IL VIGESIMOTERZO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Era già il sol con la divina Astrea

volto per gir ne le marittimm'onde

quando, fornita l'onorevol tomba,

la bella principessa di Tarento

si volse a Belisario, e così disse:

Illustre capitanio de le genti,

da poi ch'io vedo che la mia fortuna

è stata contra me tanto crudele

ch'ha rotto tutti quanti i miei desiri,

non voglio più veder luce del sole:

ma perché uccider non si dee se stessa,

chi brama entrar ne la celeste corte,

io voglio esser murata in un sacello

vicino a questa glorïosa tomba,

ove con prieghi e con pensier divoti

renderò grazie a la divina Altezza,

e pregherolla ancor che doni eterna

requie a l'estinto mio caro consorte

e dia vittoria al correttor del mondo.

Quivi vivrommi poi di quella grazia

che porgerammi le pietose mani

de le divote femine di Roma.

Così disse la donna, e 'l capitano

lacrimò per pietade e per dolore,

e poscia le rispose in questa forma:

Donna eccellente e di virtù suprema,

ponete giù questi pensieri acerbi;

cercate pur di mantenervi in vita

me' che si può serena, perché noi

con ogni studio cercheremo ancora

di ristorare in parte i vostri danni:

e se vorrete troverenvi un altro

sposo d'età conforme a quel ch'è morto

e di valor condegno a vostra altezza;

poi sempre vi farem quel sommo onore

ch'a spirto sì gentil più si convenga.

Così rispose il capitanio eccelso,

a cui la donna replicando disse:

Signor, non impedite il bel dissegno

e l'onesto disio di questa vostra

minima serva, ma divota e fida.

Voi mi potete far tutto quel male

che più v'aggrada, ch'io non ho diffesa

altra con voi che la giustizia vostra:

la quale è nota al mondo esser sì grande

quanto mai fosse in anima terrena.

Sapete ben che quel che non fa male

non può chiamarsi interamente giusto:

ma quel che può far male e non vuol farlo

per sua bontate, ha di giustizia il pregio,

come si scorge ne la vostra altezza.

Deh lasciate, Signor, ch'io mi rinchiuda

in un oscuro e lucido sacello,

oscuro al mondo e lucido a la vita,

ove la mia virginità si servi

intatta, e purghi quei pensieri insulsi

ch'eran già nel mio cuor d'aver marito,

a cui s'oppose la divina voglia:

però ben è seguir ciò ch'al Ciel piace.

Come udì questo, Belisario il grande

si pensò dentr'al cuor de non gli ostare,

e disse: Poi che voi v'avete eletta

questa tal vita rigida e noiosa

aiuterovvi a far ciò che v'aggrada.

E detto questo fece farli un luoco

picciolo e scuro dentro a la Minerva,

con un sol buco da pigliar del pane

ch'era chiuso ancor ei con una rota

di legno che si volge in quella guisa

che le monache fan ne i lor conventi;

ed ella alor non se n'uscì del tempio

fin che non fu murata entr'a quel buco,

ove visse dapoi più di vent'anni;

e cangiò il nome suo ch'ebbe al battesmo,

e fu nomata Rigida, per quella

vita sì dura e rigida che elesse:

e questo nome ancor cangiossi in parte,

e fu poi detta Brigida la santa.

Or mentre si facean questi negozi

il sol s'ascose, e l'ombra de la notte

dapoi sen venne a ricoprir la terra:

onde ciascuno andò ne i cari alberghi

per riposarsi fino a la mattina;

ma solamente l'onorato Achille

stretto dal pianto e dal dolore amaro

non dava a gli occhi suoi riposo alcuno.

Pur quando venne fuor la bella aurora

cinta di rose a rimenarci il giorno,

l'inerte sonno con le sue lusinghe

che suol far molle ogni dolore amaro

a mal grado di lui gli entrò ne gli occhi;

ed in quel tempo l'anima gli apparve

di Corsamonte, con la sua sembianza,

con la persona sua, con la sua voce,

co i suoi begli occhi e con le solite arme:

e poi fermossi appresso a la sua testa

e disse a lui queste parole tali:

Tu dormi, Achille, e m'hai posto in oblio,

né cura prendi de la mia vendetta.

Quel traditor che con astuti inganni

tradimmi, e mi condusse entr'al castello

ove fui morto da la gente gotta

che ruinormi una gran torre adosso,

vive; e se non sarà da voi depresso

libererassi ancor con le sue fraudi,

con danno espresso de le nostre genti:

però provedi a quest'aspro periglio.

Dammi la man, che tu mi fai pietate,

che starai senza me molt'anni in terra;

né più saran communi i pensier nostri

né più l'un l'altro si darem consiglio:

ché la morte crudel da te mi parte

con strada lunga, adamantina ed aspra.

Non ti scordar di me, che pur siam vissi

da i tener'anni in su come fratelli,

anzi come in dui corpi un'alma sola;

però come a fratel ti raccomando,

o come a un altro me, la donna nostra

e la nostra memoria e 'l nostro onore.

A cui rispose l'onorato Achille:

Dunque venuto sei, fratel mio caro,

a ritrovarmi perché tu non pensi

ch'i' abbia cura di te senza ricordo?

Non dubitar, che come il giorno appaia

io farò tutto quel che mi comandi,

s'io vi dovesse abbandonar la vita.

Ma fate un poco in qua, lasciami ch'io

t'abbracci, e teco pianga la mia sorte.

Così parlando aperse ambe le braccia

per abbracciarlo, ma non strinse nulla,

ché l'anima disparve come un fummo

e come un fummo andò volando al cielo.

Levossi stupefatto il forte Achille

e poi si dibatteo palma con palma,

e disse: O Re de la celeste corte,

egli è pur ver che l'anima è immortale

e vive ancor dopo le membra estinte.

L'alma di Corsamonte in questa notte

è stata meco ne la propria forma

e m'ha chiarito tutto il suo disio,

che senza dubbio alcun voglio essequirlo.

E detto questo subito vestissi

l'arme, e poi se n'andò verso la corte.

Quivi trovò che Belisario il grande

si preparava a gire entr'al consiglio:

ma come vide l'onorato Achille

fermossi ad ascoltarlo, ed ei gli disse:

Illustre capitanio de le genti,

l'alma di Corsamonte in questa notte

è venuta a trovarmi entr'a l'albergo,

e mi commette espresso a far vendetta

del traditor che con occulti inganni

lo fece andar nel luoco ove fu morto;

e poi come a fratel mi raccomanda

la sua memoria e la sua cara donna.

