Incipit prima pars Pomi pulcri floretti

By Domenico da Prato

Ridestonsi di fiori i praticelli,

allegrezza mostrando i freschi mai,

adobbati di fronde gli arbuscelli,

ogni animal laudando Iove assai;

cantando, delle selve escon gli augelli,

con leggiadri versetti fan lor lai;

escon le selvaggine de' covili,

ché son passati li tempi vernili.

Scoperti avea suoi raggi il fiammeggiante

Febo, scherzando colla bella Aurora,

e pel mondo eran già le rote spante;

del ciel Venere caccia il figlio fora,

acciò che desti ogni pensoso amante:

e la mia mente sola non dimora,

mirando il vago tempo e 'l bel tesoro

col qual Gemini caccia il fiero Toro.

Cossì in un recai i mie pensieri

sol di mirare al sopradetto giorno;

a un prato arrivar trova' il sentieri,

dove più volte avea fatto soggiorno.

Ballavan pulzellette pe' verzieri,

laudando Amore e 'l suo figliuolo adorno;

di fiori incoronati, i pelegrini

amanti gian cantando pe' giardini.

Pel fronzuto sentier pensoso andava,

né per nulla cagione il camin torsi,

tanto che, dove il prato verzicava,

quant'io potea veder da lungi, il scorsi;

donzelle e donne dentro vi ballava.

Verso il cielo un mottetto a Iove porsi:

«Testimonia per me del vago prato

e del collegio d'amor ch'i' ho trovato».

Lettor, chi crederia l'adornamento

di queste eccelse e glorïose donne,

le porpore reali e 'l vestimento?

ché ben parean del ciel vere colonne.

Di perle e gemme e smalti d'arïento

eran fornite le incredibil gonne:

quali avevan partite e quali a fiori

e qual cangiante di mille colori;

e quali a fiamme e quali a razzi d'oro,

e quali eran dipinte a nuvolette;

di pietre prezïose gran tesoro,

corone aveano e sopra ghirlandette,

quali adobbava i biondi cape' loro.

Mentre io mirava, ed un bando si mette

tra lor, che debbian due donne ubidire,

che abbin l'altre per sorte a partire.

Poi che appressato io fui tra fronda,

in un canto del prato mi nascosi

per non esser veduto; da una sponda,

dietro a un cespuglio, ivi a seder mi puosi.

Lettor, chi crederia che la gioconda

egreggia stesse come qui compuosi?

Udito aveva già d'ognuna il nome,

quando chiamâr due donne e fêro un pome.

La prima d'esse Venere chiamata

fu, perché degli amanti guidatrice;

di saette d'argento lavorata

avea la vesta quella dea felice,

nella manica destra dissegnata

portava la gioconda reggitrice

un core, il quale assembra in una fiamma:

questa ben par d'Amor la vera mamma.

Seguiva la superna prencipessa

di donne leggiadrissime una schiera,

che di ventiquatr'anni si confessa

infino in trentasei loro età vera.

Delle celeste cose è sottomessa

gran parte a queste dee, ond'è lumera:

fanno delli lor raggi il ciel risplendere.

Or, lettor, se tu vuoi, tu puoi intendere.

Quale è colui ch'è ripreso d'altrui

e smorto impalidisce per vergogna

e di vermiglio il viso tigne poi,

onde non sa se egli vegghia o sogna,

cotal divenni, e dirotti per cui,

lettore, acciò che intenda se bisogna

che di mia donna canti perché messa

fu tra le dee la sera duchessa.

Cossì mi vinse i raggi di mia donna,

quand'io la vidi eletta; e a traverso

con frambelle d'argento have la gonna,

l'una partita rosso e l'altra perso,

dalle donzelle detta Melchïonna.

Ogn'altro, non che me, arìa sommerso;

poi a collo avea d'oro una catena,

qual d'argento un catel legato mena.

Le bionde trezze parean fila d'oro

sparse al vento, che quelle anodava;

della vista ridente un tal tesoro

uscia di raggi, che, solo, illustrava

il vago prato ove ella fa dimoro.

Se alcuna volta fra l'erbetta alzava

la ricca vesta, mostrava di fiori

lavorata una giubba a più colori.

Nell'età fanciullesca questa idea

propria assembrava vergin tirïana.

Qual dice il buon Vergilio che correa

Cammilla senza por l'erbetta piana,

tale adattezza in costei mi parea.

