IL XV LIBRO
Come fu nota a l'empio re de' Gotti
l'onorata risposta de' Romani,
depose la primiera sua speranza
che dovessen fuggir verso Durazzo:
onde ordinò di dar crudel battaglia
in molte parti a le romane mura
credendole pigliar per forza d'arme;
e fece preparar sei millia scalle
e torri e vigne e musculi ed arieti
e baliste e testugini ed onagri:
e preparate ben tutte le cose
che fan bisogno a dar battaglia a i muri,
con copia innumerabil di sarmenti
per poter poi con essi empier le fosse
- il che si fece in venti giorni a punto,
dal dì che combettero a Ponte Molle -,
come poi venne la ventuna aurora
con la fronte di rose e co i piè d'oro,
il re de' Gotti si levò dal letto
e si vestì de le sue lucid'arme;
poi fece che i tamburi e che le trombe
sonaro a un tempo in tutti sette i valli,
onde s'armò quella feroce gente
e ratto se n'andò verso 'l vesillo
del re, co i duci e i capitani avanti.
E 'l re, come gli vide a lui venire,
salì sopra Distico suo cavallo
d'aspetto acerbo e di colore oscuro,
e disse verso Turrismondo altero:
Andiamo, cavaliere, a prender Roma,
che forse que' che vi son posti a guardia
non faran contra noi molta difesa.
E Turrismondo a lui: Signor mio caro,
faccian difesa pur quanta che sanno,
ch'io spero di pigliarla in questo giorno
et al dispetto loro arderla tutta.
Così diss'egli, e 'l re con molto ardire
e con Argalto e Totila e Bisandro
e Teio ed Aldibaldo ed Unigasto
se n'andò verso la Salaria Porta,
con tanta gente che copria 'l terreno.
E come schiera di palustri cigni
o d'oche o gru, che stan lungo il Caistro
e volan quinci e quindi, e poi cridando
s'assidon sopra quello erboso prato
che da le voci lor tutto rimbomba;
così la gente gotta uscendo fuori
de i sette valli andava inverso Roma
cridando, che facea tremar la terra:
né primavera ha tanti fiori e frondi
né 'l tempo che vuol ir verso l'estate,
né tanta moltitudine di mosche
trovossi insieme mai dentr'a le mandre
di numerosi armenti, alor che i vasi
sono conspersi di copïoso latte,
quant'era quell'essercito de i Gotti.
Da l'altra parte il popolo di Roma
s'apparecchiava cauto a le diffese
e stava proveduto in su le mura,
vedendo contra sé tanta possanza:
e come quando un nuvolo si mostra,
d'aspetto orrendo e di colore oscuro,
che fa per l'aere paventoso bombo,
tal che le genti fan sonar le squille
e 'l pastorel, che di tal vista teme,
se ne va intorno i paschi, e poi conduce
in qualche speco il suo lanoso armento
per fuggir quell'asperrima tempesta;
così facea quel capitanio eccelso
andando intorno intorno a la cittade
e ponendo i soldati entr'a le torri,
donde potessen far maggior difesa:
ed oltra questo ancor tra merlo e merlo
fece andar gente e saettami e fuochi
per meglio propulsar tanto periglio;
ed ei con l'arco e le saette al fianco
si stava ritto in piè sopra una torre
che quasi tocca la Salaria Porta;
e parea proprio il figlio di Latona
alor che spense la tantalea prole,
di che nel monte Sipilo ancor piagne
l'afflitta madre lor conversa in pietra.
I fieri Gotti poi con torri armate
ed altre molte machine murali
tratte da validissimi giuvenchi
s'avvicinaro a le profonde fosse:
e tre buon cavalieri aveano avanti,
Belambro, Folderico e 'l gran Rimaspo,
ch'ha cuor di drago e membra di gigante,
il qual parea che minacciasse al cielo;
questi facean gettar sarmenti e legni
ne l'ampio fosso con prestezza immensa
per agguagliar quel cavamento al piano.
Alora il capitanio de le genti
sorrise, e risguardando i suoi Romani
disse con fronte allegra este parole:
Nessun di voi non spenda una saetta
né getti un'asta o faccia alcuna offesa
a i nostri acerbi e perfidi nimici,
ma stiasi ad aspettar ciò ch'io comandi.
Poi, come leverò quel gran vessillo
di raso cremesin fregiato d'oro
ch'ho qui da canto, e soneran le trombe,
ciascun si sforzi di ferirli a prova.
Questo diss'egli, e 'l populazzo ignaro
de l'alta sua virtù si dolea molto
ch'ei non lasciasse offendere i nimici.
Ma Belisario al suo fortissim'arco
impose una acutissima saetta,
e tirò forte la robusta corda
con la possente man fin a l'orecchia:
poi la fece calar verso Belambro,
e colsel drittamente ne la gola
in quel meato che conduce i spirti,
onde caddeo subitamente morto.
Quando 'l popol roman vide il bel colpo
del vicimperador de l'occidente
ben si pensò d'aver vinta la guerra,
onde cridò con paventosa voce:
O gente gotta, di leggier consiglio,
di poca forza e d'animo di cervo,
mai non arete la città di Roma,
come sperate voi, per forza d'arme:
ma resterete morti sopra il piano
come fatt'ha quel capitanio vostro
che ruppe i nostri amplissimi acqueduti;
di che l'appaga la sentenza eterna.
