IL XVII LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Ben era stata la novella amara

al vicimperador de l'occidente

d'aver perduto un sì mirabil porto:

perché traea molto soccorso quindi

contra l'acerba ed importuna fame

che si spargea per la città di Roma

ed era omai troppo crudele ed aspra.

Or mentre che si stava in quei disagi,

l'angel Gradivo giù dal ciel discese;

e, desïoso d'aiutare i Gotti,

prese la simiglianza di Gildone

ch'era fratel cugin di Baldimarca

madre di Turrismondo, onde allevollo

per far piacere a lei con molta cura,

ed insegnolli l'arte de la guerra.

Gradivo adunque, presa la sembianza

di lui, sen venne a Turrismondo e disse:

Parmi, signor, che sia molta vergogna

de l'onorato essercito de' Gotti

che non si truovi alcun di noi ch'ardisca

disfidare a battaglia un uom Romano.

Adunque voi, poi che la gloria e 'l fiore

siete de i nostri principi e baroni,

ite a pregare il re che si contenti

che possiate mandare un nostro araldo

con un cartello a la città di Roma

e disfidare ognun sia qual si voglia

de gli onorati principi romani

a combatter con voi da corpo a corpo,

e mantener a lor come fan male

a farci guerra, e torci le cittadi

che possedute avem molti e molt'anni.

Così gli disse quel celeste messo,

e Turrismondo molto rallegrosssi

dentra 'l suo petto di sì bel ricordo:

poi se n'andò subitamente a corte

e disse al suo signor ciò che avea detto

di punto in punto il messaggier del cielo;

e gli chiese licenza di mandare

a disfidare un principe romano

sia qual si voglia, pur ch'egli abbia ardire

di combatter con lui come gli paia.

Come fu nota al re quella proposta

di Turrismondo, allegro gli rispose:

Veramente, fratel, molto mi piace

il tuo parlar, perciò che ben diffende

il nostro onore e la virtù de i Gotti;

né me lo scorderò mentre ch'io viva,

ché ingrato è quel che beneficio scorda.

Fa dunque a tuo piacer questa disfida:

ed ancor cerca di portarti in modo

ch'abbiam l'onor da te che noi speriamo.

Ma vuo' che primamente andiamo a mensa

per dar qualche ristauro a i nostri corpi:

che 'l vino, oltra che acqueta ogni dolore,

suol svegliar anco l'animo e le forze,

e è rimedio eletto a le fatiche.

Così diss'egli, e tutti se n'andaro

verso gli alberghi loro a prender cibo,

e solamente Turrismondo altiero

e Marzio e Teio e Totila ed Argalto

restòn col re quella mattina a pranzo.

Ma come ebber mangiato, e coronato

spesso le tazze di spumoso vino,

fu dettato il cartello, e poi mandato

per Trasiremo araldo del signore

subitamente a la città di Roma.

L'araldo, aggiunto a Belisario avanti,

lo salutò con un sembiante altero

e mostrolli il cartello, e poi lo lesse

in presenza d'ognuno, il qual dicea:

Io Turrismondo, duca d'Acquileia,

de la famiglia nobile de i Balti,

disfido ognun de i principi romani

ch'abbia ardimento di combatter meco:

ch'io gli vuo' mantener come fan male

a farci guerra, e torci le cittadi

possedute da noi molti e molti anni.

Eleggia adunque l'arme, ch'io gli mando

per campo franco il prato di San Piero,

e 'l nostro re prometteralli in modo

che tema non aran d'alcuno oltraggio.

Com'ebbe letto quel cartello acerbo,

lo diede al capitanio de le genti:

onde i baroni e i cavalieri e i duchi

ch'erano intorno a lui steron suspesi

e muti, e non dicean parola alcuna.

il che vedendo il capitanio eletto

rispose al messo con parole tali:

Araldo torna indietro al tuo signore

e digli che 'l cartel ch'a noi ci manda

s'accetta allegramente, e manderemo

un nostro messo che diragli l'arme

e 'l cavalier che piglierà l'assunto

di sustener per noi questa querela.

Così diss'egli, e lasciò gir l'araldo

acciò ch'andato lui qualcun parlasse

e s'offerisse pronto a la battaglia.

Ma dopo questo ancor ciascun si tacque,

perch'avean tema d'accettar l'invito

e gli parea vergogna il rifiutarlo.

Alor levossi il capitanio eccelso

e disse con disdegno e con dolore:

O cavalieri arditi a le minaccie

e pegri e lenti ad essequire i fatti,

veramente Romane e non Romani:

questa vi sarà pur vergogna eterna,

a non risponder nulla ad un guerriero

che solo ardisca a disfidarci tutti.

Non sarà questo no, non sarà questo:

datemi l'arme, ch'io vuo' gire al campo

e combatter con lui senza dimora;

sia la vittoria poi dove al ciel piaccia.

Così diss'egli, e 'l venerando Paulo

si levò ritto, e con parlar soave

rivolto verso il capitanio disse:

Signor, non tocca a voi questa battaglia:

perché tra i sommi capitani sempre

l'audace ha manco laude che 'l sicuro.

S'a questa vi sfidasse il re de' Gotti,

forse non vi direi che non v'andassi:

quantunque il capitanio che governa

non deggia mai combatter, se non quando

forza è salvare o inanimar le genti.

Da poi mi volgo a voi, frate' miei cari,

perché non so pensar d'onde sia nata

la tepidezza che v'ingombra il cuore.

