IL XX LIBRO
Molte parole fur molti bisbigli
tra gli onorati principi romani
sopra il disfido del feroce Argalto
e la risposta del cortese Achille:
a chi parea che fosse cosa giusta
che tutte l'arme lor fussero equali,
chi giudicava molto esser dispare
il premio ancor de la vittoria loro,
a porre una città per una donna;
ed altri poi volean farsi una cosa
in quel duello, altri voleano un'altra.
Ben comendaron tutti la risposta
de 'l forte Achille, e molti volean darli
arme sicure, ed insegnarli colpi
da riportarne la vittoria certa.
Al fin gli disse il buon conte d'Isaura:
Figliuolo, io vi ricordo che cerchiate
d'avere ogni avantaggio in quel duello,
e non lasciarli a l'aversario vostro:
che chi lascia avantaggi al suo nimico
non guarda con dritt'occhio a la vittoria.
Così disse il buon vecchio al forte Achille;
ma sapend'ei la sua destrezza e forza,
e conoscendo ancor come avea l'arte
perfetta del schermire e de la lotta,
s'avea tra sé firmato in mezz'al cuore
un alto e superbissimo dissegno,
di combatter con lui senz'alcun'arme:
ma non ardiva a dir di ciò parola,
perché nol disturbassero i baroni;
e stava in mezzo a lor come una quercia
ch'ha le radici altissime e profonde,
che, perché sia percossa e quinci e quindi
da fieri venti, inchina ben le foglie,
ma non piega però l'annoso tronco;
tale avea Achille il suo pensier nel petto,
e se parea con le parole alquanto
d'assentire al voler di quei signori,
non movea punto l'alto suo dissegno.
E dopo questo, il capitanio eccelso
sciolse il consiglio, e tutti quei baroni
se ne tornaro a i lor diletti alberghi:
ben restar fece Corsamonte a pranso
e 'l vecchio Paulo, con Achille e Magno
e Bessano e Mundel, Traiano e Ciro.
Ma come ebber mangiato, e coronate
spesso le tazze di spumoso vino,
si dipartiro anch'essi, e se n'andaro
chi qua chi là ne i loro altri negozi.
Poi quando sparse il figlio di Latona
l'altra luce del dì sopra la terra,
s'udiron risonar tamburi e trombe
per quelle strade, e poi cavalli e fanti
si vedean ire a ritrovare i capi
per adunarsi prima in Campo Marzo,
e poscia andare insieme a la campagna:
ma come giunse il capitanio eccelso
con molti suoi baroni in quelle schiere
tolsero Achille in mezzo, e se n'andaro
con la falange instrutta al gran duello.
Da l'altra parte venne il re de' Gotti
con Turrismondo e con Argalto a lato,
ed avea dietro Totila e Bisandro
con tutta l'altra sua fiorita gente.
E quando fur tra lor tanto vicini
quanto che un sasso si trarrìa con mano,
il capitan mandò Traiano e Paulo
a confirmar col re tutti quei patti
ch'avea proposti Rubicone in Roma,
e che fur scritti in quello almo consesso.
Alora il re, sendo presente ognuno,
gli lesse e poi giurò di mantenerli
sopra la carta che gli diero avanti;
e parimente il capitanio eccelso
giurò da l'altra parte di servarli
ad Unigasto, che mandaro i Gotti.
Giuraro ancora Argalto e 'l forte Achille
e tutti gli altri principi e baroni:
e dopo questo se n'andaro insieme
Traiano e Turrismondo a misurarli
un steccato nel mezzo in forma d'uovo;
e da ciascun de i capi vi piantaro
un padiglione, e poi tiror le sorti,
in qual ciascun di lor dovesse armarsi:
ad Achille toccò la banda destra
ed al feroce Argalto la sinistra,
ove subitamente se n'antraro
soli, che Achil non volse alcun patrino
perché non gli sturbasse il suo dissegno;
anzi vi fé portar la lancia e 'l scudo
e la celada e le sue solite armi
per dar pasto a la gente ch'era intorno.
Argalto prima uscì del padiglione
cinto di ferro da la testa a i piedi,
col scudo in braccio e con la picca in mano
e con la spada e col pugnale al fianco.
L'audace Achille poi se n'uscì nudo
da l'altra parte, e solamente avea
un nodoso baston ne la man destra:
il che vedendo Corsamonte ardito
si mutò tutto quanto di colore,
e disse pien di colera e di sdegno
verso 'l gran capitanio de le genti:
Se non fusse, signor, la nostra fede
e 'l nostro giuramento, io me n'andrei
sdegnoso a disturbar questo duello,
per non lasciar morir sì caro amico:
ché certo, per amar la gloria troppo,
col troppo suo valor cerca la morte;
ma non so che mi fare in questo caso,
se non apparecchiarmi a la vendetta:
ché mai non vuo' mancare a la mia fede
ben ch'io mi roda a perdere in un punto
sì caro amico e sì diletta donna.
Così diss'egli, e 'l capitanio a lui:
Barone illustre e di supprema forza,
poi che detto non v'ha l'audace Achille
di volersi condur senz'arme e nudo
contra un de i primi de la gente gotta,
ch'è da le piante in su coperto d'arme,
certo si dee sentir d'aver con seco
qualche grazia del Ciel che lo governi.
O s'ella fosse tal che gli facesse
aver vittoria contra il suo nimico
- come , non può capermi entr'a la mente -
quanta gloria s'aria, quanto diletto!
