IL XVI LIBRO
Al fin de l'empia e tremebunda fuga
ch'aveano data i principi romani
al numeroso essercito de i Gotti,
l'invitto capitanio de le genti
tornando indietro a la città di Roma
vide giacer senza presidio alcuno
molte gran torri e machine e tormenti,
ch'avean lasciate i Gotti intorno i muri
quando così vilmente si fuggiro;
onde disse a Traian queste parole:
Barone illustre e di supremo ingegno,
poi che ci ha dato il ciel tanta ventura
che difesi ci siam da gli empi Gotti
e fattoli fuggir dentr'a i lor valli,
fia ben che noi brusiam queste lor torri
e queste molte machine da guerra
che ci han lasciate via fuggendo in preda:
perché aran manco agevole il ritorno.
Or a voi lasciarò questo negozio,
ché tornar voglio dentr'a la cittade
e render grazie al Re de l'universo,
poi che col suo favore avem difese
sì virilmente le romane mura;
e quivi riverdrò tutte le guardie,
acciò che la felice lor difesa
non le facesse negligenti e pigre:
ché spesso l'uom per negligenza perde
quel ch'acquistato primamente avea
con molta diligenza e con fatica,
perciò che densi in conservar le cose
usare i modi e le medesime arti
con le quai primamente s'acquistaro.
Così diss'egli, e ritornossi in Roma;
e 'l buon Traian poi fece porre il fuoco
in tutte quelle machine murali
ch'erano quivi, onde fér tanta fiamma
ch'intorno rilucea per ogni parte:
e come quando il fuoco è stato acceso
in una selva che è sopra un gran colle,
folta di pini e di nodosi abieti,
spargonsi intorno i rilucenti raggi
simili a quei del figlio di Latona;
così la fiamma ne i legnami accesa
mandava in Roma e in tutti sette i valli
un tal splendor, che s'agguagliava al giorno.
I Gotti poi vedendo ch'eran arse
le torri e l'altre machine murali
fatte da lor con gran fatica ed arte,
s'empier di doglia e di timore immenso;
ma più quando mirorono i feriti
e i corpi morti sopra la campagna,
che furon trentamillia e novecento:
tal che non si sentìa dentr'a quei valli
se non batter di palme ed urli e cridi,
che parean giunti a l'ultima ruina.
Da l'altra parte gli ottimi Romani
stavan sui muri, e con diletto e festa
laudavan prima il gran Motor del cielo,
poi la virtù di Belisario il grande
che da tanto furor gli avean diffesi.
Il vicimperador, come reviste
ebbe le guardie intorno a la cittade,
volse che ognuno andasse a prender cibo
e riposarsi fino a la mattina.
Ma quando venne fuor la bella aurora
con le palme di rose e co i piè d'oro,
si levò su da l'ocïose piume
e si vestì di panni e poscia d'arme,
e chiamar fece a corte ogni barone
e tutti i principai de la cittade:
chiamar vi fece ancor Silverio Papa
per fare il suo pensier commune a tutti.
Poi come furon ragunati insieme
in una bella e spazïosa sala,
si levò in piedi e disse este parole:
Signori illustri e di prudenza pieni,
io v'ho fatti chiamare al mio conspetto
perché pensiamo ben ciò che è da farsi
in questa importantissima difesa:
ché da i buoni pensier nascon bone opre.
Noi siamo in Roma co i nimici intorno
ed avem poca vittüaria dentro:
onde ho paura che la nostra gente,
da qualche gran necessità constretta,
faccia nuovi pensier, ché molti mali
da la necessità soglion crearsi.
Però voglio far dare a i miei soldati
sol la metà de i consüeti cibi
e per l'altra metà darli denari,
acciò che meglio si risparmi il grano,
il quale è poco, e non saria bastante
a mantenere un terzo de la gente,
se questo assedio se n'andasse in lungo.
Un altro buon rimedio ancor mi pare
che far si debbia, e fia molto salubre:
mandiam le donne e le persone imbelle
fuor de le mura, ch'andaran per mare
agevolmente a Napoli e Gaeta
e quindi potran ire a Capua, e starsi
senza tema di fame o di disconci
per quello abundantissimo paese,
che è le delizie e 'l grasso de la terra:
io manderò Procopio che le guidi
con Antonina mia fedel consorte,
che farà provedere a i lor bisogni.
Noi poi staremo ad aspettar le biade
e l'aiuto di gente e di denari
che vuol mandarci il domator del mondo,
il qual ridotto s'è dentr'a Bisanzo è
d ammi scritto fermamente ch'egli
manderà qui Narsete con l'armata,
che nel colfo di Larta or si ritruova
con tanta vittüaria e tanta gente,
che noi potremo uscire a la campagna:
e voi, soluti da l'assedio amaro,
vi goderete in libertà gioconda.
Così parlò quel capitanio eccelso:
onde rimase ognun tacito e muto
per la non dilettevole proposta.
Ma il Papa, che fu posto in quella sede
per opra e per minaccie di Teodato
contr'al voler del popolo di Roma,
avendo ancora invidia a l'alta gloria
di Belisario ed al suo gran valore,
perciò che come a l'uom ch'al sol camina
seguita l'ombra, così sempre siegue
l'invidia a quel ch'a vera gloria aspira:
questa sola cangiò l'animo buono
di quel pastore, e gli addombrò la mente,
perché l'invidia l'anima corrompe
come corrompe il rugine l'acciale;
il Papa adunque da l'invidia mosso
più che dal ben che gli avean fatto i Gotti
si pensò di sturbar questo dissegno
al capitanio, onde così rispose:
Illustre capitanio de le genti,
noi speravam per la battaglia orrenda
che fu cacciata via da queste mura
aver minor disturbi e manco affanni;
ché la vostra virtù tant'è miranda,
che darìa speme a gli uomini defonti.
