capitanio eccelso
fermossi in Recanati, e contemplava
il sito d'Osmo, che volea sforzarlo.
Or quivi aggiunse il giovane Grimaldo,
nobile e dotto, e di costumi eletti,
il qual fu mandat'ivi da Canonte,
che raguagliasse Belisario il grande
di tutto quel ch'avea fatto in Ancona;
questi come fu giunto avanti lui
gli fece riverenza, e poi gli disse:
Almo rettor de le terrene squadre,
Canonte vostro, principe de i Daci,
avendo udita la venuta vostra
mi manda a reverirvi, e farvi noto
ciò ch'è accaduto a lui dentro d'Ancona,
in cui Vitellio lo lasciò per guarda
quando se n'andò a Rimino, e lo prese.
Voi saperete adunque, almo signore,
sì come il re de i bellicosi Gotti
avendo intesa la partenza vostra
da Roma, per venir verso Ravenna,
mandò un suo capitan nomato Baccio
con più di cinque millia uomini armati
per occuparsi la città d'Ancona;
ed ordinò che pria venisse ad Osmo
e togliesse Bisandro e la sua gente
seco per far quell'onorata impresa,
e così tutti vennero a trovarci.
Ma come intese questo il fier Canonte,
più da disio che da ragion commosso,
se n'uscì fuor con tutto quanto 'l stuolo
e non vi lasciò dentro alcun soldato:
poi di quella sua gente al piè del colle
fece una lunga e poco densa schiera,
cingendo quasi tutto quanto il monte
a guisa d'un signor che vada a caccia;
ma quelli, come videro i nimici
venir con sì gran numero di gente,
voltòr le spalle e posensi a fuggire
per ritirarsi dentro da le mura.
Gli Anconitani che vedean fuggirli
gli aprir le porte e gli accettaron entro:
ma i Gotti sempre gli seguian ferendo
ed occidendo quei ch'eran più lenti;
onde i buon cittadini, avendo tema
che non v'entrasser entro anche i nemici,
ch'a le lor spalle sempre eran propinqui,
chiuser le porte de la lor cittade:
dapoi calòr da i merli alcune funi,
per cui traeano i miseri Romani
i quai fuor de le porte eran rimasi
quando serrate fur da quei d'Ancona;
e vi tiror tra gli altri ancor Canonte,
ch'era restato a dietro, e combattea
fin che vide salvar tutti i Romani.
I Gotti poi che non avean potuto,
come speravan, prender quella terra
arsero i borghi ch'ella avea d'intorno;
ed oltra questo poser molte scale
a i muri per voler salir sovr'esse:
ma noi s'eravam posti a le diffese,
né giovato ci aria, perciò che Baccio
da un canto e 'l ferocissimo Bisandro
da l'altro eran saliti su le mura
con molti Gotti, e si spingeano dentro,
se 'l feroce Olimonte al fier Bisandro
non s'opponea, né 'l buon Gualtiero a Baccio,
che quivi erano aggiunti il giorno istesso
che ci fu dato quel sì crudo assalto.
Questi co 'l lor valor ci ricovraro;
Bisandro combattea con Olimonte
acerbamente, e già l'avea ferito
in quattro luochi de la sua persona,
quando Olimonte fieramente urtollo
con la spada e co 'l petto e co 'l gran scudo
e lo spinse per forza fuor del muro;
che parve un vento quando spinge un faggio
con le radici in su giù d'un gran colle
e che lo fa cadere entr'a una valle,
che tutta quanta gli rimbomba intorno:
tal parve nel cader Bisandro alora,
che fece sbigottir tutti quei Gotti
ch'eran con lui saliti in su le mura;
onde con furia si gettaro al basso
per fuggir l'empia forza d'olimonte.
Né con minor valore il buon Gualtiero
sospinse Baccio giù da la sua parte:
perciò ch'avendo avute entr'al suo petto
molte ferite da i feroci Gotti
tolse un'asta di mano a Bagiavante,
e dié con essa un colpo ne la testa
a Baccio; e se non era il fino elmetto
senza alcun dubbio lo mandava a morte:
ma lo ferì però sì fieramante
che fé caderlo anch'ei dentr'al gran fosso,
e tutti gli altri gli saltaro dietro
per non gustar quelle percosse amare;
e non fu alcun dapoi di quei di fuori
che più ponesse il piè sopra le scale,
né più tentasse di salir su 'l muro.
Gualtiero ed Olimonte dopo questo
per le ferite e per lo sangue sparso
caddero a terra, e così mezzi morti
furon portati a casa di Canonte,
che gli fé medicar con molta cura:
tal che or non sono in dubbio de la vita.
I Gotti poi se ne tornaro in Osmo
senza far nulla, e si dimoran ivi
per far contra di voi difesa e guerra.
Così parlò Grimaldo, e molto piacque
al capitanio intender come Ancona
si fosse ben difesa da i nimici;
ma poi non conoscendo il giovinetto
che referito avea quell'ambasciata
gli disse rispondendo in questa forma:
Veramente, signor, ci avete esposto
tant'ordinatamente quel negozio,
che mi reca nel cuor molto diletto;
ma perché più non mi ricordo avervi
scorto fra i nostri cavalier romani
io saprei volentier chi voi vi siete.
