INNO QUARTO.

By Luigi Alamanni

La tosca cetra omai,

Non prima udita ancora,

Ritorni al mio cantare.

Non udir forse mai

Le rive, ch'Arno irrora

Dall'Apennino al mare,

Fra tante rive chiare;

Questo, ch'a dir m'invoglia

Alta vaghezza nata

Dalla mia pianta ornata,

Ch'oggi di gloria spoglia

Ogni altro, e veste solo

Il suo natìo terreno,

E le salse onde intorno.

Non riva, o monte, o seno,

Non l'un, non l'altro polo,

Non chi la notte o 'l giorno

Ci mostra o ci nasconde,

Vider sì belle fronde.

E s'io pur l'ali stendo

Con l'incerate piume,

Per dare al Ponto nome;

Quella, ond'io vivo ardendo,

Che m'ha vòlto in costume

Portar più gravi some,

Per me racconti come

Seguir mi faccia l'orme

Di quei, che i duci illustri

Cantando, in tanti lustri

Lasciâr l'antiche forme.

Deh com'alzar vorrei

Sovra 'l mortal pensiero

Questi onorati rami,

Che tante volte féro

Invidia in cielo ai Dei;

E tanti lacci, ed ami

Han teso al mondo cieco

Che pur gli adora meco.

Al mar tirren non lunge;

Non lunge al mar che bagna

Il provenzal confino;

Ove a Nettuno aggiunge,

E seco s'accompagna

L'altissimo Apennino:

Benigno ivi destino

De' vicin colli e monti

Congiunse tutto insieme

Il più onorato seme

Di quei, ch'a viver pronti

Furon d'ingegno e d'arte:

E in più nascosa parte

Dai suoi vicin sicuri

Si fer con fossi e muri.

Questi in consiglio e in arme

Sempre più d'altri furo

Al gran Nettuno cari,

S'uom dee credenza darme.

Sallo il gelato Arturo,

Gli african seni avari;

Quanti son scogli e mari

Dal vecchio Atlante al Gange

Con lor vergogna il sanno:

Volger di mese e d'anno

I nomi asconde e frange;

Ma non pur questi sono

Così nel tempo ascosi,

Ch'ancor per ogni lido,

Tra duci alti e famosi

Non si senta oggi 'l suono,

E 'l glorïoso grido

Del liguro valore,

Colmo d'eterno onore.

Di quante spoglie e insegne,

Di quanta gloria e lode

Vide Liguria ornarse!

Ma tra le sue più degne

Opre, onde 'l nome s'ode

Per mille carte sparse,

Per cui già bella farse

Potè con Roma a paro;

A par di pregio e vanto

Fu il bello, onesto e santo

Sdegno del gran Larcaro,

Che 'l scettro alto e superbo

A tal condusse stato,

Che mercè chiese, e pace:

E poi ch'a sé legato

Ebbe il nemico acerbo,

Gli disse: or qui mi piace,

Ch'in ciò vendetta sia

Perdono e cortesia.

Larcaro invitto, eterno

Lume, perpetuo esempio

Alla tua antica madre;

Tu sol di quanti io scerno

Trionfi merti e tempio

All'opre tue leggiadre;

E l'onorato Padre

Della mia Pianta altera

Del tuo buon seme è frutto:

La Pianta, ch'ha produtto

Leggiadrìa viva e vera,

Con virtù tanta e tale.

O ciel, se qui ti cale

Di nostre umane tempre,

Viv'ella lieta e sempre.