Però, signor, vi priego ad aiutarmi

a far vendetta del barone estinto,

ed anco a far spettaculi di giostre,

di correr di cavalli e d'altre cose

per la memoria de la sua virtute.

Rispose Belisario: Assai mi piace

il buon ricordo vostro, e dir vi voglio

che ho fatto dar la fune in questa notte

al traditor Burgenzo et a Doletto,

che discoperto m'han tutto 'l trattato

col quale han fatto uccider Corsamonte

e tutti i tradimenti che per loro

furono orditi ancor contra i Romani,

ond'io voleva destinarli al fuoco:

ma voi gli prenderete, e ne farete

quel strazio e vituperio che vi paia

per la vendetta di quel forte duca.

E le giostre e i spettacoli faransi

come vorrete voi, per fare onore

a la memoria di sì gran guerriero;

e detto questo, fece dar Burgenzo

e Doletto legati a quel signore.

Come ebbe Achille i traditor legati

con le sceleste man dietro a le rene,

si volse e disse a l'onorato Ciro:

E' sarà ben, signor, che noi mandiamo

questi dui scelerati al gran sepulcro

di Corsamonte, e quivi sian puniti,

per dar diletto a l'anima defunta

ed a tutta la turba de i soldati.

Così diss'egli, e quivi gli mandaro

circondati da biri e da persone

che con rampogne e con parole acerbe

gli andavan lacerando per la strada;

e fuvvi alcun che risguardando a l'altro

che gli era appresso sorridendo disse:

Questo volpone è pur aggiunto al varco,

e spier ch'arà la meritata pena.

O come è salda la giustizia eterna,

e la divina providenzia mai

non lasciò senza pena i gran delitti!

Così dicea la plebe, accompagnando

quei malfattori fino a la Minerva;

né mai fu alcun di lor ch'alzasse il viso

né che mandasse fuor parola alcuna.

E giunti quivi l'onorato Achille

fece legar Burgenzo per li piedi

e parimente ancor Doletto, e porli

col capo in terra e i piè verso la coda

dietro a le croppe di dui gran cavalli;

poi fece sopra quei salire Atteio

e Capiton, ch'eran dui buon soldati

già molto cari al gran duca de i Sciti,

che feccion poi volar quei gran destrieri

ben sette volte intorno a l'alta tomba,

onde si laceraro i dui ribaldi:

poi così lacerati e così guasti,

così carghi di polvere e di sangue,

furon gettati in su le fiamme ardenti

ch'aveano apparecchiate i buon Romani;

e mentre andava al ciel l'acuta fiamma

disse gemendo l'onorato Achille:

Rallegrati, fratel, ne l'altra vita,

ch'io comincio essequir ciò che promissi

a l'alma tua quando m'apparve in sogno:

costor che ti tradiro ho posti al fuoco,

e molti ancora de la gente gotta

ch'al tradimento lor poser la mano

fur eri uccisi da la nostra spada;

ma noi, come arem fatti quei certami

che m'ha promessi Belisario il grande,

se n'usciremo fuor con tutto 'l campo

e se n'andremo a ritrovare i Gotti

per far del tuo morir vendetta intiera.

Così disse il baron gemendo forte;

poi lasciando la plebe intorno al fuoco

andò dov'era il capitanio, e disse:

Signor, quei traditor han satisfatto

a Corsamonte e a la giustizia vostra,

che strassinati a coda di cavallo

e tutti lacerati e tutti sangue

fur poi gettati ne le fiamme ardenti;

e 'l cener lor farem gettar nel fiume

perché si sperda, e mai non si riposi.

Sarà poi bene a dar principio al resto,

dico a la giostra, al correr de i cavalli,

al correr de i pedoni ed a molti altri

giuochi per onorar l'estinto duca:

acciò che come arem forniti questi

s'attenda a liberar l'Italia afflitta.

Così diss'egli, e 'l capitanio eccelso

fece recarsi fuor del gran palazzo

cavalli ed arme e prezïosi vasi

d'oro e d'argento e femine e pitture,

pezze di sete e di broccati ed altre

cose di pregio e di bellezza immensa

per darle in premio a tutti quei certami;

e pria fece bandire una gran giostra

per Oribasio con parole tali:

Il vicimperador de l'ocidente

vi fa saper come farassi or ora

su la piazza di Agone una gran giostra

adomanin, con validissime arme;

però qualunque vuol giostrare in essa

venga, che correran tre colpi soli;

e chi sarà battuto de l'arcione

non potrà più giostrare, e quel guerriero

che abbatterallo arà tutti i suoi colpi.

Poscia quel giostrator che farà meglio

de gli altri, e getterà più genti in terra,

guadagnerà il caval di Corsamonte

e tutte l'arme che portava intorno.

Al secondo fia data una donzella

modesta e vaga e di bellezza eletta

con una bella pezza di broccato;

al terzo si darà un bacil d'argento

col suo ramin, tutti dorati intorno,

sì ben composti e di sì bel lavoro

che non si vide mai cosa più bella.

Poi noteranno i colpi di ciascuno

Bessano e Magno e 'l venerando Paulo,

e co 'l consiglio lor daransi i pregi.

Chi vuol dunque giostrar si faccia avanti.

Così disse l'araldo; e 'l fier Mundello

fu il primo che comparse e che s'offerse

giostrare a domanini in quella giostra,

e Traian fu il secondo e 'l terzo Achille,

Olando il quarto e 'l quinto il forte Arasso,

Sindosio il sesto, il settimo Orsicino,

l'ottavo Ciro, il nono era Lucillo,

il decimo Sertorio, e 'l re Cosmundo

l'undecimo, e 'l duodecimo Olimonte:

poi tutti scritti furo in una lista

da Servio cancellier, ch'era presente.

E fatto questo ognun di quei baroni

se n'andò a casa e prestamente armossi,

e poi tornaro armati in su la piazza,

su la piazza d'Agon, ch'era in quel tempo

un nobil circo co i sedili intorno.

