IL XIIII LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Fatte che fur le essequie de i soldati

ch'erano stati uccisi a Ponte Molle,

il vicimperador de l'occidente

si preparava a sostener l'assedio

fin che venisse il dimandato aiuto

ch'avea richiesto al correttor del mondo.

Or mentre erano intenti a quei negozi

e che si dava il guasto a le campagne,

aggiunsero al Circeo Traiano e Ciro

e ritrovaron quella entrata aperta,

perciò che Rimfagor era sovr'essa,

che pareva un mercante di Soria:

il qual, come gli vide a lui venire,

se gli fé incontra e disse este parole:

Signori eccelsi e di leggiadro ingegno,

quest'è la porta che vi mena dritti

al ricco alloggiamento di Plutina

ove è il duca di Scitia e quel d'Atene:

ite di lungo a lor per questa via

senza punto mirar che che v'appaia,

che li ritroverete entr'a l'albergo

soletti, e che non han persone intorno.

Così disse il demonio, e poi sparìo:

onde quei nobilissimi guerrieri

lo tenner messaggier del paradiso,

ma se ingannor, perché d'inferno uscia;

ma se non noque lor, fu per timore

di Filodemo e de i suoi duri incanti.

Come furo i baron dentr'a la soglia

de la gran porta, tosto se n'andaro

al bel palazzo ov'era Corsamonte,

e dismontaro in mezzo al suo cortile

e d'indi s'avviòr verso la loggia.

Quivi era Filopisto e Cordiale,

famigli eletti da gli offesi duchi

quand'uscir fuor de le romane porte;

questi sedeano alora appresso l'uscio

per cui si suole andare entr'al salotto,

onde ratto conobbero i baroni:

e l'uno gli andò incontra, e l'altro poi

corse a narrare a i loro illustri duchi

l'improviso arrivar di quei signori;

onde subitamente si rizzaro

con meraviglia in piè per uscir fuori

ad incontrare i lor diletti amici.

Ma quelli erano già dentr'a le stanze,

onde con gran letizia gli abbracciaro;

poi fattili seder presso a la mensa

sopra due vaghe e belle sedie d'oro,

Filopisto curò che i lor destrieri

fossero governati entr'a le stalle,

e Cordïale poi reccò del vino

söave e dolce in belle coppe d'oro

e condimenti d'ottimi confetti,

ne' quali i dui baron posen le mani

e moderatamente ne gustaro.

Ma come furon riposati alquanto,

Ciro toccò col piede il buon Traiano,

che ben l'intese: onde prendé una tazza

e coronolla di spumoso vino

e presentolla a Corsamonte e disse:

Corsamonte gentil, tu stai sicuro

con abbondanza d'ottime vivande

in questo sontüoso e bel palagio;

ma i miseri romani entr'a gli alberghi

cinti di mura e di profonde fossa

stan timorosi e con periglio estremo:

Vitige re s'è posto intorno a Roma

con infinita e valorosa gente,

onde non si può gire fuor de le porte;

e quei superbi e impetüosi Gotti

hanno il paese tutto quanto in preda:

ucciden gli animali, arden le case,

sforzan le donne, batteno i fanciulli

e mandano per terra arbori e piante;

e non se gli può dar soccorso alcuno

senza il tuo forte e valoroso aiuto.

Ver è che 'l capitanio de le genti

con molti cavalier scendemmo al piano

e gli incontrammo appresso Ponte Molle;

e dal spuntar del dì fin a la notte

si combatteo con quel superbo stuolo:

fur morti Adardo re de gli Azumiti

e 'l principe Massenzo e 'l bel Ligustro

ed altri molti valorosi in arme;

e poco men che Belisario il grande

non vi convenne anch'ei lasciar la vita,

ché trentamillia cavalieri intorno

gli erano, e intenti per ferir lui solo,

cridando tutti: Al sauro, al sauro, al sauro,

ché tale era il caval ch'egli avea sotto;

pur si salvò fuggendo inverso Roma:

e se non era il giugner de la notte,

tutti eravam mandati a fil di spada

e Roma 'nsieme saccheggiata ed arsa.

Così la nostra gente è in gran timore

ed in gran dubbio se potran salvarsi

o se le converrà lasciar la vita.

Vitige è fuor con tutti quanti e' Gotti

che posson portar arme, e pensa certo

d'averci colti tutti in una rete

e d'aver tutto 'l cielo in suo favore.

Poi Turrismondo con superbia molta

cavalca intorno furibundo, e pare

che ognun dispregi e che minacci al mondo;

e per la rabbia che gli abbonda al cuore

pensa d'averci tosto ne le mani

e farci andare a dispietata morte.

Ed io, per me, temo che 'l ciel non voglia

farli tal grazia, che 'l destin ci meni

tutti a morir miseramente in Roma.

Ma tu, caro fratel, che sei la gloria

e 'l fior de i cavalier che sono in terra,

abbi pietà de la tua cara gente,

che per voler aitar l'Italia afflitta

s'è posta in questo asperrimo periglio:

levala da le man de gli empi cani

che pascer si vorrian del nostro sangue,

aiutala or che si può darli aiuto

e che si truova viva, perché nulla

giova l'aiuto a l'uom quand'egli è morto,

né può schivarsi il mal quand'egli è incorso.