Ma che parole poi debbio dir queste
che sono uscite a voi fuor de le labbra?
Debbiole nominar timide o caute?
Timide no, perché dal vostro cuore
più lunge è la paura che 'l Boote
da l'ombilico o centro de la terra.
Ma come si puon dir sicure e caute,
ch'empieran di terror questa cittade?
Io vi dirò liberamente il vero,
benché la verità che par menzogna
si devrebbe tacer da l'uom che è saggio
per non parer bugiardo a chi l'ascolta;
pur lo dirò, poi che tacer nol posso:
il mandar fuor le nostre donne e i figli
peggio sarìa che dar la terra a i Gotti,
cosa che certo è fuor d'ogni credenza;
ma pur è vera, e la ragione è questa:
che 'l dar la terra a i Gotti ci darebbe
commodità di vittüaria e d'altro,
ma il mandar via le donne apporteracci
se non disagi e dispiaceri e spese.
Poniamo poi ch'elle sicure e salve
possano andare a Napoli e Gaeta è
d'indi a Capua e in quelli almi paesi,
che è cosa difficillima a sperarlo;
ma chi le guarderà come sian ivi?
perciò che i Gotti numerosi e molti
vi manderanno parte de la gente
e prenderan quelle città per forza:
e quivi aran tutte le cose nostre,
ché le case van dietro a le cittadi,
le cittadi a i paesi e quelli al mondo,
sì come il mondo è sottoposto a Dio.
Noi poscia gli darem la terra nostra
con peggior patti e con maggior vergogna
sol per ricuperar sì cari pegni.
Dunque meglio è tener le nostre donne
e i nostri cari figliuolini e i padri
appresso noi, perché patendo fame
troverem modo d'acquistarli il pane,
che non si poria far se fussen lunge:
ancora avemo in voi tanta speranza,
e nel prudente vostro alto consiglio,
che di Sicilia o d'Africa o di Puglia
ci verrà tanta quantità di grano
che ci disciolverà tutto 'l periglio,
che mancar possa vittüaria a Roma;
e quando questo ci abbandoni e lasci,
non lascieracci la bontà divina,
che a noi farà trovar qualche buon modo
da non star sempre con la morte a canto.
Dietro al parlar di quello alto pastore
s'udiron molti gemiti e suspiri
mandati fuor da lacrimosi volti,
né però ardiva alcun spiegar la voce;
ma stando queto ognun, levossi in piedi
Amulio, uom grave e d'eloquenzia rara,
Amulio, ch'era consule quell'anno,
da cui discese poi l'Amulia prole
ch'ornò Vinegia di preclari ingegni;
e sciolse la sua lingua in tai parole:
Veramente, signor, quella sentenza
mi parve sempre ed ottima e prudente
che solea dire il gran dottor di Samo:
che noi debbiam scacciar con molta cura
la infirmità dal corpo e l'ignoranza
da l'alma e la lussuria da la carne;
e sopra tutto aver pensiero e cura
di estinguer la discordia de le case
e le sedizïon de le cittadi.
Questo veggi' ora e necessario e vero,
ché la discordia de le nostre voglie
ci poria parturir molta ruina.
Spesso quel che par dolce al primo gusto
ci reca poi qualche dolore amaro.
Chi non sa ch'egli è dolce avere accanto
la moglie e i figli e i cari suoi parenti?
ma vederli da poi morir di fame
e non poterli dare alcuno aiuto
saria dolor poco minor che morte.
Però il mandarli in un sicuro luoco
ov'abbiano abbondanza d'ogni cosa
mi par prudente ed ottimo consiglio;
massimamente che in campagna sono
infiniti di noi che v'han poderi
e case e mercanzie, servi e clienti:
sì che andaranno ne gli alberghi loro
a fare i lor raccolti di formenti,
d'olii, di vini e di diversi frutti,
parte de' quai potran mandarci a Roma;
che aiuteranci a sustener l'assedio.
E così quivi si staran sicuri
senza tema di fame o d'altro male,
cosa che non saria restando in Roma:
ove arian molta carestia di grano
e d'altre cose necessarie al vitto.
Né si dee dubitar che debbia andarvi
la gente gotta a far danno e rapina,
che non son iti mai pur a la strada
ch'Appio censor fece munir da Roma
in fin a Capua, e lastricar di pietre;
e se v'andasser pur, sarian difese
dal forte Erodïano in quelle terre,
perch'ivi ha gente ed ottima ed eletta.
Napoli ancor ha le più forti mura
ch'abbia l'Italia, onde saran sicure
le nostre donne quivi e ben difese.
Poi se vi fosse alcun timor di male
il capitan non manderìa con esse
la sua diletta ed ottima consorte.
Io dirò pur ancor questa parola:
che i signor preti, che non han mogliere,
non devrebbon giamai con tanta cura
voler tener le donne nostre appresso,
che parturisce a noi qualche suspetto;
poi non è degno di chiamarsi Papa
né re colui che 'l ben de la sua terra
con li suoi proprii commodi misura:
né si può dir che 'l darla in man de' Gotti
ci potesse reccar presidio alcuno,
anzi sarebbe un desolarla tutta;
ma spero in Dio ch'ella ci fia servata
da la virtù di Belisario il grande.
Ancor questo dirò, che noi devremmo
riferir grazie al gran Motor del cielo
ch'ha messo in cuore a questo almo signore
non sol di conservar questi edifici,
ma dar la vita a le dilette donne
nostre, a i nostri fanciulli, a i nostri padri
ed anco a noi, perciò che non è vita
la vita che non ha donde nutrirsi.
