IL VIGESIMOSETIMO LIBRO
Vergini sacre al cui governo è posto
Parnaso ed Elicona ed Aganippe,
e co i lor fiori e le lor liquide acque
ornate il mondo di memorie eterne;
or ch'io son giunto a l'ultima fatica
del faticoso e lungo mio poema
co 'l vostro aiuto e co 'l divino Omero,
ch'è stato il mio maestro e la mia stella:
piacciavi darmi ancor tanto soccorso
che giunger possa al disïato fine
ch'è presso omai; né mi rest'altro a dire
che quella acerba ed orrida battaglia
che fu tra dieci e dieci alti guerrieri:
ove il gran capitanio de le genti
prese con le sue mani il re de Gotti
e pose in libertà l'Italia afflitta.
Non mi negate adunque il vostro aiuto,
dilettissime nimfe, a l'ultim'uopo.
Poi ch'ebbe sciolta Belisario il grande
co 'l stratagema suo l'orribil fame
da Rimino e dei fidi soi soldati,
Quivi si riposò per quella notte:
poi la mattina nel spuntar de l'alba
si pose in via con tutte le sue genti,
ch'andar voleva ad espugnar Ravenna;
onde passando il Rubicon famoso
appresso al Cesenatico, e dapoi
il Savio impetüoso e 'l Candiano,
in dui giorni arrivò vicino al Ronco,
che bagna le muraglie de la terra.
E quivi posto il suo munito vallo,
co 'l gran pretorio in mezzo e co i dui fori,
l'uno a man destra e l'altro a man sinistra,
e con la piazza de i tribuni avanti
e con le cinque viech'ivan per lungo,
poi la quintana sola iva a traverso,
e collocate ben le quattro porte:
deliberò di por l'assedio intorno
a quelle altere ed onorate mura;
perché vedea che non ardiano i Gotti
uscir co 'l campo fuori a la campagna,
ch'avean paura di non esser morti
od esser presi da i nimici loro:
però stavano armati appresso i merli
con l'aste basse e co i lor scudi al petto,
sempre chinati e pronti a la difesa;
il che vedendo il capitanio eccelso
fece chiamar i principi del campo
dentr'al su' albergo, e poi così gli disse:
Signori illustri, le cui gran virtuti
mosser l'invitto imperador del mondo
a mandarvi con meco a questa guerra
per trar di servitù l'Italia afflitta;
or che rinchiusa s'è la gente gotta
in questa lor città munita e forte
è ben che non lasciamo uscirla quindi,
ma che cerchiamo d'esserne patroni
per forza di battaglia o per assedio,
e non vi risparmiam fatica alcuna:
ché chi si lascia il suo nimico uscire
di man quando, l'ha preso o può pigliarlo,
si pente indarno, e in van desia d'averlo.
Pensando poi che 'l dar battaglia acerba
a quelle mura sì munite e forti,
e ch'hanno tanta gente a lor difesa,
sarebbe un spender le fatiche indarno
e sparger sangue assai senza profitto:
però fia meglio il porli assedio intorno
e non lasciar che possano indi uscire;
ché essendovisi chiusi a l'improviso
non ponno averci vittüaria molta.
Così parlò quel capitanio eccelso;
onde levossi il vecchio Paulo e disse:
Illustre capitan, luce del mondo,
senz'alcun dubbio è più sicuro e certo
l'assedio, a chi 'l può far che la battaglia,
perché ll'uccider genti e 'l sparger sangue
si dee serbare a gli ultimi bisogni:
ma ben devemo avere estrema cura
ch'ivi non entri vittüaria alcuna,
cosa che non è agevole da farsi;
perciò che 'l Po, ch'è re de gli altri fiumi,
vien per paesi nobili e fecondi
tutti possessi da la gente gotta:
che agevolmente indi potranno avere
copia di grani e di molt'altre cose
gioconde e grate e necessarie al vitto.
Però fia ben mandar sopra quel fiume
le nostre genti, e chiuder ivi il passo
sì fattamente che non possano indi
venir con burchi e vittüarie e strami:
e fatto quello, ancor ci resta il mare,
che molto importa a chiuder quella via;
perciò che ne le venete paludi
tra Ravenna ed Altin sono isolette
abitate da i popoli raccolti
del fior d'Italia ch'Atila percosse:
e con certe barchette e certi legni
snelletti e svelti van solcando il mare
come se fosser figli di Nettuno.
Questi a mal grado de le nostre navi
che ha qui condotte il principe Aldigieri
porrian portarli vittüaria molta:
perché con esse andrìan per entro 'l fuoco
senza che fosser da le fiamme offesi;
ma son di libertà sì grandi amici,
essendo nati ed allevati in essa,
che come lor fia noto che l'impresa
si fa per por l'Ausonia in libertade,
non solamente a lor non darian nulla,
ma gli torrìan quel che venisse altronde,
e ci darriano a quest'assedio aiuto.
Così rispose il buon conte d'Isaura,
e 'l capitanio disse ad Aldigieri:
Ite dunque, signor, con quelle navi
che conduceste vosco fuor d'Ancona,
e statevi con esse appresso 'l porto,
acciò ch'ivi non entri alcun naviglio
che portar possa vittüaria a i Gotti;
dapoi mandate a l'isole ch'ei dice
con una fusta un personaggio accorto,
a farli noto il desiderio nostro:
che essendo giusti e grazïosi e buoni
mai non ci mancheran d'onesto aiuto.
E così a i Gotti chiuderemo il mare,
né aver potranno alcun soccorso quindi.