Dietro a quel lieto augurio de i Romani,
il capitanio ancor pose su l'arco
un'altra validissima saetta:
e colse parimente ne la gola
il gran Rimaspo, e fello andare a morte;
e parve nel cadere un'alta pioppa
frondosa e verde e di grossezza immensa
che fu nutrita su la riva d'Arno,
e poi sforzata dal furor de' venti
si sbarba e cade in acqua, e fa salirla
in alto, e ribombar le rive intorno:
tal parve nel cadere il gran Rimaspo;
onde 'l popol roman tant'altamente
cridò, ch'una colomba che volava
per l'aria sopra le romane mura
venne per quella voce a terra morta.
E Folderico, quando avanti i piedi
giacer si vide quel gigante altero,
tutto smarrito volsesi a fuggire;
ma Belisario prestamente il colse
con un'altra saetta ne la nuca,
che gli passò tutto 'l robusto collo
e gli uscì fuor davanti in sommo al petto:
ond'anch'ei giacque morto appresso gli altri.
Alora il capitano alzò il vessillo
di raso cremesino, e sonar fece
il suon crüento de l'orribil trombe,
che suol con esso spaventar le genti.
Come Nicandra, giovinetta eccelsa,
vide il vessillo e l'oricalco udìo,
tirò il grand'arco verso quelle torri
di legno tratte da gli armenti gotti;
e colse in mezzo 'l petto il fier Caloro,
che fu figliuol di Ragnaro bastardo
e di Leonora: questa era donzella
d'Alvergola sua madre, e questa giacque
con lui secretamente, e parturigli
il bel Caloro poi press'al Ticino:
il qual venne col padre a questa guerra,
e se ne stava sopra una gran torre
cridando morte e minacciando a Roma
d'arderla prima, e poi spianarla tutta;
ma quel colpo crudel mancar gli fece
le parole e 'l bravare, e cadde in terra:
come fa un corbo che sopra un grand'olmo
cracchia, s'un buon arcier gli passa il petto
subito cade con ruïna a basso,
così caddeo quel Gotto a terra morto:
onde l'ardita giovinetta disse:
Spiana or, se puoi, che sei ridotto al piano,
l'onorata regina de le terre;
e non contenta di quel colpo solo
uccise Balaustro e Parpignano,
tal che fece allegrar tutti i soldati:
a cui l'eccelso capitanio disse:
Vergine bella e di supremo ardire,
questi son colpi generosi e degni
d'ogni gran laude e d'ogni estremo onore.
Seguite pur così, che arem vittoria,
che quasi sempre vien dietro al valore.
Ma voi, diletto mio popol di Roma,
ferite i buoi con quelli altri giumenti
che son posti a tirar machine e torri
d'altezza equali a queste nostre mura:
perciò che senza buoi staranno immote
né qui potranno approssimarsi al muro;
né da lunge son atte a farci offesa.
Com'ebbe detto questo, il popol tutto
posen su gli archi lor molte saette
e le lasciaro andar verso gli armenti:
e come quando un vento a terra spinge
grossa gragnuola e valida tempesta
che rompe e guasta le mature biade
e spoglia de le frondi arbori e piante;
così pareano alor quelle saette
ch'uscian di man de gli ottimi Romani,
ch'a terra ne mandor tutti i giumenti
che conducean le machine murali.
Il che vedendo Vitige, percosse
con la man destra la sua destra coscia,
e poi dolente e sospirando disse:
Perché, Padre del ciel, così m'inganni?
e perché fai che le fatiche nostre
in far sì belle machine e sì grandi
sian state vane e via gettate al vento?
Certo pensai con esse prender Roma,
or muover non si ponno: e quei Romani
stan su le mura come vespe ed api
che fremen circa le spumose stanze
e fan di chi le offende aspra vendetta.
Ma pur voglio tentare un'altra via:
perché, quando una cosa non succiede
per una strada, è ben cercarne un'altra.
E detto questo poi chiamò Bisandro,
Argalto ed Aldibaldo, e disse loro:
Voi starete, signori, in questo luoco
con tutta questa gente ch'io vi lasso;
né vuo' che voi facciate dare assalto
da questo canto a le romane mura:
ma ben sempre farete esser saette
su gli archi, e saettar verso la torre
ove dimora Belisario il grande,
perch'ei non abbia mai riposo alcuno.
E così detto, quindi si partìo;
e ratto se n'andò con molta gente
verso Porta Esquilina, ov'era un luoco
ch'alora lo chiamavano il Vivaro,
ma a questi tempi si potria dir barco:
ch'ivi soleano star leoni ed orsi,
cingiali e pardi ed altre orribil fiere
ch'eran serbate per teatri e feste.
Quivi mandato avea nel far del giorno
Vitige alcune machine da guerra;
e subito che giunse in quella parte
dispose darli una battaglia orrenda
con la sua forte e numerosa gente:
onde sonaron le terribil trombe
e cominciaro andar cridori al cielo.
I Gotti poi, tutti raccolti insieme
sotto la lor testudine de i scudi,
chi di lor s'affrettava empier le fosse,
e chi con scale superare il muro
da quella parte ov'era men difeso.
Da l'altro canto gli ottimi Romani
con aste ferme e con veruti e pili
stavan molto animosi a la difesa;
ma quelli acerbi e furibondi Gotti
eran per far gran danno in quella parte,
se i buon Romani con destrezza e forza,
raccolti insieme, non volgeano un sasso
di peso estremo e di grossezza immensa,
che cadde ov'era più la gente folta
e franse i scudi, e fece andare a terra
molte persone sanguinose e morte:
il che vedendo l'altra gente gotta
giudicò ch'era meglio il star lontana
e quindi saettar saette e dardi.