Poni da canto la magnanim'ira,

o volgila a diffesa de i Romani:

la forza in vero è don de la natura

e di quel gran Motor che 'l ciel governa;

mai il temprar l'ira e 'l dimostrarsi umano

e 'l poner fine a le contese amare

è 'l proprio don de l'animo prudente.

Se tu questo farai, giovani e vecchi

t'onoreran come divino in terra.

Ecco che 'l capitanio de le genti

deposto ha l'ira, e scordasi le offese;

ed ancor tu se la vorrai deporre,

arai la bella Elpidia per mogliera

con tutto il principato di Tarento,

che le ha mandato a dir che venga a Roma.

Daratti ancora dodici corsieri

veloci e buoni e sette belle ancelle

modeste e che san far tele e ricami:

e manderatti appresso venti pezze

di drappo d'oro e venti di velluto,

venti di rasi e venti di damaschi,

di tabì venti e venti d'ormisini,

ed una bella tavola d'argenti

doppia di vasi, ed altretanti d'oro,

che saran sopradote de la moglie.

Questo daratti acciò che i sdegni e l'ire

diponghi, e torni a la città di Roma.

Piglia adunque, fratel, sì cari doni

e vieni a liberar l'Italia oppressa,

che solo acquisterai tutta la gloria:

e se pur il tuo cuor tanto è commosso

che tu abbi in odio Belisario il grande

e i tanti doni suoi, prendi la moglie

che t'ama, e caro t'ha più che se stessa;

abbi pietà de i tuoi diletti amici

che sono in Roma, e che t'onoran tanto

quanto onorar si può persona umana:

ed anco acquisterai fama immortale,

ché quel rabbioso Turrismondo altero

che non crede aver par sotto la luna

sarà da le tue man battuto e vinto.

Rispose l'animoso Corsamonte:

Gentil barone e di supremo ingegno,

io vi vuo' dir liberamante il vero,

né vuo' nasconder quel ch'io non vuo' fare:

perché ho in odio colui che dentr'al cuore

tiene una cosa e ne la lingua un'altra.

Non credo mai che Belisario vostro

né gli altri cavalier che sono in Roma

faccian ch'io prenda più la lor difesa:

ch'a me fur troppo indegnamente ingrati,

né mi potrei fidar di lor promesse.

Né vuo' commemorar quel che già feci

coi Vandali ne l'Africa e coi Persi

ne l'Asia, perch'io credo esser palese

ch'io fui cagion de le vittorie grandi

ch'ebbe in quei luoghi il corretor del mondo

e de l'acquisto di quel gran tesoro

che portò seco il capitanio ingrato,

con Gelimero re, dentr'a Bisanzo.

E' noto ancora a tutto quanto il stuolo

che 'l primo che in Partenope discese

e che s'oppose a tutti quanti e' Gotti

fu Corsamonte: onde Tebaldo uccise

e poscia uccise ancora il fiero Erode

con altri molti valorosi duchi;

e fu quel sol che prese il gran castello

ov'era la ricchezza di Tebaldo

e di gli altri signor di quei paesi;

eranvi ancora le matrone e i figli

de gli onorati principi de i Gotti

e la bella Cillennia, che fu scelta

e data in parte al capitanio vostro.

Ma che mi giova affaticarmi sempre

e starmi combattendo fra i nimici

col ferro in mano e con la morte a canto

e senza speme aver di alcun vantaggio,

se dopo le fatiche e i gran perigli

impedita mi vien la propria moglie

che mi ricerca e mi dimanda e vuole?

Il capitanio ha la sua donna al lato

e la bella Cillennia ancor gli è scelta,

la quale ha data in guardia al fier Costanzo;

e non ha cura de gli altrui diletti

né de i commodi altrui, ché chi sta bene

suol curar poco de gli altrui disaggi.

Ma s'io conduco al fin quel ch'io maneggio

e se transcorro vinticinque giorni

che qui convengo star prima ch'io possa

cavare il fèle a quel spietato vermo,

e con quel fel sanar la bella fada,

spero, d'avere Elpidia per consorte

ancor che Belisario me la vieti:

ben che più tosto io voglio star senz'ella

che conoserla mai da le sue mani.

Dunque da me non speri alcuno aiuto,

e lasci d'offerirmi i suoi gran doni

che voi m'avete numerati, ch'io

non li voglio accettar, se ben mi desse

tutto 'l tesor che mai potesse Roma

e che or possiede il correttor del mondo:

ché non è dono il dono del nimico

né reca utilità, ma porta danno.

Sì che non aspettate il mio venire,

ma pensate fra voi di far diffesa

e col vostro fortissimo Acquilino

uccider Teio e Turrismondo altero

e tòr l'Italia da le man de' Gotti,

ché come fornito ha questo negozio

io voglio andare a dimorar tra i Sciti

nel mio paese, e col mio padre antico:

e quivi menerò la cara moglie

s'io la racquisto, o prenderonne un'altra;

ché non mi mancherà donna ch'io voglia

in quelle parti, con suprema dote.

Quivi starommi a trappassare il tempo

senza patir travagli entr'a le guerre:

ch'io non voglio mai più per gente ingrata

porre a partito o spender la mia vita,

che m'è più cara che tesoro alcuno

che si possa trovar sopra la terra,

e non è premio alcun che la pareggi.

Ben si può racquistare argento ed oro

quando è perduto, e pecore ed armenti;

ma l'anima più mai non si racquista

come esce una sol volta de le labbra.