Udito questo, il principe di Rodi
si dipartì da lui senza dimora,
ed essequì gli accorti suoi mandati;
poi Belisario si rivolse a Magno
ed a Vitellio, e disse este parole:
Signori adorni di virtute immensa
e d'ingegno profondo e di fortezza;
or che siam giunti a l'ultimo sigillo
di questa nostra glorïosa impresa,
né ben si può improntar senza la cera
de le vostre accortissime fatiche:
non vi sia grave andar con due coorti
su 'l Po per impedirli ogni soccorso;
e Vitellio starà sopra la ripa
di qua dal fiume, a far divieto a i burchi
che venisser per esso a portar grano
e altre vittüarie entr'a Ravenna;
e Magno andrà co i suoi d'intorno a quello,
facendo parimente esto divieto.
Così diss'egli, e quei baroni andaro
ad essequire il lor commesso officio;
e poscia il capitano de le genti
attendea solamente al grande assedio.
E così stando i campi a quelle mura,
l'uno a difesa lor, l'altro ad offesa,
l'angel Palladio, che bramava sempre
dar la vittoria a gli ottimi Romani
per essequire il gran voler del Cielo,
prese la effigie de la bella Amata,
ch'era moglie di Vitige, ed andossi
a ritrovarlo nel diletto albergo,
ed in tal modo a lui parlando disse:
Eccelso mio signor, ch'avete in mano
il gran governo de la gente gotta,
ove son le minaccie aspre e superbe
che facevate quando andaste a Roma
e dicevate avere in una rete
il capitanio e i principi romani?
Or siete ritornato entr'a Ravenna
sconfitto e rotto, e con sì poco onore
quanto s'avesse mai d'alcuna impresa;
e Belisario è qui presso a le mura,
e non è alcun di voi che ardisca uscire
fuor de le porte a dimostarli il volto:
ma ve ne state chiusi entr'a i ripari
come fan pecorelle entr'a le mandre
per la paura de i voraci lupi.
Non vi pensate che sedendo appresso
a le vostre mogliere e i vostri figli
possiate conservar questa cittade,
né che dal Ciel vi venga alcuno aiuto:
ché con la diligenza e col consiglio
e co 'l rispiarmar fatiche e sangue
il soccorso divin sempre s'acquista,
ch'ha in odio i pigri e neghitosi e lenti.
Così disse quell'angelo, e spirolli
nel cuore afflitto ed animo e vergogna;
ond'ei rispose con parole tali:
Né vil pensier né timida paura
mi ritien, donna mia, dentr'a Ravenna,
ma buon consiglio ed ottima prudenza,
cose che recan sicurezza a l'uomo.
Io non ho pria voluto uscire al campo
perch'i' aspettava aiuto da i Francesi,
co 'l quale avea speranza di pigliare
e Belisario e i principi romani;
ma poi ch'io vedo che ritardan troppo,
forse per brama de la mia ruina,
cercherò di pigliare altro partito:
e mi consiglierò co i miei baroni,
che sono accorti e d'ottimo intelletto;
ché 'l consiglio de i savi è sempre buono.
Così diss'egli, e fece che gli araldi
chiamaro al suo palazzo ogni barone;
e quell'angel di Dio se n'andò seco,
senz'esser conosciuto da le genti,
per risvegliare ardire entr'a i lor cuori
e far che fosser pronti a la battaglia
Quando poi tutti ragunati foro,
Vitige gli parlò con tai parole:
Voi vedete, signori, il nostro stato
e le miserie in cui ci ha posto il Cielo,
ch'è volto a favorir troppo i Romani,
tal che non so talor dov'io mi volga;
né so s'io debbia uscire a la campagna
con tutto il stuolo, ove con una parte
disfidar Belisario a la battaglia:
o se pur meglio è stare entr'a le mura
ed aspettar che 'l Ciel ne mandi aiuto,
ch'al mio giudizio fia fallace e lento;
però dica ciascuno il suo parere,
acciò ch'io possa far quel che sia 'l meglio.
In questo tempo il Re de l'universo,
per dar a l'opra di Palladio aiuto,
chiamò l'angel Saturnio, e così disse:
Diletto messo mio che 'l sesto cielo
governi, e l'aere più sublime ed alto
che s'avicini al cerchio de la luna:
vedendo i Gotti star dubbiosi alquanto
a le parole che Palladio ha dette
sotto la forma de la bella Amata,
vorrei spronarli a prendere il consiglio
che tosto gli darà, com'io gli ho imposto;
ma perché l'uom, quando gli abbonda il pane,
non prende volentier fatica alcuna,
fia ben trovare un modo che gli tolga
il grano e la speranza di nutrirsi,
acciò ch'escano fuor di quelle mura
e cerchin di affrontarsi co i Romani,
da cui vinti saran senz'altro dubbio.
E però piglia un fulgure, di quelli
tuoi più possenti e di peggior natura,
e spingilo aspramente inver Ravenna,
tal che i granari publici percuota
in guisa che i lor gran consumi ed arda.
L'angel di Dio dopo 'l divin precetto
se n'andò a l'aere più leggiero e caldo;
e tolse da l'incude de i ciclopi
un paventoso fulgure et orrendo
ed alzò il braccio, e ritirossi alquanto
con la persona indietro, e poi lo spinse
con gran furore e con baleni e troni;
e fecelo ir ne i publici granari
e gli arse tutti e consumò i lor grani,
che fu cosa incredibile e stupenda.