Quando comprese Magno in quella parte
esser venuti tutti quanti e' Gotti
per pigliar quindi la città di Roma,
chiamò Peranio e disse este parole:
Ite, Peranio, al capitanio eccelso,
narrateli il periglio in che noi semo;
e pregatelo assai per mie parole
che voglia venir tosto a darci aiuto,
ché qui si truova il pondo de la guerra
e 'l muro è molto basso e mal sicuro,
e noi siam pochi: ond'è periglio estremo
che non ci mandin tutti quanti a morte
e quindi piglien poi questa cittade.
Peranio, come udì quell'ambasciata,
partissi, e non fu lento a riferirla
subitamente al capitanio eletto;
ed anco il capitan, come la intese,
non stette quivi a far molta dimora.
Ma chiamati Acquilino e 'l buon Traiano,
che la Porta Pinciana in guardia avea
come Acquilin quella di Santa Agnesa,
ch'era a man destra, e l'altra a la sinistra,
gli disse con pochissime parole:
Baroni eccelsi, io vuo' lasciarvi il cargo
di fare in vece mia questa difesa,
che la farete con ardire e senno;
ch'io voglio andare a l'onorato Magno
che con istanzia grande mi dimanda.
Così diss'egli, e quindi si partìo
con molta gente valorosa dietro,
allegro e ne l'andar pronto e leggiero.
Come il caval ch'è stato entr'a la stalla
con abondanza di quïete e d'orzo
poi che frange il capestro indi si parte,
e con la testa alzata e con le chiome
sopra gli umeri suoi diffuse al vento
nitrisse e crida, e corre verso 'l fiume
ov'egli è avezzo di lavarsi e bere,
e vago e lieto de la sua bellezza
sì leggiermente le genocchia inalza
per entro 'l piano e per gli usati paschi
ch'appena tocca con le piante il suolo;
così venia quel capitanio eccelso.
E come giunse a la battaglia orrenda
se n'andò a Magno e disse este parole:
Eccomi qui, signor, non vi smarrite
per questo grave e periglioso assalto;
siate animoso pur, che non si vince
alcun periglio mai senza periglio.
Poi ratto se n'andò per tutti i luochi,
ed essortava ognuno a far difesa
o con dolci parole o con amare:
amare, quando alcun vedea ritrarsi
in dietro da i perigli de la guerra,
e dolci quando poi diceva a gli altri:
Cari Romani miei, venuto è il tempo
che gli animosi e i timidi e i mezzani
tutti han da fare, e certo importa a tutti
che non si perda la città di Roma,
che saria la total nostra ruina.
Dunque nessun non si rivolga in dietro
verso 'l palazzo, anzi si faccia avanti
essortando l'un l'altro a la battaglia;
ché quell'eterno Dio che 'l ciel governa
ci darà forse la vittoria, quando
ci veda pronti ad aiutar noi stessi.
Così cridava il capitanio eccelso,
ed essortava i figli de i Romani.
Da l'altra parte Turrismondo altero
con gli occhi che parean di fiamma ardente
andava intorno, ed essortava i Gotti
a ricordarsi de le usate forze
e fare ogni opra di pigliar le mura,
che vinta gli darian tutta la guerra.
Ma come fioccan giù continue falde
di bianca neve quando 'l sole alberga
con la Capra del cielo, e rende il giorno
assai minor del cerchio de la notte,
e l'onorato figlio di Saturno
aqueta i venti e fa calarla in terra
senza riposo alcun, tal che le cime
de gli alti monti e poi le rive e i colli
cuopre di neve, e la campane, e i tetti;
così spess'eran le saette e i sassi
ne l'aria che venian da i Gotti al muro
e che fioccavan da le mura a i Gotti:
onde sentiansi rimbombar le torri
ch'eran percosse da possenti pietre,
e risuonavan le celade e i scudi
tocchi da i sassi acerbi e da le lanze.
Or mentre che si stava in quel conflitto
di qua dal Tebro, ancor da l'altro lato
il fiero Marzio duca di Vicenza
non stava indarno; anzi col campo uscito
de i prati di Neron di là dal fiume
s'avvicinava al tempio di San Pietro.
Quivi chiamati a sé tutti i prefetti
disse queste parole invèr Fabalto:
Fabalto, andate con la vostra gente
che dal montoso Bergamo discese,
passate il fiume ed assalite 'l muro
ch'è tra l'Aurelia e la Flaminia Porta,
ove i Romani fan poca difesa:
ché per lo fiume che gli corre accanto
tengono quella parte esser sicura.
Se voi l'assalirete a l'improviso
forse la prenderete: il che seguendo,
parturirete a noi vittoria grande
e voi guadagnerete eterno onore.
Da poi si volse, e disse ad Ulïeno:
Ite sotto 'l Ianiculo, e tentate
s'aver poteste la Pancratia Porta;
ed io tenterò poi per ogni via
di pigliar l'onorato e gran sepulcro
del successore e figlio di Traiano,
che sarà un cavalier molto opportuno
sopra l'Aurelia Porta di San Pietro:
e così questi perfidi Romani
assaliti da noi da tante parti
poriano abbandonar gli usati schermi.