Pensate un poco dentro i vostri petti

che quando intenda il correttor del mondo

questa vil codardia, questo timore

che tutti abbiamo d'un baron de' Gotti,

quanto dolore arà, quanta vergogna

d'aver nel campo suo gente sì vile.

O summo Re de le sustanze eterne,

foss'io di quella età com'era quando

noi combatemmo là press'al Ticino

col forte re de gli Eruli Odoacro:

ché forse non s'aria tanto bisogno

di trovar scontro a quel guerriero acerbo.

Io mi trovavo alor col buon Oreste,

padre e rettor de l'infelice Augusto;

quivi era tra i nimici un Baiamonte,

cugin del re, che disfidava ognuno

con molto ardire e minacciava a tutti:

onde nessun ardìa d'andarli contra,

perché temean la sua terribil forza;

ed io solo v'andai, che 'l cuor mi spinse

e la mia gioventù, ch'era sul fiore:

e combattendo lo distesi al piano

e morto lo lasciai sopra 'l terreno,

come 'l ciel volse e la bontà divina,

quantunque ei fosse di fortezza immensa

e di grandezza orribile e tremenda.

O s'io mi fosse ancor di quella etade

con le mie forze ed integre e robuste

certo quel Turrismondo aria trovato

chi accetteria l'acerbo suo cartelo.

Ma voi che siete e giovani e gagliardi

non dovreste da lui schiffarvi punto,

ma diffender l'Italia e 'l vostr'onore.

Tal fu il parlar del venerando Paulo:

onde levònsi dodeci guerrieri

disposti e pronti ad accettar l'impresa.

Il primo fu Acquilin, che avanti gli altri

si levò in piedi, ed accettò il cartello;

e dopo lui levossi il fier Mundello

e 'l fier Costanzo, e poi Tarmuto e Magno

e Traiano e Teogene et Olando

e Catullo e Bessan, Longino e Bocco

tutti si levòn ritti, ed accettaro

di far con Turrismondo aspra battaglia:

onde 'l gran capitanio de le genti,

per non parer di dispregiarne alcuno,

si preparava ponerli a la sorte,

quando gli disse il buon conte d'Isaura:

Io penso certo, capitanio eccelso,

che sia bisogno a quest'aspra battaglia

usar più tosto elezzïon che sorte.

Pigliamo adunque il ben che 'l ciel ne mostra

il primo fu Acquilin, che avanti gli altri,

mosso dal Re de la celeste corte,

ci disse d'accettar quest'alta impresa:

diamola adunque a lui, ch'egli è il devere

ch'ella sia data a quel che fu il primiero,

sendo forse il miglior ch'abbiamo in Roma;

poi serberemo gli altri ad altro tempo.

Così disse il buon vecchio, onde ciascuno

di quei baron che si trovaron ivi

laudaro e confirmaro il suo consiglio.

Alora il capitanio de le genti

chiamò Carterio suo fedele araldo

e disse a lui queste parole tali:

Or va, Carterio, e nunzia al re de' Gotti

come Acquilin verrà con l'arme indosso

a far con Turrismondo aspra battaglia:

per sustenerli che con gran ragione

gli facciam guerra, e tolte abbiàn le terre

più giustamente che non ci han rubbate;

ed ancor ne torrem, cer fin ch'abbiamo

posta l'antica Esperia in libertade.

e l'arme poi saran la lancia e 'l scudo

e la spada e 'l pugnale, ed arà in dosso

la corazza, i spallazzi e i braccialetti

e la falda e i fiancali e 'l gorzarino:

arà le arnise e le schiniere in gamba

e i guanti in mano e la celata in testa.

Io verrò poi fuor de l'Aurelia Porta

con cinquecento cavalieri armati

per compagnare il mio guerriero al campo;

ed ei potrà venir con altretanti,

e menar Turrismondo a la campagna

con le medesime arme ch'io t'ho detto.

Quivi combatteran quanto a lor paia,

quivi prometteran di non lasciare

che fate sian superchiarie né fraudi

dal canto lor contra la nostra gente,

ch'anch'io prometterò questo medesmo.

Carterio se n'andò senza dimora

a far quell'ambasciata al re de' Gotti,

che l'accettò con orgogliosa fronte.

Dapoi s'armaro e l'una e l'altra parte,

e quei per Prati e questi fuor del ponte

giunsero in su la piazza di San Piero,

e 'l re sen venne, et Aldibaldo insieme,

nel spazio ch'era tra i Romani e i Gotti.

Da l'altra parte Belisario il grande

venne ver lui col buon Traiano accanto;

quivi giuraron ambedue le parti

d'osservar quel che detto avean gli araldi

e di lasciar combatter quei guerrieri

fin che la morte o che la notte i parta.

Poi dopo questo ognun di lor si trasse

verso i suoi cavalier, ch'eran fermati

da l'uno e l'altro canto de la piazza;

e sol Traiano e 'l principe Aldibaldo

restaro in essa, e dismontaro a piedi:

e quivi primamante misuraro

un spazio grande, e 'l dissegnar co i pali

in forma d'uovo o di famoso circo,

ove interdetto fu che non v'entrasse

persona alcuna in pena de la vita,

salvo i patrini e i doi fedeli araldi.