Il che vedendo il generoso Orgasto,
ch'era un baron preposto dal signore
a i grani e vittüarie di Ravenna,
subito se n'andò dentr'al consiglio
del re, ch'avea fornito il suo parlare,
e quivi giunto suspirando disse:
Serenissimo re d'alta possanza
ma di poco favor de la fortuna,
buon è che voi sappiate ogni sciagura
che v'apparecchia la virtù divina,
perché possiate prender quel consiglio
che fia migliore a la salute nostra.
Ora è caduto un fulgure dal cielo
con gran furore e con sulfurea fiamma
ne i chiusi luoghi ove si serva il grano,
ed arso ha il tetto e fraccassati e' muri
e consumato il gran che v'era dentro:
né lasciato ve n'ha pur una parte
che non sia tutta discipata ed arsa.
Fate dunque, signor, quel ch'a voi pare
miglior rimedio in questo caso adverso
per farlo esser leggier; ben ch'io non credo
che vaglia contra 'l Ciel difesa umana.
Questo gli disse Orgasto, onde 'l signore
rimase stupefatto entr'al suo petto;
ma il buon angel Palladio, ch'era quivi
e che volea condurli a la battaglia,
prese la effigie di Boardo, e disse:
Signore eccelso d'animo e di forze,
parmi che 'l Ciel con tale augurio mostri
quel che noi debbiam fare in questa impresa.
Il grano è tutto consumato ed arso,
che ci dimostra che debbiamo uscire
fuor de le mura, e gire a la campagna
per acquistar da viver con la spada:
perciò che 'l star serrati ne la terra
senz'aver vittüaria dal paese
ci farebbe morir tutti di fame.
Il fulgure dapoi mostra vittoria,
sì come fece al fortunato Augusto
quand'egli entrò ne la città di Roma:
usciamo adunque armati a la campagna,
mandianci avanti un'ottima speranza
di liberarsi da l'assedio amaro,
e dapoi supportiam ciò ch'al Ciel piaccia
con mente invitta, generosa ed alta.
Io già non uscirei con tutto il campo
a fare un fatto d'arme co i nimici,
chè i nostri fanti son tanto invìliti
che non aspetterian colpo di spada,
e fuggiriansi tutti inanzi a loro
come timìde lepre inanzi a i cani;
ma bene io manderei fuori un araldo
che disfidasse Belisario il grande,
con dieci cavalier de la sua corte,
a combatter con voi dentr'a un steccato,
che con dieci altri validi baroni
l'andrete a ritrovar fuor de le mura.
Quivi combatterassi infin che 'l Cielo
dia la vittoria ad una de le parti;
e quella parte che sarà perdente
darà la signoria d'Italia a l'altra.
Ma devete sperar vittoria certa,
essendo giunto Corsamonte al fine
e 'l superbo Aquilin, ch'erano il fiore
di tutti quanti i cavalier romani.
Così disse quell'angelo, spirando.
Nel cuor de' Gotti un tal disio di guerra
che persüase gli animi leggieri
di quei baroni a far quella disfida:
onde l'incauto re senza pensarvi
più lungamente o disputarvi sopra
dimandar fece Rubicone araldo
e gli commesse tutta la imbasciata
che dovea fare, e poi gli diede in scritto
ancor quei patti che dovean firmarsi
co 'l giuramento di ciascuna parte,
e lo mandò nel campo de i Romani.
Ma pria ch'ivi giungesse quell'araldo,
l'angel Palladio in forma di Prudenzo,
che fu fratel bastardo di Camillo,
padre del capitanio, andò nel vallo
ch'era fuor di Ravenna a ritrovarlo.
Questo Prudenzo fu famoso in arme
ne la sua gioventù ma fatto vecchio
divenne maggiordomo de la casa
di Belisario e de la sua famiglia;
l'angelo adunque in forma di Prudenzo
ritrovò Belisario, e così disse:
Illustre capitanio de l'impresa,
il re de Gotti manderavvi or ora
a disfidar per Rubicone araldo,
come ho veduto questa notte in sogno,
ché 'l divinar de l'anima non mente;
questo disfido fia che in un steccato
combatter vuol con voi da dieci a dieci,
e quella parte che sarà perdente
darà la signoria d'Italia a l'altra.
A cui rispose il capitanio eccelso:
Non saria bene a pormi in tal periglio,
avendo quasi la vittoria in mano:
ché 'l vincere il nimico senza sangue
è più sicura e più lodevol opra
che superarlo con battaglie e morti.
Alor soggiunse quel celeste messo:
Come potrete, capitanio illustre,
rifiutar con onor quella disfida?
Ma poniamo da canto la vergogna,
e che non fosse biasmo il rifiutarla,
come certo saria, perché ne i vostri
sveglieria tema e ne i nimici ardire:
ditemi il modo che tener pensate
per vincere il nimico senza sangue;
che certamente se vorranno uscire
e combatter con voi, sarete astretto
non risparmiar né sangue né ferite;
se poi pensate che si stiano dentro
da l'alte mura, e stretti da la fame
vi diano ne le man la lor cittade,
voi v'ingannate di dannoso errore:
perché aver denno e vittüarie e strami
da sustentar le genti che v'han entro,
onde potranno agevolmente starsi
a la difesa senza alcun disagio.
Sapete ancor che in quelle istesse mura
l'acerbo re de gli Eruli Odoacro
l'assedio supportò fin al terz'anno
che Teodorico gli avea posto intorno,
il quale avea dugento millia in arme,
né l'ebbe mai per fame operbattaglia,
ma nel terz'anno s'accordaro insieme
di tener per metà quel grand'impero:
pensate adunque che se voi deveste
penar tant'anni intorno a quelle mura,
quanta spesa v'andria, quanto disturbo;
e che potria venire a darli aiuto
con tanta gente il forte re di Francia
che di man vi torria questa vittoria.