Alor Grimaldo a lui così rispose:
Almo rettor de le terrene squadre,
l'esser mio basso e la mia nuova etade
non può dar conoscenza ad uom sì grande:
pur questo io vi dirò ch'io son Toscano,
de l'estrema città verso la Francia,
e già mi diedi a i studi de le Muse:
né gran tempo è ch'io mi venia d'Atene,
e capitai ne la città d'Ancona;
e vedendo ivi le romane insegne
mi fermai ne la corte di Canonte
per voler darmi parimente a l'arme:
perciò che la dottrina aggiunta a l'arme
suol parturir gran gloria fra i mortali;
ma non so ben s'io mi potrò durarvi
ché troppo piene son d'aspre fatiche.
Disse alor Belisario: Io lodo molto
quest'onorato bel vostro disio,
né vi sgomenti in ciò fatica alcuna:
ché l'uomo elegger dee l'ottima vita,
perché vivendo e dimorando in essa
l'uso glie la farà dolce e süave.
Consigliatevi pur co i saggi e buoni,
perché colui che ben non si consiglia
va spesso in preda de i piaceri umani.
E detto questo il capitanio eccelso
fece che tutti e' suoi prendesser cibo,
per poter ir dapoi col campo ad Osmo.
Quest'Osmo è una città sopra un gran colle
ch'è di rimpetto a quel di Ricanati,
ov'era alor l'essercito di Roma:
e separati son da un piano ameno
che riga il Musio con sue liquid'onde.
E così il capitan partissi quindi,
com'ebber preso il consüeto cibo,
e passò il Musio ed andò appresso ad Osmo:
e mentre che facea munire il vallo
Bisandro se n'uscì fuor de le mura
con molti Gotti ed assalì e' Romani
ne l'ora appunto che i pasciuti armenti
tornan da i paschi a le dilette mandre;
onde i Romani, che muniano il vallo,
quantunque fosser colti a l'improviso
non si smarriro, anzi pigliaron l'arme
e gli andòr contra con valore immenso
e 'l capitanio eccelso il qual parea
un nuovo Marte giù dal ciel disceso,
scontrò con l'asta bassa il fier Bisandro
e lo ferì d'un sì terribil colpo,
che poco gli mancò che nol mandasse
disteso in terra a insanguinar l'arena;
e se Gradivo no 'l teniva in sella
e no 'l faceva entrar fra le sue genti,
era l'ultimo dì de la sua vita.
Poi dietro a quello ancor ferì Brunoro,
fratel di Baccio, e lo distese a l'erba,
tal che più non poteo levarsi quindi.
Uccise ancora il giovane Feroldo,
ché gli cacciò la spada dentr'al naso
e per quei buchi andò fin al cervello:
e cadde in terra, e dié d'i calzi a l'erba.
Achille uccise Arcaldo e Bachilante,
Traian mandò per terra Casentino
e Ciro Orildo e 'l bel Sindosio Aronte,
tutti gran capi de la gente gotta:
Baccio vedendo quelli orribil colpi
subitamente si rivolse in fuga
con tutto l'altro essercito de i Gotti
verso 'l suo colle, e gli ottimi Romani
lo seguian sempre, e n'uccideano tanti
che di sangue correa tutto 'l terreno;
e se non era l'ombra de la notte,
che gli divise, alor poneasi fine
a quei certami, perché arian pres'Osmo
e i Gotti rimanean sconfitti o morti:
ma Dio non volse, onde tornaro indietro
gli uni a guardar la terra e gli altri al vallo,
e vigilaron l'una e l'altra parte
per tema de l'insidie de i nimici
quasi tutta la notte in fin al giorno.
Poi quando apparve fuor la bella aurora
coronata di rose in vesta d'oro
l'eccelso capitanio de le genti,
munito avendo il suo ben posto vallo,
pose l'assedio intorno a la cittade,
per ciò che non potea darli battaglia,
ch'era su rupi discoscese ed alte:
e così stando a quell'assedio intento,
veniano i Gotti fuor de le sue porte
a prender erba in un'erboso prato
ch'era su 'l colle appresso a le lor mura,
cosa che diede a l'una e a l'altra parte
cagion di frequentissime battaglie;
perciò che i Gotti ivano a tuor quell'erba
per portarl'entro e darla a i lor cavalli,
ed i Romani ad assediarli intenti
saliano il colle e gli impediano il torla,
né perché i Gotti poi pigliassen gli assi
con le ruote de i carri, e giù del monte
le facessen girar contra i Romani
quando ascendeano su per farli offesa,
poteon salvarsi da i lor fieri assalti:
ché spesse volte quelle ruote andaro
fin al più basso fondo de la valle
senza far danno a i cavalier romani,
che sempre gli turbavano i lor paschi
e gli facean fuggir dentr'a le mura;
onde Bisandro poi per far riparo
a quel disturbo, trovò Baccio e disse:
Buon è che andiate, Baccio, ad imboscarvi
con mille nostri cavallieri eletti;
e stando quivi manderò sul prato
alcuni saccomani a mieter l'erba:
e venendo i Romani ad impedirli,
uscite fuor con le imboscate genti
e di lor fate asperrimo governo.
Così diss'egli, e Baccio andò a imboscarsi:
poi Marzïan vedendo i saccomani
tagliar quell'erba, ascese sopra il colle
con la sua gente, e con Maurusio e Calpo,
per non lasciar che la portassen entro.