Poscia fu steso da ciascun de i capi

del gran steccato un padiglione adorno;

e fatto questo, fu cavato a sorte

in qual ciascun di lor doveva armarsi,

e toccò ad Acquilin da la man destra

verso levante, e Turrismondo a l'altra,

ove subitamente se n'entraro.

Poi l'arme di ciascun furon reviste

da Aldibaldo e Traian, ch'eran patrini;

e ritrovate esser fedeli e iuste,

subitamente le fur poste intorno.

Or mentre che s'armavano i baroni,

i buon Romani con pensier divoti

pregavan Dio per la vittoria loro,

ond'alcun disse risguardando al cielo:

O Padre eterno che governi il mondo,

concedi la vittoria ad Acquilino;

e se pur anco Turrismondo hai caro,

fa che di pari ognun di lor si parta

senza aver danno ne le membra loro,

e ciascun torni salvo a le sue genti.

Così dicea la turba, e i dui baroni

usciron fuor de i padiglioni armati,

sì ben disposti, e sì leggieri e destri,

che verso lor mirò tutta la gente.

Ed Acquilin con passi grandi e saldi,

con faccia allegra e con orribil vista

s'appresentò, che parea proprio Marte

ch'andasse contra i popoli de i Sciti:

di che si rallegror tutti e' Romani,

e gran timor nacque a la gente gotta;

onde nel petto a Turrismondo istesso

batteva il cuore, e non sapea che farsi,

ché fuggir non potea l'empia battaglia

né si potea ritrar ne le sue squadre,

essendo quel ch'avea fatto l'invito.

Acquilin poi si fece a lui vicino

col scudo in braccio, che parea una torre:

quel forte scudo prima era contesto

di legname di fico, e poi con colla

e nervi di buon cuoio era coperto,

e sopra il cuoio era brunito acciale

fregiato d'oro, e in mezzo avea dipinto

il suo monton ch'avea le corna rosse;

con questo in braccio a lui si fé vicino

e disse minacciando este parole:

Turrismondo or saprai da solo a solo

come son fatti i principi romani,

se ben non c'è il feroce Corsamonte;

perciò che senza lui molti ci sono

che potran contraporsi a la tua forza.

A cui rispose Turrismondo altero:

Valoroso Acquilin, mastro di guerra,

non mi tentar come fanciullo o come

femina d'arme e di milizia ignara,

ch'esperto son anch'io ne le battaglie

e so ferire e uccidere i nimici

e so ben maneggiar la lancia e 'l scudo

con la sinistra mano e con la destra,

e so combattere a cavallo e a piedi.

Guàrdati adunque, ch'io non vuo' ferirti

nascosamente, e schiva questo colpo.

E così detto, lasciò gire un'asta

possente e grossa e lunga undeci palmi

col ferro in cima, ch'era acuto in punta

come una spada, e quattro palmi lungo:

poi quattro dita e più verso la frangia

s'andava dilatando a poco a poco

fin al caston che riceveva il legno,

ov'eran fitte quelle orecchie lunghe

che facean star fermissima la lama;

con questa dié nel scudo ad Acquilino

presso al monton che in esso era dipinto,

e passò il ferro e poscia il cuoio e 'l legno

e ne la imbracciatura si ritenne,

ché trovò un chiodo, e penetrar nol poté.

Acquilin lasciò gir da l'altra parte

la sua grand'asta, e colse Turrismondo

col furïoso e dispietato acciale,

e 'l scudo gli passò di banda in banda

e giunse a la corazza, e quella fesse

vicino al fianco, onde 'l baron si torse

ed a quel modo si salvò la vita.

Poi prestamente ricovraron l'aste

i dui franchi guerrieri, e prestamente

come cingiali over leoni orrendi

s'andaron contra con maggior furore;

e Turrismondo un'altra volta colse

con l'asta in mezzo il scudo d'Aquilino,

ma non lo trapassò perché si torse

l'acuto acciale, e ruppe in ver la punta:

ben la puntura di quell'altra lancia

che colse Turrismondo in sommo al scudo

se n'andò dentro, e lo passò nel collo

con picciol piaga, e félli uscire il sangue.

Ma non per questo Turrismondo altero

abandonò l'incominciata pugna,

se ben era ferito, e se ben l'asta

sua ch'avea in mano era spuntata e rotta:

ma pose quella ne la man sinistra,

poi si ritrasse alquanto, e prese un sasso

rotondo e grosso che giacea sul piano

e lo gettò nel scudo ad Acquilino,

che fece ribombar tutta la piastra

del finissimo accial che lo copria.

Acquilino ancor ei ne prese un altro

molto maggiore, e con furore immenso

lo spinse verso Turrismondo altero:

onde 'l scudo di lui non lo sofferse,

ma si spezzò, tal che i genocchi ancora

fur vinti sì che fu disteso al piano;

poi prestamente si levò da terra,

perché Gradivo l'aiutò a rizzarsi.

E dopo questo con le spade in mano

arian fornita quella orribil zuffa,

se Rubicone e se Carterio araldi

non gettavan tra quelli in terra il scettro,

ch'era signal di dipartir la pugna,

e s'anco Rubicon non gli dicea,

rivolto a tutti dui, queste parole:

Non combattete più, signori eccelsi,

ché la notte ch'è giunta vi diparte:

onde è bene ubidirla e por giù l'arme,

che 'l sommo Re de la celeste corte

ama ciascun di voi, per ciò che siete

guerrieri eletti e di supprema forza,

com'ora è noto a l'uno e l'altro stuolo.