Poi, se fa questo per voler morire,
lasciate fare a lui, che non si puote
vietare altrui la volontaria morte:
noi non starem di racquistar per questo
con altro modo la città di Porto
e trar di servitù la donna vostra.
Mentre così dicean quei dui signori,
gli altri romani, che vedeano il molto
ardir d'Achille, e le sue belle membra
che parean latte e rose entr'a un bel vaso,
pregavan Dio per lui con tai parole:
O Re del ciel, muovi il tuo santo aiuto:
non lasciar ir questo barone a morte,
ché troppo a tutti noi molesta il cuore
vederlo ignudo andar con tanto ardire
contra quel can di rabbia armato e d'arme;
salvalo, almo Rettor de l'universo,
ché pòi far ciò che vuoi con la tua forza.
Così pregaro Iddio quei buon Romani,
ma i Gotti poi dicean da l'altra parte:
Il nostro Argalto arà poca fatica
a superar un uom senz'arme e nudo
che forse ha perso il ben de l'intelletto.
Or mentre si dicean queste parole
da l'una e l'altra parte, i dui baroni
s'avvicinaro con ardire immenso;
onde gli disse il furibondo Argalto:
Qual tuo peccato o qual sciocchezza estrema
ti mena disarmato a la battaglia?
Torna indietro, meschin, ch'io mi vergogno
combatter teco, ch'hai perduto il senno:
né si può guadagnare onor co i pazzi.
A cui rispose poi l'ardito Achille:
Non ti pensare, Argalto, di smarrirmi
con le minaccie tue come s'io fosse
un fanciullin che non conosce l'arme:
anch'io so minacciar, ma non vuo' farlo,
ch'è differenza da parole a fatti.
E vuo' che sappi ancor ch'io ti conosco
tu fosti figlio del feroce Alberto
e de la bella Crobizza, e governi
la città populosa e 'l bel paese
che siede fra l'Ereteno e la Brenta;
ed io fui il figlio del cortese Alcasto
e de la gentilissima Ericina,
e 'l padre mio discese da Trizeno
padre d'Eufemo, il cui figliuol Cleante
venne da Troia col figliuol d'Anchise
e fu de i conditor che fecen Alba:
e quivi stette poi la stirpe nostra
infino a l'avol mio, che fu nomato
Sabellio; e questi poscia uscì di Roma
per l'estrema sevizia d'Odoacro
e se ne venne ad abitare in Argo
appresso una città ch'era nomata
dal primo suo progenitor ch'io dissi.
Poscia il figlio di lui, chiamato Alcasto,
che fu mio padre, per la sua bellezza
ebbe Ericina bella per mogliera,
figlia di Timoteo duca d'Atene:
di costor son nat'io; però non stimo
le tue parole e 'l tuo parlare inetto,
ch'anch'io saprei risponder per le rime;
ché chi dice mal d'altri, a suo mal grado
conviene udire il mal ch'a lui sia detto.
Non stiamo adunque a dir parole e ciance
come fanno le donne in su la strada
che sospinte da l'ira e dal disdegno
si dicon molte ingiurie e vere e false
senza rispetto aver di chi le ascolta;
pruova ciò che sai far con l'arme in mano,
ch'a tormi giù de l'alto mio proposto
ti bisogna usar forza e non parole.
Come udì questo, il furibondo Argalto
gli tirò un colpo de l'orribil asta,
che lo credeo passar da un canto a l'altro;
ma l'onorato Achille, avendo pronti
l'occhio e la mano, e pien d'ardire il petto,
dié con la mazza sua ne la gran picca
e la mandò da parte, e poi cacciossi
con tal prestezza adosso al fiero Argalto,
ch'ei convenne lasciar la lancia e 'l scudo;
ma come Achille l'abbracciò a traverso
e con la gamba aviticchiò le gambe
d'Argalto, il fece trabbocare in terra:
ed ei sopra gli fu, come un leone
ch'ha trovato un gran cervo entr'a una selva
e l'ha con l'ungie sue mandato al piano,
poi gli sta sopra, e con gli acuti denti
gli prende il collo e tosto il manda a morte,
ch'aiutar non si può con le sue corna
ramose e lunghe e senza alcuna forza;
tale era Achille, onde 'l feroce Argalto
non si potea valer punto de l'arme.
Il che vedendo gli ottimi Romani
mandaron fuori un smisurato crido,
e i Gotti spinser gemiti e suspiri:
ma non sì tosto Argalto in terra cadde,
che 'l fiero Achille a lui tolse 'l pugnale
ed alzò il braccio e cridò: Corsamonte,
mostrandoli il pugnal ch'aveva in mano;
poi tutto lo cacciò dentr'a la gola
d'Argalto, e lo scannò come uno agnello.
Gran doglia nacque ne la gente gotta
per la morte d'Argalto, e gran diletto
ne gli onorati principi romani
per la vittoria del cortese Achille:
e tutti quanti poscia l'abbracciaro,
ed egli abbracciò loro avendo in mano
quel papagorge ancor cargo di sangue
alora disse Belisario il grande
verso la gente gotta este parole:
Signori, poi che la vittoria è nostra,
come ogni uom vede, datice la donna
perché possiamo ritornare in Roma
col premio che ci fu da voi promesso.
E mentre si dicean queste parole,
l'angel Nemesio, in forma d'Unigasto
per disturbar la gloria de i Romani
ritrovò Ablavio, ch'era ivi da canto
per la morte di Argalto afflitto e mesto,
e disse verso lui queste parole:
Barone illustre e di sagace ingegno,
non vi darebbe il cuor di trarre un starle
nel bel corpo d'Achille,e darli morte?