Quivi s'assise una infinita gente:

e primamente i senator romani

con le matrone loro e i lor figliuoli

ch'eran rimasi dentro da le mura

quando l'altre n'andòr verso Gaeta,

sederon tutti quanti ne l'orchestra;

e d'indi i cavalier de la cittade

ne i quattordeci primi alti sedili

sedero, e poscia il gran popol di Roma

ne gli altri seggi più lontani ed alti

s'assise, per veder la nobil giostra

con gli altri nobilissimi certami.

In mezzo al pian sopra un palchetto adorno

sedeva il capitanio de le genti

con quei saggi signor ch'avean la cura

di notar tutti e' colpi de i giostranti,

col cancelliero ed Oribasio araldo.

Alora i giostrator giunsero in piazza

con l'arme indosso e co i cimieri in testa.

Il primo che spuntò fu il re Cosmundo,

accompagnato da signori e duchi;

poi molta gente de la sua famiglia

a cavallo ed a piè gli andava inanzi,

e chi di lor portava lancie adorne

d'oro e di lauro e di leggiadri fiori,

chi gli saltava intorno e chi cridava

il nome suo con onorevol voce

e chi facea carriere per le tele

ch'erano in mezzo al spazïoso campo.

Al giunger di costui sonaron tutte

le trombe a un tempo, ed e' sul gran corsiero

veniva a passo a passo per la piazza

con un bastone in man sopra la coscia

destra appoggiato e col suo scudo al petto

serrato e fermo e col grand'elmo in testa,

ch'aveano e per insegna e per cimiero

un bel castel percosso da saetta;

e così passo a passo aggiunse avanti

al vicimperador de l'occidente:

e fatta riverenza a quei signori

fermossi ad aspettar gli altri guerrieri

che venner senza far dimora alcuna.

Da l'altro capo del famoso circo

spuntò il buon Orsicin con la sua rosa

e poi Sindosio col suo bel ginebro,

Sertorio con la cerva ed Olimonte

con la candela accesa in cima a l'elmo.

A l'apparir d'ognun di quei signori

sonaron trombe e piffari e tamburi,

perciò che tutti accompagnati foro

da molti duchi e principi e baroni

e da molti altri cavalieri e fanti,

chi per servirli e chi per farli onore.

Vennero ancor Mundello, Achille e Olando

ed Arasso e Traian, Lucillo e Ciro

che tutti aveano per cimiero il sole,

ché la lor Compagnia non portav'altro:

la quale elesse in piè di Corsamonte

Arasso, che dapoi depose il gallo,

sì come Ciro al luogo di Catullo

fu posto, Magno a quel ch'era di Bocco,

Bessan quel di Acquilino, ed Aldigieri

aveva avuto il luogo di Massenzo.

Al venir di costor levossi un grido

ne la gran piazza da diverse voci

che dicean tutte: La vittoria è giunta:

tra questi rimarrà certo la gloria

e 'l primo onor de l'onorata giostra.

Quando poi tutti ragunati foro,

alora il vecchio e venerando Paulo

alzò la mano, e disse este parole:

Udite il mio parlar, signori e duchi,

che siete per provarvi in questa giostra:

ognun di voi correrà prima un colpo

col suo guerrier che toccheralli in sorte;

poi ponerassi a sorte un'altra volta

per lo secondo colpo, e poscia il terzo

la terza volta ponerassi a sorte

fra tutti quei che rimarranno in campo;

e come sarà corso questo arringo

il vice imperador de l'occidente

darà i pregi a ciascun secondo i merti.

Così diss'egli, e pose i nomi loro

in un'urna d'argento, e poi squassolla:

e trasse fuor per lo primiero corso

Sindosio con Lucillo, e nel secondo

trasse Orsicin col generoso Ciro

e poscia Arasso col feroce Olando,

Traian con Olimonte, e con Achille

Cosmundo, e poi Sertorio con Mundello;

e fatto questo ognun di lor si trasse

da la sua parte e prese l'asta in mano

per dar principio a l'onorata giostra.

Il primo arringo fu del bel Lucillo

col bel Sindosio, a la cui fiera mossa

sonaron tutte le canore trombe;

e poscia si colpiro a mezzo 'l corso

arditamente entr'a i possenti scudi

e le lor lancie andòr volando in pezzi,

perché si rupper fin presso a la resta;

ma non si mosse alcun di lor di sella,

onde i scudieri poi gli andaron dietro

cridando ad alta voce i nomi loro.

Dopo costoro ecco Orsicino e Ciro

venir con le lor lancie in su la coscia,

e poi spronando i lor corsier veloci

dietro al sonar de le canore trombe

a mezzo il corso appunto le abbassaro,

e quivi si incontròr con gran furore:

Orsicino l'accolse in sommo a l'elmo,

e gli mandò per terra il bel cimiero

del sole e non gli fece altro disconcio;

ma Ciro accolse lui ne la baviera

sotto la vista del fortissimo elmo

e mandòl sulle croppe del cavallo

disteso, e certo si sarìa caduto,

che piegava la testa e quinci e quindi

e perduta anco avea la staffa manca,

se nol teneva in sella il buon Gradivo

che gli diè aiuto in forma di sergente.

D'indi Traian giostrò con Olimonte

nel terzo arringo, e le possenti lancie

affirmar tutti dui dentr'a i lor scudi;

ed Olimonte ruppe la sua lancia

senza far danno a l'ottimo Traiano,

ma ben Traiano lo toccò di modo

nel forte scudo, e tant'empia percossa

gli diè, che quel gran scudo andò per terra,

perché l'angel Palladio appresso il petto

de la corazza sua possente e dura

ruppe la vite che 'l tenea sovr'esso

immoto e fermo a sustenere i colpi

de i domanin de le nodose lancie.

E così te n'uscisti fuor di giostra,

Olimonte gentil, senza tua colpa,

sendo dal petto tuo spiccato il scudo.

Il quarto arringo fu del forte Arasso

contra il feroce Olando, a la cui mossa

parimente sonar tutte le trombe:

questi dui si colpiro a mezzo il corso

co i ferri da tre punte entr'a i lor elmi,

l'elmo d'Arasso non si mosse nulla,

ma l'angelo Gradivo a quel d'Olando

fece spezzare il ferro suo davanti

che l'inchiavava sopra la corazza,

onde netto gli uscì fuor de la testa

e rimase attaccatto a le sue spalle

con la correggia ch'ivi lo legava.