A cui rispose il buon duca Acquilino:

Fa, Rubicon, che Turrismondo dica

queste parole anch'ei, perch'egli è quello

che ha disfidati i principi romani:

ed io non sarò duro a compiacerli.

Onde poi disse Turrismondo a lui:

Valoroso Acquilin, mastro di guerra,

poi che 'l Re de le stelle esser t'ha fatto

il miglior cavalier ch'alberghi in Roma,

lasciam per oggi la battaglia fiera

poi che la notte è giunta, che c'ingombra

la vista e ci conforta a riposarci.

Diman combatterem fin ch'al ciel piaccia

di giudicarci, e far che l'un di noi

abbia de l'altro la vittoria e 'l vanto.

Tu tornerai ne la città di Roma

e farai lieti i cari tuoi compagni

de la presenza tua, ch'ognun la brama;

ed io ritornerò dentr'al mio vallo

per far lieta di me la mia famiglia

che sta suspesa, e priega il ciel ch'io vinca.

Io vuo' ch'ancora si doniàn l'un l'altro

qualche bel dono, acciò che alcun de i nostri

dica: Costor che combattero insieme

tant'aspramente, son partiti amici.

E detto questo, subito si scinse

la ricca spada, e con la cinta e 'l fodro

carghi di perle ad Acquilin donolli;

ed Acquilino anch'ei volse donarli

il pugnaletto suo, ch'avea per pomo

un ametisto, e 'l manico d'acate,

e tutto il fodro di purissim'oro.

E così avendo l'uno a l'altro dati

quei doni eletti, quindi si partiro,

e l'un coi Gotti e l'altro co i Romani

feccion ritorno a i lor fedeli alberghi.

I Gotti erano allegri, avendo visto

che Turrismondo, fuor d'ogni speranza,

vivo e con poco mal se n'era uscito

da le man del fortissimo Acquilino;

il capitanio ancor con gran diletto

vide Acquilin, del suo vantaggio allegro,

e tutti lieti ritornaro in Roma.

Quivi egli tenne assai baroni a cena,

onorando Acquilin con vini eletti,

co i miglior cibi e le miglior vivande

che si poteano avere in quei disagi.

Poi che la sete e l'importuna fame

fur rintuzzate, il buon conte d'Isaura

incominciò parlare in questo modo:

Veramente signor, la fame orrenda

molto molesta il gran popol di Roma:

onde fia forza o dar la terra a i Gotti

over andarne disperati a morte.

Più non c'è grano, e sono i cani e i gatti

e i sorzi quasi omai tutti consonti;

e dietro quelli ancor molti cavalli

si son mangiati; e se vorrem tenersi,

si converremo al fin mangiar l'un l'altro:

però bisogna che troviam rimedio

al suo crudele e impetüoso assalto.

Mandiam dunque a trovare il buon Narsete

in mare, e diànli fretta, acciò ch'egli entri

nel Tebro, e venga a liberar la terra

con quelle vittüarie ch'egli ha seco.

Mandiamo anco Procopio inver Gaeta

su la riva del mare, onde raccolga

tutti i formenti e vittüarie e strami

ch'ivi può avere, e ce li mandi a Roma,

perché possiamo sustener l'assedio

fin che giunga soccorso da Bisanzo.

Così disse il buon vecchio, e fu lodato

da tutti ed accettato il suo consiglio;

poi prestamente fu mandato a Ripa

Peranio, ed ei salì sopra un legnetto

leggiero e svelto, e con la vela e i remi

andò per incontrare il buon Narsete;

e ritrovollo quando entrar volea

nel porto d'Ostia con le navi carghe:

poi parimente quella istessa notte

Procopio se n'andò verso Gaeta.

L'altra gente del stuol parte a la guardia

de le mura si diede e parte al sonno;

ma come venne la vermiglia aurora

a rimenar il dì sopra la terra,

il capitanio si levò del letto

e si vestì di panni e poscia d'arme:

e mentre andava a riveder le Porte,

venne una schiera d'uomini correndo

e gli narrò la giunta di Narsete

con tanta vittüaria e tante navi

che tutto quanto il Tebro era coperto

di legni carchi e di raccolte vele.

A quella voce il capitanio eletto

s'allegrò molto, e rivoltò il destriero

e se n'andò per incontrarlo a Ripa.

Come fu quivi, ritrovollo appunto

ch'alora se n'uscìa fuor de la nave:

onde abbraziollo con diletto e festa

e disse a lui: Signor, tant'opportuna

è la vostra venuta a questa impresa,

quant'altra cosa che potesse aversi;

onde ringrazio Dio che v'ha mandato

al maggior uopo de la nostra gente,

che quasi per la fame era consunta

aspettando e bramando il vostro aiuto.

A cui rispose il buon figliuol d'Araspo:

Veramente, signor, mi son sforzato

di venirvi a trovar quanto più tosto

m'han conceduto la marina e i venti:

a la cui volontà convien che stia

tutta la gente che cavalca il mare.

Peranio sa che quando mi fé noto

su la foce del Tebro l'empia fame

ch'offendea tanto la città di Roma,

che senza alcuno indugio me ne venni:

e fei pigliar tutti i giumenti e i buoi

ch'erano in Ostia per tirar le navi

e venir tosto, perché avea temenza

ch'io non tardasse troppo, ché 'l soccorso

non suol molto giovar, quand'egli è lento;

or io mi truovo qui per ubidirvi.