Mandiamo adunque via la gente imbelle
et ubidiamo al capitanio eccelso;
e non guardiamo a la eloquenzia grande
di quel summo Pastor che ha contradetto:
perché il parlar con eloquenzia ed arte
muove la gente scioca, e non i saggi.
Io sarò il primo, e manderò la moglie
con cinque figliuolini entr'a Gaeta
e ventiquattro servi e venti serve;
e sol tenirò meco quei famigli
che mi soglion venir con l'arme dietro
e che son atti a diffensar le mura.
Questo parlar del consule fu grato
quasi a la maggior parte de le genti;
e poi fu dato cura al buon Traiano
ed a Procopio di essequirlo tosto:
onde, come fu sciolto il gran consiglio,
subitamente se n'andaro insieme
col consule e 'l pretor de la cittade
di strada in strada ad ammunir le genti,
facendoli chiarir da i lor trombetti
con basse e modestissime parole
che 'l dì seguente si dovean partire
e prendere il camin verso Campagna:
onde chi con piacer, chi con dolore
udì quel grave e necessario editto.
Quando poi la mattina il giorno apparve,
una infinita turba di mortali
sen venne al luoco nominato Ripa:
e quivi ritrovò che 'l buon Procopio
fatto avea preparar navigli e burchi;
onde Antonina prima andò sovr'uno
di quei con molta compagnia di donne
illustri e chiare e di belezza adorne,
poi furon gli altri in un momento pieni
di fanciulli e di femine e di vecchi;
e quindi andaro a la città di Porto
per avviarsi a Napoli e Gaeta
su l'ampio dorso del fratel di Giove:
ma non pur sol quel celebrato fiume
portò sul corno suo la gente imbelle,
ma la strada ivi accanto era coperta
d'uomini a piedi e d'asini e giumenti
con fanciuletti e con persone inferme;
e si vedeano ancora andar fra questi
le feminette coi bambini al petto
o con le cune in collo, ed affrettarsi
le monichelle e i podagrosi e i frati,
che parea cosa misera et orrenda.
Né solamente fuor di questa porta
andò la gente, ma da la Capena
tanta n'uscìo, che tutta l'Appia ancora
era coperta d'uomini e di donne,
chi a piedi, chi a cavallo e chi in carretta,
che prendeano la via verso Campagna.
E come, uscendo fuor de i loro essami
quando 'l sol passa dal Montone al Tauro,
le pecchie volan numerose insieme
per ritrovarsi un più capace albergo
ove possan dispor la cera e 'l melle:
né, perché il villanel percuota il rame,
tornasi a dietro, anzi s'assidon tutte
sopra qualche arboscello a la foresta
per esser poste ne i novelli essami;
così quel popol nomeroso ch'era
di Roma uscito se n'andava insieme
per l'Appia a procacciar sicura sede.
Poi che partita fu quella brigata,
il vicimperador de l'occidente
attese a custodir la gran cittade,
ne la quale era rintuzzata alquanto
l'estrema carestia de le vivande
dal dipartir di quella inutil gente;
ma nuovo caso che da poi gli occorse
gli fece usar più diligenza ancora,
e mutar spesso e visitar le guardie.
Burgenzo, come intese la sentenza
del Papa, e che 'l buon consule di Roma
contradetto gli avea con molto ardire
- perché Sulmonio gli avvisava sempre
i consigli e i disconci de i Romani -
si pensò che potea quella contesa
aver talmente l'animo del Papa
offeso, che sarebbe in lor favore;
e poi sapea ch'era inclinato molto
al ben de i Gotti, e farli ogni piacere,
perché da lor fu posto in quella sede.
Ancor sapea che spesse volte i preti
han così volto l'animo a la robba,
che per denari venderiano il mondo:
però fé noto al re questo pensiero,
e di comun parer fecen tentare
il Papa, se volea darli una Porta
da potervi introdur la gente gotta,
che doneriano a lui molto tesoro;
e prima gli mandar certi bei doni
di ricchi vasi e prezïose gemme.
Silverio al suon de la moneta aperse
l'orecchie, ed accettò tutti quei doni;
poi cominciossi a contrattar del modo
da potersi essequir questo negozio,
che fu di tòr la notte in San Giovanni
molti baroni e principi de i Gotti
che poscia aprisser l'Asinaria Porta
e facessinvi intrar tutto quel stuolo
che fosse preparato in quella parte:
e fur mezzani a questa pessim'opra
Cupidio e Filocrifo, antichi amici
d'Erronio e di Sulmonio e di Burgenzo.
Questi trattor col Papa quell'accordo;
ma non sofferse la Divina altezza
che sì fiero pensier sortìce effetto:
perché mandò l'angel Nemesio in terra
a contraporsi a quell'empio disegno,
Nemesio, distruttor d'ogni speranza
quand'è più ferma e più vicina al fatto:
onde parlò con Belisario il grande
sotto la forma di Cupidio e disse:
Illustre capitanio de le genti,
perché nel corso de la nostra vita
debbiam guardarsi con estrema cura
da la nascosa invidia de gli amici
non men che da le insidie de i nimici,
che 'l beneficio e 'l nutrimento suole
far mansüete l'acquile e i leoni,
ma l'uomo invidïoso ognor s'inaspra
quanto più benefici a lui son fatti:
Però vuo' dirvi un tradimento grande
che l'invidia d'un nostro v'apparecchia,
e l'insidie continue del nimico.