Com'ebbe detto questo, andò Fabalto
subitamente a l'ordinato luoco;
poi natò il fiume con gli suoi soldati
e s'accostò sotto 'l famoso muro,
credendosi pigliarlo a l'improviso:
e forse fatto aria qualche profitto,
se non era Teogene in quel luoco
duca d'Arabia, il qual come lo vide
se gli fé contra, e ben che fosse solo
senz'altra compagnia che dui famigli,
non volse abandonar quella difesa.
Dapoi disse a Lameco suo sergente:
Corri, Lameco, e narra al fier Costanzo
come i nimici han trappassato il fiume
e son vicini a queste nostre mura;
digli che venga, over che mandi gente
che possa ben difender questa parte,
acciò che non patiam vergogna e danno.
Come Lameco udì quelle parole,
correndo se n'andò su per le mura
fin a l'Aurelia Porta, e trovò quivi
il fier Costanzo e spose l'ambasciata.
Questi vedendo sopra la gran meta
esser Teodato e Cosmo ed Olimonte
con molti buoni cavallieri e fanti,
disse a Longino che gli stava appresso:
Fate saper, signore, a quei baroni
che si ritruovan sopra il gran sepulcro
che difendano ben quell'alto luoco
se venissero i Gotti a darli assalto:
ch'io voglio ire a Teogene, che è solo,
acciò che non patisca alcun disconcio;
e voi farete guardia a questa porta
con diligente ardir fin ch'io ritorni.
E detto questo quindi si partìo,
et andò per le mura in quella parte
ch'avea comincio ad oppugnar Fabalto:
perciò che avean tirate alcune scale
con certe funi lor di qua dal fiume
e le aveano accostate a l'alte mura,
e già la gente vi saliva sopra;
ed era avanti a gli altri Balandetto
figliuol di Cortavita e di Grappaldo:
ma come il buon Teogene lo vide
con la celata superare i merli
et udì dire a la sua fiera bocca:
Io son pur sopra 'l muro, e prenderassi
al dispetto del ciel questa cittade,
tirò una punta con l'acuta spada
e colsel drittamente in mezzo i denti
ch'erano aperti, e gli fendeo la lingua
quasi in due parti equali, e trappassando
la spada gli uscì fuor sotto la nuca,
onde cadette ruïnando a basso;
e, Rauco suo compagno, ch'era anch'egli
su quella scala, fu da lui percosso
ne l'andar giù, tal che ciascun di loro
se n'andò a terra; e con dolore amaro
e a lor mal grado avvicinorsi al fiume.
Sopragiunse a quel colpo il fier Costanzo,
e rallegrossi, e sorridendo disse:
Frate, se gli darai simil bocconi
so che gli fian più che l'assenzo amari.
E così detto lasciò gire un'asta
possente e grossa e con orribil ferro;
e colse Falaguasta in una tempia,
Falaguasta figliuol di Radegunda,
sorella d'Altovito, e di Rimaspo:
e passò la celada, onde gli uscìte
da l'altra orecchia il furïoso acciale,
tal che lo stese morto in su l'arena.
I Gotti, come videro quei colpi,
furon più lenti nel salire a i merli:
ma i buon Romani con saette e lance
e grossissimi sassi da le mura
gli tempestavan le celate in testa.
Alor Fabricio, giovane eccellente
fratel del buon Fidelio, il qual seguìo
Costanzo quando venne in quella parte,
pose su l'arco una saetta acuta;
e trasse quella verso il gran Fabalto
che stava in mezzo a la smarrita gente
col brazzo nudo e con un'asta in mano
per animarla a la battaglia orrenda.
Quella saetta asperrima lo colse
appunto sotto 'l cubito, e passolli
la nuda carne e si ficcò ne l'osso,
onde cader gli fé l'asta di mano.
Quando Fabalto si sentì ferito
s'attristò molto, e con la man sinistra
volse trar fuor quella saetta amara;
ma tirò il legno, e vi rimase il ferro
fitto ne l'osso; onde un dolor l'assalse
tal che non gli lasciava aver riposo.
Alor deliberò tornarsi al vallo:
poi senza indugio alcun si pose a l'acqua
e natò il fiume e ritornò al steccato.
Quando la gente sua partir lo vide
si sbigottì sì fieramente, ch'ella
saltò nel Tebro, che parean ranocchi
quando usciti per caso a la pastura
dimoran cheti su l'erbose rive:
ma come veden uomini od armenti
si gettan tutti prestamente a l'acqua
per la paura che gl'ingombra il cuore;
così parean quegl'impauriti Gotti:
onde i Romani accompagnaron poi
quella lor fuga con saette e sassi,
tal che per lo timore e per lo peso
de l'arme e per le acerrime percosse
pochi di lor passaro a l'altra ripa,
ma quasi tutti s'annegor ne l'onde.
Mentre poi che Fabalto appresso 'l Tebro
dava l'assalto a le romane mura,
Marzio nascosamente a la gran mole
sen venne, ed appoggiò le scale ad essa
credendosi pigliarla al primo assalto:
ma i buon Romani ch'erano in quel luoco
faceano gagliardissima difesa.
Questo meraviglioso e bel sepulcro
fece Adrïano imperador del mondo,
tutto massizzo e di perfetti marmi,
quadro nel basso, e poi surgea ritondo
ed avea intorno altissime colonne
di varie pietre prezïose e rare
con molte statue d'uomini e cavalli
fatte con tanto magisterio ed arte
che 'l mondo non avea cosa più bella.