Però mi par ch'abbiate a render grazie
al sommo Re de la celeste corte,
ch'ha posto in cuore a Vitige di farvi
questa disfida, e di voler con l'arme
terminar l'empia guerra che l'offende:
cosa ch'a voi darà molto vantaggio,
perché arete i guerrieri assai migliori
de i suoi ne l'armi, e più animosi e forti.
Mandate adunque inanzi la speranza,
ed accettate l'alta sua disfida;
né vi lasciate uscir fuor dele mani
questa ventura che vi mostra il Cielo,
per far ch'abbiate la vittoria a pieno.
Così disse quell'angelo, e mostrossi
al capitanio ne la propria forma,
tanto meravigliosa e tanto bella
che non potea firmar la vista in esso;
e poi se n'andò al ciel come un vapore
che ascenda appresso il cerchio de la luna.
Alora il capitanio de le genti
alzò la vista e le man giunte al cielo
e disse: O divinissima sustanza,
noi seguiremo i santi tuoi precetti,
poi che l'occhio mortal non può seguirti.
Così dicendo, Rubicone araldo
aggiunse al vallo, e fu condotto avanti
al capitanio e disse este parole:
Illustre capitanio de i Romani,
l'eccelso re de i bellicosi Gotti
vi manda a disfidare in tal maniera,
che venirà con nove suoi baroni
a combatter con voi dentr'a un steccato,
ch'avrete vosco nove altri guerrieri,
onde sarete alor dieci per parte;
quivi combatterassi infin che 'l Cielo
dia la vittoria chiara ad un di voi:
e quella parte che sarà perdente
darà la signoria d'Italia a l'altra,
e i capitani resteran prigioni.
Ma gli altri andar potranno ove a lor piaccia.
Questi poi sono i patti ch'io vi porto:
onde vi piacerà di vostra mano
sottoscriverli prima, e poi giurarli;
che farà quell'istesso il mio signore
ne la presenza de i messaggi vostri.
Così disse l'araldo, e 'l capitano
da l'apparir de l'angelo commosso
risguardò alquanto i suoi baroni in fronte,
che allegramente udir quella proposta;
ed a l'araldo poi così rispose:
Riporta al tuo signor, fedele araldo,
che 'l vicimperador de l'occidente
accetta volentier la sua disfida:
e domattina come spunti l'alba
se ne verrà co i suoi guerrieri al campo,
e quivi giurerà questi suoi patti
ch'or sottoscrivo di mia propria mano,
e farolli giurare a tutto 'l stuolo,
e parimente anch'ei farà giurarli
a quei che resteran ne la cittade.
E detto questo lasciò gir l'araldo,
che ritornò co i sottoscritti patti
indietro al suo signor, che l'aspettava.
Poi come apparve fuor la bella aurora
con le palme di rose e co i piè d'oro,
i nove cavalier che furo eletti
dal capitanio eccelso de le genti
per combatter co i Gotti si levaro
da i lor stramazzi, e si vestiron d'arme
lucenti e fine e se n'andaro a corte;
questi erano Traiano e 'l forte Achille
e Mundello e Bessano, Arasso e Magno
e Ciro ed Aldigieri e 'l bel Lucillo,
tutti de l'alta Compagnia del Sole:
ma come insieme ragunati foro
il capitanio riguardolli in faccia,
che spiravan per gli occhi ardire e forza,
e poi la bocca in tai parole aperse:
O fortunata Compagnia del Sole
domatrice de i Gotti, anzi del mondo,
or è venuto il dì da poner fine
con le man vostre a questa orribil guerra:
il dì ch'avete disïato tanto,
il dì che renderà gli amati alberghi
a le nostre mogliere e a i vostri figli
e vi parturirà divini onori,
se voi sarete simili a voi stessi.
L'altre battaglie assai ch'avete fatte
ne l'Africa, ne l'Asia e ne l'Europa
son state grandi, e v'han recato fama
che dureravvi ancor dopo la morte:
ma nessuna fu mai simile a questa
di gloria, di grandezza e di virtute,
con beneficio eterno de le genti.
Voi combattete per la patria vostra
e per la libertà d'Italia tutta
contra quei ladri che ve l'han rubbata
e contra quei che fur più volte vinti
da le vostr'arme, e fur cacciati in fuga
vituperosa fin dentr'a i lor valli;
ed or che senza aiuto di soldati
gli troverete, non saran più forti
di quel che stati sian ne l'altre imprese.
Andiamo adunque arditi ad affrontarli,
ché la vittoria è ne le nostre mani.
Così parlò quel capitanio eccelso,
e mosse dentr'al cuor de i suoi compagni
un sì fervente e smisurato ardore
di ritrovarsi a fronte co i nimici
che non potean star fermi co i destrieri
ed aspettare il segno al dipartirsi.
Ma Belisario poi lasciando in guarda
Teogene ed Olando entr'al suo vallo
per ogni caso ch'avenir potesse,
s'appresentò co i nove suoi compagni
al luoco deputato a la battaglia.
Da l'altra parte venne il re de' Gotti
co i nove suoi baron coperti d'arme:
che fur Bisandro e Teio ed Aldibaldo
e Rodorico e Totila e Unigasto
e Tuncasso ed Almondo ed Agrilupo.
