IN MORTE DI CARLO IMBONATI

By Alessandro Manzoni

«Se mai più che d'Euterpe il furor santo,

e d'Erato il sospiro, o dolce madre,

l'amaro ghigno di Talia mi piacque,

non è consiglio di maligno petto.

Né del mio secol sozzo io già vorrei

rimescolar la fetida belletta,

se un raggio in terra di virtù vedessi,

cui sacrar la mia rima». A te sovente

così diss'io: ma poi che sospirando,

come si fa di cosa amata e tolta,

narrar t'udia di che virtù fu tempio

il casto petto di colui che piangi;

«Sarà», dicea, «che di tal merto pera

ogni memoria? E da cotanto esemplo

nullo conforto il giusto tragga, e nulla

vergogna il tristo?». Era la notte; e questo

pensiero i sensi m'avea presi; quando,

le ciglia aprendo, mi parea vederlo

dentro limpida luce a me venire,

a tacit'orma. Qual mentita in tela,

per far con gli occhi a l'egra mente inganno,

quasi a culto, la miri, era la faccia.

Come d'infermo, cui feroce e lungo

malor discarna, se dal sonno è vinto,

che sotto i solchi del dolor, nel volto

mostra la calma, era l'aspetto. Aperta

la fronte, e quale anco gl'ignoti affida:

ma ricetto parea d'alti pensieri.

Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso

non difficile il labbro. A me dappresso

poi ch'e' fu fatto, placido del letto

su la sponda si pose. Io d'abbracciarlo,

di favellare ardea; ma irrigidita

da timor da stupor da reverenza

stette la lingua; e mi tremò la palma,

che a l'amplesso correva. Ei dolcemente

incominciò: «Quella virtù, che crea

di due boni l'amor, che sien tra loro

conosciuti di cor, se non di volto,

a vederti mi tragge. E sai se, quando

il mio cor ne le membra ancor battea,

di te fu pieno; e quanta parte avesti

de gli estremi suoi moti. Or poi che dato

non m'è, com'io bramava, a passo a passo

per man guidarti su la via scoscesa,

che anelando ho fornita, e tu cominci,

volli almeno una volta confortarti

di mia presenza». Io, con sommessa voce,

com'uom, che parla al suo maggiore, e pensa

ciò che dir debba, e pur dubbiando dice,

risposi: «Allor ch'io l'amorose e vere

note leggea, che a me dettasti prime,

e novissime furo; e la dolcezza

de l'esser teco presentia, chi detto

m'avria che tolto m'eri! E quando in caldo

scritto gli affetti del mio cor t'apersi,

che non saria da gli occhi tuoi veduto,

chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo

di te nutrissi desiderio, il pensa.

E come il pellegrin, che d'amor preso

di non vista città, ver quella move;

e quando spera che la meta il paghi

del cammin duro e lungo, e fiso osserva

se le torri bramate apparir veggia;

e mira più da presso i fondamenti

per crollo di tremuoto in su rivolti,

e le porte abbattute, e fori e case

tutto in ruina inospital converso;

e i meschini rimasti interrogando,

con pianto ascolta raccontar dei pregi

e disegnar dei siti; a questo modo

io sentia le tue lodi; e qual tu fosti

di retto acuto senno, d'incolpato

costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,

non vantator di probità, ma probo:

com'oggi al mondo al par di te nessuno

gusti il sapor del beneficio, e senta

dolor de l'altrui danno». Egli ascoltava

con volto né superbo né modesto.

Io rincorato proseguia: «Se cura,

se pensier di quaggiù vince l'avello,

certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto

di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,

te perdendo, ha perduto. E se possanza

di pietoso desio t'avrà condotto

fra i tuoi cari un istante, avrai veduto

grondar la stilla del dolor sul primo

bacio materno». Io favellava ancora,

quand'ei l'umido ciglio, e le man giunte

alzando inver lo loco onde a me venne,

mestamente sorrise, e: «Se non fosse

ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto

quell'anima gentil fuor de le membra

prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo

di Quei, ch'etema ciò che a Lui somiglia.

Che fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo

di mai più non lasciarla, esser felice

pienamente non posso». A questi accenti

chinammo il volto, e taciti ristemmo:

ma per gli occhi d'entrambi il cor parlava.

Poi che il pianto e i singulti a le parole

dieder la via, ripresi: «A le sue piaghe

sarà dittamo e latte il raccontarle

che del tuo dolce aspetto io fui beato,

e ridirle i tuoi detti. Ora, per lei

ten prego, dammi che d'un dubbio fero

toglierla io possa. Allor che de la vita

fosti al fin presso, o spasimo, o difetto

di possanza vital feceti a gli occhi

il dardo balenar che ti percosse?

O pur ti giunse impreveduto e mite?».