Maurusio ch'era avanti con la lanza
passò il costato di Plutonio Gotto,
ch'era colui che gli facea la scorta,
e lo distese morto in su quell'erba;
ma quando 'l vide esser vestito d'oro
discese giù del suo destriero in terra,
dapoi prese quel morto per la chioma
perché lo volea trar fuor de la turba
per tòrli quelle opime e belle spoglie:
ma mentre che traea quel corpo estinto
vi sopragiunser gli imboscati Gotti;
e Baccio ch'era avanti con la lancia
passò Maurusio, e l'inchiodò co 'l morto,
e fitti insieme gli lasciò sul prato.
Poi ferì Marzïan nel braccio destro,
e a Gargarismo trapassò la gola:
così ferian quei disboscati Gotti
con gran vantaggio i miseri Romani,
de i quali ognun n'avea d'intorno dieci;
e in poco d'ora gli arian morti tutti,
se 'l vicimperador de l'occidente
e gli altri ancor che si trovòr nel vallo
- che co 'l cridare avean chiamati in dietro
i buon Romani che saliro al colle
quando videro i Gotti uscir del bosco:
ma per esser intenti a quel negozio
o per la gran distanzia non gli udiro,
onde eran giunti a miserabil passo -
se 'l capitan, che vide il lor periglio,
non mandava Traiano e 'l forte Achille
con molti cavalieri a darli aiuto:
perché da l'altra parte ancor Bisandro
con la sua gente uscì fuor de la porta
per torli in mezzo e per mandarli a morte:
e 'l capitanio, come vide uscirlo,
lasciando Paulo a guardia del steccato
salì sul monte anch'ei con tutto 'l stuolo.
Alor s'incominciò crudel battaglia,
che i Gotti essendo in più sublime luoco
per quella altezza avean molto vantaggio:
ma i buon Romani, che d'ingegno e forza
vinceano i Gotti, non cedeanli un palmo
di terra, e sempre si faceano inanzi,
opponendosi a lor come far suole
la palma contra 'l peso che la prieme.
Or chi vedesse l'onorato Achille
ferir ne i Gotti e far prove mirande
diria che non fu mai simil guerriero:
questi uccise Tuderto e Fossambruno,
Pelagio e Sarno con l'acuta lancia;
poi cacciò mano a la tagliente spada
ed uccise Fiorin, Barocco e Pugno;
e dié tante ferite e tante morti
a tutti quei che gli veniano appresso
che di sangue piovea tutto quel colle.
il capitanio poi da l'un de' lati
si stava armato con la spada in mano,
ed essortava ognuno a la battaglia
e non lasciava alcun traersi indietro:
il che vedendo il perfido Amartano,
ch'era fratel bastardo di Finalto,
pose su l'arco una saetta acuta
e volse gli occhi al cielo, e così disse:
O stella che governi il quinto giro,
se tu non fai ch'io spinga esta saetta
nel ventre al capitanio de i Romani,
mai più non ti vuo' fare onore alcuno,
anzi vogl'ire a disperata morte.
Così disse e tirò la fiera corda:
e la saetta sibilando andava
per l'aria verso il capitanio eccelso,
e saria fitta in lui dentr'al bilico,
se 'l gran Palladio non li dava aiuto:
che come vide quell'orribil strale
venirli contra disse al buon Traiano:
Baron, se tu non salvi il tuo signore,
ei sarà morto, e tutto quanto il stuolo
sarà condotto a miserabil fine:
spingi la mano in là verso 'l suo ventre,
piglia quel stral che se gli aventa contra,
che sarai causa de la sua salute
e de la libertà d'Italia tutta.
Così gli disse e l'ottimo Traiano,
che gli era appresso da la man sinistra,
porse la destra man presso a la cinta
di Belisario e prese l'empio strale;
e non lo pote raffrenar, se prima
tutta non gli passò la destra mano,
ma nel guanto d'accial poi si ritenne.
Alora il capitanio de le genti
spronò Vallarco suo verso Amartano,
e lo trovò che posto avea su l'arco
un'altra validissima saetta:
ma non tirò quella nervosa corda,
ché Belisario lo ferì nel braccio
sinistro, e netto lo mandò per terra
e insieme con la man cadde ancor l'arco;
poscia una punta gli tirò nel ventre
che 'l passò tutto, e uscì fuor per le rene,
onde gemendo e bestemiando forte
se n'andò fuor quell'anima feroce.
E fatto questo, il capitanio eccelso
urtò tra i Gotti con la spada in mano;
e tanti ne ferì, tanti n'uccise,
che di sangue piovea tutto quel colle:
e tutti e' Gotti gli fuggiano avanti
come l'onde del mare avanti al vento.
Fugian tra loro ancor Bisandro e Baccio,
e poscia insieme si serraro in Osmo,
onde i Romani ritornaro al vallo,
né i Gotti ardiron più pigliar quell'erba.
Or mentre che 'l rettor de l'occidente
si stava intento a quell'assedio amaro,
venne un soldato ch'avea nome Egisto,
ch'era uscito di Rimino la notte,
e con periglio estremo de la vita
portò una carta a Belisario il grande
che gli mandava il misero Giovanni,
la qual dicea queste parole tali:
Illustre capitanio de le genti,
sappiate che siam molto a l'estremo,
ché tutto quel ch'è necessario al vitto
ci manca, e più non vi potrem durare
né far difesa più contra i nemici,
tanto siam lassi, indeboliti e stanchi:
però prima che giunga il sesto giorno,
se da voi non aremo alcuno aiuto,
sarem da tal necessità constretti
che darem la cittade in man de i Gotti,
e le nostre persone e 'l nostro onore;
il che farem con smisurata doglia,
ché nulla cosa è di maggior vergogna
che seguir il voler de i suoi nimici.