In questo tempo il provido Boardo
e 'l vecchio Paulo co i compagni loro
aveano misurata una gran piazza,
nel mezzo apunto tra le mura e 'l vallo,
e tutta l'avean cinta di legnami:
quivi da man sinistra entraro i Gotti,
ch'era la parte volta verso i muri,
e da man destra i principi romani
entraro, ch'era volta verso il vallo.
Poi, come furon dentro andor nel mezzo,
e Belisario risguardando in alto
con le man giunte disse este parole:
O Re del cielo, e voi sustanze eterne
ch'avete cura de le cose umane,
e voi terra e fontane e fiumi e piante,
sarete testimoni a questi patti
ch'ora si fan ne la presenza vostra.
Noi qui combatterem co 'l re de' Gotti
e i nove suoi baroni infin che 'l Cielo
dia la vittoria ad una de le parti:
e quella parte che sarà perdente
darà la signoria d'Italia a l'altra,
e i capitani resteran prigioni
con le mogli e co i figli e co i tesori;
ma gli altri capi in libertà saranno
d'andar sicuramente ove a lor piaccia
con tutte le loro armi e le lor genti.
Così disse, e giurò sopra una carta
d'osservar pienamente questi patti,
e giurar fece a gli altri suoi compagni;
poi giurò parimente il re de' Gotti
e tutti quei baron ch'eran con lui.
D'indi mandaron Rubicone araldo
co 'l vecchio Paulo, i quai sopra 'l messale
dierono 'l giuramento entr'al gran vallo
a tutto l'altro essercito di Roma;
e 'n quel medesmo tempo andò Boardo
entr'a Ravenna, ed Oribasio araldo,
a far giurare i Gotti ch'eran ivi:
e come tutte quante ebber giurato
le persone del campo e de la terra,
quei gran guerrieri s'assettor ne l'arme
e dietro al suon de le canore trombe
s'andaron a incontrar con l'aste basse.
Il primo Ciro fu, ch'era nel corno
sinistro: questi Totila percosse,
ch'era il primiero anch'ei del destro corno;
e la sua lancia gli attaccò ne l'elmo
che fece andar le sue faville al cielo.
Totila ruppe anch'ei la forte lancia
ne la cima de l'elmo al conte Ciro;
d'indi, gettati i lor tronconi a terra,
posero mano a gli affilati brandi
arditamente, e volsero i cavalli
l'un contra l'altro per mandarsi a morte.
Traiano s'incontrò con Aldibaldo,
ed ambedui s'accolsero ne i scudi
con le lor lance, che n'andaro in pezzi,
ma non si mosser punto de le selle.
Teio dapoi col giovane Lucillo
si rincontraro in mezzo del camino,
e si colpiro con le valide aste:
Lucillo prima lo toccò nel scudo,
e tutto lo passò di banda in banda,
tal che se Teio no 'l gettava in terra
forse gli aria passato anco la carne;
ma Teio accolse lui nel forte elmetto
d'un colpo tal che lo mandò per terra:
e come poi lo vide andare al piano
disse con voce allegra e con rampogne:
Tu sei pur ito, cavalier feroce,
a mal tuo grado a riposar ne l'erba,
e così spero che faran molt'altri.
Il che sentendo l'onorato Magno
empì 'l suo petto di vergogna e d'ira,
e spronò il suo caval contra Unigasto;
e lo ferì d'un sì feroce colpo
in sommo al scudo, appresso a la baviera,
che lo mandò disteso in su l'arena:
poi disse: Io mando il provido Unigasto
a riposar su 'l prato con Lucillo,
acciò che non gli incresca a starvi solo.
Il forte Achille poi con Rodorico
fece il su' arringo, e con la valid'asta
l'accolse con fermezza in somm'a l'elmo
e lo mandò co i piedi inverso 'l cielo
tutto stordito e poi si volse e disse:
Teio, noi la facciam da buoni amici,
che due misure vi rendiam per una;
ma vorrò poi con voi finire il piato,
essendo ambi dua noi rimasi in sella.
Arasso poi giostrò col fiero Almondo;
e s'incontror con sì terribil colpi
che tutto il prato gli tremava intorno,
e nessun non uscì fuor de gli arcioni:
ma ben si rupper le possenti lance
d'ambedua loro infin presso a le schibbe.
Corse Aldigieri ancor col fier Tuncasso,
e fu da lui disteso in su l'arena;
ma Bessano e Bisandro si colpiro
con le lor aste valide e nodose,
e tutti dui con incredibil forza
s'uratro, e i colpi fur tanto possenti
che se ben non usciron de gli arcioni
pur se n'andòr co i lor cavalli a terra.
Dapoi Mundello diede ad Agrilupo,
figliuol di Aristo duca di Vercelli,
in mezzo al petto, e trapassolli il cuore
e lo mandò disteso in su l'arena,
talché mai più non si levò da terra.
Ma come il buon Mundel si volse, e vide
che quel crudel dava de i calzi a l'erba,
gli disse: Tu sei qui, rabbioso cane,
e torni a mal tuo grado a le tue terre,
Crepalcuore e Mortara, u' potrai dire
che trovat'hai ne' principi romani
condegna medicina a la tua rabbia:
la qual spregiava Iddio, spregiava i santi
e distruggea le statue de gli altari,
né mai voleva orazïoni o messe
né digiuni o quaresime o battesmo
né eucarestia né penitenza od altro
divoto sacramento de la chiesa;
e non contento del spregiar di Dio
hai dispregiato il padre, ed hai cercato
privarlo de la robba e de la vita:
ma Dio per la mia mano ha posto fine
a gli empi e scelerati tuoi dissegni,
ché non può viver lungo tempo in terra
quel che dispregia il padre e che dispregia
ciò che comandan le divine leggi;
e penso ancor che con più orribil pene
punirà l'alma tua giù ne l'inferno.