Quando 'l baron si ritrovò senz'elmo

si pose ambe le man sopra le tempie,

quasi temendo non aver la testa.

La gente come vide quel bel colpo

mandò fuori un cridor fino a le stelle;

ma vedendolo poi toccarsi il capo

mosser le labbra loro un poco a riso:

però volgendo gli occhi il forte Olando

risguardò intorno, e suspirando disse:

L'angel Gradivo or m'ha disciolto l'elmo,

ma gran ventura è che mi resta il capo;

onde spero con esso un'altra volta,

e col favor del cielo, avere onore,

avegna che ora i' non acquisti biasmo,

ché 'l voler de là su non si riprende.

Così disse il baron col capo ignudo;

e dietro a lor si mosse il re Cosmondo

contra il cortese Achille, e la gran lancia

ruppe nel scudo suo senza piegarlo

e senza farli un minimo disconcio.

Ma il buon Achille lo ferì ne l'elmo

d'un sì feroce colpo, che stordillo

e lo mandò disteso in su l'arena:

come se fosse un gallo in un cortile

che 'l villanel percuota ne la testa

col duro suo baston che porta in mano,

e per quella percossa allarga l'ale

e tutto quanto in terra si distende;

così Cosmondo in terra si distese

per la percossa del feroce Achille.

Alor gli amici suoi gli furo intorno

e lo levar da terra e disarmaro,

e lo menaron poi dentr'a l'albergo

pallido in faccia e pien d'alto dolore.

L'ultimo arringo fu del fier Mundello

e di Sertorio, che con l'aste basse

dopo il sonar de le canore trombe

ambi dui s'incontraro in mezzo 'l corso

e si colpir dentr'ai pesanti scudi;

la lancia di Sertorio in molti pezzi

si ruppe, che volòr verso le stelle;

ma quella di Mundel fu tanto forte,

col domanin che gli attaccò ne l'elmo,

che Sertorio e 'l caval mandò per terra.

Alor levossi un smisurato crido

nel circo che dicea: L'onore e 'l pregio

sarà di quel baron che porta il granchio

nel scudo rosso, e per cimiero ha il sole,

o di colui che porta in campo d'oro

il buon Chirone in cui s'allegra Iove,

e la coda del drago in lui s'essalta.

Così dicea la gente in quel gran circo;

onde forniti alor tutti gli incontri

del primo corso, il buon conte d'Isaura

risguardò gli altri, e poi così gli disse:

Or che finite son le prime sorti

e che ciascuna de le coppie ha corso

i primi colpi suoi, par che sia tempo

da porre un'altra volta dentr'a l'urna

gli otto baron che son rimasi in campo,

e trarli fuor per lo secondo corso.

Così diss'egli, e poi così si fece:

e tratti prima fur Lucillo e Ciro,

e dopo lor Traian con Orsicino,

i terzi fur Sindosio e 'l forte Achille,

Mundello i quarti col feroce Arasso;

e fatto questo ognun di lor si trasse

da la sua parte, e preser l'asta in mano.

Ciro e Lucilo nel primiero arringo

dopo il chiaro stridor de l'oricalco

si rincontraro in mezzo de le tele,

e quelle lancie lor ch'aveano in resta

insieme si toccòr punta con punta;

il domanin si ruppe di Lucillo,

e la lancia di Ciro appresso il ferro

si sfesse e si piegò ma non si franse,

onde poi tutti dui restaro in sella,

ben con disconcio de le lor persone.

Alora disse l'onorato Ciro:

O Re del ciel, poi che non t'è piacciuto,

che si siam tocchi fuor che ne le lancie,

ti priego almen che mi conciedi grazia

ch'io non ritorni senza gloria a casa.

Non bramo il primo onor, ché saria troppo,

e sarà di Mundello over di Achille;

ma basterammi avere il terzo pregio.

Così pregò il barone, e 'l Re del cielo

porse l'orecchie a i suoi divoti prieghi;

e poi dietro a costor con gran furore

Traian si mosse e 'l provido Orsicino:

e Traiano il toccò d'un aspro colpo

ne la chiave del scudo, onde gli fece

voltar le piante al luogo del cimiero

perché si ruppe a lui l'arcion di dietro,

talché per quello in terra fu disteso;

e poi levato su da i suoi scudieri

se n'andò a piedi suspirando a casa

accompagnato da dui soli amici,

ché con l'altro n'andò tutta la gente:

i suoi famigli alor menaro attorno

per le tele del circo il suo cavallo,

mostrando a tutti che i spezzati arcioni

eran stata cagion del suo cadere.

Dapoi giostrò Sindosio e 'l forte Achille

nel terzo arringo, e fu Sindosio colto

d'un sì feroce colpo ne la testa,

che fece andarlo trammortito a terra:

e 'l sangue per lo naso e per le orecchie

gli usciva, onde ne fu portato a casa

da i soi famigli e da i fedeli amici.

Restava il quarto arringo al fier Mundello

che dovea correr col feroce Arasso,

unde si fece a lui vicino, e disse:

Tu non mi caverai l'elmo di testa

come i festi ad Olando, acerbo Arasso,

ch'egli è legato con miglior catena:

ben spier mandarti col cavallo a terra

come mandai Sertorio in l'altro arringo,

se questa con ch'io giostro non si frange,

ch'è un frassino di vena intero e saldo.

Così diss'egli, a cui rispose Arasso:

Fa pur quel che tu puoi con la tua lancia,

superbo cavalier, ch'io non ti temo;

e se tu manderai questo cavallo

a terra, ancora il tuo non starà in piedi,

perché non è del mio molto più forte.

Come ebber detto questo, ognun rivolse

il suo corsiero, e ritornaro al luoco

dov'eran prima, in capo de le tele;

e poi con l'aste lor nodose e grosse

si rincontraro a mezzo del camino

e si colpir con sì terribil colpi

che parean proprio fulguri o bombarde

ch'urtino i sassi e gli albori e le torri:

e tutti dui con un romore immenso

andòr per terra insieme co i cavalli

ben venti braccia lunge da le tele,

che tremar feccion tutta quella piazza;

ma come furo in terra i dui guerrieri

saltaro in piedi con sì fatto ardire

che fece ognun stupir di meraviglia,

senza aver danno ne le lor persone.