Così diss'egli, e Belisario il grande

lo fece poi salir sopra un corsiero

ch'avea fatto condur da le sue stalle

e seco ne 'l menò dentr'al palazzo:

quivi lo tenne a pranso, e non lasciollo

partir fin che l'albergo fu racconcio

ch'a lui fu scelto sopra il Quirinale:

il che si fece in manco di quattr'ore.

In questo mezzo il gran popol di Roma

era concorso a discargar le navi,

che tanta vittüaria avean condotta

che le strade di Roma eran coperte

d'uomini carghi e di somari e muli.

Come al toccar de le sorelle d'Andro

divenìa biada e vin ciò ch'era tocco,

onde con quelle donne il grande Atride

pensò nutrire i Greci intorno Troia,

ma non poteo, ch'elle fuggiro, e quando

la fuga non valea contra la forza

si dileguaro in forma di colombe;

così venne a l'entrar di quelle navi

per tutta Roma un'abbondanza tale

ch'ogni cosa parea formento e vino.

Or mentre che si stava in quei negozi

e s'attendeva a dispensar le biade

per liberare il popol da la fame,

s'attese ancora ad alloggiar la gente

ch'avea condotta il callido Narsete;

ed alloggiata fu presso a i lor capi

quanto si poté: e l'un fu Valerano

duca di Libia, e Marzïan fu l'altro

duca di Messia, uom di valore immenso:

il terzo poi fu il principe Canonte

che la Dacia Ripense avea sott'esso,

Vitellio il quarto, duca d'Elesponto;

il quinto era Zenon, ch'avea il governo

de la Siria Eufratense, e dopo questo

v'eran molti altri principi e baroni

che sarìa lungo nominare ognuno:

ma di lor si dirà quando fia tempo.

Standosi adunque il capitanio intento

in questi alti negozi de la guerra,

sen venne avanti lui Salvidio Gotto:

questo Salvidio era fedele eunuco

de la bella Cillenia, che fu scelta

quando fu preso Napoli per forza

e data in parte a Belisario il grande

sì come cosa di bellezza estrema;

ed ei la diede in guardia al fier Costanzo

e gli commise a custodirla come

s'ella fosse Antonina sua consorte;

Salvidio adunque al capitanio avanti

s'ingenocchiò, parlando in questa forma:

Illustre capitanio de le genti,

Cillenia mia signora e vostra serva,

la qual fu data in guardia al fier Costanzo,

e fu comesso a lui di custodirla

con diligenza, e farli onore e pregio:

or egli acceso di lascivo amore

la tentò molto di volerla indurre

a compiacerli, e divenirli amica;

ed ella sempre con parole oneste

glie l'ha negato, e dettoli che mai

non romperà la fede al suo consorte

fin che viva sarà sopra la terra:

ond'ei vedendo che non può con doni

né con parole al suo voler tirarla,

gli ha detto chiaro ch'userà la forza;

e però, mossa da timor sì grave,

mi manda a pregar voi con prieghi ardenti

che per pietà vogliate liberarla

da la violenza e forza di Costanzo,

e sia più tosto a lei per le man vostre

tolta la vita e 'l sangue che l'onore:

ché senza dubbio, se la donna il perde,

non le resta vivendo altro di buono.

A lui rispose Belisario il grande:

Salvidio, va, rispondi a la tua donna

che stia sicura sopra la mia fede

ch'io non comporterò ch'a lei sia fatta

violenza e forza da persona viva.

E detto questo, lasciò gir l'eunuco;

poi sorridendo disse al buon Traiano:

Ecco 'l baron ch'avea tanta possanza

contra i colpi d'amor, che no 'l temeva

né dubitava esser da lui constretto

a far cosa giamai contra 'l devere;

or s'apparecchia a fare ingiurie e forze,

che son pur cose inver contra 'l devere.

Andate adunque a dirli che non faccia

violenza alcuna a quella bella donna

ch'a me fu scelta, ed io la diedi a lui

per custodirla, e non per farli oltraggio:

perch'io spero da lei qualche buon frutto

conservandola intatta al suo consorte.

Com'ebbe udito questo il bon Traiano

se n'andò ratto a ritrovar Costanzo;

ed oltre a quel che Belisario disse

soggiunse ancor da sé queste parole:

Non avete vergogna, almo barone,

a voler far violenza a quella donna

che fu dipositata in vostra mano?

Ché 'l fraudare il deposito è un errore

molto maggiore assai che non può dirsi;

perciò chi rompe la promessa fede

inganna l'amicizia, ed anco insieme

la caritate e la giustizia offende:

onde con morte si dovria punire

qualunque si ritruova in questo fallo.

E voi più ch'altro meritate pena,

poi che lussuria simplice vi muove

a far sì grave e scelerato ecceso.

Dopo queste parole, il fier Costanzo

cominciò lagrimar come un fanciullo,

e seco stesso a disperar perdono;

e da sì vil pensier nacque un peggiore,

perché deliberò di tuor la vita,

come potesse, a Belisario il grande,

sperando poi d'aver la bella donna

senza contrasto di persona umana:

onde poco dapoi se n'andò a corte

per dissegnar quel scelerato effetto.

E come giunse in mezzo de la sala

Belisario ordinò che si chiamasse

la guardia sua, che si trovava a basso,

ch'eran dugento alabardieri armati:

e questo fece, che volea mandarla

a sedare un rumor ch'era nasciuto

giù ne la piazza al dispensar del pane.

