Intermezzo III
O destrieri dell'acque,
Ecco del vostro nuoto
E del mio lungo corso il fin'è giunto.
Deh! pur mi doni il fato
Che giunga anch'egli il mio desio in porto,
E dell'unico mio diletto figlio,
Che in alto sonno involto ho qui condotto
Io sua pietosa madre
Cessi il mortal periglio
Che gli minaccia il ciel nemico d'Asia.
O sola del mio cor dolce radice,
Tu dormi, ohimè!, tu dormi
Ed io, misera me!, la notte e i giorni
Meno per tua cagione
Vigili e tormentosi.
Come, viscere amate,
Sarà possibil mai
Ch'alle materne lagrime, a' sospiri,
A' prieghi di colei, ch'a te già diede
E lo spirto, e la vita
Il tuo cor indurato non si spezzi?
Ah figlio! Ah figlio! il tuo feroce ingegno
L'invitto animo tuo, che sol di gloria
Ha immoderata sete;
E quell'(ohimè!) che col dolor m'ancide,
Tu per udir delle canore trombe
Il fiero suon, ch'alla battaglia sfida,
Sordo non udirai
Il fiebil suon de' miei pietosi accenti?
Oh! Troia, de' miei mali
Amarissimo fonte;
Oh! del troiano eroe
Troppo crudel rapina,
Ch'altrui la sposa, a me rapisce il figlio;
E voi di ferro e di guerrieri onuste
Navi, d'Asia terror, di Grecia pianto,
Se voi di render gravi
Sì prezïosa salma;
Se i vostri lunghi errori
De' seguir il mio figlio,
Disserri e sleghi il dio rettor dei venti
I tempestosi noti,
Sì che turbato il mar, sempre turbata
Miri la greca agente.
E tu che nel ciel regni, o sommo Giove,
Che sol del fato negli eterni abissi
Vedi i segreti agli altri dei mal' noti;
Se deve Achille ne' troiani campi
Inevitabilmente
Cader ferito e morto, e me sua madre
Lasciar orba e dolente,
Ah! tu ch'onnipotente
Se' detto, fa ch'egli non parta,e resti.
Tu del cor giovanil gli ardenti affetti
E i spiriti guerrieri
Tempra e sopisci, tu, che 'l tutto puoi;
Questo suo cor cangiando
Che sol di guerra e mortal guerra è vago.
Inspira nel suo petto
Vital desìo di pace e di riposo.
Signor benigno, ascolta
Questi miei prieghi, che pietà materna
Bagna di calde lacrime et amare;
Ma che col tuo favor tardi a destarlo?
A che tanto diffidi?
Breve stilla di pioggia un sasso rompe,
Non potrà largo pianto,
E pianto di pietosa e diva madre,
Spezzar ancor un cor di figlio umano?
Figlio? Ma per sé stesso ei si risveglia;
Vuo' tacer, e vedere
Qual sarà meraviglia
Del varïato cielo
E di mirar mia deità presente.
Ecco il lido, ecco Troia,
Armi, ecco Ettore. Ah! che vaneggio.
Ma dove sono, e dove longa caccia
Oggi m'ha tratto! Io già non ho memoria
Di questa spiaggia mai, di questo mare,
Di questi alpestri scogli,
E dove è Pelio et ossa?
Ma tu chi sei, che con divino lume
M'assali? Ah! ben ti riconosco o madre
A me questa tua luce
Recar non può se non notte d'infamia.
Conosci la tua fraude, i tuoi disegni,
La tua pietà crudele.
Ai regi et agli eroi;
Alle palme, ai trofei
M'ha tolto, et or m'espone
Agli scogli e alle selve.
Figlio, misero figlio,
Di più infelice madre
Il mio materno amor, la mia pietate
Che tu, crudel, crudel a torto chiamo
Al tuo fiero destino,
Alla fatal tua morte
Ti sottragge e ti dona
A la mia vita, di cui non have il mondo
Cosa più pretïosa.
Sì, se vivesse senza onor il mondo.
L'onor'è un ombra di fugace bene.
La vita senz'onor è come morte.
Ma l'onor senza vita è un fumo e un sogno.
È padre della gloria e della fama.
E la fama e la gloria è un'eco vana.
Ella è dell'uomo la seconda vita.
Ell'è più tosto la seconda morte.
Chi glorïosa fama uccider puote?
Il tempo micidial de' nomi e d'opre.
O figlio, tu non sai, né saper puoi
(Ché tua tenera età non lo consente)
Quali faccia tra noi alte rapine
L'artiglio irreparabile del tempo.
Per lui rovinan le città possenti,
Per lui cadono i regni,
Per lui la vostra fama,
Che tanto il vano mondo apprezza ed ama,
Qual nebbia al vento si dilegua e sface
In questo vostro sì mirabil mondo,
Che goder non potete,
Se non vivendo. Altro di vero bene
Che la vita v'è dato:
La vita, che natura
Nostra madre comune
Insegna a custodir con tanto studio
Non agli uomini solo;
Ma quel ch'è suo mirabil magistero
A tutto ciò che sotto il ciel ha vita.
Dunque perché sprezzar sì caro dono?
Perché gittar invano
Così caro tesoro?
Vivi, mio figlio, vivi,
E se lo stame de' begli anni tuoi
Di recider non curi per te stesso,
S'a te per te la vita non è cara,
Siate almen cara (ohimè!) per me tua madre,
La qual' s'avesse amor, com ebbi un tempo
Luogo e stanza nel ciel tra gli altri dei,
Stella tra l'altre grande e rilucente,
Ti stringerei tra le materne braccia;
Così tu di periglio, io di timore
Saremo entrambi fuore.