Restava a porre ancor la terza sorte

tra quei quattro baron ch'eran rimasi

nel campo, e già s'apparecchiava l'urna:

ma il vicimperador de l'Occidente

si volse a Paulo ed a Bessano e a Magno,

e disse lor queste parole tali:

Penso che sarà ben che non si corra

quest'altro corso più, ma diansi i pregi

a quei baron che son rimasi in giostra;

però ciascun di lor si cavi gli elmi

e s'appresenti avanti a questo palco,

che gli daremo i meritati onori.

Dietro al parlar del capitanio eccelso

ciascun di quei signor si cavò l'elmo

e poi s'appresentò davanti al palco

ove s'aveano a dispensar gli onori.

Alora il capitanio de le genti

diede l'arme e 'l caval di Corsamonte

con faccia allegra al glorïoso Achille,

e disse : Almo signor, prendete l'arme

del miglior cavalier che fosse in terra

con quel caval che non ha paro al mondo:

né si potean locar queste due cose

a persona più degna, né più grata

né più gioconda a quel barone estinto.

La donzella e 'l brocato arà Traiano,

ma il bacile e 'l ramin fian di Mundello

che ha pur gettati dui guerrieri al piano,

se ben per la diffalta del cavallo

anch'ei n'è gito col secondo a terra.

Così diss'egli, e fu di ciò lodato

da tutti quei signor ch'avea d'intorno;

e certamente a lui dava il bacile

se non dicea Lucillo este parole:

Illustre capitanio de le genti,

voi fate a dui che siam rimasi in campo,

Lucillo e Ciro, manifesto torto

a torci il premio e 'l guadagnato onore

e darlo ad un ch'è pur caduto al piano.

Ma se del cader suo pietà vi muove,

avete in casa molto argento ed oro

e drappi e gioie e femine e cavalli

che dar possete a lui, lasciando questo

a noi, secondo la proclama vostra.

Sorrise a le parole del figliastro

l'accorto capitanio de le genti,

e disse: Adunque tuo sarà il bacile,

e 'l ramin, che non è di minor pregio,

sarà di Ciro; et io darò a Mundello

questa collana mia d'oro e di gemme

ch'io tolsi al re de' Vandali dal collo

quando 'l menai prigion dentr'a Bisanzo.

E così detto glie ne fece dono,

e Mundel l'accettò con lieto aspetto

e lietamente se la pose intorno.

E dietro a questo il capitanio eccelso

fece recarsi sette bei tazzoni

di fino argento e d'onorevol peso

e ne diede uno a ognun di quei guerrieri

che patiron disconcio entr'a la giostra;

e questo fé per darli alcun solazzo

con qualche don de la fortuna adversa.

Finita la gran giostra e dati i pregi,

fur cavate le tele in un momento.

Il capitanio alor fece menarsi

un mulo suo bellissimo e gagliardo

ed atto a tolerare ogni fatica,

di color bigio e di sett'anni appunto;

e fece appresso a quei recarsi un vaso

di bianco argento e di gentil lavoro

che un manico dorato avea per banda;

e come furon quivi, in piè levossi

risguardando i Romani, e così disse:

Questi son pregi che daransi a dui

uomini eletti che faran contesa

co i pugni chiusi e co i piombati guanti:

a quel che starà saldo in la battaglia

atterando co i pugni il suo nimico

darassi il mullo, e quel che sarà vinto

arà per suo conforto il vaso adorno;

e poscia andremo al corso de i cavalli.

Così diss'egli, e poi si fece avanti

Frondauro da Corinto, uom di gran forza

e di persona grande e molto ardito

e molto esperto nel giocare a i pugni,

e toccò il mulo e disse este parole:

Facciansi avanti quel che vuole il vaso,

perché non penso che guadagni il mulo

nessun del grande essercito romano,

se non Frondauro, che in tal arte eccelle:

che s'alcuno è miglior con l'asta in mano

non è però di lui miglior co i pugni,

ch'un sol non può saper tutte le cose.

Ben so che chi vorrà contender meco

arà nera la carne e gli ossi franti,

e sarà ben ch'abbia gli amici a canto

che lo riportin macerato a casa.

Così disse il superbo onde ognun tacque;

e solamente si levò Ruberto

figliuol di Rodimarte da Messina.

Questi altre volte in Napoli contese

nel sepelir del duca di Salerno

e vinse a i pugni alor tutti e' campani;

questi era amico del cortese Achille,

onde per lui s'affaticava molto

svegliando con parole il suo valore:

e perché assai bramava la vittoria

de l'ardito figliuol di Rodimarte

gli dava veste di perfetto cuoio

e celata di cuoio e guanti eletti

e ben contesti di pesante piombo.

Ma come fur vestiti, andòr nel mezzo

l'un contra l'altro coi feroci pugni,

e le man gravi mescolaro insieme.

Alor s'udiva il fremito de i denti

e 'l strepito de i colpi, onde 'l sudore

correa copioso fuor de le lor membra:

al fin con gran furore il buon Frondauro,

serbando il tempo che Ruberto intorno

guardasse, dielli un pugno ne la guancia

destra, che tutto in terra lo distese:

e come un pesce dal soffiar del vento

percosso sopra 'l lito di distende

fin che coperto da marittim'onde

può ritornar ne i consüeti gorghi,

così Ruberto in terra si distese.

Alora quel magnanimo Frondauro

lo prese per la mano e sollevollo;

e i suoi compagni poi gli furo intorno

e lo menaron fuor de la gran piazza

ch'appena si traea le gambe dietro,

e gettava la testa e quinci e quindi,

sputando in terra i sanguinosi denti:

né risguardava il mal felice vaso

che i suoi compagni gli portavan dietro.

Il vicimperador de l'occidente

propose dopo questo i terzi pregi

che dar voleva al corso de i cavalli:

e questi furo una pittura antica,

simile a quella del famoso Apelle,

ch'avea la formosissima Ericina

ch'uscia del mare, e si torceva i crini

con ambedua le man per asciugarli.

Posevi ancora dui talenti d'oro

appresso, per donarli insieme a quello

che fosse primo a giungere a la meta;

ed al secondo pose una giumenta

giovane di cinqu'anni e molto bella

e pregna d'un bellissimo corsiero.