I Gotti adunque venner di nascoso,
e s'accostaron tanto a l'alta mole
che quei Romani con balestre ed archi
o con onagri e machine murali
non gli poteano far noia né danno;
e mal poteano stare a le difese,
ché i Gotti sì gran copia di saette
tiravan fieramente in quella parte
che non poteanvi comparer persone
che non fossen da lor ferite o morte:
onde i feroci figli de i Romani
avean quasi perduta ogni speranza
di poter conservar quell'alta mole;
e vedeano anco, se l'avessen persa,
che insieme si perdea l'Aurelia Porta
e quindi tutta la città di Roma:
di che si stavan sconsolati e mesti.
Ma Cosmo rivolgendo al ciel le luci
disse con le man giunte este parole:
O Re del cielo, e voi, sustanze eterne,
donate aiuto a la città di Roma,
che per sé non può far lunga difesa:
né la virtù de gli ottimi Romani
potrà salvarla senza 'l vostro aiuto;
perché, se la virtù talor fa pruova
senza 'l favor del ciel, non dura molto.
Ma fa come colui ch'a forza spinge
col remo una barchetta contra 'l fiume:
che, se rallenta poi le braccia alquanto,
l'onda precipitosa e 'l corso ratto
per viva forza la ritorna in dietro.
Però, Signore eterno de le stelle,
fa che possiam diffender questa mole:
ché se per caso ella ci fosse tolta,
Roma fia presa e fia distrutta ed arsa,
e mandate le genti a fil di spada
con grande obbrobrio e irreparabil danno.
A quel parlare il Re de l'universo
porse le orecchie, ed a Latonio disse:
Or va, Latonio, a la città di Roma,
truova qualche consiglio e qualche ingegno
che salvar possa l'onorata mole
e liberarla da le man de' Gotti.
L'angel di Dio, dopo il divin precetto,
se n'andò quivi; e prese la sembianza
del prudente Longin conte d'Egitto
e poscia disse a i principi romani:
Non vi smarrite, valorosi duchi,
in questo grave e periglioso assalto:
sperate il bene, che 'l sperar gagliardo
è buona compagnia ne i gran perigli;
e se vi mancan saettami o lance
da gettar giuso e offendere i nimici,
ponete mano a quei politi marmi,
a quelle statue d'uomini e cavalli
de i gran signor che qui sepulti foro:
ché sì come essi con le proprie vite,
col proprio sangue han sempre questo impero
da la scevizia barbara difeso,
così l'imagin lor difenderanlo
da l'imminente asperrima ruina.
Questo consiglio del celeste messo
fu grato a tutti i cavalier romani,
salvo che a Cosmo che l'avea richiesto:
perciò che gli increscea che fosser guaste
sì belle statue e sì gentil lavori,
che desïava avere altro soccorso.
Teodetto poi fu il primo, ed Olimonte,
che preser la gran statua di Severo:
e tra la folta nube di saette
che saettava ognor la gente gotta
la mandor giù da l'orlo de la mole.
Questa, cadendo con furore a basso,
ruppe le scale, e quei ch'eran sovr'esse
andor per terra, e le celate e i scudi
lor gli fiaccaron, che parean di vetro:
tal che acquetossi quel furore acerbo.
Come la fanticella, quando bolle
la pentola sul fuoco, e spande fuori
l'onda gonfiata e la bollente schiuma,
corre a la secchia, e prende gelid'acqua
con la caccia di rame, e porta quella
per l'aspro fummo e ponla entr'al paiuolo,
onde s'acqueta il suo bollir feroce;
così que' dui baron, quando portaro
per l'empia nube di saette gotte
la grave statua, e la gettaro a basso,
s'acquetò il gran furor di quella gente,
ma dopo questa fur gettate ancora
la statua d'Antonino, il Caracalla,
quelle di Claudio, Aurelïano e Probo
con molte teste d'uomini eccellenti:
che fer che i Gotti si tiror da largo
per non toccar quelle percosse amare;
e mentre preparavano i Romani
ferirli con onagri e con baliste,
Costanzo, ch'era ritornato a dietro
poi che fugò la gente di Fabalto
per aver cura de l'Aurelia Porta,
spronato fu da l'angelo in tal modo:
Costanzo, io vedo che la turba gotta
si tira indietro, e par tutta confusa
per le percosse de la nostra gente
ch'hanno difeso ben quell'ampia mole:
diamoli addosso, ché pigliar si deve
sempre l'occasïon quand'ella appare.
Così disse, e spirolli animo e forza;
onde Costanzo fece aprir la Porta
ed uscì fuor con tutta la sua gente
cridando: Sangue sangue, amazza amazza.
Il duca di Vicenza, il qual credea
con quell'assalto aver l'antica meta,
come vide l'audacia de i Romani
ch'erano usciti fuor con tal furore
subitamente si rivolse in fuga
e fuggì verso il consüeto vallo.
Costanzo lo seguia con molto ardire,
sempre mandando gli ultimi a la morte;
e spesso intrava nel nimico stuolo
con ardente disio di ricoprirli
tutti di giaccio e di perpetua notte:
e tanti ne ferio, tanti n'uccise,
che l'erba tutta gocciolava sangue;
ma come i vide scompigliati in fuga
correr chi qua chi là verso quei colli,
sonò raccolta, e fece che i soldati
tornaron seco a l'ordinata guardia.