Questo Silverio ch'è nostro pastore
di nome, ma di cuor lupo rapace,
mosso da invidia de le vostre lode
e da somma avarizia, che possiede
troppo aspramente l'anime de i preti,
non riguardando i benefici avuti
da Dio né da quest'ottima cittade
né dal vostro valor che l'ha defesa,
s'è convenuto co i nimici nostri
di tòrne molti dentro da le mura
per l'acquedutto che menar solea
tra l'Asinaria Porta e la Maggiore
l'acqua che Claudio già conduce in Roma;
e queste genti dén pigliar la porta
e poi tòr entro tutto quanto il stuolo
che sarà preparato in quella parte,
per arder e spogliar tutte le case
e mandar le persone a fil di spada.
Ma perché non crediate ch'io v'inganni,
mandate quivi un'ora avanti 'l giorno,
ché troveranlo sigillare i patti
con Filocrifo e con Dolosio Gotto;
e troveranno ancor ne l'acquedutto
segni di questa cosa ch'io vi parlo.
Così disse, e sparì come un baleno;
onde 'l gran capitanio, che conobbe
ch'era messo di Dio, si volse al cielo
con gli occhi fissi e con le palme giunte
e disse: O Re de la celeste corte,
che non spinge l'alme de i mortali
l'oro e l'argento e i prezïosi doni?
L'oro de i Gotti ha spinto il gran pastore
che vicario di Cristo esser dovea
a vender la sua patria a gli infedeli:
ma tu, Signor del ciel, non hai patito
che un sì gran tradimento si nasconda;
onde col cuore e con la mente umìle
rendo ampie grazie al tuo valore eterno
che da tanto periglio ci diffende.
Così detto poi mandò Traiano
a scoprir quel trattato in San Giovanni
ed a condurgli ne la sua presenza;
poi disse anco a Teogene ch'andasse
nel predetto acquedutto, e ritruovando
segni che quivi fosser stati e' Gotti,
dovesse chiuder ben tutta la strada
che preparavan per venire in Roma.
Così comesse il capitanio eccelso,
e Traiano e Teogene n'andaro
senza alcuna dimora ad essequirlo,
e nel sonare appunto de le squille
si dipartiro ed aspettaro il tempo
e l'ora del fornir del matutino,
e da poi se n'entraro a l'improviso;
e quivi ritrovàr Silverio Papa
con Filocrifo e con Dolosio Gotto,
che gli sottoscrivea quel fiero accordo.
Non altrimente si conturba e trema
al non pensato aggiunger del marito
l'adultera moglier che col suo amnte
si truova còlta, e più non può celarsi,
come fece il gran prete essendo còlto
a sottoscriver quei nefarii patti.
Alora il buon Traian tolse la carta
di mano a lui che già volea squarciarla
e disse: Almo signor, non vi sia grave
di venir meco a Belisario il grande
a cui voglio portar questa scrittura;
ch'ubidir mi conviene a i suoi precetti.
Il Papa, che si vide in forza altrui,
ancor ch'a suo mal grado lo facesse
salì sopra una mula, ed andò seco.
Teogene da poi se n'uscì fuori
per quella porta che or Maggiore è detta,
e ratto se n'entrò ne l'acquedutto;
e quivi ritrovò molti signalli
di cera sparsa e di lucerne estinte,
ché v'eran stati poco avanti i Gotti,
ed eran iti in mezzo a la cittade;
ma ritrovando chiusa quella buca
onde poteasi uscir fuor del gran foro
tolsero un sasso, e lo portaron seco
per volerlo mostrare al lor signore:
e Teogene alor, visti quei segni,
provide accortamente al gran periglio
col chiuder bene il buco e porvi guardia;
poi fatto questo subito partissi,
ed in quel tempo giunse al gran palazzo
Traian col Papa e con Dolosio Gotto
e gli altri ch'avea colti in quel trattato,
e gli condusse a Belisario il grande
e dimostrolli i sottoscritti patti.
Il che vedendo l'infelice Papa
non volse denegar quel ch'era chiaro,
ma disse lacrimando in questa forma:
Signor di gloria e di prudenzia pieno,
conosco ben ch'al mio terribil fallo
non si può ritrovar pena sì grave
ch'ei non la merti: fate adunque voi
ciò che vi par di me, volgendo gli occhi
a quel che a l'onor vostro si convenga
ed a l'utilità de l'alta impresa,
e non a i sventurati miei pensieri.
A cui rispose Belisario il grande:
Padre, non padre già ma fier nimico
de la chiesa di Cristo e de la fede,
poi che vi truovo in tanto errore incorso
io farò convocare in questa piazza
il buon senato e 'l gran popol di Roma
e tutti quanti i capitani e i duchi
di questo nostro glorïoso stuolo,
i quai consiglieran ciò che è da farsi
nel vostro grave e periglioso eccesso.
Certo voi devevate aver nel cuore
come i pensier che sono empi ed audaci
han quasi sempre miserabil fine:
perciò che 'l viver queto e'l contentarsi
de la fortuna che ci ha data il Cielo
mai non conquassa, anzi mantien le case.
Così diss'egli, e poi menar lo fece
in una stanza nobile e sicura
fin che si convocasse il gran consiglio.
In questo mezzo giù dal ciel discese
l'angel Palladio, il quale avendo tolta
la vera effigie del canuto Paulo
disse al gran Belisario este parole:
Illustre capitan, luce del mondo,
il scelerato, pessimo et orrendo
caso che è pervenuto a vostre mani
si bisogna curar con gran destrezza,
e non lasciarsi spingere al furore:
perché i pensier de i furïosi e quelli
de i scelerati son fratei germani;
e Dio, se ben è in cielo, e par sì lunge,
vede però le cose de' mortali,
et ha in odio colui che le sue mani
si brutta e tinge in sangue di prelati:
ch'ei sol vuol esser quel che gli punisca.