Costanzo, come udì chiamar la guardia,

subito si pensò che si chiamasse

per sostenerlo e tòrre a lui la vita;

però disposto avanti che morisse

di dare effetto al suo crudel pensiero

s'accostò ratto a Belisario il grande,

e col pugnale in man, per amazzarlo,

gli tirò d'una punta verso 'l ventre.

Alor saresti, capitanio eccelso,

giunto a l'estremo dì de la tua vita,

se 'l buon angel Palladio, ch'a la cura

di te fu posto dal voler del Cielo,

non s'opponeva a quel spietato colpo

sotto la vera forma di Bessano,

ond'ei fu 'l scudo de la tua persona:

poi tutti gli altri principi romani

furo intorno a Costanzo, ed Aldigieri

subito il prese per lo braccio destro

e Valerano ancor per lo sinistro,

e gli impediro il furïoso assalto

e salvaron la vita a quel signore.

In questo tempo ancor venne la guardia,

che prestamente prese il fier Costanzo

e tolseli il pugnal ch'aveva in mano;

poi senza indugio lo menaro a basso

e lo serraro in uno oscuro luoco,

ove per lo decreto de i soldati

la notte istessa gli taglior la testa.

Questa fu la cagion de la tua morte,

superbo e ferocissimo Costanzo,

e non la resistenza de i pugnali

che tollesti a Presidio entr'a Spoleti,

come da qualche istorico si scrive,

che forse non sapea tutte le cose

come han saputo le celesti Muse.

Quando Cillenia intese il gran disconzo

ch'aveva avuto il capitanio eccelso,

dentr'a la mente sua molto si dolse:

e poi mandò Salvidio a ritrovarlo,

che disse a lui queste parole tali:

Illustre capitanio de le genti,

Cillenia mia signora a voi mi manda

perché si dòle assai del gran periglio

che sia per lei venuto a vostr'altezza:

ma si consola poi, vedendo il male

ne l'empio malfattor tutto rivolto;

ed ancor m'ha commesso ch'io vi dica

che se le concedete ch'ella mandi

a far venire Agrippa suo consorte,

che ha molta gente sotto il suo governo,

pensa che arete un uom che fia migliore

e più fedele assai di quel ch'è morto:

e spera ch'ei verrà senza tardare,

perciò che 'l nuovo re non l'ama molto,

sendo di sangue assai congiunto a l'altro

che fu fatto da lui condurre a morte;

onde cercò da poi di separarlo

da la mogliera sua, la qual non volse

lasciarlo mai, né tòrre altro marito:

però, da queste tali ingiurie mosso,

spera che volentier verrà a trovarvi

per militar sotto l'imperio vostro.

Così diss'egli, e Belisario il grande

gli assentì che mandasse a dimandarlo;

ed affirmolli ancor che s'ei veniva

l'arebbe caro, e gli farebbe onore.

Come Cillenia udì quella licenza,

mandò Salvidio, che parea fuggito

de la prigione e ceppi de i nimici,

a ritrovare il suo diletto Agrippa,

ch'aveva i cavalier nel sesto vallo

che custodìa la Prenestina Porta

sotto 'l governo del feroce Argalto.

Questi come lo vide a sé venire

con quell'abito tristo, ebbe temenza

che non recasse a lui novelle amare

de la sua donna, onde gli disse : Dimmi,

che fa Cillenia mia? Truovasi viva?

Ed egli: E' viva e sana, e vi saluta;

di che allegrossi tutto ne la fronte.

Quindi rittratti in più secreto luoco

gli dimostrò la carta ch'ella scrisse

e cusita gli dié tra suola e suola

sotto le scarpe sue ch'avava in piede

perché non fusse ritrovata e letta

e disturbasse poi tutto 'l negozio.

Agrippa lesse quell'amata carta

de la bella Cillenia, e la rilesse

cupidamente e con piacere estremo:

ch'altro non gli scrivea, se non com'era

sana, e pregava lui che desse fede

al buon Salvidio suo come a se stessa.

Alor Salvidio gli narrò gli onori

ch'a lei faceva il capitanio eccelso,

e poi gli disse il caso di Costanzo

e 'l desiderio ancor de la sua donna:

la quale ardentemente lo pregava

d'esser contento di venirsi a Roma

a star con esso lei, ch'arebbe quivi

cortesie grandi ed onorevol grado.

Agrippa lacrimò per la dolcezza

de i benefici e de i cortesi onori

che si faceano a la sua cara moglie,

e poi disse a l'eunuco: Io son contento

di star sotto quest'uom prudente e giusto

e che ogni altro uomo di valore avanza;

ritorna a dirli che piacendo a Dio

domattina verrò presso a la Porta

Latina, appunto nel spuntar de l'alba,

con più di mille cavalieri eletti

de la mia buona e valorosa gente:

e quivi ordineran che siamo aperti

e tolti tutti dentro da le mura:

Così diss'egli, e quel fedele eunuco

subitamente ritornossi in dietro

e spose la grattissima risposta

a quella donna, e riferilla ancora

al vicimperador de l'occidente,

che molto dimostrò d'averla cara.