Cosa che fia gioconda al re de' Gotti
e grata molto a tutto quanto il stuolo,
onde n'acquisterete eterna gloria;
e farete con questa ancor vendetta
di Argalto, ch'era a voi fratel cugino.
Oprate adunque arditamente l'arco:
pregate il Re del ciel che lo governi,
che non vi mancherà d'onesto aiuto.
Così parlò Nemesio, onde commosse
la mente ignara a quel barone incauto;
tal che addattò un buon strale in sul grand'arco
e fece starsi i suoi soldati avanti,
poi pregò il Re del ciel con tai parole:
Eterno Re, ch'a l'opre de' mortali
dài sempre quando vuoi felice effetto,
drizza la mia saetta entr'a la carne
del fiero Achille, e fa ch'io gli dia morte
per far vendetta del feroce Argalto,
ch'era di sangue a me tanto congiunto;
ché com'io torni in Padoa faccio voto
di farti fare un sacrificio grande
dentr'a Santa Sofia vicin al fiume.
E detto questo poi tirò la corda
de l'arco suo fino a la destra orecchia
e spinse il stral verso 'l barone ignudo.
Ma Dio, che sol volea concieder parte
del dimandar d'Ablavio, e far ch'entrasse
ne la carne d'Achille sua saetta,
ma non per questo lo mandasse a morte,
fé che Nemesio governolla in modo
tal che lenta arrivò dentr'al suo fianco
e lenta se n'andò tra carne e pelle
vicina a l'ombilico, ove fermossi,
e non se n'uscì fuor da l'altra parte.
Turbossi Achille, come entr'al suo fianco
sentì venir quella saetta amara;
né men turbossi Corsamonte, quando
vide l'amico suo ferito a morte:
poi lo prese per mano, e così disse:
Fratel mio caro, i giuramenti e i patti
ch'han rotto i Gotti, e la promessa fede,
son stati la cagion de la tua morte:
ch'avendo tu con smisurato ardire
ucciso Argalto armato, essendo ignudo,
ed avendo acquistato tanta gloria
quanta mai s'acquistasse in un duello,
essi poi t'hanno a tradimento ucciso.
Ma l'alto Re del ciel farà vendetta
di tai pergiuri, e se non sarà presta
tanto più grave fia quanto più lenta:
ed io ti giuro parimente farla,
e tagliar quella man che spinse il strale
a tradimento contra le tue membra,
se la terra non s'apre e non m'ingoia.
Così diss'egli, e l'onorato Achille
per consolarlo gli rispose, e disse:
Non dubitar di me, fratel mio caro,
ché la ferita mia non è mortale:
la divina bontà l'ha fatta andare
tra carne e pelle fin press'al bilico,
com'io la sento, e palpola con mano.
Alora disse il capitanio eccelso:
Dio voglia, Achille mio, che questo sia;
né tu lo pòi sapere, essendo caldo,
ma ben saprallo un medico eccellente.
E così detto, subito si volse
verso Carterio araldo, e disse a lui:
Carterio, va correndo al buon Teodetto,
e fa che venga tosto a ritrovarci:
ch'io bramo di saper da la sua lingua
se la ferita del cortese Achille
sarà pericolosa de la morte
over se agevolmente può sanarsi.
L'araldo al comandar del suo signore
obedì tosto, e se n'andò correndo
a ricercarlo per le folte schiere;
e lo trovò che 'n mezzo a i suoi soldati
si stava in ordinanza, onde si fece
a lui vicino e poi così gli disse:
Teodetto, il capitanio de le genti
vi manda a dimandar che a lui vegniate,
che saper brama da la vostra lingua
se la ferita del cortese Achille
sarà pericolosa de la morte
over se agevolmente può sanarsi.
Com'udì questo, il medico eccellente
se n'andò per la turba de i soldati
a ritrovare il capitanio eccelso:
quivi era Achille e molti altri baroni,
che tutti si dolean di quello inganno.
Ma come giunse il medico palpolli
il loco tutto ov'era intrato il strale,
e vide che la punta era vicina
al ombilico, e quivi gli dolea;
onde disse a i baroni: Il male è poco,
e lo risaneremo in brieve tempo.
Poi, tratta quindi la saetta amara,
feceli prima uscir premendo il sangue,
dapoi condutto dentro a la cittade
lo medicò con prezïosi unguenti.
Or mentre che si stava in quel negozio,
Vitige re fece ordinar le schiere:
il che vedendo, Belisario il grande
non stette a risguardar né a far dimora,
ma tosto rassettò tutto 'l suo stuolo
ponendo al destro ed al sinistro corno
gli aiuti, e poi le legïoni in mezzo.
Alor si vide affaticarsi molto
l'angel Contenzïoso fra quei stuoli:
ed ora ne i Romani, ora ne i Gotti
si travagliava, e gli donava ardire,
per far al tutto disturbar gli accordi.
Avanti gli altri Corsamonte il fiero
si stava armato sul feroce Ircano,
e desïava di veder tra i Gotti
l'altero Turrismondo, e far vendetta
de l'onta ch'avea fatta a la sua donna:
or mentre lo cercava con la vista,
l'angel Gradivo in forma di Unigasto
si fece appresso Totila, e gli disse:
Totila, u' son le tue parole altere
e l'avantar ch'hai fatto entr'a i conviti
di volerti condur con Corsamonte,
e combatter con lui senza paura?
Or ei t'aspetta sopra il suo destriero.
