INNO QUINTO.

By Luigi Alamanni

Come la voglia è ingorda!

Come il potere è frale

Di nostro uman disegno!

Sovente è cieca e sorda

Al desïar mortale

La Dea del torto regno.

Invitto tronco degno,

Per cui nel mondo nacque

Colei, ch'amar m'impetra

Ier la mia tosca cetra,

Com'a lei sola piacque,

Per onorarti venne:

Ma (lasso) a mezzo il volo

Mancâr le piume e l'arte,

E con vergogna e duolo

Di quanto allora avvenne

Torna ora a dimostrarte,

Che 'l buon voler non manca,

Se ben la forza è stanca.

Canteran gli altri il forte

Del sommo Giove figlio

Con ogni sua fatica:

Del fer leon la morte,

Ond'ha 'l terren vermiglio

La nemea selva antica:

Altri verrà che dica

Della terrestre prole

Il periglioso assalto:

Qual fiume alpestre d'alto

Cadendo in basso suole

Menar tempesta e forza;

Tale il possente Alcide,

Tale il possente Anteo;

Or la Fortuna arride

All'uno, or l'altro sforza

Or quel che lieto, feo

Di nuovo carca, e preme:

Or questo spera or teme.

Pur cade in basso il crudo;

Ma più valor riprende

Dalla sua madre Terra.

L'altro di pietà nudo

Sovra 'l suo petto il prende

E nelle braccia il serra,

Dicendo: or qui la guerra

Sarà tra noi compita:

Poscia che tanto lunge

Ne sta, che non t'aggiunge

La tua materna aita:

Così partir fa l'alma

Dalla robusta salma.

Geme la terra e piange,

Il mar si turba e frange.

Io cantar oggi voglio

Del buon Larcaro antico

L'antica sua virtude.

Deh s'alcun tempo soglio

Venir nel monte aprico,

Che 'l bel Castalio chiude;

Con più onorata incude,

Che fusse vista unquanco,

Formiam più chiare rime,

Muse, ch'all'altre prime

Tosto mi vidi stanco:

Deh venga e tanto e tale,

O diva, il nostro canto,

Che la mia Pianta ornata

Non si disdegni alquanto,

Che la bontà immortale

Del tronco, ond'ella è nata,

Per noi s'oscuri in lui,

Più che 'l tacer d'altrui.

Verso 'l più freddo cielo

La 've di sete ardendo

Girar Calisto appare,

Ove il grand'Istro il gelo

Tra l'onde convolgendo

Rende il suo dritto al mare:

Ivi fien sempre chiare

Di quel gran Duce l'opre;

E l'onorata impresa,

Che l'impunita offesa

Con gloria eterna cuopre.

Non le corone han sempre,

Non sempre i panni aurati

Virtude e nobiltade.

Quanti nel mondo nati

Nelle più basse tempre

Vivran per ogni etade?

Non dà Fortuna, o toglie

L'oneste altere voglie.

Deh come il tuo migliore

Stato in quel punto fôra,

O Trapazzunto impero,

Punir l'ingiusto errore,

Che te presente allora

Offese il Duce altero!

Chi lascia il dritto e 'l vero.

E più di lor s'estima,

Sovente in basso cade.

Sol per oneste strade

Si vien nell'alta cima

Del ben che sempre vive.

O menti umane schive

Di quel, ch'amar devete,

Com'ingannate sete!

Poscia che 'l buon Larcaro

Pregò più volte invano

Dall'impio re vendetta;

Quanto l'onor sia caro,

Questa onorata mano

A dimostrarlo aspetta,

Disse, e se voi diletta

Nel barbaro costume

Schernir con forza e torto;

Spero mostrarvi scorto

Del veder dritto il lume.

Indi partendo in breve

All'alta impresa armato

Venne al nemico lido:

Il manco, il destro lato,

Che l'Eussin riceve,

Ben poi sentiro il grido

Di quanto danno e scorno

Fusse a' vicin d'intorno.

O Trapezzunto iniquo,

Contr'a virtù, che puote

Superbia, oro e terreno?

Giove del scettro obliquo

Ogni possanza scuote,

Quando ragion vien meno.

Non più d'orgoglio pieno,

Non più sì crudo in vista

Perdon chiedesti e pace.

Di quel, ch'a Dio dispiace

Vergogna e duol s'acquista.

Come 'l Castoro in caccia,

Che per suo scampo dona

Quel che più in lui si brama;

Tal perché forza sprona

A chi 'l tuo mal minaccia,

E 'l fer nemico chiama;

Vinto rendesti, e preso

Chi l'avea tanto offeso.

A cui l'invitto Duce

Disse: più d'altra omai

Vendetta non mi curo:

Or mia virtù più luce

Del vostro impero assai,

Che fia per sempre oscuro.

Torna al tuo Re sicuro:

Dirai che gloria e lode

Cerco, e non sangue ed oro.

O di virtù tesoro,

Onde Liguria gode,

Larcaro, in pace resta:

Questo d'onor ti presta

Quella sacrata pianta

Per cui di te si canta.