La mattina dapoi quando l'aurora

apparve in orïente inanzi al sole,

Agrippa si trovò presso a la Porta

con più di mille cavalieri armati:

onde Sindosio, ch'ivi era a la guardia,

lo tolse dentro come gli avea detto

la sera avanti il capitanio eccelso;

a cui fé poi saper ch'era venuto

Agrippa con la sua fiorita gente,

ed ei gli disse: Dilli pur che vada

a visitar Cillenia sua consorte

primieramente, e poscia si ritorni,

ch'a più bel agio parleremo insieme.

Così fu riferito al buon Agrippa:

ond'egli andovvi, e giunto ne l'albergo

ove abitar soleva il fier Costanzo,

quivi discese del destriero in terra

subitamente, e nel salir le scale

la bella donna sua gli venne incontro.

Quivi abbracciolla con piacere immenso,

ed ella abbracciò lui senza dir nulla:

ma gli occhi avean di lacrime coperti,

che se n'usciron fuor per la dolcezza

di così cara e non sperata vista.

Pur disse lagrimando il buon Agrippa:

O Re del cielo, e voi sustanze eterne,

quanto vi son tenuto in questo giorno!

Voi rendete la vita a le mie membra,

il cuore al corpo e la sua luce a gli occhi,

ch'i' avea perdute già, ch'erano in questa

mia bella e dilettissima consorte:

or con lei tutte quante le racquisto.

Ma che potrò far io, dolce mia vita,

in render grazie a quest'almo signore

per la vostra persona e per la mia?

Egli con cortesie, con molto onore

trattato v'ha non come donna presa,

ma come onorattissima sorella;

poi con tal gentilezza a voi mi rende,

ch'è beneficio inusitato e grande

da non mi scordar mai mentre ch'io viva.

Rispose alor quell'onorata donna:

Signor de la mia vita, se mia vita

si può dir questa che da voi dipende

e che 'n voi solo si riposa e vive;

poi che i santi costumi e i pensier casti

di quel signor mi v'ha servata e serva,

qual maggior grazia a lui render potete

che di sforzarvi sempre d'esser tale

verso la sua persona e i suoi negozi

quale egli è stato a la persona vostra

ed a le cose vostre a voi più care?

Dopo quelle accoglienze oneste e liete

e molt'altre dolcissime parole,

il generoso Agrippa indi partissi

e se ne venne a Belisario il grande,

a cui basciò la mano, e poi gli disse:

Invitto capitanio de le genti,

non so pensar ch'a i benefici vostri

per me si possa dar cosa maggiore

di me medesmo: adunque a voi mi dono

per servo o per amico o per compagno

od altro ministerio che v'aggradi;

e sempre sforzerommi, ovunque lo possa,

d'essequir tutto il vostr'alto volere

senza mai rispiarmar sangue né vita.

Belisario a lui: Così v'accetto

per amico e compagno e per fratello.

Andate adunque a star per questo giorno

con la diletta vostra moglie, e poi

ritornerete a dimorar con meco

e con quest'altri nostri e vostri amici.

Così gli disse Belisario il grande;

poi quando il terzo dì fu ricoperta

de la luce del sol tutta la terra,

i buon Romani allegri, essendo sciolta

l'orribil fame che i teneva oppressi

e fatti acerbi ed animosi e fieri

per le passate prospere battaglie,

bramavan tutti andar contra i nimici

e fare un fatto d'arme aspro e cruento

per liberarsi da l'assedio amaro:

onde ridotti insieme andaro a corte,

per dimandare al capitanio eccelso

che dovesse condurli a la battaglia;

e molti di color ch'eran più ardenti,

e non dovean campar fin a la notte

del dì seguente, spinti dal destino

de la lor vita con parole acerbe

dannavan murmurando il capitano

e la tardezza e i lenti suoi dissegni,

nomandol troppo riservato e pegro

e troppo timoroso de i nimici.

Altri di lor dicean ch'egli era vago

de l'alta dignitate e del governo

che gli avea dato il correttor del mondo,

onde, per star più tempo in quello onore,

cercava di menar la guerra in lungo.

Così tra lor parlando e murmurando,

vennero in piaccia, e giunti nel cortile

del bel palagio con diverse voci

faceano andare il lor cridore al cielo.

Belisario sentì quel gran tumulto,

e tutto si turbò dentr'al suo petto:

poi se n'uscì di camera veloce

e se n'andò dov'era quella gente;

a la cui giunta si chetò ciascuno,

mostrando solamente il gran disio

ch'ogni soldato avea de la giornata:

Onde guardolli Belisario in fronte

primieramente, e poi così gli disse:

Non vuo' negarvi, acerrimi guerrieri,

ch'a me non piaccia la prontezza vostra:

ché sempre l'ardimento de i soldati

suole esser grato a i capitani esperti.

Ma dovete pensar che 'l mio consiglio

di stare in Roma, e non uscire a un tratto

con tutto quanto 'l stuolo a la campagna,

si fa con arte e con ragion di guerra,

la qual non vuo' che sia palese a tutti

che i miei disegni alcuna volta ascondo

fin a la vesta mia ch'io porto in dosso.

Dunque gli taccio, e solamente dico

che l'ubidire al capitanio vostro,

che intende meglio il ben d'ognun di voi

che voi medesmi, vi sarà giocondo

e non vi reccherà se non salute.