Marzio se ne fuggì dentr'al suo vallo
ov'era ito Fabalto; e poco stando
venne Ulïeno, ch'era stato indarno
per dare assalto a la Pancratia Porta:
e nel venir intese per la strada
il disconcio di Marzio, onde gli disse:
Signore, io vengo senza dar battaglia
a quella porta dove mi mandaste,
perch'ella è in luogo dirrupato ed alto;
e poi la ritrovai con sì gran cura
dal vecchio Paulo ben munita e chiusa,
che non mi parve disciparci il tempo,
non ci essendo speranza di profitto:
però tornai con le mie genti al vallo.
E s'oggi avemo la fortuna contra,
non si devem né perder né lagnarsi:
perché si vive in questa umana vita
come si puote, e non come si vuole;
né mai si dee riprender quella cosa
che per consiglio uman non può mutarsi,
ma si dee tolerar senza dolore.
Un'altra volta il ciel sarà per noi,
che questo giorno è stato de i Romani.
Così disse Ulïeno, a cui rispose
l'accorto duca con parole tali:
Ognun è savio in dar consiglio ad altri,
ma poi si perde in consigliar se stesso
quando si vede la fortuna adversa.
Pur vuo' patir questa percossa acerba
al me' ch'io so, perché l'umana vita
non si può trappassar senza disconci.
Andiamo pur a ritrovar Fabalto
per farlo medicar de la sua piaga,
ché poi si penserem qualche rimedio.
E detto questo, quindi si partiro.
Da l'altro lato poi, verso 'l Vivaro
si combattea con incredibil forza:
ché 'l re di fuori e 'l capitanio dentro
con la presenza e con le lor parole
facean crescer l'ardire a i lor soldati.
Alora il fiero Totila si mosse
vago di gloria e d'acquistarsi onore:
questi avea in testa una celata fina,
col cimier tondo di purpuree penne
tutte di struzzo, che trangugia il ferro;
e 'l scudo in braccio di brunito acciale
era cerchiato d'oro intorno intorno
ed avea in mezzo la caribde orrenda
di color perso, co i feroci scogli
che soleano ingiottir tutte le navi:
così venia quel Totila quassando
con la man destra una terribile asta
inanzi a gli altri, che parea un leone
che spinto da la fame e dal disio
di carne assalta le serrate mandre:
né perché vi ritruovi esser pastori
con arme e cani a guardia de gli armenti
resta di non tentarle, anzi vi salta
dentro con gran furore, onde over prende
qualche iuvenca over riman ferito
da colpo acerbo di possente mano;
così quel fiero Totila pensossi
d'assalir la muraglia del Vivaro
e porla in terra, e quindi entrare in Roma,
over patire asperrime ferite:
onde parlò con Teio in questa forma:
Teio, tu sai di che supremo onore
siamo onorati ne le terre nostre,
che ci aman con timor come un lor dio.
Ma non è giusto che i primieri luoghi
abbiamo e ne le piazze e ne i convitti
se ne le guerre ancor non semo i primi.
Adunque combattiamo avanti gli altri:
perché i nostri soldati, che vedranci
avanti a loro entrar ne le battaglie,
diran: 'Meritamente i nostri duchi
sono onorati di supremi onori,
poi che è supremo in loro ardire e forza.
Vedete come vanno inanzi a tutti
ne l'empie zuffe, e fan come leoni'.
Veramente, fratel, se noi fuggendo
questi combattimenti e questa guerra
dovessemo esser poi senza vecchiezza
e senza morte, io direi ben che questa
fusse giusta cagïon di star da canto,
e non combatter mai contra i nimici:
ma tante cose son che ci dan morte,
e 'n tante guise, che non può fuggirla
alcun che nato sia sopra la terra.
Andiamo adunque ad acquistarsi onore:
che poi che dee finir questa fral vita
facciamo eterna almen la nostra fama.
Così diss'egli, e quel feroce duca
che regge il bel paese ov'è Milano
si pose a gir con lui verso 'l Vivaro,
con molta gente valorosa dietro.
Il che vedendo l'onorato Magno,
ch'avea lasciata l'Esquilina Porta
al buon Peranio ed al gigante Olimpo,
e s'era posto sopra una gran torre
con la sua gente a custodire il Barco:
vedendo adunque sì feroce assalto
guardossi intorno, per saper s'alcuno
fosse ivi appresso de i famosi duchi
da cui potesse aver qualche soccorso,
e vide dopo sé Gualtero e Grinto
parlare insieme e 'l giovane Fileno,
onde si volse a loro, e così disse:
Illustri duchi e di supremo ardire,
molto bisogno avem del vostro aiuto,
ché 'l fiero Teio e Totila superbo
vengon con molta gente in questa parte,
perché ha i ripari suoi deboli e bassi;
onde ci potrian far vergogna e danno.
Però non vi sia grave esser con noi
a la difesa de la patria nostra.
Così diss'egli, e quei baroni eletti
senza far scusa e senz'altra tardanza
salir sopra la torre ov'era Magno;
e si disteser poi lungo a i ripari
ov'uopo gli parea del loro aiuto.
Da l'altra parte Totila superbo
e 'l fiero Teio s'accostaro al barco
con la lor gente valorosa dietro
come se fosser due procelle orrende,
e già se ne salian sopra i ripari.