A cui rispose Totila superbo:
Signor, voi non sapete la gran forza
di Corsamonte e l'alto suo valore,
né il gran favor del Ciel che l'accompagna;
ma se 'l favor del Ciel pur fosse equale,
combatterei con lui, né sarei vinto:
ancor che 'l corpo suo fosse di ferro.
A cui rispose quel celeste messo:
Barone illustre, non aver timore,
ché tu sei come lui di carne e d'ossa,
né di men forte e men famosa gente:
priega pur l'alto Re de l'universo,
che non ti mancherà d'onesto aiuto;
e sprona il tuo corsier contra costui
senza punto stimar minaccie e ciance.
Così disse, e spirolli ardire e forza;
ed e' pregando Iddio con le man giunte
disse: Signor del ciel, donami tanto
del tuo favore, e fammi tanta grazia,
che quella orribil fiera non m'uccida
or ch'io mi muovo per combatter seco.
Questo diss'egli, e poi spronò il cavallo
e ratto se n'andò dinanzi a tutti;
ma non posero ancor le lance in resta
quei dui generosissimi baroni,
se ben inanzi a gli altri si trovaro.
Alor vedeasi la pianura piena
tutta di fanti e cavalieri armati
de l'uno e l'altro glorïoso stuolo,
che risplendean come lucenti fiamme.
E quivi prima Totila si mosse
col scudo avanti 'l petto e l'elmo in testa
e con la lancia sua sopra la coscia,
con tanto ardir che minacciava al mondo;
da l'altra parte Corsamonte il fiero
se n'andò verso lui come un leone
che vede un toro che gli viene incontra;
ma quando l'uno a l'altro fur vicini,
il duca mandò fuor queste parole:
Totila, io veggio che ti spingi avanti
desideroso di combatter meco,
perché tu speri forse aver l'impero
sopra la gente tua, se tu m'uccidi:
o forse speri aver terreni ed oro
ch'a te fien dati da le genti gotte,
se tu mi mandi in questo giorno a morte.
Ma gran difficultà faratti a farlo,
perché ho forza maggior, che tu non pensi.
Deh, torna in dietro a le tue fide schiere
prima che abbi da me vergogna e danno;
e non tardare il gran desir ch'io tengo
di trovarmi a le man con Turrismondo.
Così diss'egli, e Totila rispose:
Non creder farmi aver timore alcuno
con le parole tue, superbo duca,
ché mai non s'annidò dentr'al mio petto
stilla di tema: prendi pur del campo,
che proverem chi arà più forte lancia.
E così detto, rivoltò il cavallo
e Corsamonte anch'ei fece il medesmo,
e s'allongor quasi una buona arcata;
poi con tanto furor ciascun si mosse,
che tutto 'l pian tremava sotto i piedi
de li lor velocissimi corsieri:
e s'incontraro in mezzo del camino
come se fossen due procelle orrende
o dui fulguri ardenti che fan darsi
luogo a le torri, a gli arbori ed a i monti.
Totila prima accolse in mezz'al scudo
con la sua lancia il gran duca de i Sciti,
e quella se n'andò volando in pezzi;
ma Corsamonte lui toccò ne l'elmo,
ch'era d'accial finissimo e fadato:
onde non lo passò, ma fece andarlo
col capo su le croppe del cavallo,
il qual convenne ingenocchiarsi anch'esso
per la gran lena del feroce Ircano;
pur si rifece, e 'l cavalier di sella
non si moveo, benché stordito fosse.
Poi Corsamonte trasse fuori il brando,
e senza dubbio lo mandava a morte
se l'angel santo non gli dava aiuto:
questi mandato fu dal Cielo in Roma,
per non lasciarla saccheggiare a i Gotti,
ma poi mosso a pietà di quel signore
soccorse lui nel suo periglio estremo;
né poteo ritenerlo il buon Palladio,
ben che dicesse a lui queste parole:
Deh, non donare, Adrastio, alcun soccorso
a quel crudel, lascia ch'e' vada a morte:
che 'l Re del ciel t'ha pur mandato in terra
per salvar Roma da le man de' Gotti,
e non per aiutarli da la morte.
A cui rispose Adrastio: Io vuo' che sappi
ch'io non m'oppongo al comandar divino,
che vuol salvar costui per la ruina
d'Italia e per la gloria di Narsete:
onde non dee morir vicino al Tebro,
ma fuggendo morrà presso al Metauro
ed io gli sarò adverso in quel conflitto.
E detto questo, stese avanti gli occhi
di Corsamonte una gran nebbia folta:
poi levò in alto Totila, e lo spinse
molto leggier sopra i cavalli e i fanti
ne l'ampia retroguardia del suo stuolo,
e fatto a lui vicin così gli disse:
Totila mio, quel messaggier del Cielo
fu troppo ardito e senza buon discorso,
a farti andare a quell'aspra battaglia
con Corsamonte, ch'è 'l miglior guerriero
che porti lancia in campo de i Romani.
Non t'affrontar mai più con quel barone,
che contra il tuo destin ti darìa morte;
ma com'ei sarà fuor di queste parti
combatti arditamente con ognuno,
ch'arai vittorie inopinate e grandi.
Così gli disse, e sciolse poi la nebbia
che Corsamonte avea davanti a gli occhi;
onde ammirossi, e diss'este parole:
Qual meraviglia è questa, ch'io non veggio
Totila, e veggio la sua lancia in pezzi
là dove la gettò sopra il terreno?
Certo egli è caro al gran Motor del cielo,
a cui dee fare orazïoni e voti,
poi che salvato l'ha da le mie mani.