Così diss'ei sopra quel Gotto estinto;
ma Belisario ancora e 'l re de' Gotti
restavano a espedir l'ultimo aringo:
ché Belisario era nel destro corno,
e Vitige a l'incontro nel sinistro;
ché, se ben tutti si movero a un tempo,
pur s'incontrar ne l'ordine ch'io dissi.
Il re vedendo sì feroce incontro
turbossi tutto, e gli tremava il cuore;
ma pur volgendo al cielo ambe le luci
pregò l'angel Gradivo in questa forma:
Dammi tanto favor, sustanza eterna
che muovi e che governi il quinto giro
e solo hai cura de la gente gotta,
che mandar possa il mio nimico a terra
con ingegno o con forza o con inganni,
e poi lo meni preso entr'a Ravenna
e ritorni l'Italia al nostro giogo;
ch'io non mi curo, pur ch'i' abbia vittoria,
d'acquistarla con fraudi o con virtute.
Così parlò quel re co 'l cuor tremante:
onde l'angel Gradivo gli concesse
mandar con fraude Belisario a terra,
ma non menarlo preso entr'a Ravenna
né l'Italia tornar sotto 'l suo giogo,
per non opporsi al gran voler del Cielo
che destinato avea contrari effetti.
Dopo questo pregar, con gran furore
si mosse ognun di lor con l'asta bassa
e s'incontraro a mezzo del camino:
Vitige con l'aiuto di Gradivo
fermò la lancia sua dentr'a la fronte
del buon Vallarco, e gli passò il cervello
e mandò quel corsiero in terra morto.
Quando si vide Belisario il grande
da quel colpo vilan cadersi sotto
il suo diletto ed ottimo corsiero,
risaltò in piedi, e con la spada in mano
si preparava a far difesa immensa:
e dicea nel suo cuor: Non ti smarrire,
sta pur senza timor, perché l'inganno
sopra l'ingannator spesso ritorna.
Ma tu, suppremo Re che 'l ciel governi,
volgi la vista tua benigna e pia
a la più bella parte de l'Europa;
e non lasciar che questi iniqui Gotti
la ritengan più tempo in servitute:
e se non si può far senza ch'io muoia,
sarò contento spendervi la vita,
pur che la gente nostra abbia vittoria:
ché 'l beneficio che fa l'uomo a gli altri
sempre suol esser più lodato e degno
quando colui che 'l fa nulla ne gode.
Così pregava il capitanio eccelso
dentr'al suo cuore, e 'l gran Motor del cielo
gli assentì lieto, e fé tremare il mondo:
poi tolse in man le sue bilance d'oro,
che fanno avanti a sé crescer le notti,
e pose sopra l'una de le parti
l'alta ruina de la gente gotta
e sopra l'altra quella de i Romani;
e poi prendeo la trutina nel mezzo
dove è la lingua, e sollevolla in alto:
e i Gotti se n'andòr verso l'abbisso
e verso 'l cielo alzaronsi i Romani.
Il che vedendo gli angeli divini,
conobber chiara la sentenzia eterna
e totalmente abbandonaro i Gotti:
che perché fossero iti in su 'l sabbione
quattro de li lor principi eccellenti
ve n'eran iti ancor quattro Romani,
tal che le cose pareano ir di pari;
ma dopo questo quella orribil pugna
si volse tutta in gloria de i Romani.
Quando poi vide l'onorato Achille
Vallarco morto, e 'l capitanio a piedi,
corse vicino a lui co 'l buon Ircano
e scese in terra, e disse este parole:
Signor, salite sopra 'l mio corsiero,
che non è manco buon di quel ch'è morto;
e volentier ve l'offerisco e dono.
Acciò che voi possiate far battaglia
con quei guerrier che son rimasi in sella.
A cui rispose Belisario il grande:
Accetto il buon corsier, cortese Achille,
che voi mi date, ed userollo alora
ch'io me ne pensi aver maggior bisogno.
Tornate pur a risalir sovr'esso,
ch'io son disposto con la spada in mano
guadagnare il caval di quel vigliaco
che ha fatto al mio sì vergognosa offesa:
spronatel voi verso quegli altri gotti,
che di quest'empio re non ho paura,
bench'io sia a piedi ed ei sopra 'l corsiero.
Udito questo, l'onorato Achille
volse il cavallo suo verso Traiano,
volendo insieme con Mundello e Magno
combatter contra quei ch'erano in sella:
perché i compagni suoi, che già caddero,
eran saliti in piedi, e con le spade
combattean con color che fur gettati
da cavallo ancor essi da i Romani.
Lucillo combattea con Rodorico,
Bessano con Bisandro ed Aldigieri
era a le man col provido Unigasto:
e tutti e' lor cavalli e selle vòte
andavan trascorrendo per lo prato,
che non aveano tempo per pigliarli,
tant'eran tutti a la battaglia intenti.
Teio poscia e Turcasso et Aldibaldo
e Totila crudele e 'l fiero Almondo
sopra i lor ferocissimi cavalli
stavan dubbiosi se dovessen ire
contra quei cavalier ch'erano in sella
o contra quei che combatteano a piedi;
al fin parve lor meglio andarsen tutti
intorno al capitanio de le genti,
che si trovava esser ridotto al piano
ed aver morto il suo cavallo acanto:
per la qual cosa avean ferma speranza
di farlo andare in brieve tempo a morte,
che saria la salute de la impresa
e la vittoria de la gente gotta.