Dateci adunque subito soccorso,
ché non si può durar contra la fame.
Com'ebbe inteso il capitanio eccelso
il stato e la miseria di Giovanni,
sentì dentr'al suo cuor dolore immenso:
dapoi stava fra sé molto suspeso,
ché da l'un lato gli premea 'l disconcio
de la gente di Arimino, e da l'altro
l'abbandonar l'assedio e 'l lasciar Osmo
gli parea la ruina de l'impresa:
perché lasciando a sé dopo le spalle
sì gran presidio, non avea speranza
d'andar sicuro a dibellar Ravenna.
e così stando in tal pensier suspeso
se n'andò al letto, e quivi appresso al giorno
l'angel Palladio in forma di Procopio
gli apparve, e disse a lui queste parole:
Illustre capitanio de le genti,
v'essorto a dare al buon Vitellio aiuto,
senza però lasciar quest'alta impresa:
e perché meglio voi possiate farlo,
dirovvi una notabil meraviglia
che avvenne già gran tempo in queste parti,
la qual daravvi in tal negozio aiuto.
Di là dal Musio di rimpetto al poggio
u' sciede la città che avette obsessa
surge un bel colle, ed ha nome Laureto,
perché ha una selva di fronduti allori:
in questa selva al tempo d'Odoacro
venne da Ierosolima per mare
un bel tempietto che parea una nave,
e gli angeli del ciel moveano i remi
e sostenealo per le liquid'onde:
al cui passaggio le tempeste e i venti
tutte acquettaro, e l'onde eran tranquille;
e le nimfe marine un coro intorno
di sé faceanli, e con soavi canti
sempre danzando lo spingeano inanzi,
e i pesci fuor d'i pelaghi profondi
uscendo ivan divoti ad adorarlo;
e così venne a riva, e d'indi poi
gli angeli la portaro in quel Laureto
ch'io v'ho narrato e quivi si fermaro:
perciò che quella statua che v'era entro
mostrò co 'l riso di voler star ivi.
Quando Odoacro poi da più persone
intese quel miraculo sì grande
s'empìo di meraviglia e di stupore,
e chiamar fece dui solenni maghi,
l'un chiamato Zachelo e l'altro Omargo,
le cui parole a lui parean divine;
e cominciò parlarli in questa forma:
Io so che siete incantatori e maghi
molto eccelenti, e che vi son palesi
tutte le cose che nel mondo foro,
e quelle che vi sono e che verranvi:
onde anco arete inteso il gran prodigio
ch'apparuto è nel bosco de gli allori.
Però vi piaccia arditamente dirmi
se questo è bon augurio o s'egli è tristo;
e s'egli è tristo, datemi consiglio
com'io debbia fuggir le sue minaccie.
Al parlar di costui rispose Omargo:
Invittissimo re prudente e forte,
poi che saper volete il mio parere
del tempio ch'è venuto in queste parti,
io vi discoprirò ciò ch'io n'intendo.
L'alta divinità ch'è in quel saccello
è la madre di Colui che volse
co 'l proprio sangue liberare il mondo
da l'empia offesa de l'antico padre,
onde si può nomar senza menzogna
la libertà de la natura umana:
e questa libertà ch'è in quel sacello
come fia nota e manifesta a tutti
torrà l'Italia da le vostre mani,
e poneralla in libertade espressa;
ed oltre a questo darà sempre aiuto
a chi ne i casi lor dolenti e tristi
porgeran prieghi a la divina altezza:
onde risanerà le genti inferme
e farà molte grazie a i suoi divoti.
Però, signor, se nel pensiero avete
che resti in servitù l'Italia afflitta,
convienvi ritrovar qualche buon modo
da chiuder quel santissimo sacello
pria che sia nota a le terrene menti
la gran divinità ch'ivi si chiude.
Così parlò l'incantatore Omargo,
a cui rispose il perfido Odoacro:
Chi dà consiglio e poi non porge aiuto
a chi non può per sé medesmo aitarsi,
al parer mio costui consiglia indarno:
però non vi sia grave il dar soccorso
a questo nuovo consigliar che fate,
e far co i vostri magici secreti
che quel sacello sia tanto nascosto
che nol possa veder persona umana,
acciò che non si turbi il nostro impero.
Questo disse Odoacro, ed ei rispose:
Io spero, signor mio, di satisfarvi
prima che 'l sole aggiunga al terzo giorno;
poi fra se stesso mormorando disse:
Costui goderà poco questa grazia,
ma lascierà goderla a i suoi nimici
che forse anch'essi un dì la perderanno.
Quindi partissi, e si ritrasse in casa:
poi co ll'incanti suoi fé fare un muro
tutto di ferro intorno a quel saccello,
ch'occhio mortal non lo potea vedere,
perch'era cinto d'una nebbia oscura;
a questo fece far sola una porta,
e diella in guardia a dui feroci mostri,
nomati l'uno Ambizio e l'altro Avario:
perché se mai per gran favor del Cielo
s'approssimasse alcuno a l'alto muro
e lo vedesse, indi ne fusse espulso,
da quei crudeli e scelerati mostri'.