Tornate adunque a rifferire a i vostri

signori e cavalier che v'han mandati

che pensino a trovar miglior consiglio

che salvi loro e la città di Roma,

perciò che questo non può avere effetto.

Così diss'egli, e quei baron restaro

taciti e muti, e si guardaro in fronte

l'un l'altro, udita la risposta dura.

Poi stando un poco, l'onorato Ciro,

nettandosi le lagrime dal volto

perché temea l'asperrima ruina

di tanti duchi e di sì buona gente,

incominciò parlarli in questa forma:

Poscia che tu non vuoi, fratel mio caro,

tornare in Roma ad aiutar gli amici

e liberarla da la fiamma ardente

che 'l re de' Gotti gli apparecchia intorno,

a che debbo gettar parole al vento?

A che commemorar quel che tuo padre

in presenza del mio, ch'eran fratelli,

quando mandotti a l'onorata corte

ti disse con dolcissime parole?

Figliuol, più caro a me che la mia vita,

or ch'io ti mando al correttor del mondo

sopra ogni cosa ti consiglio e priego

che sempremai tu cerchi usar valore

e vincer di eccellenza ogni mortale.

Così diceati quel famoso vecchio:

ma se tu lasci dominarti a l'ira

quale eccellenza arai, che non ti guasti?

Lasciala adunque, e volgi la tua mente

a sì dolce preghiera, a tanti doni:

che 'l Re del cielo e le sustanze eterne

che governan qua giù tutte le cose

si volgon pur per sacrifici e prieghi,

e quando un peccator gli chiede aiuto

pentito e gramo de i commessi errori

Ei gli perdone,e lo riceve in grazia.

Tu sai pur che le Prece son figliuole

di Dio, ma perché tengono i piè zoppi,

con la faccia rugosa e gli occhi torti,

van tarde e lente seguitando il Danno,

il quale è forte e giovane e veloce

e facilmente le trappassa avanti,

e va per tutte quante le contrade

facendo ofesa a le terrene genti.

Ma le misere Prece gli van dietro

sempre assettando e medicando i mali:

onde quel che le ascolta, e gli ha rispetto,

da lor riceve giovamento e bene;

ma s'alcun le dispregia e non le accetta,

priegano il Padre lor che gli rimandi

il Danno ancora a vendicar quell'onta.

Adunque onora, Corsamonte, queste

figliuole eterne de l'eterno Giove,

acciò che a te più non ritorni il Danno.

Se 'l vicimperador de l'occidente

non ti offeriva quelli immensi doni

che t'ha commemorati il buon Traiano,

ma fosse ancora immansüeto ed aspro,

non direi già che deponesti l'ira,

se ti pregassen tutti quanti e' Romani;

ma poi ch'egli è pentito del su' errore

e che t'appregia e che t'onora tanto,

saresti troppo et ostinato e duro

a non volerci dare alcuno aiuto.

Vien dunque, frate, dove ognun ti chiama:

piglia questi bei doni e questa gloria

d'aver posta l'Esperia in libertade.

Ma tu cortese ed onorato Achille,

che sei la gentilezza de la corte

e le delizie de la nostra etade,

priegalo ancora tu con prieghi ardenti,

ché forse 'l moverai con tue parole.

Rispose l'animoso Corsamonte:

Fratel mio caro, io non ho alcun bisogno

di questi vostri prezïosi doni,

né de l'onor di Belisario il grande:

ch'a me basta l'onor che Dio vuol darmi,

il qual mi durerà mentre ch'io viva

e forse ancor l'arò dopo la morte.

Ben ti dirò queste parole sole,

e tu le riporrai dentr'al tuo petto.

Non mi turbar con lagrime la mente

per far piacere a Belisario acerbo,

ché non è ben che essendo del mio sangue

tu vogli accarecciar quel che m'offende:

ché noi devremmo aver gli istessi amici

e gli istessi nimici, e darsi aiuto

l'un l'altro, ché così porta il devere.

Però t'essorto a dimorar qui meco,

ché come sana fia la bella fada

andremo insieme ne i paesi nostri

a consolare i nostri afflitti padri.

Alor soggiunse l'onorato Achille:

Corsamonte gentil, tanto diletto

e tanto caro a me quanto me stesso,

tu pur dovresti omai depor giù l'ira

e seguitare i cari tuoi compagni,

quando ti fan così supremo onore:

e poi le nimicizie aver dén fine,

e non si deve mai farle immortali.

Già s'è veduto alcuno a chi il fratello

è stato ucciso, o 'l suo figliuol diletto,

e poi gli ha fatto umanamente pace

senza volersi vendicar de l'onta:

e tu per poche parolette adverse

non vòi placarti, anzi più ognor t'induri

e come scoglio posto in mezzo l'onde

stai sempre immoto a le percosse e fermo?

Il vicimperador de l'occidente

che t'impedì, né volse farti avere

la tua diletta Elpidia per consorte,

or è di ciò pentito, e vuol che l'abbi

con molti doni prezïosi appresso;

ed ha mandato i principai baroni

che siano in campo, e i più perfetti amici

che tu abbi in Roma, a far queste preghiere:

e però non devresti mai lasciarli

spender la strada e le parole indarno.

Ed io, dolce fratel, di ciò ti priego

per quel verace amor che tu mi porti:

deh non voler che queste mie parole

e questi prieghi miei sian sparsi al vento,

ma fagli aver qualche amorevol peso.