Al terzo pose due maniglie d'oro

fatte con smalti, che parean serpenti

ch'avesser prese le lor code in bocca;

al quarto due gran pezze di veluto

pose; ed al quinto un calice d'argento

di belle gemme varïato e d'oro;

poi disse: Venga ognuno a questo corso

ch'ha fede nel valor de i suoi cavalli,

e nel saperli governar col freno

e con la mano e con gli acuti sproni,

ch'acquisteranno i nominati pregi

tutti secondo l'ordine proposto.

Né vuo' che corra il mio caval, né quello

che fu de l'animoso Corsamonte,

ché senza dubbio acquisterian l'onore:

ma disdiriasi a me che ho posti i pregi

s'io tentassi ora ripportarli a casa;

e quel di Corsamonte, essendo morto

il suo signor, non vuol null'altro in sella.

Dietro a questo parlar si fece avanti

prima di tutti il giovane Lucillo:

e venne sopra il suo caval d'Abbruzzo

che guadagnò la notte, quando prese

Frodino e uccise il capitanio Urtado;

poi venne dietro a lui l'ardito Ciro

col buon caval che fu del re de' Gotti,

donato a lui dal gran duca de i Sciti

quando mandò quel re sopra 'l terreno

e Filopisto gli levò il destriero;

il terzo venne il giovane Tibullo,

con quell'altro caval che tolse a Urtado;

e poscia Emilio del prudente Paulo

fu il quarto, col corsier ch'ebbe suo padre

quando fur rotti i Vandali a Cartago.

Al giunger di costui ne la gran piazza

il vecchio padre andolli appresso e disse:

Emilio, io so che giovinetto sempre

t'hai dilettato di domar cavalli

e cavalcarli con ardire ed arte;

però son certo che non hai mestieri

d'altro ammaestramento, perché sai

regger col freno ogni caval feroce:

pur ti dirò, che quando a te fian date

le mosse, appresso la primiera meta,

non batter con la sferza il tuo cavallo

tropp'aspramente, e quando giungi a l'altra

nol spronar troppo, e volgilo a man manca,

destramente, che non si disconci

nel gire intorno a la seconda meta

o non vada di lungo in altra parte:

ma come poscia arai girati i primi

dui corsi intieri, e sarai giunto al terzo,

non risparmiare alor sferza né sproni

fin che tu giunghi al disïato segno,

se brami avere alcun de i primi onori;

che tu sai ben ch'ogni boschiero in selva,

ogni nocchiero in nave, ogni guerriero

sopra il veloce suo caval suol fare

più con l'ingegno assai che con le forze.

Adopra adunque tu l'ingegno e l'arte

che t'insegnaro i messagier divini,

se vuoi schivar d'aver gli ultimi pregi.

Così disse il buon vecchio al suo figliuolo,

e ritornò dove sedeva prima.

Poi venne ultimamente in piazza Magno,

col forte suo destrier ch'ebbe in Tesalia.

Alora i cavallier fur posti a sorte,

come doveano star presso a le mosse:

il primo Emilio fu che uscisse fuori,

per stare a man sinistra appresso il segno,

e fu il secondo allato a lui Tibullo

e poscia Magno; e 'l quarto fu Lucillo,

la quinta sorte venne al conte Ciro;

e così con quell'ordine fur posti

in una fila dentro da le mosse.

Il capitanio poi mandò Traiano

a star vicino a la seconda meta,

perché non si facesse alcuna fraude

in quella parte assai da lui lontana:

ed e' con Paulo ed altri andaro al luoco

ove doveano ritornar correndo.

Quindi fu dato il segno de le mosse

col chiaro son de le canore trombe,

come ordinò Bessan, che n'avea cura:

alora i cavallieri alzòr le sferze

e diero ardire ed animo a i cavalli

con parole veementi, e co i calcagni

batteanli i fianchi e con le sferze i lombi,

onde correan veloci per lo piano

movendo co i lor piè l'arida polve,

e le lor chiome eran diffuse al vento

e i ventri approssimavansi a la terra.

I cavalier dapoi ch'eran sovr'essi

aveano il petto travagliato e 'l cuore

per la cupidità d'aver vittoria:

onde essortava ognuno i suoi corsieri,

che polverosi per la lunga piazza

givan volando come avesser ali.

Ma quando si pervenne al terzo corso,

alora apparve la virtù di tutti.

Lucillo e 'l suo cavallo erano i primi,

e dietro a lui venia l'ardito Ciro

col buon corsier che fu del re de' Gotti;

ed era a quel primier tanto vicino,

che quasi gli salia sopra le croppe,

onde col fiato al cavallier facea

umide e calde le sue larghe spalle:

e senza dubbio il trappassava tosto,

over di pari sarebbe ito al segno,

se 'l gran Latonio non facea caderli

di man la sferza, il che l'offese tanto

che gli occhi suoi di lacrime coperse

per disdegno, per doglia e per temenza

che questo caso non tardasse il corso

del molto affaticato suo destriero.

Ma quel disconcio già non fu nascoso

al buon angel Palladio, onde gli rese

la sua sferza caduta, e diede ardire

e lena al corridor ch'era sott'esso:

e fece che 'l caval del buon Lucillo

pose il sinistro piè dentr'a una buca

profunda, d'un de' pali de le tele

che fur cavati quindi, e non fur piene

le buche lor, come dovean, per fretta;

onde la gamba dal furor del corso

tutta si torse, e in terra lo distese:

e parimente il cavalier convenne

cader sott'esso, onde graffiossi il naso,

la bocca e 'l braccio e la sinistra mano.

Quand'ei si vide in terra, ebbe gran doglia,

più del perduto onor che del cavallo;

e gli occhi suoi di lacrime s'empiero,

ma non gli uscì del petto alcuna voce,

tanto fu il sdegno e 'l suo dolore amaro.

Alora Ciro gli passò davanti,

lasciando ogni altro cavaliero adietro

per lungo spazio, ché Palladio sempre

rinforzava la lena al suo corsiero

per dar vittoria a lui senz'alcun dubbio.

Magno correa dopo l'ardito Ciro

troppo lontan quant'è 'l gettar d'un'asta;

e dietro a lui, ma ben molto vicino,

venia il figliuol del buon conte d'Isaura.