Così narrava l'angelo, e poi disse:
Dunque, signor, se liberar volete
l'Italia afflitta da le man de Gotti,
convienvi discoprir quel buon saccello,
che 'n brieve tempo fia liberato Osmo
e dopo quello Arimino e Ravenna,
e tutta Italia in libertà vedrassi.
Mandate adunque il generoso Achille
e 'l buon Traiano a far sì fatta impresa,
che informerolli e insegnerolli il modo
da vedere e disfar quel duro incanto.
Questo disse il buon angelo, e sparìo;
e nel sparir lasciò tanto splendore
intorno al capitanio, che destossi,
e ben conobbe il messaggier divino,
onde si rallegrò dentr'al suo cuore.
Poi si levò subitamente in piedi,
e tosto si vestì di panni e d'arme;
e chiamar fece l'onorato Achille
e 'l buon Traiano, e gli narrò quel sogno:
poi disse loro: Altissimi baroni,
non vi sia grave il far sì bella impresa,
perch'uscir non vi può se non felice,
quando l'angel di Dio ci essorta a farla.
Così diss'egli, e i dui baroni arditi
accetòr volentier la santa impresa:
poi si ritrasser dentro a i loro alberghi
per prender le lor arme e i lor cavalli
ed avviarsi al bosco de gli allori.
L'angel Palladio in forma di valletto
muttossi, e ritrovò quei dui baroni
ch'erano armati e pronti al dipartirsi,
onde gli disse: Cavalieri illustri,
a voi mi manda Belisario il grande
perch'io vi guidi a quell'alta ventura
ch'ei v'ha narrato; andiamo adunque insieme,
ché in poco d'ora condurovvi ad essa.
E detto questo insieme si partiro;
e così andando racontolli tutta
la forza e la ragion di quello incanto
e ciò che dovean far per superarlo:
poi come fur vicini al bel Laureto
quel messaggio di Dio si discoperse,
e sparir fece l'incantata nebbia
che nascondea quella ferrata cinta,
onde vider la porta e i dui gran mostri;
et e' disparve poi come un vapore
che da terra si parta e ascenda in cielo,
di che si rallegraro i dui baroni.
Ma poscia risguardando quei gran mostri
orrendi e fieri, tutti si stupiro:
ciascuno avea le mambra di gigante,
ma il fiero Ambizio che dal destro lato
si stava avea la testa di leone,
di cervo i piedi e di cavallo il ventre;
e le lor braccia eran dui gran serpenti
ch'avean le bocche aperte come mani,
e i venenosi denti erano l'ungie.
L'altro che stava dal sinistro canto
de la gran porta avea di lupo il capo,
di porco il ventre e d'asino le gambe;
ed in vece di braccia avea dui gatti,
che parean lenti in aspettare il tempo,
ma nel carpir molto tenaci e presti.
Questi dui mostri avean sì dure pelle
che ferro alcun non le potea tagliare,
salvo che Ambizio in sommo de la testa
potea ferirsi, e Avario in mezz'al ventre.
Come quei mostri videro i baroni,
ch'eran discesi a piè per intrar entro,
se gli aventaro con furore addosso
per divorarli, e con le bocche aperte
de le mani e del capo gli abbracciaro.
Achille era condotto a mal partito,
ché Ambizio mostro lo strigea co i denti
di quelle serpi venenose ed aspre,
tanto che se non eran le buon'arme
l'aria condotto a miserabil fine;
ma no 'l potendo poi graffiar co 'l morso
per le fine arme che teneva intorno
lo levò in alto per gettarlo in terra
e fiaccarli così le carni e gli ossi:
ma come Achille esser si vide in alto
scorse quel luoco ove dovea ferirlo,
come avea detto il messaggier celeste,
e con la manca man prese le giube
e tolse con la destra il suo pugnale
e gliel ficcò nel mezzo de la testa,
onde 'l mostro caddeo fremendo in terra.
Traiano ebbe da poi minor fatica,
perché ad Avario che l'aveva in braccio
cacciò il pugnale in mezzo del bilico
e lo distese morto in su l'arena.
Achille al mostro suo tagliò le giube,
e 'l buon Traiano al suo cavò il fegàto,
come ordinolli l'angelo del cielo:
onde crolossi tutto quanto il monte
da un terremoto orribile e tremendo,
e quel muro di ferro indi disparve.
Alor mostrossi a gli occhi de le genti
il sacro e divinissimo saccello,
e i dui baron divoti entraro in esso;
e ingenocchiati con le palme giunte
avanti a quella glorïosa imago
disser divotamente este parole:
Regina sempiterna de le stelle
liberatrice de la specie umana
che salvò il tuo figliuol co 'l proprio sangue
che da te prese dentr'al tuo bel ventre;
or che levato avem dal buon saccello
il muro che velava il tuo valore
donaci grazia che possiam levare
da queste nobilissime contrade
il grave giogo de la gente gotta:
tu sola sei la libertà del mondo,
e lo ristori sola, avendo in mano
la sanità ch'è libertà de i corpi,
e parimente ancor la libertade,
che è la gioconda sanità de l'alma;
soccorra adunque il tuo divin valore
l'afflitta Esperia, e in libertà la ponga.
Così pregaro quei baroni eccelsi
nel buon sacello; e quella statua santa,
quantunque fosse di pulito legno,
piegò la tasta ed accettò i lor prieghi:
e poscia i dui signor tornaro al vallo,
e raccontaro a Belisario il grande
tutto quel ch'avean fatto entr'al laureto.