Così diss'egli, onde ciascun rimase

tacito, e non dicea parola alcuna;

infin che Cecio, senator di Roma,

ch'era col popol quivi, e fu figliuolo

de la gentile Ardentia e di Pitone,

uomo non buon, ma d'eloquenzia rara,

incominciò parlare in questa forma:

Illustre capitanio de le genti

mandato qui dal correttor del mondo

per tòr l'Italia da le man de' Gotti,

vedete quanti principi e signori

e quanti eletti cavalieri e fanti

hanno disio di far questa giornata,

e chiedonla con gli occhi e con la lingua;

però, caro signor, non la negate,

non ci tenete in questo assedio amaro

più lungamente, che di ciò vi priega

l'afflitta Roma e tutta Italia ancora

che brama uscir di servitù sì grave.

priegavi la Fortuna che vogliate

di lei fidarvi e del suo buon favore

ch'ella v'ha dato in più di mille imprese.

Non vi dispiaccia oimé lasciar che i Gotti

da le nostr'arme sian cacciati e vinti;

dateci pur sicuramente il segno,

che ci vedrete far notabil pruove.

Abbiate fede nel favor del Cielo,

che v'accompagnerà come già fece

quando voi combatteste a Ponte Molle

e quando gli cacciaste da le mura

de la nostra città dentr'a i lor valli,

con tanta uccisïon, che la campagna

correa del sangue lor bagnata e tinta:

e tanto più dovete aver speranza,

quanto che arete vosco il buon Narsete,

con altretanti cavalieri e fanti

più di quei che menaste in l'altre imprese;

e che non arem tema de la fame

ch'offendea troppo il gran popol di Roma,

il quale è fatto ancora esperto e dotto

ne l'ordinanze ed arti de la guerra.

Sperate appresso nel voler divino,

che vi sarà propizio, perch'ha in odio

l'estrema crudeltà di quel tiranno:

il qual, come fu ratto appresso i muri,

spinto da l'ira, e dal disio di sangue

mandò a Ravenna, e fece dar la morte

a i senator ch'avea condotti seco

da Roma per ostaggi in quella terra.

A che privar più adunque il nostro ferro

di così ingiusto e scelerato sangue?

Date a le squadre il desïato segno

de la battaglia, acciò che per se stessi

non escan fuori, e vincano i nimici:

onde qualcun poi sorridendo dica:

Belisario ha pur vinto al suo dispetto.

Dietro al parlar di Cecio, molti cridi

s'udiro in quelle ragunate squadre,

che dimandavan tutti la giornata;

onde 'l gran capitanio de le genti

conobbe chiaro che 'l voler del cielo

gli apparecchiava qualche aspro disturbo:

ma poi temendo di non far minore

l'autoritade e 'l credito ch'avea

con le genti del campo e co i Romani,

mutò proposto e disse este parole:

Se così piace a tutto quanto 'l stuolo,

e se volete usarmi per soldato

e non per capitanio, io non contendo,

e non voglio indugiar l'empia battaglia.

Ma sìammi testimoni i sette colli

de la città di Roma ch'io diffendo

come piglio da voi questa giornata,

con più disvantaggio e più periglio

che non sarebbe stato il mio dissegno:

il qual volea con l'aspettar del tempo

e con poche ferite e poco sangue

spingere i Gotti via da questo assedio,

e poscia liberar l'Italia afflitta.

Ma voi temete il vincer senza morti,

e volete più tosto che combatta

il capitanio vostro che ch'ei vinca.

Certo la tema de i futuri mali

spesso ce induce ne i perigli estremi:

e quel può dirsi veramente forte

ch'è pronto a tolerar le cose orrende

e vuol più tosto morte che vergogna,

alor che l'una e l'altra gli è vicina;

ma quel che con onor porìa schivarla

e la ricerca, al mio parer più tosto

si devria folle nominar che forte.

Or poi che voi volete a la ventura

commetter tutte le fatiche nostre

e la prosperità che 'l ciel n'ha data,

e dar l'arbitrio a i colpi de le spade

del porre in libertà l'Italia oppressa;

io son contento e nel spuntar del sole

doman vi guiderò fuor de le mura

e ponerovvi a fronte co i nimici.

In questo mezzo ognun riveggia l'arme,

ognun governi bene i suoi destrieri

e s'apparecchi a la battaglia orrenda.

Parlato ch'ebbe il capitanio eccelso,

tutti i soldati uscir fuor del cortile

e se n'andaro a casa a prepararsi:

quivi a pruovo ciascun si messe in punto,

né si fidòr del taglio de le spade,

che gli acconciaro un'altra volta il filo;

ed arrotaro ancor le acute lance,

ed altri empieron le faretre loro

di fermi acuti e ben pungenti strali

et addattaron nuove corde a gli archi.

Non altrimente quando i fier giganti

voleano a Flegra superare il Cielo,

Marte e Nettuno e Pallade ed Apollo

facean rifarsi le saette e l'arme:

onde i Ciclopi ne la gran fucina

intorno al suo Vulcan sudavan tutti

e con le ignude braccia i gran martelli

calando a tempo su la salda incude

facean saette fulminanti a Giove;

tali parean quel giorno i buon Romani

nel prepararsi a quella empia battaglia.

e fuvvi alcun che per aver favore

da l'antica virtù che vinse il mondo

tentò d'aprire in quella istessa notte

le due porte di ferro ch'eran chiuse

nel picciol tempio del bifronte Iano:

che così solean star quand'era pace,

ma ne la guerra poi soleano aprirsi

da l'onorato consule di Roma

acciò che fuor del tempio suo d'acciale

il nume di quel Dio dovesse uscire

e ritrovarsi al campo in loro aiuto.