Ipermestra a LinoEpistola decimaquarta

By Remigio Nannini

Queste meste parole, e questi versi

Al sol tra tanti aventurato Lino,

Poi che per man de le lor donne acerbe

Gli amanti sposi entro a' funesti letti

Versaro il sangue, e vi lasciaron l'alme,

Ipermestra fedel dogliosa scrive.

L'empio mio genitor di ferri avinta

Chiusa mi tiene in tenebrosa stanza:

E la cagion del mio crudele scempio

È sol perch'io mi ti mostrai pietosa,

E ch'io non ebbi ardir dentro al tuo petto

Insanguinar lo scelerato ferro:

Che se l'alma e la mano ardito avesse

Seguir sì brutta e sì nefanda impresa,

Mi loderia mio padre; ed io più tosto

Voglio al mio genitore essere a schivo

E tenuta da lui lasciva e rea

Che per atto sì vile essergli grata.

E' non mi duol, né mi dorrà già mai,

Che 'l sangue tuo non si versasse dentro

Al tristo albergo, o che la destra mia

Non si fosse di lui macchiata e tinta:

E benché 'l padre mio m'avampi il volto

Co' sacri fuochi, a cui non feci oltraggio,

Ed al viso m'appressi, irato, quelle

Sante, gentili, e benedette faci

Ch'arsero intorno a l'infelici nozze,

Onde 'l fumo m'affoghi o tragga gli occhi;

O perch'io veggia il dispietato ferro

Che mal mi diede il genitor mio crudo,

Ch'uccider ti dovea, passarmi il core,

Ond'a quel fine io vada ove ir doveva

Per le mie man lo mio fratello e sposo,

Ei nondimen non moverà già mai

La lingua mia, benché vicina a morte,

A dir ch'io me ne penta; e non son tale

Ch'io mi deggia pentir d'essermi mostra

Sola tra tante al mio marito pia.

Pentasi pur mio scelerato padre,

Pentinsi pur mie scelerate suore

De l'empio fatto lor, che questo è 'l fine

De l'opre inique, et a le spalle han sempre

Penitenza, dolor, travaglio, e tema.

Oimè! ch'ancor la rimembranza infame

De l'infelice, e sanguinosa notte

Mi fa tremar l'incatenata destra.

Com'avrebb'ella adunque avuto ardire

Toglier la vita al suo consorte, s'ella

Paventa e trema a ragionar di morte?

Io nondimen mi sforzerò parlarne,

Quanto concederà l'affanno e 'l duolo.

Già spargeva la notte il fosco e l'ombra

Sovra la terra, e s'ascondeva il giorno,

Quando noi felle e scelerate spose

Entrammo dentro al funerale albergo

Del gran Pelasgo, e nostro padre iniquo,

Ove il suocero nostro, e nostro zio,

Non men nel cor che ne la fronte allegro,

Per man ne prese, e ne baciò le guance,

Non sapend'ei che noi sue nuore acerbe

Avessim'entro a nostre gonne ascoso

L'ignudo ferro; e già lucean d'intorno

Le dorate lucerne, e 'l tristo incenso

Già si spargea dentro a' sacrati fuochi,

Che del nefando e sanguinoso effetto

Quasi presaghi, a gran fatica al cielo

Mandavan gli empi, et odiosi fumi;

E la turba gentil con liete voci

Chiamavano Imeneo, et ei fuggiva

L'oscena stanza, e la consorte istessa

Del tonator del ciel lasciò quel giorno

Argo sua bella, e se n'andò da lunge,

Per non veder le scelerate nozze:

Quando ecco entrar nel doloroso albergo

I mal felici e mal graditi sposi,

Ebbri del vin che mal bevuto in mensa

Miseri aveano, e dall'ignaro vulgo

Compressi intorno, e di novelli fiori

Cinti i capei, che preciosi unguenti

Facevan molli, e di letizia pieni

Dal lor fato crudel portati furo

Entro agl'alberghi, ahi sfortunati amanti!