E così tutti quanti l'assaliro
con le lor spade che teneano in mano,
e gli menaron colpi aspri et orrendi:
et e' si difendea con tanto ardire
che non si vide mai simil valore.
Ei pareva una rocca in mezzo a un piano
che ha molte genti per pigliarla intorno
con scale e fuochi e machine murali;
ma quei che vi son dentro a la difesa
gettando sassi e saettami e lance
fanno che ognun sta volentier discosto:
e pur s'alcun vuol appressarsi ad essa
resta da lor percosso, e non fa nulla;
così parean quei furïosi Gotti
intorno al capitanio de le genti:
e quei de la città, che 'n su le mura,
e quei del campo, che sopra i ripari
stavano a rimirar l'empia battaglia,
tutti tutti stupian di quello assalto
e del valor del capitanio eccelso;
al fin gli corse addosso il fiero Almondo
con la sua spada, e minacciando disse:
Acerbo capitan, voi non avete
le vostre armate legïoni a canto
che vi difendan da l'orribil morte
che or ora vi daran le nostre mani.
E detto questo poi menolli un colpo
con ambedue le man sopra la testa,
che mandò a terra il bel cimier del Sole;
e se non era il suo fortissimo elmo
tanto perfetto, gli partiva il capo
fin a le spalle, e forse fin al ventre.
Il capitan per quell'empia percossa
non si smarrì, ma fece come un serpe
che contra il percussor tutto s'avventa
e non lo lascia mai, se non l'afferra
co 'l venenoso dente entr'a la carne,
e quella gli empie di veleno amaro
e fa de la sua ingiuria aspra vendetta;
così il percosso capitanio andossi
con la sua spada acuta verso Almondo
e nel fianco di lui tutta l'ascose,
e morto lo mandò disteso in terra:
poi disse: Or narra, furïoso Almondo,
al padre tuo che ne l'inferno è posto
che senza legïon mi son difeso
da la tua spada e da le tue minaccie.
Quando udì questo il perfido Tuncasso,
ch'era fratel cugin di Filacuto,
che la madre d'Almondo ebbe per moglie,
sentì gran doglia; e mentre alzava il braccio,
che volea dar co 'l brando in su la testa
al capitanio, il capitanio audace
senza paura se gli fece sotto;
e poi lo prese per la gamba destra
e ratto lo tirò fuor de la sella,
onde Tuncasso in terra si distese,
e fuor di mano gli caddeo la spada.
Alora il capitanio de le genti
lasciò la gamba e presegli il cimiero,
ch'era una man ch'avea una spada rossa,
e di tal colpo gli percosse il collo
che via dal busto gli spiccò la testa:
e poscia verso Vitige la trasse
con gran furore, e gli percosse il scudo
con essa, e tutto lo macchiò di sangue;
ma non restor per questo gli altri quattro
d'esser intorno al capitanio eccelso,
urtandol co i cavalli e con le spade:
tal che l'arian condotto a mal partito,
ché un solo, ancor che forte, essendo a piedi
non può mai lungamente far difesa
contra quattr'altri cavalieri armati
sopra i lor validissimi corsieri;
onde 'l cortese Achil vedendo questo
disse a Mundello ed a Traiano e a Magno:
Che stiamo a fare, altissimi guerrieri?
Ché non andiamo tutti a dar soccorso
al capitanio, che si truova a piedi
cinto da tanti cavalieri armati
che agevolmente gli porian dar morte?
Questo diss'egli, e poi tutti in un groppo
se n'andaron correndo a darli aiuto:
il forte Achille pria percosse Teio
d'un colpo sì feroce ne la testa
che lo mandò stordito fuor di sella,
e poco vi mancò che non morisse;
Traian percosse Totila nel fianco
con una punta che non fu mortale
perché Gradivo fece andarla torta,
ma pur così mandòl disteso al piano:
e, 'l fier Mundello con l'acuto brando
menò sì gran percossa ad Aldibaldo,
e correndo l'urtò con tal furore,
che lo mandò co 'l suo cavallo a terra.
Il che vedendo Vitige rivolse
il suo corsiero, e sen volea fuggire;
ma Belisario il prese per la briglia
e lo ritenne, e poi saltolli in groppa
con un salto leggier che parve un pardo;
e lo prese a traverso, e con le braccia
lo trasse fuor per forza de l'arcione:
ma come in terra fu, tolse il pugnale
e lo volea percuoter ne la gola.
Non altrimente un sparavier maestro
che s'attacchi a la coda d'un fasano,
poi che lo tira a suo mal grado in terra,
lo prende per lo collo e per la testa,
e quel grande ucellaccio non si muove
né si diffende, ma s'afflige e crida:
così facea quel re, quando si vide
venire il ferro prossimo a la gola,
che cridava: Signore, a voi mi rendo;
pigliatemi prigion, ch'a voi mi dono
con la moglie e co 'l stato e co i tesori:
non m'uccidete, che darovvi in mano
tutta la Italia in manco di tre giorni,
e venirò con voi dentr'a Bisanzo
o dove paia al correttor del mondo.
Così diss'egli, e 'l capitanio a lui:
Non dubitate, no, ch'io vi dia morte,
poi che ne le mie man vi siete reso,
ché sempre a chi si rende io son cortese.
Venite meco dentr'al nostro vallo
co i vostri cavalier che son rimasi
in vita, e quivi essequiransi i patti
che fur tra noi conclusi e sottoscritti;
né se 'n preterirà pur una iota.