Questi, vedendo in terra esser Lucillo,

cominciò dentr'al cuor prender speranza

di far guadagno de i secondi onori,

e però disse al forte suo cavallo:

Muoviti, caval mio, non esser lento,

e non lasciar che ognun ti vada inanzi:

non dico già, ne vuo' che tu contenda

col buon caval de l'onorato Ciro,

perché l'angel Palladio gli dà forza

e vuol ch'egli abbia amplissima vittoria;

ma ben contender puoi con quel di Magno,

e non lasciarti far da lui vergogna:

ch'io giuro a Dio che leverotti l'orzo

o arai morte dentr'a le mie stale

se tu rapporterai l'ultimo pregio.

Però t'essorto ad affrettarti alquanto,

ch'anch'io t'aiuterò col nostro ingegno.

Così diss'egli, e quel cavallo ardire

prese dal minacciar del suo signore,

e correa più veloce assai che prima.

Magno, come fu poi presso a Lucillo

ch'era caduto col destriero in terra,

si tenne alquanto a la sinistra parte

e lo schivò per non urtare in esso:

ma il giovinetto Emilio alzò la briglia

del suo corsiero e lo toccò co i sproni,

e sopra gli passò con sì gran salto

che fé maravigliar tutta la gente;

e guinto appresso a la seconda meta

si ritrovava esser al par di Magno,

e lo cacciava molto in ver le pietre;

e Magno gli dicea: Che fai, fanciullo?

Non t'accostare a me, che quella meta

agevolmente ci poria dar morte;

schivala alquanto, che potrai passarmi

più facilmente assai da l'altro lato.

Così diceva Magno, e 'l giovinetto

a le parole sue non dava orecchie,

anzi spronava il suo caval più forte

mostrando non l'udire, e sempre andava

spingendo quel baron dentr'a le pietre:

tal che fu forza a lui d'andar più lento

e lasciar ire il giovinetto inanzi

per non esser cagion di maggior male;

poi con sdegno e dolor così gli disse:

Emilio, non è alcun sopra la terra

di men prudenza e di più folle ardire

di te; ma va pur via, che questo pregio

non si ti darà mai senza contesa.

Così diceva Magno e 'l suo cavallo

sempre spronava più, per ricovrare

il primo luoco suo ch'avea perduto

per la fallacia del barone isauro:

e certo andava a strada di pigliarlo,

quando eccoti apparir l'ardito Ciro

col suo corsier presso a l'estremo segno,

e quivi con destrezza lo ritenne;

e poi disceso del cavallo in terra,

ch'era pien di sudore e pien di polve,

lo fece a un paggio suo menare a torno

e passeggiarlo fin che s'affredisse:

ed e' dal capitanio de le genti

prese giocondo la pittura e l'oro

e poi la diede a i suoi fedeli amici

ch'allegramente la portaro a casa.

In questo tempo giunse Emilio al segno,

ch'avea con arte trappassato Magno:

ma di sì poco spazio, che non v'era

con tutto quanto il corridore inanzi;

e poco spazio più ch'avesser corso

Magno il passava, e gli tolleva il pregio.

E dietro a Magno poi venia Tibullo,

lontan da lui quant'un cavallo è lungo;

e dopo tutti il misero Lucillo

veniva a piè, col suo cavallo a mano,

che su tre gambe si fermava appena

e con la quarta non toccava il suolo,

perché era guasta fin presso al genocchio:

onde 'l gran capitanio de le genti,

ch'ebbe misericordia del suo caso,

si volse, e disse a gli ottimi Romani:

Questo baron che per sua mala sorte

guasto ha il cavallo ed ha perduti i pregi

mi fa pietate assai, che molto l'amo

di necessario amor, per esser figlio

de la diletta mia cara consorte:

però nol vuo' lasciar senza ristauro.

Poi fece darsi un'armatura fina

tutta fregiata di lamette d'oro

con una sopravesta di velluto

riccamata di perle e d'altre gemme

ch'avea già tolta al giovinetto Asfalto

quando l'uccise appresso a Ponte Molle;

e questa diede in mano al bel Lucillo,

che l'accettò con grazïoso aspetto.

Poi mentre volea darsi la giumenta

si fece avanti l'onorato Magno,

che con Emilio avea molto disdegno,

e disse verso lui queste parole:

Emilio, tu sai pur quel che faccesti

presso a quell'altra meta, per far danno

al mio cavallo ed a la sua virtute

e far vergogna a la presona nostra:

però ne vengo al capitanio eccelso,

e priego lui che voglia far giurarti

toccando il tuo caval se per inganno

o per virtute m'hai passato inanzi.

A cui rispose Emilio in questa forma:

Illustre cavalier, so che voi siete

maggior di me di etate e di virtute,

onde sapete i giovenili affetti

più forti di voler che di consiglio:

però questa giumenta vi conciedo,

e s'altra ancor me ne ritruovo in stalla

darolla a voi più tosto che restare

ne l'odio vostro e fare offesa al cielo.

Così diss'egli, e tolse la giumenta

e diella in mano a l'onorato Magno:

onde ti rallegrasti entr'al tuo cuore,

Magno gentil, per quel parlar cortese

come le biade fan per la ruggiada

nel maggio, quando 'l sole arde le piante;

e poi dicesti a lui queste parole:

Emilio, voglio anch'io deponer l'ira,

ché la tua gentilezza e i tuoi costumi

m'han mosso più che non faria null'altra

persona de l'essercito romano.

Piglia questa giumenta, ch'io la dono

di buona voglia a te, perch'ognun sappia

che come io non son stato vinto al corso

così di cortesia non sarò vinto

dal nostro Emilio nobile e cortese.

E detto questo la giumenta porse

a i compagni d'Emilio, e per sé prese

con lieta fronte le maniglie d'oro,

e 'l giovane Tibullo ebbe il velluto.

Restava a darsi il calice d'argento,

di fine gemme varïato e d'oro:

e 'l capitanio eccelso de le genti

lo prese in mano e risguardollo alquanto,

e poi lo diede al buon conte d'Isaura

dicendo: Almo signor, godete questo

per la memoria de l'estinto duca,

poi che per l'età vostra non potete

con l'arco né co i piè né con le braccia

certar, ma solamente col consiglio

ch'assai più val che le corporee forze:

col qual vincete ognun senz'alcun dubbio.