Alor Gualtiero uccise Callimarte
da Marignan, grattissimo compagno
di Teio, e questo fu con un gran sasso
pesante ed aspro ch'era appresso il muro:
ed era tal che un uom de l'età nostra
appena lo potria levar da terra
con ambe due le man, ed ei levollo
con una sola agevolmente in alto
e poi lo trasse contra Callimarte,
onde gli franse la celata e gli ossi
e mandol giù del muro in terra morto.
Da l'altro lato il giovane Fileno
ferì d'una saetta ne la coscia
il fiero Teio, ed ei nascosamente
scese del muro e abbandonò l'assalto,
acciò che alcun de i figli de i Romani,
vedendo uscir da le sue carni il sangue,
non l'incargasse con parole amare.
La partenza di Teio assai dispiacque
a Totila crudel, ma non per questo
abbandonò l'assalto del Vivaro:
anzi ferìte il valoroso Lindo
nel petto, e lo passò di banda in banda
con la forte asta, e nel tirarla fuori
fu cagion che caddeo fuor de le mura
col corpo in giuso, e insanguinò il terreno.
Totila poi con le possenti mani
prese dui merli, e gli mandò per terra,
e seco venner giù legnami e sassi:
e 'l muro si nudò de le difese,
che fece a quei di fuor più larga via.
Alor vedendo quell'aspra ruina
Fileno e Magno andaro dargli aiuto:
Fileno spinse una saetta acuta
fuor del buon arco suo nervoso e forte,
che passò il scudo a Totila, e fermossi
ne la corazza, e non toccò la carne,
che così piacque a la divina Altezza;
Magno l'accolse anch'ei con l'asta fiera:
e s'e' non si traeva alquanto in dietro
lo facea gire anzi il suo tempo a morte.
Così allargossi un poco da i ripari
quell'empio duca, e poi si volse intorno;
e desïoso d'acquistarsi onore
disse a la gente sua queste parole:
O valorosi ed ottimi soldati,
che state ad aspettar? Che non ponete
meco le vostre forze a tanta impresa?
Io solo non potrò farvi la via
da prender questa amplissima cittade,
se ben fornito son d'ardire e forza.
Andiamo adunque tutti quanti insieme,
ché tutti insieme e d'una istessa voglia
farem più salda e più lodevol opra.
Così diss'egli, e quella turba tutta,
mossa da l'essortar del suo signore,
andò con gran furor presso a i ripari.
Da l'altra parte gli ottimi Romani
dentr'a le mura con valore immenso
duplicavan le genti a la difesa:
onde vedeasi una mirabil cosa;
che i Gotti avendo conquassato il muro
e tolte le difese e fatto strada
non poteano passar dentr'al Vivaro;
né potean anco gli ottimi Romani
cacciar i Gotti via da quei ripari:
ma quivi si facea crudel battaglia
co i scudi in braccio e con le spade in mano,
e dava l'uno a l'altro aspre ferite,
tal che i ripari e le quassate mura
eran consperse, anzi piovean di sangue.
E sarian stati ancor più tempo in questa
notabil parità de la battaglia
se 'l summo Re de la celeste corte
non rivolgea gli occhi sereni a Roma:
onde gli spiacquer le fatiche e i danni
ch'ella pativa, e da pietà commosso
mandò l'angel Palladio a darle aiuto;
e quel messo di Dio disceso in terra
prese l'effigie del canuto Paulo,
ed andò ratto al capitanio eccelso
e disse a lui queste parole tali:
Invitto capitan, mastro di guerra,
sì come quando la fortuna arride
sempre si dee temer che non si volga,
così quand'ella ci molesta e prieme
sempre si dee sperar che torni al bene.
Speriamo adunque che si volga e muti
ogni fortuna adversa che ci offende,
e che finisca in ben questa battaglia.
Onde per dare a tal speranza aiuto
mandiamo un nostro cavalier che dica
al feroce Acquilino e al buon Traiano
che saltin fuor de la Salaria Porta
con la lor gente ad assalire i Gotti
che se ne stan sicuri in quella parte
né credon che possiam mostrar la fronte:
ma faciangli veder contrario effetto,
ché spesso il mal che giunge a l'improviso
impedisce il discorso e l'ardimento.
Noi potremo anco in un medesmo tempo
spingersi fuor da la Esquillina Porta,
e mandare a la Porta di Preneste
a dire al fier Mundello ed a Bessano
ch'aiutin Magno e facciano il medesmo:
onde saltando fuor da tanti lati
potriano aver da noi molto disconcio;
ché spesse volte l'animoso ardire
accompagnato da sagace ingegno
è favorito dal Signor del cielo,
a cui diletta più l'ingegni e l'arti
ch'abbian le forze deboli ed inferme
che le gran forze con gli ingegni ottusi.
Il ragionar di quel celeste messo
non spiacque al capitanio de le genti;
onde tosto mandò Carterio araldo
a far quell'ambasciata a i dui baroni
ch'avea lasciati a la Salaria Porta:
ed a la Prenestina mandò poi
Lucillo, e gli ordinò ch'andar facesse
il feroce Bessano e 'l fier Mundello
con la sua gente a dar soccorso a Magno
ch'avea molto da far dentr'al Vivaro.
Come quei cavalier furon partiti,
il grande Olimpo alteramente aperse
la sua Porta Esquilina, e si pose ivi
col scudo in braccio e con la spada in mano
per non lasciarvi entrar la gente gotta;
e poi da l'altro lato de la Porta
si pose Pindo, uom di grandezza equale
al fiero Olimpo e di virtute e forza.