«Come da sonno», rispondea, «si sol ve

uom, che né brama né timor governa,

dolcemente così dal mortal carco

mi sentii sviluppato; e volto indietro,

per cercar lei, che al fianco mio si stava

più non la vidi. E s'anco avessi innanzi

saputo il mio morir, per lei soltanto

avrei pianto, e per te: se ciò non era,

che dolermi dovea? Forse il partirmi

da questa terra, ov'è il ben far portento,

e somma lode il non aver peccato?

dove il pensier da la parola è sempre

altro, e virtù per ogni labbro ad alta

voce lodata, ma nei cor derisa;

dov'è spento il pudor, dove sagace

usura è fatto il beneficio, e brutta

lussuria amor, dove sol reo si stima

chi non compie il delitto; ove il delitto

turpe non è, se fortunato; dove

sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.

Dura è pel giusto solitario, il credi,

dura, e pur troppo disegual la guerra

contra i perversi affratellati e molti.

Tu, cui non piacque su la via più trita

la folla urtar che dietro al piacer corre

e a l'onor vano e al lucro; e de le sale

al gracchiar voto e del censito volgo

al petulante cinguettio, d'amici

ceto preponi intemerati e pochi,

e la pacata compagnia di quelli

che spenti, al mondo anco son pregio e norma,

segui tua strada; e dal viril proposto

non ti partir, se sai». «Questa», risposi,

«qualsia favilla, che mia mente alluma,

custodii, com'io valgo, e tenni viva

finor. Né ti dirò com'io, nodrito

in sozzo ovil di mercenario armento,

gli addi bronchi fastidendo, e il pasto

de l'insipida stoppia, il viso torsi

da la fetente mangiatoja; e franco

m'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.

Come talor, discepolo di tale,

cui mi saria vergogna esser maestro,

mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso

di tanto amor, che mi parea vederli

veracemente, e ragionar con loro.

Né l'orecchio tuo santo io vo' del nome

macchiar de' vili, che oziosi sempre,

fuor che in mal far, contra il mio nome armaro

l'operosa calunnia. A le lor grida

silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.

Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;

ond'io lieve men vado a mia salita,

non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,

se di te vero udii che la divina

de le Muse armonia poco curasti».

Sorrise alquanto, e rispondea: «Qualunque

di chiaro esemplo, o di veraci carte

giovasse altrui, fu da me sempre avuto

in onor sommo. E venerando il nome

fummi di lui, che ne le reggie primo

l'orma stampò de l'italo coturno:

e l'aureo manto lacerato ai grandi,

mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;

e di quel, che sul plettro immacolato

cantò per me: .

Cui, di maestro a me poi fatto amico,

con reverente affetto ammirai sempre

scola e palestra di virtù. Ma sdegno

mi fero i mille, che tu vedi un tanto

nome usurparsi, e portar seco in Pindo

l'immondizia del trivio, e l'arroganza,

e i vizj lor, che di perduta fama

vedi, e di morto ingegno, un vergognoso

far di lodi mercato e di strapazzi.

Stolti! Non ombra di possente amico,

né lodator comprati avea quel sommo

d'occhi cieco, e divin raggio di mente,

che per la Grecia mendicò cantando.

Solo d'Ascra venian le fide amiche

esulando con esso, e la mal certa

con le destre vocali orma reggendo:

cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,

e Rodi a Smima cittadin contende:

e patria ei non conosce altra che il cielo.

Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli

sopravissuti, oscura e disonesta

canizie attende». E tacque; escosso il capo,

e sporto il labbro, amaramente il torse,

com'uom cui cosa appare ond'egli ha schifo.

Gioja il suo dir mi porse, e non ignota

bile destommi; e replicai: «Deh! vogli

la via segnarmi, onde toccar la cima

io possa, o far, che s'io cadrò su l'erta,

dicasi almen: su l'orma propria ei giace».

«Sentir», riprese, «e meditar: di poco

esser contento: da la meta mai

non torcer gli occhi, conservar la mano

pura e la mente: de le umane cose

tanto sperimentar, quanto ti basti

per non curarle: non ti far mai servo:

non far tregua coi vili: il santo Vero

mai non tradir né proferir mai verbo,

che plauda al vizio, o la virtù derida».

«O maestro, o», gridai, «scorta amorosa,

non mi lasciar, del tuo consiglio il raggio

non mi sia spento; a governar rimani

me, cui natura e gioventù fa cieco

l'ingegno, e serva la ragion del core».

Così parlava e lagrimava: al mio

pianto ei compianse, e: «Non è questa», disse,

«quella città, dove sarem compagni

eternamente. Ora colei, cui figlio

se' per natura, e per eletta amico,

ama ed ascolta, e di filial dolcezza

l'intensa amaritudine le molci.

Dille ch'io so, ch'ella sol cerca il piede

metter su l'orme mie; dille che i fiori,

che sul mio cener spande, io gli raccolgo,

e gli rendo immortali; e tal ne tesso

serto, che sol non temerà né bruma,

ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora

de le sue belle lagrime irrorato».

Dolce tristezza, amor, d'affetti mille

turba m'assalse; e da seder levato,

ambo le braccia con voler tendea

a la cara cervice. A quella scossa,

quasi al partir di sonno io mi rimasi;

e con l'acume del veder tentando,

e con la man, solo mi vidi; e calda

mi ritrovai la lagrima sul ciglio.