Così gli disse il buon duca d'Atene,

e 'l gran duca di Scitia gli rispose:

Fratel, più caro a me che la mia vita,

veggio ch'hai detto drittamente il vero.

Ma tant'è l'ira che m'abbonda al cuore

quando mi tornan quelle ingiurie a mente

che mi fece Aquilino e i suoi compagni,

e che trattommi Belisario il grande

com'io fosse il più vil di tutto 'l campo,

che non posso scordarle o porvi meta.

Pur vuo' pensarvi, e non negare il tutto

a i miei diletti principi e fratelli.

Direte adunque al capitanio vostro

ad a gli altri baron che v'han mandati

che quando passerà per queste parti

la bella principessa di Tarento

mi farà motto, ed io, s'arò guarita

l'onorata Plutina de la vista,

venirò seco a la città di Roma.

In questo mezzo stiansi entr'a le mura

od escan fuor come gli pare il meglio,

ché quindi non mi vuo' partir senz'ella.

Poi ch'ebbe detto Corsamonte ardito

quella risposta ferma, i dui baroni

senza più replicar parole indarno

preser da lui commiato, e si partiro:

e fattisi menare i lor destrieri

montarono a caval con l'arme indosso,

poi s'allacciaron gli elmi, e tolte in mano

le lance s'avvior verso la porta;

e così cavalcando, il terzo giorno

giunsero insieme a la città di Roma,

e quivi scavalcati al gran palazzo

subito andaro a Belisario il grande

che si trovava alora entra 'l consiglio

co i suoi baroni e cavalieri intorno.

Questi come fur visti, e quinci e quindi

fur salutati con parole dolci;

dopo i saluti, il capitanio eccelso

interrogò Traiano in questa forma:

Gentil barone e di supremo ingegno,

che dice Corsamonte? Vuol venire

a darci aiuto, o pur ce 'l niega, e serba

ancor nel petto l'implacabil ira?

A cui rispose l'ottimo Traiano:

Invitto capitanio de le genti,

non credo mai che venga a darci aiuto:

ché tanta è l'ira che gli abonda al cuore

che non si può scordarla o porvi meta.

Ben dice di voler pensarvi sopra,

per non negare il tutto a i suoi compagni;

e quando passerà per quelle parti

la bella principessa di Tarento,

gli farà motto, e s'egli arà guarita

l'onorata Plutina de la vista,

venirà seco a la città di Roma.

In questo mezzo state entr'a le mura

o fuori uscite, come a voi par meglio:

ché quindi non si vuol partir senz'ella.

Queste son le parole ch'egli ha dette,

presente Ciro ed il cortese Achille

e quel araldo che con noi mandaste.

Così disse Traiano, e ognun rimase

dopo il suo dire e tacito e suspeso;

ma pur al fin parlò Costanzo e disse:

Eccelso capitanio de le genti,

volesse Dio che mai persona alcuna

non s'avesse mandata a Corsamonte,

né sì bei doni mai gli aveste offerti:

ché questo accrescerà senza misura

la sua durezza, e la superbia grande

che portò seco fuor del matern'alvo.

Ma lasciando or da canto, e venga o resti:

alor combatterà quando gli piaccia.

Attendiam pur gogliardi a far diffesa

fin che venga il soccorso da Durazzo,

ch'uscirem poi con esso a la campagna:

e 'l primo esser vogl'io che contra i Gotti

combatta, e vada sempre inanzi a gli altri.

Così disse Costanzo, e ognun lodollo;

ma poi soggiunse il buon conte d'Isaura:

Illustre capitan, luce del mondo,

non vuo' che noi perdiam così la speme

che non ritorni Corsamonte ancora,

poi che comincia a commutarsi alquanto.

Mandiamo un cavalier verso Tarento

a dire a Elpidia che gli faccia motto

quand'ella venga a la città di Roma;

ché senza dubbio ne verrà con ella,

ch'amor ve 'l menerà, ch'arà più forza

in lui che la speranza di Plutina.

Laudo bene il parlar del buon Costanzo

ch'attendiamo gagliardi a far difesa

fin che venga il soccorso da Durazzo;

ma non devemo abandonar quest'altro.

Dietro al parlar del buon conte d'Isaura,

il capitan mandò verso Tarento

un cavalier ch'avea nome Giraldo

a dire a Elpidia ciò che dovea fare

quando veniva a la città di Roma;

e fatto questo sciolse il gran consiglio,

e ritornò ciascun verso l'albergo.

Mentre ch'in Roma s'attendeva a questo,

Ermodoro e Carin, che fur mandati

a ritrovar Elpidia entr'a Tarento,

quivi arrivaro il nono giorno appunto

un poco avanti il tramontar del sole;

e scavalcati dentro al gran cortile

del superbo palazzo, indi saliro

le larghe scale, ed arrivaro in sala.

Quivi trovaron sei fanciulli onesti

che parean messaggier del paradiso,

sotto 'l governo di dui gran vecchioni

che stavano in un canto ivi a sedere;

ma come giunser quei baroni a l'uscio

di quella grande ed onorevol sala,

dui pagi di que' sei gli andaro incontra

e riverentemente addimandaro:

Chi siete voi signori? Onde venite?

Che cosa dimandate in questo albergo?

Ed Ermodoro con parlar soave

disse: Noi siam dui cavalier romani

che 'l vicimperador de l'occidente

ha qui mandati a la signora vostra:

onde noi disïam parlar con ella.