Or vadasi in malora, bench'io stimo
che non arà mai più sì folle ardire
di disfidarmi e di combatter meco,
essendo uscito con la vita appena
fuor del periglio ove s'aveva involto.
Così prima parlò fra se madesmo,
poi si rivolse a l'altra gente e disse:
O valorosi cavalieri e fanti,
non stati scevri da la gente gotta,
ma ciascun vada contra il suo nimico:
ciascun per sé combatta, perch'io solo
non posso a un tempo seguitarli tutti
né combatter con tutti in tutti i luoghi;
ma ciò che potran far le mani e i piedi
e l'animo, e la forza, io vi prometto
de non gli dar già mai riposo alcuno,
ma sempre essercitarli fra costoro:
e non s'allegrerà nessun de i Gotti
di ritrovarsi appresso a la mia lancia.
Così esortava il duca le sue genti;
ma Turrismondo poi da l'altra parte
dicea cridando: O generosi Gotti,
non abbiate timor di Corsamonte
né de l'acerbo suo bravar che face,
ch'anch'io combatterei con le parole
contra i demoni orrendi de l'inferno,
ma non mi daria 'l cuor d'averne onore.
Sappiate ancor che Corsamonte acerbo
non fornirà con le parole il tutto,
ma lascierà da far la maggior parte.
Io son disposto poi d'andarli contra
e di provar s'egli è di me più forte,
e se 'l mio stocco e la mia lancia punge.
Quel superbo signor pien di valore,
così diceva ed essortava i Gotti;
e i Gotti se n'andor con l'aste basse
contra i Romani, e mescolaro insieme
le forze e l'arme con orribil cridi.
L'angel Latonio alor si fece appresso
al forte Turrismondo, e così disse:
Non combatter baron, con Corsamonte,
ma sta fra gli altri tuoi fuor del tumulto:
perché oggi ha tanta forza, e tanto è caro
al gran Motor de le celesti rote,
che agevolmente manderiati a morte.
Così gli disse, e Turrismondo poi
che ben conobbe il messaggier del cielo
si ritirò nel mezzo de le squadre;
ma Corsamonte con la lancia in resta
spronò 'l suo corridor contra Fabalto,
che dentr'al scudo suo portava il foco;
e lo ferì con l'asta ne la testa
e tutta la passò di banda in banda:
né lo diffese l'elmo, come fosse
stato di cera tenera o di piombo,
onde tosto caddèo disteso in terra
a mal suo grado, e morsicò l'arena.
Poi Corsamonte alteramente disse:
Tu sei pur morto, asperrimo Fabalto,
e non hai posta la città di Roma,
come tu t'avantasti, a fuoco e fiamma:
e per memoria del tuo mal pensiero
portavi il fuoco acceso per insegna
intorno a le muraglie d'una terra;
or te ne resterai vicino al Tebro
con le tue membra e le tue fiamme estinte,
né più ritornerai là dove alberga
l'afflitta madre tua tra l'Oglio e 'l Brembo.
Questo gli disse Corsamonte il fiero;
néd ei rispose a lui, ché tosto gli occhi
gli fur d'oscure tenebre coperti:
poi calpestato fu da i duri piedi
de i corridor de i Gotti e de i Romani.
Uccise ancor Rifosco e Sabinaco,
giovani eletti: questi eran figliuoli
di Muzzolone altero e di Carnienta,
che parturilli in su la ripa d'Agno
prima che 'l Chiampo a lui dimostri l'acque;
il duca dié la morte a Sabinaco,
ché con l'asta lo punse entr'a una tempia
e ruppe l'osso prima, e poi la tinse
de le cervelle sua ch'eran quiv'entro,
onde si stese palpitando in terra.
Il che vedendo il giovane Rifosco
volse il cavallo per voler fuggire;
ma Corsamonte gli cacciò la lancia
dentr'a la schena in mezzo de le spalle,
ed ella se n'andò fino a le mamme:
onde l'alma uscì fuor soffiando molto,
come fa un toro acerrimo ferito
da l'empio macellaro entr'al macello,
che sparge con romor soffiando il sangue,
e l'anima dolente l'accompagna.
D'indi si volse il duca al bel Merano
figliuol di Baldimarca e di Alarico
ed unico fratel di Turrismondo,
ch'era venuto pochi giorni avanti
da Aquileia a Ravenna e d'indi a Roma.
ché Baldimarca non lasciò ch'andasse
con Turrismondo a la feroce guerra,
ch'era ancor giovinetto e molto bello,
e nel correr vincea tutti i furlani;
ma poscia vinta da le sue preghiere
mandolvi. e giunse al tempo de la tregua:
e quel fu il primo dì che si vestisse
d'arme e di piastre per andare in guerra;
e la sua sorte indusse quello incauto
a gir primieramente a la battaglia
contr'al miglior guerrier che fosse al mondo.
Questi spronò il cavallo adosso al duca,
e ruppegli la lancia entr'al gran scudo,
ma nol passò, né pur signollo alquanto:
poi Corsamonte con la spada in mano
se gli fé appresso, e dielli una stoccata
sotto 'l bilico, e gli passò il diafragma;
tal che 'l meschino andò piangendo in terra,
e prese con le man le sue budella
che per la piaga usciro, onde una nebbia
spietata e dura gli coperse gli occhi.
L'acerbo Turrismondo, quando vide
disteso in terra il suo fratel Merano
con le budella in man, privo di luce,
non poteo più durar né star da parte
come l'angel di Dio gli avea commesso.