In quel medesmo giorno ancor aggiunse
Mundello, e disse al capitanio eccelso
tutto quel ch'era occorso entr'a Milano,
e gli narrò la giunta de i Francesi
che ruppero in un dì la gente gotta
e la Romana, e presero i lor valli:
ond'ei fuggendo a Fiesole sen venne,
e quivi intese la partita loro;
poi disse come Fiesole si rese
a Ciprïan, che stava a quell'assedio:
onde co i duci gotti ch'avean presi
s'eran venuti a ritrovarlo ad Osmo
per raccontarli tutti quei negozi,
ed esequir ciò che sariali imposto.
Il capitanio attentamente udìo
tutti e' lor casi, e vide con diletto
i duchi presi de la gente gotta;
poi gli fece condur con buona scorta
vicini ad Osmo, e dimonstrarli a tutti
color che si trovaro in su le mura:
onde Traian, ch'ivi gli avea condotti,
disse a Bisandro e a Baccio este parole:
Che volete aspettare, afflitti Gotti?
Perché non date a noi questa cittade
come fer quei da Fiesole a Mundello?
Se sperate da Vitige soccorso,
troppo fia tardo, e nol potrete avere,
ché non si può da Rimino partirsi,
che lascieria Ravenna in gran periglio;
e poi gli converrebbe render conto
al nostro forte essercito romano
pria che s'avicinasse a queste mura.
Pensate ancor che s'egli avesse forze
da mandar qui, che a Fiesole mandava,
né aria perduta sì munita terra.
Non siate adunque pertinaci tanto
che vi convenga poi morir da fame;
perché la pertinacia oltra le forze
spesso è cagion d'altissima ruina.
Così parlò Traiano, e quei signori
non diero al suo parlar risposta alcuna:
ma tutta notte poscia vi pensaro,
ché 'l Re del ciel gli avea nel cuor mandato
paura e tema, onde levata l'alba
fecer consiglio sopra le parole
che gli avea dette l'ottimo Traiano;
e poi mandaro al capitanio eccelso
un ch'avea nome Tomoro, che disse:
Illustre capitanio de i Romani,
i Gotti che si truovan chiusi in Osmo,
vedendo che dal re non han soccorso
come più volte fu promesso loro,
m'hanno mandato a l'eccelenza vostra
a dirli che daranli quella terra,
salvando le persone e 'l loro avere
e lasciandoli andar dove a lor piace
con le bandiere dispiegate al vento.
Come udì questo Belisario il grande
ben s'allegrò, ma stava pur suspeso,
ché se lasciasse andar sì bella gente
a Rimino e Ravenna, assai disturbo
poteano dare a l'ordinata impresa;
da l'altra parte gli premea l'assedio
del buon Vitellio, e volea darli aiuto,
ma ciò non potea far non avend'Osmo;
però rispose a Tomoro: Signore,
non vi sia grave l'aspettare alquanto,
ché vuo' parlar con questi miei baroni
prima, e da poi vi renderò risposta.
Così diss'egli, e poi fece chiamarli
tutti subitamente entr'al suo albergo,
a i quali espose la proposta gotta
e la ragion perché volea accettarla.
Alora Olando in piè levossi, e disse:
Dunque volete, capitanio eccelso,
remunerar le nostre alte fatiche
e 'l sangue ch'avem sparso contra i Gotti
co 'l lasciarli tornare a i loro alberghi
con le persone e con la robba salva?
Questo non sarà mai giocondo a tutti:
considerate ben se tanto sangue,
tante nostre ferite e tante morti
han guadagnato le ricchezze loro;
e se debbiam così lasciarli andare
or che gli abbiam condotti entr'a la rete
e che constretti da l'orribil fame
si renderanno a noi come vorremo.
Oh quanto meglio fia far la vendetta
di tanti oltraggi, che lasciarli andare
con rischio di patir molt'altre offese.
Dividiam la lor robba al nostro stuolo
che guadagnata l'ha; né può fuggirli
se noi staremo a questo assedio alquanto.
Non fate adunque loro alcuna grazia,
ché quei piacer che fannosi a i nimici
non mutan mai la lor natura acerba.
Al contradir di Olando il capitano
sorrise alquanto, e poi così gli disse:
Barone illustre e di feroce ardire,
se voi mangiassi crudo il re de Gotti
e la moglie e i figliuoli, ancor non sazia
l'ira vostra sarìa contr'al suo sangue:
farò ciò che volete, perché questo
non vuo' che faccia in noi discordia alcuna.
ben manderovvi in Osmo a far gli accordi
co i Gotti al meglio che potransi fare:
ch'io voglio al tutto aver quella cittade,
per dar soccorso al misero Gioanni
e non abbandonare i nostri amici.
Così detto e risposto, in piè levossi
e poscia disse al buon conte d'Isaura:
Non vi sia grave andar col forte Olando
e col novello ambasciator de i Gotti
in Osmo, e tòr quella cittade a patti,
o boni o rei, come potrete averli.
E detto ch'ebbe questo, introdur fece
Tomoro Gotto, e poi così gli disse:
Signore ambasciadore, ho detto tutto
quel che chiedete a i nostri almi baroni,
a cui par troppo la dimanda vostra:
ma nondimeno io manderò con voi
dui cavalieri nobili ed illustri
per trattar quest'accordo con Bisandro.