Ma poiché ciò ne vieta il ciel nemico,
E che son già vicini
I termini fatali,
I giorni, ohimè!, pericolosi tanto,
Cedi, deh! cedi al fato,
Soggioga alquanto i tuoi virili affetti,
E queste vesti ch'io
Solo per tua salute ho qui recate
Non isdegnar; ma soffri
Di veste femminil' andar ornato;
Acciò da crudo e dispietato ferro
Così tosto non sia lacera e guasta
Della grand'alma tua la viril veste.
Ma perché torci il guardo?
Ah! che minaccian le sdegnose luci?
Ti vergogni tu forse
Che con questi ornamenti
S'amollisca il tuo cuore?
Per te, mio figlio, i' giuro,
Giuro per l'acque de' congiunti mari
Ciò non saprà Chirone il tuo maestro.
Corriam, veloce piede
Mostra devota fede.
Corriam a coglier fiori
Per celebrar di Palla i sacri onori.
Ecco già scopre un odorato Maggio
Del sol novello il mattutino raggio.
Par ch'in vista si sia cangiato e cangi
Mirando sol di quelle donne il coro.
Sì come amica mente
Le seguita col guardo.
Oh come a un tempo solo
Arrossa, impallidisce, e suda, e trema.
Questi d'amor son segni ch'io conosco;
Egli ama certo, oh caso fortunato!
Io ridurro con questo mezzo forte
L'ostinato suo cor alle mie voglie.
Vedesti, o figlio, quali
Splendean, tra queste selve
Fra quest'alpestre scoglio e quest'arene
Beltà più che terrene?
Non sotto l'agghiacciato Pelia ed ossa
Miravan gli occhi tuoi
Così rare bellezze
Di cui, se vago sei,
Ascolta per goderne i detti miei.
Tra così dura impresa,
Per cagione amorosa,
Tra così belle donne
Finger l'abito e 'l nome,
Odi, mio figlio, come
Ti coprirò con queste spoglie, e i crini
Di chiome feminili
T'innestarò con sì leggiadro modo
Che qual vergine poi
T'introdurrò nella bramata schiera
Delle amate donzelle.
Tu intanto ascolta, e fa de' miei ricordi
Fida conserva, e quando il tempo il chieda
A tuo pro te ne serve.
Sia breve e lento il passo,
Gli occhi sian parchi e le parole rare,
Pronto il rossor, tarda l'audacia, e l'ira
Del cor in tutto spenta.
Così mentisci, me maestra, il sesso.
Nel rimanente poi
Segui quel che t'insegna
Natura, Amor, l'occasïone e 'l Tempo.
O Achille, o da te stesso,
O da principii tuoi tanto diverso,
Che più non merti d'esser detto Achille.
Sogni tu forse? Ah! non son sogni questi
Sono degli occhi tuoi purtroppo desti
Effetti, onde tu sempre
Di te medesmo teco ti vergogni.
Son questi i finti usberghi, e queste l'armi
Ch'alla pugna apparecchi?
Or' va guerriero invitto,
Dell'asta invece, e fa fuggir con questa
L'armate schiere a tua vergogna estrema.
Ma che parlo? Che penso? E qual fierezza
Chiudo nel petto? E qual crudo desio
Sol di sangue e di strage, e sol di morte
D'ogni umano pensier l'alma m'assale?
Ho io di fiera il core,
In cui sempre s'annida ira e furore?
Fiera allor fui, che con le fiere io vissi,
Or! son uomo, e mi pregio
Che quest'anima mia
Incominci a sentir gli effetti umani.
Amor, da te l'umanità conosco.
Che dico Amor? Anzi da te, mia donna,
Che con la tua beltà, madre d'Amore,
Rendesti in questa mia mente amante.
O sesso, già da me tanto sprezzato
Ed or tanto adorato.
O donna, o santo dono, e santo pregio
Del cielo e di natura,
Quanto in virtù di tua bellezza puoi!
Tu con questa dai vita a quell'affetto
Ch'in vita cerca il mondo, Amor chiamato;
Onde per te sol viene, e per te solo
Caro sostegno suo non cade il mondo,
L'uomo che più di te si pregia e stima,
Perché di te più di superbia abbonda,
Senza te che sarebbe? Un secco tronco,
Una sterile pianta, e quel ch'è peggio
Sarebbe in petto umano alma ferina.
Ché, s'il sesso virile è mansueto,
Tale tu 'l fai, e quanto ha di gentile,
Di cortese e d'umano,
S'ingrato egli non fosse, da te sola
Riconoscer dovrebbe.
Ma che tardiamo, o madre,
A seguir il mio sole?
Non più, non più parole.
Ecco di nuovo appar, di nuovo s'oda
La celeste sua luce ed armonia.
Taci, mio figlio, mira solo et odi.
Queste rose e questi achanti
Saran' poi de' nostri amanti.
Ch'esser può devoto un core
E di Pallade e d'Amore.
Amiam, l'Amor è nume, anzi guerriero;
Bellona ha l'asta, ha l'arco il cieco arciero.
O sirene del cielo,
Ch'in terra non son già cose sì rare
Dalla bellezza del suo volto acceso,
Dalla dolcezza di tua voce preso,
Teco viene il suo core,
Io 'l segno, a noi fido sia duce Amore.
O ciel benigno, o fati amari, o Giove,
Quanto, signor, la tua pietà mi giova.