Ma se ne venne contra Corsamonte
con la sua spada impetüosa in mano;
e Corsamonte rallegrossi, e disse:
Io veggio pur colui ch'ha tanto offeso
la mente mia col tòrli il suo diporto
onde ho speranza di non star più a bada
né di cercarlo in mezzo de le squadre,
ch'or s'avicinerem con l'arme nude.
Così diss'egli, e poi con gli occhi torti
risguardò prima Turrismondo, e disse:
Fatti vicino a me perché tu possi
giunger più tosto al fin de la tua vita.
E Turrismondo a lui senza paura:
Non sperar, Corsamonte, di vedermi
aver nel petto alcun signal di tema;
ché se ben so che sei tenuto in Roma
il miglior cavalier che porti lancia,
non ti temo però né mi sgomento,
ché Dio suol dar vittoria a chi gli piace.
Pur la mia spada ha la sua punta acuta
come la tua, né men feroce ha il taglio:
onde penso poter ferirti anch'io
e poterti mandare a l'altra vita,
perché la carne tua non è d'acciale.
Così diss'egli, e poi tirò una punta
verso la gola del possente duca,
ch'agevolmente gli aria fatto oltraggio:
se 'l buon Palladio non spingeva indietro
il braccio a Turrismondo, onde convenne
lentamente arrivar dentr'al camaglio,
tal che non poté farli alcuna offesa.
Ma Corsamonte con orribil crido
mosse la spada sua per darli morte;
e certamente non saria campato,
se quell'altr'angel ch'era in suo favore
no 'l ricopria con una nebbia oscura
che lo diffese in quel periglio estremo:
ma ben tre volte Corsamonte il fiero
gli menò de la spada, e ben tre volte
percosse l'aria e quella nebbia densa;
ma quando poi la quarta volta adosso
gli andò come un demonio, e non lo colse,
superbamente minacciando disse:
Tu l'hai fuggita pur, rabbioso cane,
perché l'angel di Dio t'ha dato aiuto
per qualche voto che sta mane hai fatto:
ma ben non fuggirai, com'io ti giunga
un'altra volta sopra questi piani,
se 'l favor di là su non mi fia adverso.
Or voglio andar contra quest'altri Gotti
per provar anco lor come son forti.
E detto questo prese una gran lancia
che Filopisto gli portava dietro;
e passò ne la gola il bel Tebolo
che fu figliuol di Ruvolone e Venda,
e morto lo lasciò disteso in terra.
Uccise poi Vargonte e Verulato
l'un dopo l'altro, e Dardano e Biante,
tutti con l'empia e dispietata lancia,
la qual si ruppe a l'ultime percosse;
onde poi trasse fuor l'orribil spada,
e diede a Monlïon sotto la poppa
destra, che dentr'al fegato cacciolla
e di sangue gli empio le gonne e l'arme:
il che vedendo il giovane Materno,
ch'era figliuol di Tarsia e Filacuto,
scese giù del cavallo, ed al gran duca
basciò la staffa ed abbracciolli il piede;
poi disse: Alto signor, non m'uccidete,
ma mandatemi vivo al vostro albergo,
ch'eternamente vi sarò fedele.
Deh, movavi a pietà la verde etade
in ch'io mi truovo, e la mia afflitta madre
che nove mesi mi portò nel ventre
e priva del marito in questa guerra
ha collocata in me la sua speranza:
perché di sette figli ch'ella avea
sei ne son morti, ed io le resto solo;
e se vorrete mai ch'io torni a casa
vi donerà per me molto tesoro,
per esser donna di richezza immensa.
Così parlò Materno, e Corsamonte,
quantunque fosse pien di sdegno e d'ira,
s'intenerì nel cuore e non l'uccise;
anzi gli disse: Or va dove ti piace,
ma non ci venir più con l'arme contra:
ché se vorrai combatter co i Romani
la mia pietà sarà da l'ira vinta.
Così diss'egli, e poi volgendo gli occhi
verso i nimici vide il re de' Gotti
con l'asta in mano star davanti a gli altri,
onde si volse a Filopisto e disse:
Porgime, Filopisto, quella lancia
che tu mi porti dietro, perch'io voglio
tentar s'uccider posso questo drago:
per la cui morte arei ferma speranza
di porre in libertà l'Italia aflitta
e racquistar la mia perduta donna.
Ben ti ricordo che s'io 'l mando a terra,
che tu abbi l'occhio sempre al suo cavallo,
e cerca destramente di pigliarlo
e menal poi subitamente a Roma,
cosa che ti sarà d'eterna gloria,
perch'è il miglior caval ch'Italia pasca.
Com'ebbe detto questo, prese in mano
quella robusta lancia, ed avviossi
verso il superbo re per darli morte;
il che vedendo l'angelo Gradivo
senza dimora a Vitige accostossi
sotto la forma d'Unigasto, e disse:
Non dubitate, sir, di Corsamonte:
giostrate pur con lui senza paura,
che certamente non sarete ucciso;
per ciò che è destinato il vostro fine
sopra le piume in più lontana parte.
Così disse, e spirolli animo e forza;
onde pose quel re la lancia in resta
e spronò il suo caval contra 'l gran duca
cridando: Acerbo e dispietato cane,
or è venuto il dì ch'ha il ciel mandato
da poner fine a la tua immensa rabbia.
E Corsamonte contra lui si mosse
con l'asta bassa e col suo scudo al petto,
e rincontrollo in mezzo del camino;
ed ambi si colpiro entr'a i lor scudi
con tanta forza e con sì gran romore
che tutto 'l prato rimbombava intorno.