Così diss'egli, e 'l calice gli diede;

e 'l conte l'accettò con gran diletto

e disse: O come è ver, signor mio caro,

che la vecchiezza mi fa gravi, lente

tutte le membra che già fur sì destre

ne la mia verde e giovinile etade,

tal che a la lutta, al corso, ai pugni, al salto

vincea tutti i guerrier di quella etade.

Or io son vecchio e stanco, onde ho bisogno

più di riposo assai che di certami:

seguite adunque gli onorati ludi,

ch'i' accetto allegramente il vago dono

che voi mi date, e priego il Re del cielo

che 'n vece mia di ciò grazie vi renda.

Il capitanio poi propose i pregi

ch'aver doveano i più veloci al corso:

al primo pose una ghirlanda d'oro

ch'avea le foglie simili a la pioppa,

ed al secondo pose un toro bianco

tutto macchiato di colore oscuro;

al terzo, venti brazza di damasco

verde, con certi fior bianchi e vermigli,

poi disse: Ognun che pensa esser veloce

nel correr venga a farne ora la pruova.

E detto questo, venne il forte Achille

e l'ottimo Traiano e 'l bel Lucillo,

che vincea tutti i giovani Romani

al correr, tanto avea veloci i piedi;

onde fur prestamente posti in giogo

l'un presso a l'altro dietro a quella meta

ch'era dal canto che risguarda il fiume:

e poi dovean venir correndo a l'altra

ch'era da l'altro capo in ver levante,

e ben tre volte circondarle tutte;

e così stando in ordine e parati,

come sentiro il segno de le mosse

dato col chiaro suon de l'oricalco,

si dipartiro, e poi correan veloci

per la gran piazza, che parean saette

uscite fuor di validissimi archi.

Avanti a gli altri era il cortese Achille,

e dietro a lui veniva il buon Traiano,

tanto vicino a le sue belle piante

quanto è propinquo al petto d'una donna

la rocca sua da cui descende il filo

che di lui sopra 'l fuso si raccoglie.

Così stava propinquo il buon Traiano

sempre a le spalle del cortese Achille,

onde spingeali il fiato entr'a la nuca

e poi ponea ne i suoi vestigi i piedi

pria che la polve in quei fosse discesa;

il che vedendo gli ottimi Romani

davan cridando al suo disire aita,

ed e' pregava Dio dentr'al suo cuore

che non l'abbandonasse in quel bisogno;

l'angel Palladio alor dal ciel discese,

e fece in lui le membra esser leggiere

e i piè veloci e la sua lena forte;

poi trammutossi subito in un cane

piloso e grosso e di color di terra,

e mentre Achille era vicino al segno,

alzando gli occhi spesso a quella meta,

gli attraversò la strada avanti i piedi,

di modo tal che trabboccar lo fece:

onde se impolverò la fronte e 'l naso,

ma poi saltò subitamente in piedi.

Alor Traiano a la ghirlanda corse,

lasciando il tauro a l'onorato Achille:

ed ei lo prese nel sinistro corno

con la man destra, e sospirando disse:

O Re del cielo, il gran Palladio sempre

sta come madre appresso al buon Traiano

per aiutarlo, onde cader m'ha fatto

e m'ha fatto imbruttar tutta la faccia.

Così diss'egli, e ognun si mosse a riso,

vedendol tutto impolverato e sporco.

Lucillo tolse poi l'ultimo onore

con fronte allegra, e sorridendo disse:

Quinci si può veder che 'l Re del cielo

onora ed ama gli uomini attempati:

il forte Achille ha più di me qualch'anno,

ma pochi, e questi che è vicino al vecchio

non si può superar da nessun altro,

se non dal capitanio de le genti.

Sorrise Belisario a le parole

del suo figliastro, e sorridendo disse:

Non m'arai date queste lode indarno,

Lucillo mio, ch'io vuo' donarti appresso

vent'altre braccia di damasco bianco.

E così detto glie le pose in mano,

ed egli le pigliò con gran diletto,

poi dopo questi fur chiariti i pregi

che dovean darsi al sagittar de gli archi:

e fece porre in cima de le meta

destra del circo, che è verso levante,

un capelletto di velluto nero,

ch'avea sovr'esso una medaglia d'oro,

poi disse: Chi darà ne la medaglia

con la saetta sua pungente e forte

arà questa bellissima celata,

adorna d'oro e di purpuree penne;

un brando arà chi toccherà il capello,

e chi gli andrà vicino arà un pugnale.

Così diss'egli, e tre baroni illustri

posero i nomi lor dentr'ad un'urna

e d'indi tutti poi furono estratti:

il primo venne il giovane Fileno,

fratel del ferocissimo Acquilino,

e 'l principe Aldigieri fu il secondo,

onde restò ne l'ultimo Bessano.

Alor Fileno al suo fortissim'arco,

senza far voti a chi governa il cielo,

stese la corda, e su vi pose un strale

leggiero e forte, e con la destra mano

quella tirò fin a la destra orecchia:

e spinsel furïoso ver la cima

de l'altra meta, e non toccò il capello,

ma dié di punta nel polito marmo,

che per la sua durezza nol ritenne;

anzi lo spinse in su fin'a la cima,

e per lo vano poi di quel capello

se n'andò in alto, e trappassò il velluto

in sommo il capo, e sopra quel si stava

il ferro bianco a guisa di cimiero,

e la cocca e le penne eran di sotto.

Aldigier dopo lui tirò il grand'arco,

e mirò fiso a la medaglia d'oro

pregando Iddio che gli prestasse aiuto:

ma quel Signor che mai non sprezza i prieghi

che a lui son porti con la mente pura

gli fece intanto ben pigliar la mira,

che diede appunto in mezzo a la medaglia

con gran furore, e trappassolla tutta;

e fu quel colpo ancor di tanta forza

che spinse giù il capel da quella meta:

onde Bessan, quando cader lo vide,

avendo a l'arco preparato il strale,

fece voto a Latonio di offerirli

un vitel bianco se potea toccarlo

per non restar deluso da la gente;

e così spinse fuor la sua saetta,

che trappassò il capel quando cadea,

onde tutta la gente alzando un crido

s'ammirò molto de la buona sorte

e de l'arte gentil di quel barone.

Così ne venne quel capello a terra

con tre saette dentr'al suo velluto:

onde Aldigieri tolse la celada,

Bessano il brando ed il pugnal Fileno,

che senza indugio se lo cinse al fianco.