Come udir questo, quelli accorti paggi

riferiro ogni cosa a i lor vecchioni,

i quai subitamente gli mandaro

a far quella ambasciata a la lor donna;

poi se n'andaro umanamente appresso

a i dui baroni, e con parole dolci

gli intertenian fino al tornar de i paggi,

che venner tosto fuor con la risposta:

e quivi alzate le portiere adorne

dissero: Entrate dentro, almi signori.

Ond'essi posti in mezzo di quei vecchi

passaro una anticamera, ed entraro

in un superbo ed onorato albergo.

Quivi trovaro Elpidia che si stava

con le donzelle sue senza ornamento,

intenta ad ordinar certi ricami;

ma come venir vidde i dui baroni

si levò ritta, e le cadder di grembo

perle da ricamare e argenti ed ori

che furo accolte poi da le donzelle:

onde fattasi incontra a quei signori

con molta gentilezza gli raccolse,

poi fattigli seder presso al suo seggio

si stava ad aspettar la lor proposta,

la qual fece Ermodoro in questa forma:

Leggiadrissima saggia alma signora

che siete un specchio d'onestade in terra,

il vicimperador de l'occidente

ci ha qui mandati a la presenza vostra

a farvi noto com'egli ha disposto

di darvi Corsamonte per marito,

ed ha mandato a rivocarlo in Roma;

e pensa che verrà senza dimora,

perciò che v'ama, e che desia vedervi.

Ma primamente vuol che voi sappiate

che tutto quel che fu tardato alora

quando Favenzo venne a dimandarli

che vi volesse dar questo consorte,

non fu per disturbar sì belle nozze;

ma fu per dare essempio a l'altra gente

ch'ubidisca i suoi capi, e non si ponga

con l'arme in mano a scompigliare il stuolo.

Dunque v'essorta e vi dimanda e priega

che grave non vi sia venirvi a Roma

subitamente, acciò che dar si possa

effetto quivi al matrimonio vostro.

Questo disse Ermodoro, e la donzella

si stette alquanto tacita e suspesa;

e come spesso fa colui ch'ascolta

cosa che molto gli diletta e piace,

ma per qualche timore o per vergogna

non ardisce a mostrar ciò che disia,

così la vaga giovinetta alora

donescamente gli occhi a terra fisse,

e poscia gli rispose in questa forma:

Gentil barone, a la dimanda vostra

non si può dar sì subita risposta;

ma congregato ch'i' abbia il mio consiglio

ed udito il parer de la mia terra

risponderò cortesemente a voi.

In questo mezzo andate a riposarvi,

che domattina arete la risposta.

Così diss'ella, e si voltò a Surento,

ch'er'un de i vecchi che trovaro in sala

quando montor le scale i dui baroni,

e disse a lui: Surento, andate a basso

con questi degni cavalier romani,

e dateli le stanze de la loggia

che vagheggia il giardin vicino al mare:

e fateli quei vezzi e quelli onori

che si farebbe a la persona nostra.

Udito questo, quindi si partiro;

e con la compagnia del buon Surento

andaro a a basso a le ordinate stanze:

e prima il cavalier fece aver cura

de i lor destrieri, e poner poi la mensa

per dar principio a la futura cena;

ma come il buon sescalco in sala giunse

con le vivande, quelli accorti paggi

gli dier l'acqua a le man con un bel vaso

che parea d'or sopra un bacil d'argento,

ed a la ricca mensa gli assettaro:

ove fur poste poi di tempo in tempo

buone vivande e prezïosi vini,

in cui, per satisfare a quel disio

che natura ci dà, poser le mani.

Poi che la sete e l'importuna fame

fur rintuzzate, quindi si levaro;

e non molto dapoi n'andaro al letto

per riposarsi fin a la mattina;

ma non fece così la bella donna,

che prender non potea riposo alcuno:

ma tosto come fu rimasa sola

ne la sua stanza, a passeggiar si pose;

e molto allegra di sì cara nuova

non sapea seco ritrovare il modo

come propor dovesse entr'al consiglio

il bel pensier del capitanio eccelso.

Però fece chiamare il buon Favenzo,

e tutta gli narrò quella ambasciata

di Belisario, e chieseli consiglio;

a cui Favenzo disse in questa forma:

Diletta e cara mia signora e figlia,

lodar vuo' prima il Re de l'universo

ch'ha posto in cuore a Belisario il grande

di dare effetto a così belle nozze;

dapoi, vedendo sciolto ogni suo dubbio

sì ben ch'egli ha mandato a dimandarvi,

parmi ch'andiate a lui senza dimora.

E non vi muova perché il re de' Gotti

si truovi essere a campo intorno Roma

con infiniti cavalieri e fanti:

perché potremo andar fin a Marino

sicuramente e senza alcun periglio,

ché accampati non son da quella parte;

e quindi a Roma poi son dieci miglia,

ove ci manderan sì fatta scorta

che tema non arem d'alcun oltraggio.

Poi sendo questo matrimonio santo

la gloria e la ventura del paese

e la felicità di vostr'altezza,

non è da fare in ciò tardanza alcuna:

ch'a la felicità si deve andare

per entr'a l'onde e per le fiamme ardenti.

Queste parole accorte di Favenzo

e l'amore e 'l disio de la donzella

fecero andar da parte ogni timore

che nel cuor feminil potesse entrare,

e poservi un disio d'andare a Roma

tal che più non potea pensare ad altro;

onde lasciando gir Favenzo a casa

ne la camera sua sola si chiuse,

e poco stando poi se n'andò a letto:

e senza mai potere apprender sonno

stava gioconda ad aspettare il giorno.