Ma l'empia lancia del superbo Gotto
non stette salda, anzi n'andò in pezzi;
e quella poi di Corsamonte acerbo
non si ruppe o piegò, ma fece andare
l'ardito re disteso in su 'l terreno,
perché l'arcion de la ferrata sella
di lui si ruppe, onde cadder convenne:
e parve una gran rocca sopra un colle
minata con cunìculli ripieni
di nitro pesto e di carbone e solfo,
che quando dentro poi v'è posto il foco
da i buon soldati ch'a l'assedio stanvi
cade per terra con ruina immensa
e fa tremarsi le campagne intorno;
così al cader di Vitige tremaro
tutte le menti de la gente gotta,
e fuor mandaron gemiti e sospiri:
sì come da parte de i Romani
s'udian per tutto glorïosi cridi.
Il buon caval del re, ch'a sella vota
rimase, scorse lentamente avanti,
onde l'accorto Filopisto il prese
e ratto lo menò dentr'a le mura.
Quando l'ardito Corsamonte vide
ch'avea gettato il suo nimico in terra,
scese giù del caval per darli morte
o per menarlo suo prigione in Roma:
ma quando gli fu appresso, e non lo vide,
perché 'l Gradivo alor l'avea coperto
di nebbia e fattol quetamente andarsi
fuor de la zuffa e chiudersi nel vallo,
tutto di meraviglia e di duol pieno
disse dentr'al suo cuor queste parole:
Che cosa esser può questa, ch'io non vedo
quel ch'i' ho con l'asta mia mandato al piano,
né so pensar come si sia fuggito
né come a gli occhi miei si sia nascosto?
E così detto rimontò a cavallo;
e poi l'angel Palladio andogli appresso,
che parea proprio il duca de i Fenici,
e gli disse pian pian queste parole:
Illustre cavalier, quel ch'ha quell'arco
è il falso Ablavio ch'ha ferito Achille,
ond'or potrete far la sua vendetta.
Come udì questo l'animoso duca
gli corse contra con la spada in mano;
ed e', ch'avea 'l caval molto veloce,
vedendo il duca posesi a fuggire:
e 'l duca lo seguìa, sperando sempre
per l'estrema bontà del suo destriero
prenderlo e darli la promessa pena;
ma quello astuto poi così fuggendo
pose su l'arco una saetta acuta
e tuttavia correndo si rivolse
con l'arco in dietro, e lasciò gire un strale
verso 'l duca di Scitia che 'l seguia:
e 'l duca ratto si coprì col scudo,
onde l'aspra saetta in terra cadde,
che non poteo passar quel fino acciale;
e parve una gragnuola che sia spinta
dal vento, e che percuota un duro marmo
con gran furore, e senza farli danno
ritorna in dietro e volgesi per terra.
Poi mentre si volgea per trarne un'altra
Corsamonte l'aggiunse con la spada,
tal che la mano e l'arco e la saetta
subitamente fé caderli al prato,
e Corsamonte poi così gli disse:
Acerbissimo Gotto, io t'ho pur colto,
e govate non t'han l'usate fraudi.
E detto questo trapassolli avanti,
e tirolli una punta ne la faccia
che da l'angel Palladio fu driciata
ne la bocca di lui, ch'aveva aperta
e dimandava lagrimando aiuto:
onde tirolli quella orribil spada
fin ne la strozza la periura lingua;
e tanto penetrò l'acerbo colpo
che la punta uscì fuor da l'altra parte
del collo, e lo mandò disteso al piano:
ma nel cader che fece il fiero duca
gli tirò un altro colpo a la man destra,
che tutta netta la spiccò dal braccio,
e poscia disse: Achille, io te la dono,
che per me non gli arei fatto altra offesa.
Poi fatto questo con furore immenso
si volse contra l'altra gente gotta,
ed ovunque arrivava ognun fuggìa.
Non altrimente in una selva folta
l'acceso foco dal furor de' venti
ratto si sparge in questa parte e in quella,
ed ove arriva fa cader le piante;
così vedeasi Corsamonte acerbo
per tutto il stuolo con l'orribil spada
mandare a terra gli omini e i cavalli,
che tutta la fecean correr di sangue;
ed egli ancor col suo feroce Ircano
calcava e corpi morti e lance e scudi
che per terra giacean, tal che le goccie
del sangue risalian verso la pancia
di quel corsiero, onde pioveanli tutte
di sangue umano le schiniere e i sproni.
E come quando il fumo ascende al cielo
d'una accesa cittade in cui da l'ira
del Signor di là su s'apprenda il fuoco,
si vede in essa ognun pigliar fatica
chi in portar acqua e chi in salvar le robbe,
e tutti insieme aver dolori e danni;
così vedeansi da l'orribil duca
tutti quei Gotti aver fatiche e doglie:
onde vedendo il provido Unigasto,
che fu lasciato a guardia de i ripari,
come ciascuno era già posto in fuga,
disse a color che stavano al governo
de le porte del vallo este parole:
Aprite ben tutte le chiuse intrate
de i gran steccati, e giù callate i ponti
perché si salvi il popolo che fugge;
ma come poi ciascun sia tolto dentro
le chiuderemo, e leveremo i ponti,
perché il crudel non ci tollesse i valli.
Così diss'egli, e fur le porte aperte
subitamente, e messi i ponti a basso.
