INNO OTTAVO.
Che giova oro e terreno?
Che val possanza e impero?
Che può Fortuna e Sorte?
Tutto in un punto meno
Per un sol colpo fero
Vien di spietata morte:
E l'ore son sì corte
D'esta vita mortale,
Che quasi un sogno passa:
Inferma, cieca e bassa,
Torta, caduca e frale,
Notte e dì batte l'ale.
Questa importuna ancora
Sotto 'l suo fosco ammanto
I chiari nomi adombra.
Quanti onorati allora
Fur sovra 'l Tebro e 'l Xanto,
Ch'ella ci toglie e ingombra?
E 'l tempo, che disgombra
Ciò che presente truova,
È suo compagno fido;
E insieme in ogni lido
Quanto natura innuova
Vanno involando a pruova.
Soli i lodati inchiostri,
Sommo Francesco pio,
Fan loro oltraggio e scorno:
Che gli affamati mostri
Col suo possente oblio
Non puon di gloria il corno
Fiaccar, che tenga intorno
Forti guerrieri armati,
D'alteri detti ornati.
Questi, a mal grado sono
Dei secoli invidiosi,
Che ne dan lunga vita;
E con l'altero suono
Là dove 'l dì si posi,
Là d'onde fa partita;
Conta fanno e gradita
Quella virtù, ch'appare
Dentr'una nobile alma;
E con più ricca salma
Di belle lodi e chiare
La fanno al ciel volare.
Che brevi giorni arìa
L'alto valore invitto,
Che 'l ciel ripose in voi!
Ma per ch'al mondo fia
Per mille penne scritto,
Viverà sempre poi.
Onor di tutti noi,
Ch'or vi veggiamo spesso
Con maraviglia e gioia:
Agli altri invidia e noia,
A cui non fu concesso
Il voi mirar da presso.
Quel pio cortese affetto,
Ch'in voi sì dolcemente
Sempre i migliori accoglie;
Quel generoso petto,
In cui sentiamo spente
Tutte le basse voglie;
Non punto più che soglie
Al Sol la tarda neve
Arìan la vita breve.
Quell'alte spoglie opime,
Ch'in giovinetta etate
Fra tanto onor recaste,
Nel tempo che le prime
Vostre virtù pregiate
Al mondo dimostraste;
Rotte, oscurate e guaste
Da chi consuma e rode,
Sarìan pochi anni poi,
S'ancor coi detti suoi
Chi più in Parnasso gode
Non dà lor vita e lode.
Quell'altre opere illustri
Allor che sì v'oppresse
L'aspra Fortuna ria,
Dopo a non molti lustri,
Nessun più che credesse
Qua giù si troverìa.
Fuor della dritta via
Solo agli effetti intese
Veggiam l'umane menti:
Ma i furor chiari ardenti
Di quei ch'Apollo incese,
Faranno il ver palese.
Chi desia lunga vita,
Chi vuol divino il nome,
Chi brama eterno onore,
A quegli a cui gradita
Fronde adornò le chiome,
Rivolga i passi e 'l core:
Ché 'l poetico ardore
Tanto ha vigore e forza,
Che 'l tempo non l'ammorza.