Seguiva lei con le suore Dïana

con più vergini idee al vago giuoco:

or qui Parnaso, ché m'aiuti, invoco.

Ben diece arcate gira il vago prato

via più ritondo che se fusse a sesta;

di pini e alloro e arcipressi è murato,

dintorno intorno fuori è gran foresta;

nel mezzo è un giardinetto circundato

di gelsimino e rose, ove gran festa

fan gli augelletti, e in mezzo del giardino

v'è una fonte, dove esce un gran pino.

Di marmo serpentino è 'l vago muro

di questa fonte storïata fuori;

quivi si vede chi è stato sicuro

in arme, o chi d'amor sentì gli ardori.

Tra l'altre storie, v'è il lamento scuro

che fé Narcisse quando ventò fiori,

come a nascer fatato fu da innopia;

sonvi le guerre che fùro in Auropia.

Molte più storie v'è ch'io non ho conte

d'Ovidio e de' poeti intorno intorno.

Quadrata a otto canti è quella fonte;

su ogni canto d'oro ha un lïocorno,

salvo ch'egli hanno d'argento la fronte;

acqua riversa di loro ogni corno,

poi d'otton lavorato intorno ha un truogo,

qual riceve quell'acqua d'ogni luogo.

Su per l'orlo del truogo ha lïoncelli,

i qua' stanno a giacer ben da dugento,

che sempre versano acqua ognun di quelli;

quali son d'oro e qual son d'arïento.

Rinfresca tutto il prato i fiumicelli

e' vivai, che escon d'esto adornamento.

Ben più di mille odor gitta l'erbetta,

che sempre ride, onde al cor mi diletta.

Fatte avean già di lor le dee due parte,

com'io dissi, e la prima donna eletta

fu quella che c'insegna d'amar l'arte;

poi la seconda mia donna perfetta,

la qual riluce nel ciel d'ogni parte

l'alma sua splendïente benedetta,

che pria, quand'io la vidi, mi parea

donzella, ed ora è convertita in dea.

Ognuna nel bel prato va al suo canto;

poi le maestre fêr la fonte il pome.

Odi, lettor, ciò che in mie rime canto:

di queste donne il glorïoso nome,

come elle incominciaro il giuoco santo

e come il vento sparge d'or le chiome

delle donzelle. Or vo', lettor, che intenda

che alle sei prese ne va una merenda.

Cangiaron nome alla mia donna bella,

qual Melchionna prima era chiamata:

in Silvïana si mutò favella.

Ognuna a correre è già aparecchiata,

e Silvïana chiamò una donzella

che dall'altre Napea è nominata,

a cui son sottoposti i praticelli

e l'erba fresca e' fioretti novelli.

E comandolle la reina franca

che a chieder pome a quella fonte andasse.

A uscigli a dosso Giuno non fu stanca,

Napea alquanto in dietro si ritrasse,

Nereide uscì a Juno da man manca,

che parve uccel che per l'aere volasse;

risplende questa in fiumi e in ruscelletti,

in fonti chiare ed in vivai perfetti.

Venere vide che n'eran già due

dalla parte di Silvïana fuori;

disse a Minerva tosto: «Va' là tue,

va' a dosso a quella de' freschi colori!»

Uccel per l'aere sì presto non fue

che mai volasse, come ella tra' fiori.

Nereide grida a Orcade: «Or mi soccorri!»,

poi dice a Napea: «Tosto al pome corri!»

Sì furïosa Minerva fu corsa

che per lo braccio Nereide pigliòe,

ma non gli valse per la gran trascorsa,

onde a quel tratto Nereide campòe;

alla fin rimanea, ma fu soccorsa

da Orcade. Ora il bel giuoco incominciòe,

per che: «Soccorso!» ciascuna gridava;

correndo, qual cadea, qual si levava.

«Va' là, va' là — gridò allor Silviana —

vedi colei che dello pome scocca!»

Mossesi una suora di Dïana.

Intanto Orcade per terra trabbocca;

a pigliarla Cimea non fu lontana,

al capezzale ambo le man gli accocca.

«Una e due e tre, sta' qui per me» gridòe.

Venere allora un gran romor levòe.

E cossì le donzelle sbigotite

col viso basso al pome ritornavano;

dicendo ch'eran senza ordine uscite

insieme Orcade tutte bestemiavano

dalle donne e da Venere schernite,

che infino al pome lor le dileggiavano.

Silvïana una presa si segnava,

quando la mezza terza già migrava.