E detto questo l'accettò prigione.
Come fu reso il re, quelli altri tutti
suoi cavalier ne fur molto contenti,
ch'alcuni eran ridotti a mal partito
né si credeano più d'uscirne vivi.
Bisandro era abbracciato con Bessano
e caduto di sotto, ed aspettava
d'esser condotto a vergognosa morte;
Lucillo avea ferito Roderico
in una coscia, e 'l provido Unigasto
da un colpo di Aldigieri era per terra:
però ciascuno udì con gran diletto
che 'l re fosse accettato per prigione
co 'l dar l'Italia a gli ottimi Romani.
E poscia tutti andòr con lui nel vallo,
benché alcuni di lor vi fur portati,
che non potean per le ferite andarvi;
e fur veduti con diletto immenso
da gli onorati principi romani,
e medicati ancor con molta cura.
Poi mentre che si stava entr'a quel vallo
a contemplare il re ch'era prigione
e che si medicavano i feriti,
i famigli d'Almondo e di Tuncasso
e quelli di Agrilupo usciro al campo
per portare in Ravenna i lor signori,
ch'erano stati uccisi in quel duello:
e così preso avean sopra le spalle
il duca d'Asti e 'l duca di Pavia,
e gli portavan lacrimosi dentro;
poi mentre che volean levar da terra
quelli altri servi il corpo d'Agrilupo,
venne una voce altissima dal cielo
con un rimbombo orribile e tremendo
che disse: Lascia star questo ribaldo
inimico del cielo e de la terra,
che Dio non vuol ch'egli abbia alcun sepulcro,
ma vuol che le sue membra inique ed empie
sian divorate da rabbiosi cani,
sì come avea anch'egli immensa rabbia
contra Dio, contra 'l padre e contra i santi;
e l'alma poi da gli angeli nocivi
fia tormentata ne le pene eterne.
Al fin de le parole udissi un trono,
ed appariron quivi molti cani
rabbiosi e grandi ed affamati e neri,
onde fuggiro i timidi famigli
subitamente, e abbandonaro il corpo;
e quei cagnazzi con orribil urli
lo laceraro in più di mille parti
e tutto quanto poscia lo mangiaro,
condegno fine a quel rabbioso lupo.
Il vicimperador de l'occidente
poi per non dare indugio a la vittoria
fece chiamare a sé Traiano e Paulo
e disse lor queste parole tali:
Andate, prudentissimi baroni,
a prendere il possesso di Ravenna,
che forse lo daran senza contrasto,
per osservare i patti che giuraro.
Ma voi, come l'arete, abbiate cura
de la regina Amata e de i tesori,
perché possiam condurli entr'a Bisanzo
e darli in mano al correttor del mondo.
Andate adunque senza alcuno indugio:
menate vosco Rubicone araldo,
che per nome del re faravvi aprire
le porte, e introduravvi a la regina;
e menate anco due coorte intiere
da porle per custodia de le porte.
Così diss'egli e quei baroni andaro
senza dir altro verso quelle mura:
e come giunti furo entr'a Ravenna
lasciarono a la porta il forte Olando
con la sua validissima coorte,
e s'avviaron poi verso 'l palazzo.
Quivi trovaron la regina Amata
che si sedea con molte donne intorno,
e lacrimavan la fortuna avversa
e la ruina de l'imperio gotto;
a questa s'accostò l'antiquo Paulo
e poi le disse con parlar soave:
Gentil regina io penso che sappiate
quel che conchiuse il vostro almo consorte
col vicimperador de l'occidente,
e come gli promise, se perdea,
poner la signoria d'Italia tutta
e la moglie e se stesso in le sue mani;
or ha perduto, ed è nel nostro vallo:
onde mi manda a prendere il possesso
di quest'alma cittade, e tòrre ancora
tutti li vostri amplissimi tesori
ed anco insieme la persona vostra,
perché vi vuol condur dentr'a Bisanzo
e darvi in mano al correttor del mondo.
Piacciavi adunque far senza contrasto
ciò ch'al ciel piace, e quel che vi commette
umanamente quel signor che ha vinto.
Così disse il buon vecchio, a cui rispose
quella regina con sospiri e pianti:
Signore, io so che s'affatica indarno
quel che vuol contrastare al suo destino:
perché il voler del Ciel sempre è più forte
d'ogni consiglio de le genti umane.
Fate adunque di noi ciò che v'aggrada,
poi che siam giunte ne l'arbitrio vostro.
Ben spier che l'alto domator del mondo
arà pietà de l'empia mia fortuna,
e mi farà trattar come regina
che sia mandata presa in le sue mani.
Questo diss'ella, e consignò i tesori
e la terra e se stessa a quei baroni.
Poi fatto questo il buon conte d'Isaura
disse a Sindosio: Ritornate al vallo,
Sindosio, e dite al capitanio eccelso
come tutte le cose che ci ha imposte
sono essequite, e che potrà venirsi
ad ogni suo piacer dentr'a Ravenna.
Sindosio riferì quella ambasciata
al vicimperador de l'occidente,
il qual poscia v'andò senza dimora.
Quivi si stette nove giorni interi
per assettare ed ordinar le cose
che si doveano fare in quei paesi
perché l'avuta libertà durasse.
Poi quando 'l giorno decimo sen venne,
ascese sopra le veloci navi
col re prigione e con le spoglie opime,
e lieto s'avviò verso Bisanzo
avendo posto Italia in libertade:
la qual vi stette poi quant'a Dio piacque,
perché le cose che si fanno in terra
tutte dipendon dal voler divino.