Ma come venne fuor la bella aurora

a rimenare il dì sopra la terra,

fu convocato entr'al ducal palazzo

ogni buon cittadin ch'era in Tarento;

ed ella uscì de la sua vaga stanza

che parea un nuovo sol disceso in terra

per dar splendore a tutta quella gente.

Poi come aggiunse al capo de la sala

ov'era acconcio un tribunale adorno,

vi salì sopra un gentil sembiante,

con gli occhi bassi, e non guardava atorno.

Alor Favenzo, che le stava a lato,

si levò ritto e disse este parole:

Valorosi, prudenti, almi signori

gloria ed appoggio del paese nostro,

la bella principessa di Tarento

per consiglio di voi, come sapete,

dopo l'acerba morte di suo padre

che fu tradito da i superbi Gotti

andò con molti cavalieri eletti

al vicimperator de l'occidente:

ne l'arbitrio del qual ripose tutto

il stato e se medesma, perché certo

non avea contra i Gotti altro riparo:

a cui s'offerse prender per marito

quel ch'ei le desse, e d'onorarlo molto,

se ben fosse il più vil di tutto 'l stuolo.

Ma quel gran capitanio ha terminato

di darli Corsamonte per marito,

duca di Scitia, uom di valore immenso:

il qual di nobiltà, bellezza e grado

trappassa ogni signor di quella corte;

ed è il miglior guerrier che porti lancia,

onde sarà salubre al popol tutto.

Questi fu quel ch'uccise il fier Tebaldo

e fece la vendetta di Galeso,

di che debbiam levar le mani al cielo.

Or per far questo il capitanio invitto

ha qui mandato a farci noto ch'ella

sen debbia gir subitamente a Roma,

che vuol far ivi queste belle nozze:

e noi per adimpir ciò ch'ei comanda

si partirem di quest'alma cittade

prima ch'appara in ciel la terza aurora;

e lascieremo il provido Numistro

qui per governator fin che si torni:

e voi signori appresso arete cura

di conservarci ben questa cittade.

Così parlò Favenzo, e gli altri tutti

gli assentiron con atti e con parole;

onde il consiglio alora si disciolse,

ed Elpidia tornò ne le sue stanze.

Poi chiamar fece i cavalier romani,

e disse lor sì come era contenta

di dipartirsi dopo il terzo giorno

ed ir con essi a la città di Roma

per ubidire al capitanio eccelso.

Mentre che si facean questi negozi

e che la principessa di Tarento

si preparava lieta al suo vïaggio,

il popolo roman, che non er'uso

a provare i disconzi de la guerra

e vigilar la notte intorno a i muri,

e che patia di vittüarie e d'acque,

di bagni e di delizie, ed avea tema

di non cader in man de i suoi nimici,

si ragunaro unitamente insieme

e se n'andaro a Belisario il grande,

il qual si ritrovava in mezz'al foro

e volea ritornar dentr'al palazzo;

e quivi un senator, ch'era nomato

Servilio, disse a lui queste parole:

Signor, noi semo in un periglio grande,

perché i nimici son molto potenti

ed è ne le lor man tutto 'l paese:

uccidon gli animali, arden le case,

sforzan le donne e prendeno i fanciulli

e mandano per terra arbori e piante;

e non è alcun ch'ardisca d'uscir fuori

per liberarci da sì gran ruina:

ed han ragion, poi che 'n la prima uscita

i Gotti fér di lor sì mal governo;

ché mai non suole un uom prudente e saggio

cader due volte in un medesmo errore.

Or poi che i vostri cavalieri armati

si stanno a riposar dentr'a le case

e consumar l'altre sustanzie nostre,

trovate a questi mali omai compenso.

Certamente, signor, fu grande ardire

il vostro, e quasi fuor d'ogni ragione,

a venir qui con così poca gente

per cacciar tanta quantità di Gotti,

uomini arditi e bellicosi e forti;

talché se prenderan questa cittade

la lascieranno desolata et arsa:

e certo non potrà tenersi molto

tempo, perciò che gli han levate l'acque

e non ha quasi vittüaria dentro.

Adunque provedete a tanti mali,

che non può seguitar la sua ruina

che non v'incorra la ruina vostra.

Così parlò Servilio, a cui rispose

il capitanio con parole umane:

Eletto e fido mio popol di Roma,

non vi smarrite perché voi veggiate

qualche cosa contraria a i pensier vostri,

ché questi sono i frutti de la guerra;

ma prestamente volteransi in modo

che sarete di lor quasi contenti,

perciò che non può l'uomo esser felice

né aver piacer alcun che gli diletti

s'ei non è sano, e in libertà non vive.

Dunque a la libertà si deve andare

per entro i ferri e per le fiamme ardenti;

ed io per darvi ancor maggior speranza

di trarvi fuor di servitute amara

vi fo saper che 'l correttor del mondo

ha già spedito il callido Narsete

con tanta vettovaglia e tanta gente,

che noi potremo uscire a la campagna;

e voi con abbondanza e con quïete

ve ne starete a dar piacere in Roma.

