INNO QUARTO.
La tosca cetra omai,
Non prima udita ancora,
Ritorni al mio cantare.
Non udir forse mai
Le rive, ch'Arno irrora
Dall'Apennino al mare,
Fra tante rive chiare;
Questo, ch'a dir m'invoglia
Alta vaghezza nata
Dalla mia pianta ornata,
Ch'oggi di gloria spoglia
Ogni altro, e veste solo
Il suo natìo terreno,
E le salse onde intorno.
Non riva, o monte, o seno,
Non l'un, non l'altro polo,
Non chi la notte o 'l giorno
Ci mostra o ci nasconde,
Vider sì belle fronde.
E s'io pur l'ali stendo
Con l'incerate piume,
Per dare al Ponto nome;
Quella, ond'io vivo ardendo,
Che m'ha vòlto in costume
Portar più gravi some,
Per me racconti come
Seguir mi faccia l'orme
Di quei, che i duci illustri
Cantando, in tanti lustri
Lasciâr l'antiche forme.
Deh com'alzar vorrei
Sovra 'l mortal pensiero
Questi onorati rami,
Che tante volte féro
Invidia in cielo ai Dei;
E tanti lacci, ed ami
Han teso al mondo cieco
Che pur gli adora meco.
Al mar tirren non lunge;
Non lunge al mar che bagna
Il provenzal confino;
Ove a Nettuno aggiunge,
E seco s'accompagna
L'altissimo Apennino:
Benigno ivi destino
De' vicin colli e monti
Congiunse tutto insieme
Il più onorato seme
Di quei, ch'a viver pronti
Furon d'ingegno e d'arte:
E in più nascosa parte
Dai suoi vicin sicuri
Si fer con fossi e muri.
Questi in consiglio e in arme
Sempre più d'altri furo
Al gran Nettuno cari,
S'uom dee credenza darme.
Sallo il gelato Arturo,
Gli african seni avari;
Quanti son scogli e mari
Dal vecchio Atlante al Gange
Con lor vergogna il sanno:
Volger di mese e d'anno
I nomi asconde e frange;
Ma non pur questi sono
Così nel tempo ascosi,
Ch'ancor per ogni lido,
Tra duci alti e famosi
Non si senta oggi 'l suono,
E 'l glorïoso grido
Del liguro valore,
Colmo d'eterno onore.
Di quante spoglie e insegne,
Di quanta gloria e lode
Vide Liguria ornarse!
Ma tra le sue più degne
Opre, onde 'l nome s'ode
Per mille carte sparse,
Per cui già bella farse
Potè con Roma a paro;
A par di pregio e vanto
Fu il bello, onesto e santo
Sdegno del gran Larcaro,
Che 'l scettro alto e superbo
A tal condusse stato,
Che mercè chiese, e pace:
E poi ch'a sé legato
Ebbe il nemico acerbo,
Gli disse: or qui mi piace,
Ch'in ciò vendetta sia
Perdono e cortesia.
Larcaro invitto, eterno
Lume, perpetuo esempio
Alla tua antica madre;
Tu sol di quanti io scerno
Trionfi merti e tempio
All'opre tue leggiadre;
E l'onorato Padre
Della mia Pianta altera
Del tuo buon seme è frutto:
La Pianta, ch'ha produtto
Leggiadrìa viva e vera,
Con virtù tanta e tale.
O ciel, se qui ti cale
Di nostre umane tempre,
Viv'ella lieta e sempre.