INNO QUINTO.
Come la voglia è ingorda!
Come il potere è frale
Di nostro uman disegno!
Sovente è cieca e sorda
Al desïar mortale
La Dea del torto regno.
Invitto tronco degno,
Per cui nel mondo nacque
Colei, ch'amar m'impetra
Ier la mia tosca cetra,
Com'a lei sola piacque,
Per onorarti venne:
Ma (lasso) a mezzo il volo
Mancâr le piume e l'arte,
E con vergogna e duolo
Di quanto allora avvenne
Torna ora a dimostrarte,
Che 'l buon voler non manca,
Se ben la forza è stanca.
Canteran gli altri il forte
Del sommo Giove figlio
Con ogni sua fatica:
Del fer leon la morte,
Ond'ha 'l terren vermiglio
La nemea selva antica:
Altri verrà che dica
Della terrestre prole
Il periglioso assalto:
Qual fiume alpestre d'alto
Cadendo in basso suole
Menar tempesta e forza;
Tale il possente Alcide,
Tale il possente Anteo;
Or la Fortuna arride
All'uno, or l'altro sforza
Or quel che lieto, feo
Di nuovo carca, e preme:
Or questo spera or teme.
Pur cade in basso il crudo;
Ma più valor riprende
Dalla sua madre Terra.
L'altro di pietà nudo
Sovra 'l suo petto il prende
E nelle braccia il serra,
Dicendo: or qui la guerra
Sarà tra noi compita:
Poscia che tanto lunge
Ne sta, che non t'aggiunge
La tua materna aita:
Così partir fa l'alma
Dalla robusta salma.
Geme la terra e piange,
Il mar si turba e frange.
Io cantar oggi voglio
Del buon Larcaro antico
L'antica sua virtude.
Deh s'alcun tempo soglio
Venir nel monte aprico,
Che 'l bel Castalio chiude;
Con più onorata incude,
Che fusse vista unquanco,
Formiam più chiare rime,
Muse, ch'all'altre prime
Tosto mi vidi stanco:
Deh venga e tanto e tale,
O diva, il nostro canto,
Che la mia Pianta ornata
Non si disdegni alquanto,
Che la bontà immortale
Del tronco, ond'ella è nata,
Per noi s'oscuri in lui,
Più che 'l tacer d'altrui.
Verso 'l più freddo cielo
La 've di sete ardendo
Girar Calisto appare,
Ove il grand'Istro il gelo
Tra l'onde convolgendo
Rende il suo dritto al mare:
Ivi fien sempre chiare
Di quel gran Duce l'opre;
E l'onorata impresa,
Che l'impunita offesa
Con gloria eterna cuopre.
Non le corone han sempre,
Non sempre i panni aurati
Virtude e nobiltade.
Quanti nel mondo nati
Nelle più basse tempre
Vivran per ogni etade?
Non dà Fortuna, o toglie
L'oneste altere voglie.
Deh come il tuo migliore
Stato in quel punto fôra,
O Trapazzunto impero,
Punir l'ingiusto errore,
Che te presente allora
Offese il Duce altero!
Chi lascia il dritto e 'l vero.
E più di lor s'estima,
Sovente in basso cade.
Sol per oneste strade
Si vien nell'alta cima
Del ben che sempre vive.
O menti umane schive
Di quel, ch'amar devete,
Com'ingannate sete!
Poscia che 'l buon Larcaro
Pregò più volte invano
Dall'impio re vendetta;
Quanto l'onor sia caro,
Questa onorata mano
A dimostrarlo aspetta,
Disse, e se voi diletta
Nel barbaro costume
Schernir con forza e torto;
Spero mostrarvi scorto
Del veder dritto il lume.
Indi partendo in breve
All'alta impresa armato
Venne al nemico lido:
Il manco, il destro lato,
Che l'Eussin riceve,
Ben poi sentiro il grido
Di quanto danno e scorno
Fusse a' vicin d'intorno.
O Trapezzunto iniquo,
Contr'a virtù, che puote
Superbia, oro e terreno?
Giove del scettro obliquo
Ogni possanza scuote,
Quando ragion vien meno.
Non più d'orgoglio pieno,
Non più sì crudo in vista
Perdon chiedesti e pace.
Di quel, ch'a Dio dispiace
Vergogna e duol s'acquista.
Come 'l Castoro in caccia,
Che per suo scampo dona
Quel che più in lui si brama;
Tal perché forza sprona
A chi 'l tuo mal minaccia,
E 'l fer nemico chiama;
Vinto rendesti, e preso
Chi l'avea tanto offeso.
A cui l'invitto Duce
Disse: più d'altra omai
Vendetta non mi curo:
Or mia virtù più luce
Del vostro impero assai,
Che fia per sempre oscuro.
Torna al tuo Re sicuro:
Dirai che gloria e lode
Cerco, e non sangue ed oro.
O di virtù tesoro,
Onde Liguria gode,
Larcaro, in pace resta:
Questo d'onor ti presta
Quella sacrata pianta
Per cui di te si canta.