Non conducete adunque entr'al consiglio
il Papa, ch'averia qualche disconcio:
perché la moltitudine commossa
non si può regular come si vuole,
che guarda solo a le presenti cose
e mai non suol pensar circa il futuro.
Deponetelo pur de l'alta sede,
perch'ei non è legittimo pastore,
che eletto fu per la violenza gotta
a malgrado del popolo e del clero,
né confirmollo il corretor del mondo;
e sempre i non leggitimi pastori
han poca cura de' commessi greggi
né mai son grati a la bontà divina.
Poi fate porre un altro in quell'officio,
mandando questo al nostro alto Signore
il qual farà di lui ciò che gli paia:
ma gran pena gli fia vedersi privo
di così degna e glorïosa altezza
e ne la sede sua vedervi un altro:
ché quando l'uom non è quel ch'esser suole
vive una vita pessima ed amara.
Poi si consumerà di tanta invidia,
che non arà mai ben la notte e 'l giorno;
perché la invidia è un mal fra tutti e' mali
ingiustissimo e giusto, che offendendo
i buoni è piena di giustizia immensa:
ma giusta è poi perché consuma e rode
colui che l'ha, né mai quetar lo lascia.
Ancor vi voglio dir quel che mi disse
un amico di Dio, ch'era profeta,
di alcuni Papi che verràno al mondo:
e queste fur le sue parole espresse.
La sede in cui sedéte il maggior Piero
usurpata sarà da tai pastori,
che fian vergogna eterna al cristianesmo:
ch'avarizia, lussuria e tirannia
faran ne' petti lor l'ultima pruova;
ed aran tutti e' lor pensieri intenti
ad aggrandire i suoi bastardi, e darli
ducadi e signorie, terre e paesi,
e concedere ancor senza vergogna
prelature e capelli a i lor cinedi
ed a i propinqui de le lor bagascie:
e vender vescovadi e benefici,
offici e privilegi e dignitadi
e sollevar gli infami, e per denari
rompere e dispensar tutte le leggi
divine e buone, e non servar mai fede;
e tra veneni e tradimenti ed altre
male arti lor menar tutta la vita
e seminar tra i principi cristiani
tanti scandali e risse, e tante guerre,
che faran grandi i Saraceni e i Turchi
e tutti gli avversari de la fede.
Ma la lor vita scelerata e lorda
fia conosciuta al fin dal mondo errante:
onde correggerà tutto 'l governo
de i mal guidati popoli di Cristo.
Così disse quell'angelo, e spario;
onde 'l gran capitanio de le genti
fra sé rimase stupido e suspeso:
ma pur se n'andò poi nel gran consiglio,
ragunato nel foro appresso i rostri,
e cominciò parlare in questa forma:
Signori adorni di prudenza e senno,
il gran pastor de i batteggiati greggi,
non risguardando a i benefici avuti
da Dio, né da quest'inclita cittade,
ci volea vender tutti agl'infedeli:
e lo facea, se la bontà divina,
ch'ebbe cura di noi, non ce 'l scopria;
ond'io l'ho fatto ritrovar sul furto
coi patti sottoscriti di sua mano
e confessati da la propria bocca.
Però mi par che noi debbiàn deporlo
de l'alto officio e di quell'ampia sede
ove contra le leggi esser si truova;
e porre in luogo suo novel pastore
che leggittimamente sia creato:
ch'a mio giudizio contentar debbiànsi
di questa pena, e non gli tòr la vita;
perché le pene deboli e leggiere,
se ben non hanno in sé molto terrore,
pur son laudate spesso da le genti:
poi manderènlo al correttor del mondo
ed ei farà di lui ciò che le paia.
Com'ebbe detto questo, legger fece
i patti sottoscriti di sua mano,
e gli mostrò Dolosio e Filocriso
che gli manifestor tutto quel fatto.
Alora un mormorio tra quella gente
s'udì come d'un vento quando muove
l'onde, e le fa muggire intorno i scogli,
e si sentì cridar da molte voci:
No no misericordia: morte, morte;
puniscasi col capo un tal delitto
che facea desolar la patria nostra.
A cui rispose il capitanio eccelso:
Noi penseremo intorno a questa cosa
maturamente; or provediam d'un altro
pastor che regga meglio il nostro gregge.
Io penso che fia buono a tanto officio
Vigilio, che è dïacono in San Pietro,
che mi par buono e dotto, e studia sempre;
ché sì come l'avaro mai non sazio
si truova d'oro, così l'uom ch'è dotto
de la scïenza mai non è satollo,
perché quanto più sa, saper più brama.
Facciànlo adunque ed elegiànlo Papa,
se ben non è di grado equale a molti:
ché dar si denno gli uomini a gli offici
e non gli offici a gli uomini, ché meglio
l'uom di valor fa dignitate al grado
che non fa il grado dignitate a l'uomo.
Così diss'egli, e ognun lodò il suo detto;
e senza indugio alcun, senza contrasto
il buon Vigilio fu creato Papa
da l'onorato popolo di Roma,
ch'alor non lo elegeano i cardinali;
ma settecento e quindeci anni dopo
concessa fu per Nicolao secondo
la elezïon del Papa a i sacerdoti
di Roma ed a sei vescovi propinqui
che poi fur nominati cardinali:
cosa che invero fu salubre e buona
per le pazzie del popolo diviso,
ché quelle leggi son veraci e sante
che pongon freno a la licenza umana.