E detto questo, gli mostrò la carta

che 'l sommo imperador gli avea mandata

ov'eran scritti tutti quelli avvisi,

che porse a gli occhi lor molto piacere:

onde rimase ognun queto e contento,

salvo che solo Anticalo fremeva,

ch'era di sangue assai famoso e chiaro;

ma di parole inordinate e molte,

e poco riputate da la gente.

Questi era il più brutt'uom che fosse in Roma,

guercio e sottil di gambe, e le sue spalle

gobbe pareano quasi arco del petto,

ch'era ristretto e concavo nel mezzo;

e sopra quelle avea la testa acuta

conspersa di capelli corti e rari,

con una faccia lenticchiosa e magra.

Questi era nimicissimo del Papa

e di ciascun ch'avea governo in Roma,

e sempre era contrario a i lor pareri,

onde s'oppose a Belisario il grande,

dicendo a lui parole aspre e villane

ch'a tutto 'l popol mosse acerbo sdegno.

Che cosa, capitanio, or vi bisogna,

dicea, ch'avete i vostri alberghi pieni

d'oro e d'argento e di leggiadre ninfe

e d'altre robbe prezïose e care

che furon guadagnate in questa guerra?

E sazia ancor non è l'ingorda voglia

vostra, che ne vorrebbe aver de l'altre

col strazio e la ruina del paese,

e poscia dispiegar le vele al vento,

carge del nostr'aver, verso Durazzo.

O misere Romane, e non Romani,

che sì poco guardate al vostro bene:

date questa cittate al re de' Gotti,

che tosto vi trarrà di tanti mali;

e vedrem poi ciò che faran costoro

con le lor poche e mal composte genti,

che sono ancor più deboli, dapoi

ch'han privo Corsamonte de la moglie,

ch'era il miglior guerrier che fosse in campo;

ond'ei partissi, e ci ha lasciati in preda

più de gli amici assai che de i nimici.

Ma quei fu troppo buon, ch'alora forse

areste fatto a noi l'ultimo danno.

Così parlava Anticalo, mordendo

l'eccelso capitanio de le genti;

onde se gli fé presso il buon Traiano

con sguardo torto, e poi così gli disse:

Anticalo, non dir queste scicchezze

del tuo signor: frena l'ardita lingua,

ch'ha voce acuta, ma pensier leggieri.

Tu sei pur il da men che viva in Roma,

e parli al capitan come a un tuo pare

dicendoli parole aspre e moleste

che son piene d'ingiurie e di menzogne?

S'io ti vedrò mai più sì audace e folle

com'ora esser ti vedo in questo luoco,

io ti dispoglierò tutte le veste,

e poi ti manderò piangendo ignudo

verso l'albergo tuo carco di piaghe.

Così disse Traiano, e poi menolli

col scettro suo che si trovava in mano

sopra la schena e su le curve spalle;

ond'ei piegossi, e gli cadder da gli occhi

lagrime salse, e sotto l'empia ferza

le battiture acerbe si gonfiaro:

et ei dolente risguardando intorno

si nettava la faccia con un piglio

che mosse riso a tutta quella gente,

quantunque fosse sconsolata e mesta;

onde alcun de i soldati ch'eran ivi

disse parlando a quel che gli era appresso:

Veramente Traian fatto ha più volte

in questa grave e perigliosa impresa

gran bene e col consiglio e con la spada;

ma non fece giamai cosa migliore

che troncar l'empie ciance di costui.

Ben forse non sarà tanto protervo

per l'avvenir, ch'un'altra volta dica

parole ingiurïose a i suoi maggiori.

Così dicea la turba de i soldati;

ma poi Sulmonio udendo le querele

de l'onorato popolo di Roma

mandò subitamente un suo cugino,

che si nomava Erronio, a far palese

questa sedizïon de la cittade

e quei parlari al principe Burgenzo,

com'era stato l'ordine tra loro.

Erronio adunque si partì da Roma

e fingendo d'andar verso Belletri

andò la notte al campo de i nimici,

e coi suoi contrasegni fu condotto

al padiglion d'Argalto e di Burgenzo,

a cui poscia narrò tutta la cosa:

ond'essi lo menaro al re de' Gotti,

a cui gli fecion dir di punto in punto

tutti quei parlamenti de i Romani;

da i quali il re, ch'avea sagace ingegno,

subitamente nel suo cuor comprese

che 'l popolo era sazio de la guerra:

però fece chiamar tutti e' baroni

al suo consiglio, e disse in questa forma:

Signori illustri e cavalieri eletti,

sappiate come Belisario il grande

rinchiuso sta ne la città di Roma

con poca vittüaria e manco gente,

né pensa più d'uscirsi a la campagna;

e credo ancor ch'e' sia pentito e gramo

d'esser venuto a stimular le vespe,

e ch'abbia desiderio di partirsi

avanti che la fame indi lo cacci.

E certo lo faria, se non temesse

d'esser offeso da le nostre forze:

perché 'l popol di Roma è mal contento

e di lui molto si lamenta, e duolsi

che l'abbia posto in quest'aspro periglio

con la su' audacia e con le sue promesse,

et ha deposto la speranza prima

di poter esser più da lui diffeso;

ché mal può propulsar gli altrui perigli

chi non ha forza d'aiutar se stesso.