E così detto fé che Olando e Paulo
andar con quello ambasciadore in Osmo:
e quivi stando a maneggiar gli accordi
conobber la lor fame e 'l lor timore,
ond'ebber la città con questi patti,
che i Gotti avesser le persone salve
e la metà di tutto il loro avere,
lasciando l'altra parte a i buon Romani.
Così tornar con quell'accordo al vallo,
e 'l capitan ne fu molto contento;
e poscia giustamente fu divisa
tutta la robba de la gente gotta,
la qual dolente abbandonò la terra,
e i buon Romani allegri entraro in essa.
Come poi venne fuor quell'alma aurora,
l'eccelso capitanio de le genti,
desideroso d'aiutar Giovanni
e trarlo fuor di quel assedio amaro,
lasciando Areto a la custodia d'Osmo
fece chiamare il principe Aldigieri,
e disse a lui queste parole tali:
O valoroso principe di Rodi,
voi piglierete cinque millia fanti
e ve n'andrete a la città d'Ancona;
e menerete vosco ancor Lucillo
e Sindosio ed Emilio e Cipriano;
poi monterete sopra quelle navi
che stan ivi aspettando il gran Narsete
che venne a Roma senza darli nuova
di sé, quando partì da la Sibilla,
e drizzerete a Rimino la prora:
né vi dilungherete da la riva
molto, ma ve n'andrete lento lento
aspettando le genti che su 'l litto
saran condotte dal cortese Achille,
da Marzïano e da Sertorio e Ciro,
per arrivare a Rimino in un tempo.
Io poscia me n'andrò su per i monti,
e non sarò da voi molto lantano.
Così diss'egli, e così poi fu fatto.
Il capitanio alor per Urbisaglia,
città distrutta al tempo d'Alarico,
prese il camin con tutta la sua gente,
ch'era sì ben armata e ben instrutta
che parea cosa nobile a vederla:
né mai fu notte limpida e serena
che risplendesse di sì belle stelle
intorno a lo epiciclo de la luna,
quando dal suo fratel molto s'allunga,
come splendeano quelle armate genti
ch'erano intorno al capitanio eccelso.
Ma quando fur vicine una giornata
a la città di Rimino, ch'è posta
là dove la Marecchia entra nel mare,
trovaro Uldarno e 'l perfido Cardasso
che con trecento fanti per quei monti
passavan, per andare entr'ad Urbino:
alora Olando ch'era avanti a gli altri
e seco avea l'imperïal bandiera,
come incontrossi co i nimici armati
ferìte Uldarno con la valida asta,
e 'l petto gli passò, tal che gli fece
uscire il ferro acuto per le spalle,
e morto lo mandò disteso in terra.
Cardasso, che conobbe l'alta insegna
di Belisario, e vide tanta gente
che d'ognintorno ricopriano i colli,
si volse per fuggir; ma il fiero Olando
con l'asta sua l'accolse in una spalla,
che dentro penetrò, ma non per questo
restò Cardasso di seguir la fuga;
poi s'appiattò fuggendo dietro a un cespo
ch'er'ivi in un vallon molto rimoto,
così sperando di fuggir la morte.
Il fiero Olando poi co 'l ferro in mano
si pose tra quell'altra empia gentaglia;
e tanti ne ferì, tanti n'uccise,
che tutte quelle pietre e quelle piante
ch'eran d'intorno gocciolavan sangue:
molti poi di color ch'eran fuggiti
con le ferite lor stavansi ascosi
per valli e selve e per caverne e sassi;
e vedendo quei monti esser coerti
d'uomini armati, e spessi come foglie,
aveano entr'al lor cuor tanto timore
che ciascun d'essi gli parea cinquanta.
Poi come giunse l'ombra de la notte
quelli infelici si partiron quindi,
e tanto caminor, che andaro al vallo
del re de Gotti, e poscia entraro in esso,
che furon conosciuti da le guarde,
perché da lor quel giorno eran partiti.
Cardasso alor ferito in una spalla
se n'andò avanti a Vitige gemendo,
ch'era nel padiglion co i suoi baroni
a consultar che volea dar battaglia
l'altra mattina a Rimine, e tentare
di guadagnar quella città per forza
pria che venisse Belisario il grande
con l'essercito suo per darli aiuto;
alor Cardasso disse in questa forma:
Serenissimo re pien di valore
ma con poco favor de la fortuna,
se voi non vi partite in questa notte
da l'ostinato e periglioso assedio,
andrete in man di Belisario il grande
e perderete il regno e la persona.
Ei vien con una innumerabil gente,
che cuopre i monti e le campagne d'arme:
noi poscia, ch'andavamo entr'ad Urbino,
ritrovati gli abbiam sopra quei colli;
quivi fu morto il valoroso Uldarno
ed io ferito fui come vedete,
poi gli altri tutti che non ebber morte,
chi ferito e chi no, carghi di sangue
si son fuggiti meco in questo vallo.
Così parlò Cardasso, e come tacque
divenne in faccia pallido e caddeo
ne la presenza lor privo di vita.
Alora il re con tutti i suoi baroni
s'empieron di pietate e di paura:
e risguardando ancor gli altri feriti
che dicean molte cose del gran stuolo
che Belisario avea su per quei colli,
eran tanti inviliti che ciascuno
già si movea per uscir fuor del vallo
e seguitare il re, ch'era già in piedi
per tornarsi fuggendo entr'a Ravenna;
e fuggiti sarian, se non che Teio
si levò ritto e disse in questa forma:
Che cosa vi spaventa, eccelsi Gotti?