Come Vigilio fu creato Papa,
il vicimperador de l'occidente
lo confirmò, dapoi così gli disse:
Almo pastore, arete omai la cura
di ammaestrare i popoli di Cristo:
ma se regolerete ben voi stesso
più l'essempio farà che le parole.
Guardatevi anco da gli assentatori
che menano i signor dove a lor piace,
perché 'l signor dà volentieri orecchio
al delator più che a null'altra gente.
Ancor sarete diligente e pio,
verace e giusto e senza invidia alcuna,
vincendo il sonno e la lussuria e 'l ventre:
perché 'l sonno impedisce i bei negozi
e 'l ventre offende il corpo e l'intelletto
e la lussuria ogni età nostra macchia
di grave nota, e la vecchiezza estingue.
Poi vi ricordo di schermirvi bene
da l'avarizia, da la fraude ed ira:
ché l'ira mena l'uom dov'ei non vuole
e l'avarizia ogni virtute adombra,
ché l'uomo avaro non suol far piacere
a le persone mai se non morendo;
la fraude è poi molto inimica al vero,
al vero che è cagion di tutti e' beni
ch'abbia da Dio la nostra specie umana.
E sopra tutto siate sempre grato
de i benefici avuti da le genti
e dal Signor del ciel, ch'esser dee l'uomo
grato col cuor, se no 'l può far con l'opre:
perché il cuor grato avanza ogn'opra umana;
né fate ad altri quel che non vorreste
che fosse fatto parimente a voi,
né vi curate misurare il mondo
né i varii movimenti de le stelle,
ma misurate tutte l'opre vostre:
ché quei ch'han misurato e cielo e terra
si den stimare audaci, e non veraci,
e meglio fa chi se medesmo intende
e che de l'opre sue risguarda il fine.
Non farete anco disputar sovente
de la gloria del ciel né del volere
di Dio né perché prese umana carne
per liberarci da l'eterno danno:
ché Dio s'intende meglio con la fede
che con dispute e ragioni umane.
Ma a che vado io più discorrendo questi
buoni precetti de la vita nostra?
Ché meglio voi gli arete da gli autori
prudenti e saggi, che di loro han scritto,
che da la viva voce d'un soldato.
Così diss'egli, e poi basciolli i piedi
sì come a vero successor di Pietro,
e tutti gli altri fecero il medesmo;
poi fatta quella cerimonia prima,
l'accompagnaron lieto a San Giovanni:
quivi l'assiser sopra un'alta sede
di veluto rosin coperta e d'oro
e per le man del vescovo Ostïense
fu coronato d'una mitria tonda,
che la futura età l'appellò regno,
con tre corone cariche di gemme
che parean lumi di doppieri accesi;
e dopo queste cerimonie ed altre
l'accompagnaron ivi entr'a l'albergo
e ritornaro a i loro alti negozi.
Il vicimperador de l'occidente,
coronato che fu il novel pastore,
venne al palazzo, e disse al buon Traiano:
Barone illustre e di supremo ingegno,
poi che l'acerbo ed empio re de' Gotti
tenta con tradimenti e con inganni
tòrci la nostra amplissima cittade,
fia ben che noi con stratagemi ancora
gli rispondiamo, e che tentiam di fare
sopra l'ingannator cader l'inganno.
Però mi par che voi debbiate andarvi
con cinquecento cavalieri armati
fuor de la Porta onde si porta il sale;
e porvi sopra un tumulo, e star ivi
con gli archi intenti e le saette in mano:
e se i Gotti verranno ad assalirvi,
non oprate con lor lance né spade
ma solamente le saette e gli archi;
e come tutte poi le arete spese,
ponetevi a fuggir verso le mura
velocemente e senza alcun timore,
che vi riceveremo entr'a le porte.
Così gli disse Belisario il grande,
e 'l buon testor de i bellicosi inganni
co i cinquecento cavalieri armati
se n'uscì fuor per la Salaria Porta;
et andò verso un tumulo a man destra
che gli avea mostro il capitanio eccelso.
I Gotti poi ch'avean dolore e sdegno
che 'l tradimento lor fusse scoperto,
come ancor vider cavalieri armati
uscire arditamente a la campagna,
cosa che prima non avean veduto,
saliron tutti in un furore estremo
e preson l'arme, e corseno a trovarli
senz'alcun minim'ordine di guerra:
inanzi a tutti Turrismondo altero
andava e poscia Vitige e Aldibaldo,
Argalto, Teio, Totila e Bisandro
con infiniti cavalieri e fanti.
Da l'altra parte gli ottimi Romani
stavan con gli archi intenti a la difesa,
e non spendean le lor saette indarno:
ma le fermavan tutte ne le membra
di ben disposti giovani e feroci,
tal che se ne vedeano andare al piano
continüamente, e insanguinar la terra.
Traiano uccise il scelerato Arnolfo,
ch'era cugin d'Argalto e di Prïaldo,
bestemiatore e sodomito e ladro
e quasi infamia del paese gotto:
e colsel drittamente in una tempia,
che tutta la passò fin al cervello,
e lo distese morto su l'arena.
Uccise poi l'acerbo Maccarotto,
Salucio e Catinaro e Palmarino
e Nervio e Pontefuro e Malmarano
l'un dopo l'altro co' diversi strali.
Arasso uccise Caspio e Montacuto,
che fu fratel del perfido Belambro;
Sindosio e Grinto ancor facean gran colpi
con le saette dei fortissim'archi,
e tutti gli altri cavalieri eletti
ch'erano usciti fuor col buon Traiano
facean del suo valor pruove mirande.