Come due quercie sopra un alto colle,
ch'han le radici lor profonde e grosse
e quivi se ne stan senz'aver tema
d'acqua o di gelo o di furor di venti;
così si stavan quei giganti acerbi
avanti a l'Esquilina, ch'era aperta,
senz'aver tema del furor de' Gotti.
Alora il capitan, ch'era a cavallo
sul buon Vallarco, che gli fu menato
tutto coperto di brunita maglia
mentre che stava a diffensar le mura,
se n'uscì fuor de la dischiusa Porta
con molti duchi e cavalieri appresso,
tutti cridando con orribil voce
che facea spaventar la gente gotta;
poi senza indugio si scontrar con essa
con l'aste in resta e con gli scudi al petto.
Alor s'incominciaro a sentir colpi
di dure lance ed urti di cavalli:
e rimbombavan le celate e i scudi
ch'eran percosse da' pungenti acciali;
e si sentiano gemiti e suspiri
di gente che passava a l'altra vita
e 'l terren si coprìa di sangue umano.
Sindosio uccise prima Rodamonte,
ch'era soldato eletto; questi avea
sopra la ripa d'Adige l'albergo,
posto fra Bussolengo e la Corbara.
A questo entrò la lancia in mezz'al naso,
che ratto penetrò fin al cervello,
onde cader convenne a terra morto.
Bessano uccise Daulo, e Ciprïano
diede la morte al giovane Lipoldo;
ma sopra tutti il capitanio eccelso
facea molto fracasso in quelle genti.
Aiutatemi Muse a dir chi foro
i primi ch'egli uccise e chi i postremi.
Il primo fu l'ardito Pinadoro,
ch'era figliuol di Vitige bastardo
e di Cleandra vergine eccellente,
che la madre di lei glie la concesse
per premio, e la fanciulla a suo mal grado
si guadagnò vituperosa dote:
di costei nacque Pinadoro adorno
su la ripa de l'Astigo a Montecchio;
il qual passato fu per mezzo 'l petto
dal vicimperator de l'occidente
al primo incontro de l'orribil asta.
Uccise ancor Cassandro e Tamberlano
e Girotto e Grumalto e Bellapecca,
tutti con l'asta sua nutrita al vento;
poi messe mano a la tagliente spada,
e ferìte di punta il bel Varano
e 'l possente Laverchio e Ruminaldo,
e tutti gli mandò distesi al prato.
Poscia diede a Zamolso un aspro colpo
che gli partì la testa fin al petto:
il che vedendo Vitige si dolse
molto, perch'era suo fratel cugino;
e senz'altro aspettar volse la briglia
e si pose a fuggir verso le tende.
Ma quando i Gotti viddero il signore
correr fuggendo per l'erboso piano,
volsero prima le lor teste intorno
e poi si diero a disonesta fuga:
fuggiano tutti, e Turrismondo ancora
non stette saldo, anzi fuggia tra gli altri
con passi lenti, che parea un leone
che cacciato da' cani e da' pastori
si parte via da le sperate mandre;
e gli par grave pur voltar le spalle,
ma non ardisce contraporsi a tanti.
I buon Romani poi gli tenean dietro,
con tanta occisïon, tante ferite,
che insanguinavan tutta la campagna:
né si vedev'altro che gente morta,
arme spezzate ed uomini e cavalli
feriti e carghi di spumoso sangue.
Il feroce Acquilino e 'l buon Traiano
subitamente ch'ebbero il precetto
del vicimperator de l'occidente
se n'uscir fuor per la Salaria Porta
con la lor gente valorosa dietro:
quivi per aventura Ottario gotto,
che stava a saettar sopra un grand'olmo
e facea molto danno a i buon Romani,
fu da una fiera machina percosso
ch'era sul muro, e gli passò la gola
con un gran dardo che parea una lancia,
ed attaccollo a un ramo di quel olmo;
da cui pendea come se fosse un tordo
che prenda il villanello appresso a l'uva
nel laccio ch'avea posto fra le frondi.
Questo fu quel Ottario il quale uccise
sì crudelmente il suo signor Teodato:
onde 'l ciel gli sortì tant'empia morte.
Usciti adunque i dui baroni eccelsi
con gran furore ad assalire i Gotti
già stupefatti da quel segno orrendo
de la morte crudel ch'Ottario fece,
senza molto addoprar lance né spade,
gli poser tutti prestamente in fuga:
e poi gli seguitor fin a i lor valli
continuamente con ferite acerbe
tal ch'era stanca e l'una e l'altra parte,
questa in donar, quella in ricever morte.
E parimente ancor dentr'al Vivaro
Bessano e 'l fier Mundello e le lor genti,
secondo l'ambasciata di Lucillo,
dieron soccorso a l'onorato Magno:
che fu di tanto peso e tal valore
che 'l dispietato Totila si trasse
indietro alquanto da i ripari aperti;
sopra li quali eran Gualtiero e Grinto
che salton fuori, e poi Lucillo e Magno
e Bessano e Fileno e 'l fier Mundello
con molta buona e valorosa gente:
onde non parve a Totila di starsi
quivi al contrasto di quei gran baroni
che gli portavan manifesta morte;
Però montò sopra 'l suo buon destriero
e correndo fuggì verso le tende:
e lasciò tutta la sua gente in preda
di quei famosi principi romani
che poscia la mandaro a fil di spada;
perciò che pochi ne salvaro i piedi,
che bisognava ben ch'avesser ali
a fuggir da le man di quei soldati.