INNO TERZO.
Rare volte addiviene
Che fuor del tronco istesso
Naschin contrari i rami;
Che 'l mal medesmo e 'l bene,
Ch'all'un gli vien concesso,
Par che nell'altro brami.
Ch'oggi a cantar richiami
Convien l'alta e gradita
Scorta dei versi miei;
Che dire io non porrei,
Senza la santa aita
D'un'alma Margherita.
Cantiamo due sorelle
Della sorella pia
Del nostro Gallo altero;
Ch'in lei poser le stelle
Tutto 'l miglior che sia
Sotto al divino impero;
E congiurate féro
Del ciel l'esempio fido:
Perché la nostra etade
D'onore e di bontade
Dentro il francesco nido
Togliesse all'altre il grido.
Deh com'è dolce e cara
Quell'umiltà, che sia
Posta in reale altezza!
Deh com'è santa e rara
L'onesta leggiadrìa
In immortal bellezza!
Poi tutti gli altri sprezza:
E quei sol tien felici
Più di virtute amici.
Argento, e gemme, ed oro,
Onde van l'altre altere,
Come vil soma schiva.
Il sommo suo tesoro
È tal ricchezza avere,
Ch'in ogni tempo viva.
Già mai non giunge a riva
Castità pura e fede,
E ver desio di lode;
Mai di qua giù sen gode:
Poi nell'eterna sede
Si vien di gloria erede.
Tant'è dolce e gentile
La dotta ornata piuma
D'esta immortal Regina,
Che l'uno e l'altro stile,
Che più d'onor s'alluma,
A lei qua giù s'inchina.
Chiara alma pellegrina,
Che pur la Grecia adora,
Ch'hai delle donne il vanto;
Se 'l tuo amoroso canto
Tra noi vivesse ancora,
D'assai men pregio fôra.
Ditelo al mondo voi
Di Giove altere figlie,
Che lo sapete sole,
S'ai santi detti suoi
Fu mai chi s'assomiglie
Tra le più antiche scuole;
O s'altra vide il sole
Fronte già mai più degna
Della sua verde insegna.
Or che deggiam noi dire
Del bel parlare ornato,
Ch'altrove non ha pare?
Chi 'l può sovente udire,
Ben con ragion beato
Qua già si può chiamare;
Ch'a lui davanti stare
Non può gravezza o doglia,
Né pensier basso e vile.
Ogni anima gentile
Più di virtude invoglia;
L'altre di vizi spoglia.
Deh con quai saggi detti
Squarcia talora il velo
Al ver ch'ascoso giace!
Come i mortai difetti,
Che noi privan del cielo,
Aperti e conti face!
Poi tutto quel che piace
Al desir cieco umano,
Dannoso mostra e frale;
E che null'altro vale,
Ch'avere il cuor lontano
Dal rozzo vulgo insano.
Or qui sia fine omai;
Ch'a raccontarne il tutto
Sarian mill'anni poco.
O sommo Sol, che n'hai
Creato il più bel frutto,
Che fusse in alcun loco;
Dì che non prenda in giuoco
I bassi detti miei:
Che più poter vorrei.