Ma i Gotti, ch'eran numerosi molto,
succedean sempre in luogo de gli estinti:
e Turrismondo con Gradivo inanzi,
col scudo in braccio che parea una selva,
saliva a poco a poco sopra il colle
gridando sempre: O generosi Gotti,
avanti, avanti contra questi cani;
cacciànli giù de l'occupato colle,
perché son pochi, e non potran durare
con noi che siam più forti, ed abbiam nosco
una infinita turba di soldati
e 'l buon favor de l'angelo Gradivo.
Alor vedendo gli ottimi Romani
ch'aveano spese le saette, e vòte
erano omai tutte le lor faretre,
si poseno a fuggir verso la terra
come ordinolli il capitanio eccelso:
e tutti i Gotti gli correano dietro,
ma far non gli potean noia né danno,
ch'avean cavalli men veloci al corso
né ben sapeano usar saette ed archi.
Come i Romani giunsero a la Porta,
Lucillo e gli altri ch'erano a la guardia
callaro il ponte e gli raccolsen entro,
e poi subitamente lo levaro:
il che vedendo i numerosi Gotti
deliberaron di passare il fosso;
ed eran folti su per l'orlo come
mattoni crudi avanti le fornaci
in drezza, posti al sol per asciugarli;
quand'ecco udirsi giù da l'alte mura
un ribombar di machine e tormenti
ed un gettar di ferramenti e sassi
rotondi e grossi e di mirabil pondo,
con tanto aspro furor, tanta ruina,
che parea che la terra e 'l ciel cadesse.
Questi giungendo fra la gente gotta
ogni cosa frangean che gli era opposta:
onde vedeansi andar per l'aria teste
e braccia e gambe d'uomini defonti,
e volar scudi e lance per lo piano,
ch'era coperto già tutto di sangue,
di corpi morti e di cavalli e d'arme.
Né fa più fiero strepito o fracasso
fulgure ardente che dal ciel discenda
quando percuote gli arbori o le torri,
di quel che feccion quei tormenti orrendi
e quelle fiere machine di guerra;
onde i soldati che rimaser vivi
e i duchi e i cavalier senza dimora
si posero a fuggir verso i lor valli:
né si ritenner mai fin che non furo
cinti da quei grandi argini e ripari.
Il capitanio poi quand'ebbe visto
che 'l stratagema suo successe appunto
come avea dissegnato entr'al pensiero,
s'allagrò molto, e dopo questo fece
essaminar Dolosio e Filocriso;
poi fece che l'acerbo Violentillo
gli ponesse a la fune, onde per quella
doglia crudel che non potean patire
scopersero i compagni del trattato,
che molti furo: e nominor fra gli altri
Massimo senatore, il cui bisavo
a l'imperio di Roma fu promosso
poi ch'ebbe ucciso quel ch'Aezio estinse
per sdegno e duol de la stuprata moglie.
Belisario intendendo de le genti
nobili che avean parte in quel trattato,
ebbe gran doglia, e con più intensa cura
voltò la mente a custodirla meglio:
onde a le porte primamente fece
mutar le chiavi, e farne far de l'altre
più forti e molto varie da le prime;
fece mutar ancor tutti e' custodi,
e poi faceali riveder la notte
e notar tutti quei ch'erano absenti
da i luochi deputati a le lor guarde
per farli poi punir quand'era giorno
e passar crudelmente per le picche.
Facea sonare ancor lïuti ed arpe
su per le mura, acciò che tra quei suoni
stesseno meglio a le vigilie intenti;
et ordinò che quei ch'andavan fuori
de la città la notte a far le scolte
menasser seco un numero di cani
per sentir meglio l'orme de i nimici.
Così disposte e riformate tutte
le diligenti guardie de la terra,
ordinò di mandar Silverio Papa
con quei che Filocriso avea scoperti
complici suoi per mar fino a Bisanzo:
ben che Sulmonio non poteo mandarli;
né 'l falso Erronio, perch'eran fuggiti
come sentiro il sostener del Papa,
ed eran iti a ritrovar Burgenzo.
Il capitanio poi dimandar fece
Massimo senatore, e così disse:
Signor di sangue e di richezza illustre,
io vi vuo' dir liberamente quello
che ho dentr'al cuor, perciò che 'l dire il vero
sta bene a tutti quei che non son servi.
Voi siete come complice del Papa
stato accusato a noi, con altri ancora
che volean vender questa patria a i Gotti;
né so pensar che causa v'abbia mosso,
essendo ricco ed onorato tanto
quant'alcun altro de la terra vostra
e di sangue notabile e regale.
Ma quel ch'aspira a cose altere e nuove
de le presenti sue non si contenta.
Però voglio mandarvi entr'a Bisanzo
col Papa e con quest'altri a noi suspetti
per starvi appresso al correttor del mondo.
Ben vi ricordo di recarvi a mente
che chi non ha i pensier come uom mortale
suole aver brieve e mal felice vita.
Così gli disse, e poi chiamò Navarco,
fratel d'Arasso, e gli comesse ch'egli
togliesse la galea che stava a Ripa
e vi ponesse tutti quei signori
e conducesse loro entr'a Bisanzo
e poi gli desse al correttor del mondo
ch'avesse a far di lor ciò ch'a lui paia.
Massimo se n'andò contra sua voglia
col buon Navarco, e non poteo far altro;
né poté dir le apparecchiate scuse
che volea fare a Belisario il grande:
e così fece il papa e gli altri tutti;
e giunti a Ripa andòr sopra il gran legno,
e co i remi arrivor fin a la foce
del Tebro, e poi con le gonfiate velle
salir su l'ampio dorso di Nettuno
che gli condusse al destinato luoco.
