INNO SESTO.

By Luigi Alamanni

Santa compagna antica

Di Febo, e delle nove

Dotte sorelle di Parnasso onore;

Cetra, nel mondo amica

Di quanti il sommo Giove

Addrizza al vero ben, che mai non muore;

Tu puoi l'alto furore

Tôrre a Nettuno e 'l cielo;

E ritornargli in pace:

Tu puoi, quand'a te piace,

Temprar l'ardenti fiamme e sciorre il gelo,

Fermar le stelle e i fiumi,

E muover le montagne, i boschi e i dumi.

Tu la tartarea porta

Puoi con tue note aprire,

E tôrre a morte l'onorate prede.

Chi t'ha per fida scorta,

Ben può sicuro gire,

Che 'l Fato stesso alle tue forze cede.

Chi mai pietà non vede,

Puoi far cortese e pio,

Come al buon Tracio avvenne.

Quale in un punto venne

Nel basso centro il dispietato Dio,

Quand'ei sentì cangiarse,

E tutto dentro e sé contrario farse?

Frenasti il crudo orgoglio

Delle rabbiose fronti

All'affamato can, che guarda Dite.

Dallo spumoso scoglio,

Per ubidirte pronti

Traesti i pesci su l'arene trite.

Furon da te compite

Quelle onorate mura

Là 've quel figlio eterno

Nacque, ch'al caldo, al verno

De' petti sgombra ogni soverchia cura;

Bacco, che Tebe onora,

Quanto lui 'l mondo d'ogn'intorno adora.

Dolce mia cetra, or meco

Vien, che nel centro oscuro

Non vo' menarti, o degli scogli in cima.

Di donar forma teco

Alle città non curo:

Non curo i falsi onor, che 'l vulgo estima:

Ma con la tosca rima

N'andrem sovr'a Durenza;

Là 've soletta stassi

Quella ch'i serpi e i sassi

Puote addolcir con l'alta sua presenza:

L'alma mia vaga Pianta,

Che sola oggi per me s'onora e canta.

Quanto la terra ingombra;

Quanto 'l mar volge intorno;

Quanto bagnan le piogge e scalda il Sole,

Non pur s'agguaglia all'ombra

Del mio bel tronco adorno,

Ch'invesca 'l ciel con le sue frondi sole.

Quanta virtù mai suole

La più benigna stella

Sparger qua giù tra noi;

Tanta nei rami suoi

Ne porta ascosa dolcemente quella;

Quella, ond'eterno il grido

Avrà Liguria, il suo famoso nido.

Ben mostra aperto in lei

Quanto più d'altro chiaro

Fusse 'l gran seme, ond'ha le sue radici;

Quale hanno don gli Dei

Più prezioso e caro

Per quei, che più gli son nel mondo amici?

Quei son da dir felici,

Quei son beati in terra,

Ch'in alto sangue nati

Tali han costumi ornati,

Che virtù, nobiltà disfida in guerra:

Né scerner si può bene

Chi di lor vinca, com'in questa avviene.

Quanto biasmar si deve

Chi per sé nudo vive,

E sol si cuopre dell'antiche spoglie!

Com'avrà 'l viver breve

Colui, ch'in l'altrui rive

Ognor del non suo seme il frutto coglie!

Chi drizza al ciel le voglie

Non sta contento a quello

Che nel suo sangue truova;

Ma con gli antichi a pruova

Cerca nome lasciar più chiaro e bello;

E far palese altrui,

Che 'l paterno valor non muore in lui.

Tu, ch'in le frondi porti,

Alma mia pianta altera,

Con tanta nobiltà tanta virtude;

Deh perché non m'apporti

Della tua grazia intera,

Sì ch'io possa narrar quanto 'l cor chiude!

Tali or d'invidia nude

Van, che tornar vedresti

Di sdegno carche e d'ira;

S'or con la tosca lira

Cantar sapessi i santi rami onesti:

Ma senza lor non vale

A ragionar di lor lingua mortale.

Se quel che scorgo io solo

Scorgesse il cieco mondo,

Di più nobil terreno avresti seggio:

Con più onorato volo

Al mio desir secondo

Giresti in parte, ov'io per me non veggio.

Omai tardi m'avveggio

Quanto sia grave il peso,

Ch'a portar (lasso) prendo:

E 'l troppo ardir riprendo,

C'ha vostra altezza, e me medesmo offeso.

Ahi ciel sordo a' miei preghi,

Perch'a sì gran desir le forze neghi?