INNO PRIMO.

By Luigi Alamanni

Alme sorelle chiare,

Ch'a tanta gloria alzate

Il buon tebano spirto;

Deh come dotte e caste

Mai sempre fuste e care

All'edra, al lauro, al mirto,

Al mio crin rozzo ed irto

La sua ghirlanda antica

Per voi non mi si toglia;

Poi ch'onorata voglia

Dei vostri studi amica

Per questa riva aprica

Mi pinge ad esser vosco

Col nuovo canto tosco.

Forse che chiaro un giorno

Sarà il mio nome oscuro

Nel pindaresco stile,

Pur che 'l cristallo puro,

Ch'irriga d'ogn'intorno

Il bel monte gentile,

(Bench'io sia indegno e vile)

Non m'aggia, o Muse, a schivo.

Ma la pia sete tempre,

Ch'in disusate tempre

Fa d'un mortale un divo.

Deh ch'io non resti privo

Di quel valor ch'io bramo,

Com'io vi adoro ed amo.

Ed io fo in vece dono

Oggi alle vostre carte

D'un real nome altero,

Che fra 'l più saggio e 'l buono,

Tra Febo in cielo e Marte

Lassa in quistione il vero;

Che l'uno e l'altro impero

D'aver sopr'esso estima:

Ed ei sedendo in cima,

Ove virtù n'adduce,

Dell'uno e l'altro è duce.

Questo è Francesco primo,

Ch'ogni altro lume avanza:

Quel gallico splendore;

Quei ch'è sola speranza

Dei buon (s'io dritto estimo)

E dei dì nostri onore.

Quello, al cui gran valore

Non va cosa mortale;

Che sovra 'l cielo aggiunge.

Or se da me sta lunge

Quella che 'l tutto vale

Vostra virtù immortale,

Non potrei per me stesso

Gire a' suoi merti appresso.

Spiri adunque oramai

L'alto furor divino,

Che da voi sole muove.

Io 'l sento già vicino

(Più ch'io non soglio assai)

Che le sue fiamme piove

Nell'alma altere e nuove.

Venga or l'eburnea lira;

Venga il mio plettro d'oro:

Ch'oggi a quel verde alloro,

A cui pur sempre aspira,

Benigno il ciel la tira,

Cantando il nome solo

Del re ch'adoro e côlo.

Felice alma Ceranta,

Che sì bel germe avesti

Tra le tue verdi rive!

Sacra, onorata e santa

Chiamata esser devresti,

Più di tutte altre dive!

Chi fia ch'in terra arrive

Alla tua gonna appena?

Di tanto ben ripiena

Dal ciel beata sei;

Che t'inchinan gli Dei.

Non vide Apollo ancora

Ovunque scalda intorno

Sì chiara nobiltate.

O immortal seme adorno,

Che 'l cielo e 'l mondo onora

Per così lunga etate;

Tutte da te son nate

L'alte opre pellegrine,

Che tante carte han piene.

Da te ci venne e viene

(E non avran mai fine)

Delle virtù divine,

D'ogni real costume

Esempio, speglio e lume.

Alte famose mura,

Che fuste misse in fondo

Per sì onorato foco,

Ch'ancora in tutto 'l mondo

L'invitto nome dura;

Tal che tutt'altro è gioco.

E 'n questo e 'n quel rio loco

Tutti vagando andare

Gl'infidi tuoi nemici,

Lassi, tristi e mendici

Vedeste in terra e in mare,

Né le tue spoglie chiare

Pur un potè da poi

Goder coi figli suoi.

Il maggior duce altero

Fu nel suo proprio albergo

Dall'impia sposa anciso.

Quel più possente e fero

Dal chiuso arcier da tergo

Del mondo fu diviso.

L'altro, che santo avviso

Dell'ingegnosa Dea

Per guida sempre avea,

Due lustri in onda e in terra

Sentì dogliosa guerra.

Poi quel che si coprìa

Sotto 'l possente scudo

Da sette scorze cinto,

Volse in sé stesso crudo

La man che spesso avìa

Spento il nemico, e vinto.

Quel che di sangue tinto

Vide il suo ferro audace

Nella spietata piaga

Dell'onorata e vaga

Dea d'amorosa face;

Fuor d'ogni dolce e pace,

Lontan dal patrio nido

Visse in dubbioso lido.

Dall'altra parte il pio

Troian, che 'l pio parente

Sopra le spalle tolse

Dall'impia fiamma ardente,

Se ben lunge al natio

Terren più dì s'avvolse;

In lieta si rivolse

L'aspra dogliosa sorte;

Ch'ei trovò sede tale,

Che poi fatto immortale,

Oltraggio fece a morte.

L'ore fugaci e corte

Non ponno ancider Roma.

La gloria il tempo doma.

Santa Troiana prole;

Che maggior lodi hai teco,

Che 'l vincitore ingiusto;

Francesco, il chiaro sole

Del vostro mondo cieco,

Saggio pietoso e giusto,

Che sol di nome Augusto

Tra noi degno sarebbe,

Dal tuo bel tronco crebbe:

E ben lodar ten dêi,

Che per lui viva sei.