INNO SESTO.
Santa compagna antica
Di Febo, e delle nove
Dotte sorelle di Parnasso onore;
Cetra, nel mondo amica
Di quanti il sommo Giove
Addrizza al vero ben, che mai non muore;
Tu puoi l'alto furore
Tôrre a Nettuno e 'l cielo;
E ritornargli in pace:
Tu puoi, quand'a te piace,
Temprar l'ardenti fiamme e sciorre il gelo,
Fermar le stelle e i fiumi,
E muover le montagne, i boschi e i dumi.
Tu la tartarea porta
Puoi con tue note aprire,
E tôrre a morte l'onorate prede.
Chi t'ha per fida scorta,
Ben può sicuro gire,
Che 'l Fato stesso alle tue forze cede.
Chi mai pietà non vede,
Puoi far cortese e pio,
Come al buon Tracio avvenne.
Quale in un punto venne
Nel basso centro il dispietato Dio,
Quand'ei sentì cangiarse,
E tutto dentro e sé contrario farse?
Frenasti il crudo orgoglio
Delle rabbiose fronti
All'affamato can, che guarda Dite.
Dallo spumoso scoglio,
Per ubidirte pronti
Traesti i pesci su l'arene trite.
Furon da te compite
Quelle onorate mura
Là 've quel figlio eterno
Nacque, ch'al caldo, al verno
De' petti sgombra ogni soverchia cura;
Bacco, che Tebe onora,
Quanto lui 'l mondo d'ogn'intorno adora.
Dolce mia cetra, or meco
Vien, che nel centro oscuro
Non vo' menarti, o degli scogli in cima.
Di donar forma teco
Alle città non curo:
Non curo i falsi onor, che 'l vulgo estima:
Ma con la tosca rima
N'andrem sovr'a Durenza;
Là 've soletta stassi
Quella ch'i serpi e i sassi
Puote addolcir con l'alta sua presenza:
L'alma mia vaga Pianta,
Che sola oggi per me s'onora e canta.
Quanto la terra ingombra;
Quanto 'l mar volge intorno;
Quanto bagnan le piogge e scalda il Sole,
Non pur s'agguaglia all'ombra
Del mio bel tronco adorno,
Ch'invesca 'l ciel con le sue frondi sole.
Quanta virtù mai suole
La più benigna stella
Sparger qua giù tra noi;
Tanta nei rami suoi
Ne porta ascosa dolcemente quella;
Quella, ond'eterno il grido
Avrà Liguria, il suo famoso nido.
Ben mostra aperto in lei
Quanto più d'altro chiaro
Fusse 'l gran seme, ond'ha le sue radici;
Quale hanno don gli Dei
Più prezioso e caro
Per quei, che più gli son nel mondo amici?
Quei son da dir felici,
Quei son beati in terra,
Ch'in alto sangue nati
Tali han costumi ornati,
Che virtù, nobiltà disfida in guerra:
Né scerner si può bene
Chi di lor vinca, com'in questa avviene.
Quanto biasmar si deve
Chi per sé nudo vive,
E sol si cuopre dell'antiche spoglie!
Com'avrà 'l viver breve
Colui, ch'in l'altrui rive
Ognor del non suo seme il frutto coglie!
Chi drizza al ciel le voglie
Non sta contento a quello
Che nel suo sangue truova;
Ma con gli antichi a pruova
Cerca nome lasciar più chiaro e bello;
E far palese altrui,
Che 'l paterno valor non muore in lui.
Tu, ch'in le frondi porti,
Alma mia pianta altera,
Con tanta nobiltà tanta virtude;
Deh perché non m'apporti
Della tua grazia intera,
Sì ch'io possa narrar quanto 'l cor chiude!
Tali or d'invidia nude
Van, che tornar vedresti
Di sdegno carche e d'ira;
S'or con la tosca lira
Cantar sapessi i santi rami onesti:
Ma senza lor non vale
A ragionar di lor lingua mortale.
Se quel che scorgo io solo
Scorgesse il cieco mondo,
Di più nobil terreno avresti seggio:
Con più onorato volo
Al mio desir secondo
Giresti in parte, ov'io per me non veggio.
Omai tardi m'avveggio
Quanto sia grave il peso,
Ch'a portar (lasso) prendo:
E 'l troppo ardir riprendo,
C'ha vostra altezza, e me medesmo offeso.
Ahi ciel sordo a' miei preghi,
Perch'a sì gran desir le forze neghi?