E mentre che facean questi negozi
e che la fame s'aggrandiva in Roma,
venne un corrier ch'avea nome Giberto,
ch'era partito quello istesso giorno
da Napoli, e venuto in undeci ore
che dodici cavalli avea mutati;
e giunto avanti il capitanio eccelso
gli appresentò la carta d'Antonina
sua moglie che dicea queste parole:
Illustre mio signor, gloria del mondo,
noi siamo aggiunti in quest'alma cittade
che si nomò da la Sirena estinta;
ed attendiamo ad alloggiar le genti
e provedere a i lor maggior bisogni.
Poi venne questa notte una fregata
che ci mandò Narsete da Messina;
e scrive ch'egli è giunto con la gente
quivi, ed attende alquanto a ristorarla:
poi verrà tosto a la città di Roma
con vittüaria assai, com'ei vi scrive
in queste carte sue ch'ora vi mando;
né so s'io debbia dirvi anco un prodigio
ch'apparso è qui per volontà del cielo.
Molt'anni son che quivi una figura
fu fabricata al corso de le stelle
di quadretti di marmi come dadi,
di color varii, che congiunti insieme
avanza di vaghezza ogni pittura,
e s'appella Mosaico da le genti.
Questa era Teodorico re de' Gotti,
e fabricata fu da un Eremita
ch'era mago ed astrologo eccellente:
ei pose in essa ciò ch'al regno gotto
intervenir devea di tempo in tempo;
onde cadendo il capo a quella imago,
Teodorico passò di questa vita;
poi come il ventre ad ella si disciolse
ott'anni dietro, Atalarico morse:
ma quando quelle parti che l'uom cela
cadéro, giunse Amalasunta al fine.
Ora al venir del messo di Narsete
cadute son le coscie e le genocchia
di quella statua con le gambe e i piedi,
né di lei più si vede alcun signale.
Il che vuol dinotar, come s'afferma,
che distrutta sarà la gente gotta:
e priego Dio che sia per le man vostre.
Com'ebbe letta Belisario il grande
questa carta gentil de la consorte,
si pose a legger l'altre del pachetto;
ed ecco un uom tutto affannato in vista
gli venne avanti, e disse este parole:
Illustre capitanio de le genti,
io vengo a dirvi una novella amara:
ma sempre si dén dire a i lor signori
tutte le nuove o prospere od adverse,
acciò che possa provederli in tempo.
Perduta avemo la città di Porto.
Il capitanio udì con molta noia
quella molesta e pessima novella,
e disse al messo: Non t'incresca dirmi
come ci han tolto sì opportuno luoco.
Alora il cavalier, ch'era nomato
Pistofilo, gli disse in questa forma:
Sta mane appunto nel spuntar del sole
s'aprì la Porta, e fu callato il ponte
per lo qual s'esce fuori in ver levante;
e poi sovr'esso fu condutto un carro
da quei di fuori, carco di sarmenti:
e dietro v'era Totila in aguato,
il qual si fé subitamente avanti
ed intrò ne la Porta, e poscia uccise
Gagliardo e Beraldin, ch'eran sovr'essa;
et andò con furor verso la piazza
ferendo ed uccidendo assai persone.
Il fiero Armano poi ch'entr'al palazzo
si stava come udì quel gran tumulto
subito armossi, e se gli fece contra
ed affrontollo, che parea un cengiale
che vede il cacciator con l'arme in mano,
e senza tema de la propria vita
con molta furia se gli avventa addosso;
così facea quel valoroso Armano,
Ch'andava adosso Totila menando
sempre possenti e dispietati colpi,
tal che facealo ritirarsi indietro
a poco a poco, ed e' spingeasi avanti:
e senza dubbio alcun l'arebbe morto,
se 'l ciel non gli mandava altro soccorso;
perch'era con Armano il popol tutto
e Totila avea poi pochi guerrieri,
e quelli pochi ancora eran feriti
da i sassi che piovean da le fenestre
e giù da gli alti tetti de le case.
Totila alora avea sì poca gente
perciò che ne l'entrar dentr'a la terra
il ponte levador, ch'era sul fosso,
dal peso del gran carro e da i soldati
che v'eran sopra rüinò ne l'acqua,
e Totila rimase entr'a le mura
con quei guerrieri che trovossi accanto:
ché gli altri tutti si restor di fuori.
Ma se color che custodian la Porta
l'avesser chusa, essendo rotto il ponte,
non gli potea venir soccorso alcuno:
onde 'l superbo Totila sarebbe
giunto a l'ultimo dì de la sua vita;
ma ciò non piacque a la divina altezza,
forse per flagellar l'Italia stanca.
Teio, come si vide esser di fuori,
corse a una casa, e prese assai legnami
e fece far subitamente un ponte
che sovr'esso passò tutta la gente;
e se n'andò dov'era la battaglia
con gran furore e smisurati cridi.
Alora cominciò ritrarsi a dietro
il fiero Armano, e gir verso il castello:
perché ferito fu nel braccio destro
d'una saetta che gli dié gran noia.
Questo vedendo il populazzo vile
s'ascose tutto dentro a le sue case,
Totila poi seguì con grande ardire
la sua vittoria, e pose tutti e' fanti
circa 'l castello per voler pigliarlo:
onde vedendo noi ch'eravam dentro
non aver vittüaria e manco forze
da poter contraporsi a tanta gente,
tentammo di voler rendersi a patti,
salva la robba e salve le persone.
Ma Totila non volle, e poi tentammo
di salvar solamente le persone:
ed ei si contentò, ma volse i capi
nostri tutti prigion ne le sue mani,
poi lasciò l'altra gente andar senz'arme
così partimmi quindi, e me ne venni
di lungo a ritrovar la vostra altezza.