L'angel Latonio alor dal ciel discese
per dar soccorso a quella gente afflitta,
che sitibunda e polverosa e stanca
se ne fuggìa verso i muniti valli:
e non poteavi intrar tutta in un tempo,
che Corsamonte pien di rabbia e d'ira
e di disir di gloria e di vendetta
non la lasciava aver riposo alcuno;
e forse preso aria quegli ampi valli
con gran ruina de la gente gotta,
contra 'l destin che 'l Ciel gli avea prefisso,
se 'l buon Latonio non facea voltarsi
Bisandro duca d'Istria, e non gli dava
tanto ardimento che firmasse i piedi:
perché sotto la forma d'Agrilupo
se gli fé appresso, e disse este parole:
A che devemo avere, illustre duca,
tanta paura de gli orribil colpi
di questi acerbi cavalier Romani?
Noi siamo armati da finissime arme,
che si diffenderem da ogni periglio:
con le quai forse pria ch'andiamo a morte
offenderem chi vorrà farci offesa,
e forse salverem la nostra gente.
Così diss'egli, e poi Bisandro volse
la faccia u' prima avea volte le spalle;
ma come poscia vide Corsamonte
che venia verso lui di buon galoppo,
fece dentr'al suo cuor molti pensieri:
l'un era di fuggir con gli altri insieme
verso 'l gran vallo, e poi tra sé temea
che Corsamonte acerbo non pigliasse
e nol scannasse con le proprie mani;
l'altr'era di voltarsi verso il Tebro
e passarlo notando, e gir ne' monti
e quindi ritornar verso Romagna:
ma dubitava ancor che nol seguisse
l'ardito duca sul feroce Ircano
e nol mandasse a vergognosa morte.
Al fin gli parve il meglio di aspettarlo
e combatter con lui senza fuggirlo,
dicendo entr'al suo cuore: Egli è pur omo
mortal come son io di carne e d'ossa,
se ben il Re del ciel gli dà più forza.
E così discorrendo stette saldo,
ed aspettò l'acerbo Corsamonte
disposto e pronto a far con lui battaglia.
E come il pardo uscito de la selva
aspetta il cacciator, né si spaventa
perch'oda il crido e l'abbagliar de i cani,
ma si sta saldo, e non ritorna in dietro
se con lui primamente non combatte;
così Bisandro alor fuggir non volse
se non giostrava pria con Corsamonte:
e però pose la sua lancia in resta
e disse a lui cridando este parole:
Tu credi, Corsamonte, in questo giorno
pigliare i valli de la gente gotta
e Roma liberar dal grande assedio:
sciocco, che prenderai molte fatiche
e molte doglie pria che i nostri valli,
perché vi siam molt'omini robusti
che gli difenderem da tutto 'l mondo;
e non si partirem da questo assedio
che vedrem tutta Roma ardere in fiamme.
Così diss'egli, e poi spronò il destriero,
e ruppe la sua lancia entr'al gran scudo
di Corsamonte, e non passò la lama
che 'l copria tutto quanto, ma il leone
ch'avea nel mezzo di finissim'oro
fu trappassato da l'ardita punta
che si ritenne poi nel forte acciale
e Corsamonte, ch'era senza lancia,
nel trappassar, che fé Bisandro avanti
gli tenne dietro con la spada in mano:
e 'n poco tempo lo mandava a morte,
se l'angel santo nol coprìa sì tosto
di nebbia oscura, e nol portava tosto
fuor de le schiere e del conflitto amaro;
e perché quel buon angelo era vago
di liberar quel dì la gente gotta
da le feroci man di Corsamonte
e di ridurla salva entr'a i steccati,
prese la propria forma di Bisandro
ed andò contra 'l duca con la spada:
ma quando il duca poi volea ferirlo
tosto quell'angel si traeva in dietro
e lentamente gli fuggiva inanzi
per farsi seguitar da quel barone,
e sempre lo volgea verso le mura;
onde sperando Corsamonte sempre
di giungerlo con l'arme, e darli morte,
lo seguitava, e s'allungò dal vallo
tal che la gente gotta poté intrarvi
che fuggia inanzi a i principi romani:
e non fu ardito alcun di star di fuori
né d'aspettar l'un l'altro per sapere
chi sia fuggito da gli orribil colpi
o rimaso difunto in su l'arena;
ma tutti con disio v'entraron'entro
secondo che da i piedi eran portati
o dal veloce corso de i cavalli:
onde tosto se impìo tutto 'l steccato
di fuggitivi cavallieri e fanti.
Da poi, chiuse le porte e alzati i ponti,
tutti i soldati senza dar ristauro
al lor sudor e a l'importuna sete
andòr co i scudi sopra i gran ripari
per custodirli ben da i lor nimici.
L'angel Latonio poi ch'avea rimosso
con la vera sembianza di Bisandro
l'acerbo duca dal seguir i Gotti,
i quali eran salvati entr'al steccato,
si volse, e disse con parole acerbe:
Non mi seguir, baron, con tanta furia,
ch'io son messo di Dio, né son mortale:
conoscime or; ch'io ti son stato ascoso
per separarti da la gente gotta
e farla andar dentr'a i muniti valli.
Tòrnati adunque a la città di Roma,
ché 'l sole è per corcarsi entr'a l'Ibero:
e non tentar mai più con lucid'arme
di far offesa a i messaggier del cielo.
Così disse, e sparì come un baleno:
onde rimase Corsamonte alora
pien di gran meraviglia e di stupore;
poi ritornossi lentamente in Roma,
quando 'l voler di Dio si vide adverso.
Da poi s'ascose il dì ne l'onde salse
e cominciaro ad apparir le stelle.