Io, perché sempre fui di questa mente,

ch'alcun non deggia opponersi a la fuga

de' suoi nimici ed ingombrarli i passi,

ché non è vista a l'uom tanto süave

quant'el veder la fuga del nimico;

però voglio che Salio ed Unigasto

e Gauro e Dociran vadan a Roma

a dire a Belisario ch'io consento

che possa a suo piacer partirsi quindi

con le persone e con le robbe salve:

ch'io non vuo' seguitar come nimici

color che s'apparecchian di pentirsi.

Diranno ancora al gran popol di Roma

che può tornar sotto l'imperio nostro

sicuro e salvo, co i primieri patti.

Com'ebbe dette il re queste parole

sciolse il consiglio, e mandò verso Roma

quei quattro ambasciador ch'avea proposti;

i quai si dipartir senza tardanza,

ed arrivati a la Salaria Porta

ch'era serrata dissero a coloro

che viddero a la guardia de le torri:

Noi siamo ambasciador che 'l re de' Gotti

ha qui mandati al capitanio vostro.

Piacciavi d'introdurci entr'a le mura

e di menarci a l'alta sua presenza.

Lucillo udendo questo gli rispose:

Non vi sia grave l'aspettare alquanto,

che tosto tornerò con la risposta.

E poscia andò correndo al capitano

e gli fé nota la venuta loro:

onde fece introdurli, e con disio

si pose ad aspettar la lor proposta;

ed essi giunti a Belisario il grande

lo salutor cortesemente, e poi

cominciò Salio a dir queste parole:

Color che poser primamente i nomi

a le virtuti e vizii de i mortali

l'audacia separor da la fortezza:

che se ben paiono una cosa istessa

sono però tra sé molto diversi,

ché l'una merta laude, e l'altra biasmo.

Ma qual di quelle due v'abbia condotto

a pigliar tale impresa, esser può chiaro

a chi con mente sana le risguarda:

perché se vi guidasse la fortezza

combattereste arditamente nosco,

che v'aspettiamo armati su la sella;

ma se l'audacia poi v'ha qui condotti,

forse che tosto vi farem pentire;

ché spesse volte in mezzo de le guerre

colui si pente ch'al principio corse

con poco fondamento a cominciarle.

A che più le miserie de i Romani

menate a lungo, e gli levate i beni,

per debolezza de le vostre forze,

che Teodorico a lor sempre lasciolli?

Ma se per caso voi pentiti foste

d'esser in Roma senza alcun soccorso

e disïaste di partirvi quinci,

sarem contenti di lasciarvi andare

con le persone e con le robbe salve

liberi e senza farvi alcun oltraggio:

ché 'l nostro re non suol mai far vendetta

contra quel che si pente averlo offeso.

Poi dal famoso popolo di Roma

vorrei saper di che di noi si dolse

e di che lamentossi, alora quando

tradiro i Gotti e se medesmi insieme.

Pur la benignità che per l'adietro

provata avete da la nostra gente

potrete ancor aver, se voi vorrete

per l'avvenir tornare al nostro impero.

Così parlò l'ambasciador de' Gotti,

a cui rispose Belisario il grande:

L'arrogante parlar ch'avete fatto

non mi reca nel petto alcun timore,

perché si veggon rare volte dirsi

parole acerbe e farsi acerbi fatti,

che suol far poco chi minaccia molto.

Io poi non tratto l'opre de la guerra

secondo il consultar de i miei nimici,

ché sempre quel ch'al mi' adversario piace

penso ch'a me non giovi anzi m'offenda.

Ben ardirò di dir ch'ancor fia tempo

che faremo abbassare il vostro orgoglio,

e non arete selva che v'asconda

né troverete in terra alcun ricetto.

Noi siam venuti a la città di Roma

sì come a luogo nostro, e non d'altrui;

ma voi ben fate come fanno i ladri,

ch'avendo tolta già la robba ad altri,

poi ch'ella è stata resa al suo signore

contra l'ingiusto desiderio vostro,

vi travagliate di volerla ancora.

Or io vi dico: se speranza avete

di prender Roma sol perch'io mi parta

fuora di quella, e l'abbandoni e lasci,

voi v'ingannate di dannoso errore,

ché non la lascierò se non defonto.

Così rispose il capitanio eccelso;

e 'l senato roman non disse nulla,

se ben di tradimento era notato,

perch'avea tema de le lor minaccie:

onde Fidelio, uom simile agli antichi

di valore e d'ardir, guardando in viso

tutti quei senator che peran muti,

s'empì di sdegno, e sorridendo disse:

O gente Gotta di leggier consiglio

e di parole assai senza prudenza,

voi vi pensate col bravar ch'avete

fatto al conspetto di sì gran signori

esterrefare il buon popol di Roma

h'un tempo dominò tutta la terra.

Noi non avem di voi timore alcuno,

né v'abbiam fatto tradimento o fallo,

come voi falsamente avete detto;

e vogliol mantener con l'arme in mano.

Così parlò Fidelio, e dopo questo

gli ambasciador de i Gotti si partiro

tutti confusi, e ritornati al vallo

dissero al lor signor queste parole:

Signore eccelso e di valore immenso,

noi semo stati a la città di Roma

ed avem detto a Belisario il grande

tutto quel ch'ordinò la vostra altezza;

ed ei risposto ci ha con grande ardire

che non si vuol partir di quella terra,

né mai la vuol lasciar, se non defonto.

Però vi dico che speriamo indarno

ch'ei l'abbandoni; e se vorrem pigliarla

per forza di battaglia o per assedio

ci spenderemo assai fatiche e sangue,

perch'io gli veggio ardenti a la difesa.