La morte di un guerrier che sia fuggito
con certi pochi suoi compagni inerti
che si son posti in paventosa fuga
senza mostrar la fronte a i lor nimici?
A me par che debbiam veder con gli occhi
questi tanti Romani, ed assaggiarli,
pria che debbiamo aver timore alcuno;
poi creder non si den tutte le cose,
perciò che 'l creder poco e 'l bever poco
son come nodi a la prudenza umana.
Se 'l re vuol ritrarsi entr'a Ravenna,
vadavi, e meni tutta la sua corte;
ché l'altra gente gotta resteravvi
fin che si prenda Rimino per forza:
e se pur quella ancor vorrà partirsi,
Totila ed io vogliam restarvi intorno
sin che si veda il fin di questa impresa.
Così disse il barone, onde levossi
un grido da color ch'eranli intorno
ch'ammirava laudando il suo parlare:
tal che quei ch'eran già levati in piedi
ne le lor sedi poi si risedero.
Or eccoti apparir Bellafro e Narmo,
ch'eran soldati eletti di Unigasto
posti a la guardia del superbo vallo
da la parte ch'è volta verso Fano,
e dissero al signor queste parole:
Serenissimo re pien di valore,
vi fo saper si come abbiam veduto
una infinita quantità di fuochi
da la parte che a Pesaro risguarda,
ch'ardean sul pian vicino a la marina:
il che dimostra innumerabil gente
venirci addosso ancor da quella parte,
dunque, signore, or ch'io v'ho fatto cauto
fateli quel rimedio che vi piace.
Udito questo, il re vi volse andare
personalmente a veder s'era vero:
vedendo poi ch'e' fuochi erano tanti
si smarrì tutto quanto entr'al suo cuore,
onde deliberò partirsi quindi
come spuntasse primamente l'alba.
Poi quando venne fuor la bella aurora
a rimenare il dì sopra la terra,
apparve un'altra quantità di gente
vicina al porto ov'entra la Marecchia,
con tante navi e tanti armati legni
che tutta ricoprian l'onda marina:
queste eran quelle genti e quelle navi
che furon date al principe Aldigieri
quando uscì fuor de la città d'Ancona;
queste, come apparir vicine al porto,
mossen tanto timor nel cuor de i Gotti,
che senza aspettar più posersi in fuga:
e con molto cridore uscian del vallo
esortando l'un l'altro ad affrettarsi,
e per la fretta si premeano tanto
che con fatica uscian fuor de le porte;
non altrimente a l'apparir de i cani
escono i cervi timidi del bosco
e se ne van fuggendo per le piagge,
lasciando al cacciator le amate selve:
così fuggiano i spaventati Gotti
al subito apparir di quelle navi
abbandonando i lor muniti valli;
né vi rimase Totila né Teio,
che spese avean quelle parole altere,
anzi con gli altri insieme se n'andaro.
e se fusse venuto entr'al pensiero
al buon Vitellio, che vedea fuggirli,
di saltar fuor con la sua gente obsessa,
tutti gli arebbe fraccassati e morti,
ed aria posto fine a quella guerra
inanzi al dì che 'l Ciel gli avea prefisso:
ma fosse o ch'eran da la fame afflitti
o che volesse Iddio donar la gloria
di quella impresa a Belisario il grande,
si stetter cheti a la difesa intenti.
Alor discese il principe Aldigieri
con le sue buone genti in su la riva,
e prestamente appresentossi al vallo,
poi dentr'a quello andò senza contrasto:
e trovò molte vittüarie in esso
e molte belle machine murali
che per quell'aspra e subitanea fuga
vi fur lasciate da la gente Gotta,
e tutte furo in Rimino condotte.
Dopo Aldigieri giunse il forte Achille
con quella gente che menava seco
per l'arenoso lito appresso al mare,
e fur veduti con piacere immenso.
Ma come quando cessa una gran pioggia
che lungo tempo sia dal ciel discesa,
e l'api ingenïose entr'a gli essami
sian state, senza uscire la foresta;
poi che rasciuga il sol l'erbette e i fiori
escon ne' prati a ragunare il mèle:
così faceano gli ottimi Romani,
ch'usciano fuor de la città rinchiusa
per trovar vittüaria in quei contorni.
Ma poco stando Belisario il grande
giunse ancor ei con la sua bella gente
che per la via de i monti avea condotta;
e dismontato dentr'al gran palazzo
tutti quanti i baron gli furo intorno,
e tutto quanto il popol de la terra
lo risguardavan, come fosse un Dio:
ed e' volgendo gli occhi a quei soldati
ch'eran stati rinchiusi entr'a l'assedio
ed eran magri, squallidi ed afflitti
per li disagi avuti e per la fame,
disse verso Vitellio este parole:
Signore, il vostro smisurato ardire
e 'l non curar de i fidi miei precetti
v'ha posto in questo asperrimo periglio:
ma rendete pur grazie ad Aldigieri,
ch'entrò ne i loggiamenti de i nimici
e v'ha recata vittüaria tanta,
che sarà gran cagion da ristorarvi.
Ed egli: Io son tenuto al buon Narsete
d'obiligo assai maggior, che vi sospinse
in Roma a trarmi fuor di tal periglio.
Così detto e risposto, quella notte
giocondamente in Rimino posaro.