Anzi dentro ai sepolcri, e sopra i letti,

Anzi bare funebri, eran distesi

I lor miseri corpi, e già dal sonno

E dal cibo, e dal vin ciascuno oppresso,

Sicur giaceva a la sua donna in braccio;

E profonda quiete intorno aveva

Argo occupata, e si dormiva ognuno,

Sgombrato il cor de le diurne cure,

Quando mi parve udir le voci afflitte,

Ed i gemiti tristi, e i tristi omèi

Di quei, che fuor degli impiagati petti

Versavan l'alme, e l'innocente sangue;

Anzi gli udiva: ond'il vital calore

Tutto s'ascose, e 'mpallidita e fredda

Mi giacqui sopra al genial mio letto.

Ma, come trema a lo spirar de l'aure

Debile spiga, o come volve e scuote

Il gelato Aquilon frondosa chioma

D'arbore antico, o di frondoso pioppo,

Tal io tremava, o se tremar più puossi;

E tu senza sospetto ebbro dormivi,

Perché quel vin che tu bevuto avevi

Era liquor d'addormentare altrui.

Ma mi sgombrar del genitor mio crudo

I precetti superbi, empi, e nefandi

De l'alma ogni paura; ond'io sul letto

Mi levo alquanto, e con tremante mano

Prendo il pugnale, e non t'ascondo il vero,

E ben tre volte io lo ripresi, et egli

Da la man feminil tre volte cadde.

Ma spinta pur da le minaccie altere

Del padre mio, lo scelerato ferro

Di nuovo prendo, et arditetta il feci

Molto vicino all'innocente gola:

Ma la pietà, ma la paura femmi

Tenere il colpo, e ritardar l'impresa;

Né potette seguir mia casta mano

Opra sì brutta, ond'io con l'unghie il volto

E 'l seno offesi, e mi squarciai le chiome,

E con sospiri e con sommessa voce

Dissi queste parole: – ahi trista amante,

Ahi dolent'Ipermestra, a che ti spinge

L'empio tuo padre? a che ti sforza il crudo

Precetto e fero? ahimè, debb'io già mai

Toglier la vita a chi mi brama vita?

A chi mi giace addormentato in grembo?

Ma segui ardita il desiderio ardente

E la voglia paterna, ond'egli sia

Compagno agli altri suoi mal nati amanti.

Io son pur, lassa me, vergine e donna,

Per gli anni umile, per natura pia,

Né son conformi al dispietato ferro

Le mani inferme e 'l feminil valore.

Anzi, mentre ch'ei giace, ardisci, e segui

L'animose tue suore audaci e forti,

Ch'omai creder si può ch'ognuna d'esse

Abbia già tolto al suo cugin la vita.

Ma se questa mia destra ardito avesse

Di trar di vita alcun, non sarebbe ella

Prima del sangue mio bagnata e lorda?

Perché debbon morir questi infelici

Giovani, oimè, sol per avere in dote

I regni del lor zio? Or non si deve

Dargli ad altrui? Or non gli aranno un giorno

Generi strani, e peregrini amanti?

Ma presuppongo, e lo confermo vero,

Che fosser degni di morir; ch'abbiamo

Misere noi commesso? Or per qual colpa,

Per qual cagion non mi lice esser pia?

Che deggio io far del ferro? in che conviene

Con l'armi una donzella? io più conformi

Ho le braccia e le man, la forza e 'l core

All'ago, all'aspo, a la conocchia e al fuso,

Ch'a l'armi crude, e bellicosi ferri –.

Questo io diceva, e mentre in voce umile

Mi lamentava, a le parole meste

Seguiva il pianto, e de' miei lumi l'onde

Cadevan sopra a le tue belle membra:

E tu d'ogni pensier leggiero e scarco

Mi cercavi abbracciar, e quinci e quindi

Le tue movendo addormentate braccia,

Più volte fosti per ferirle al ferro,

Che tra pietà e timor dubbiosa ancora

Aveva in mano. E già temea del giorno,

Ch'era vicino, e paventava il crudo

Mio genitore, e le parole e 'l pianto

Da le luci t'avean cacciato il sonno,

Quando io ti dissi: o sventurato Lino,

Che sol tra tanti sei restato in vita,

Lievati e fuggi, ed al tuo scampo attendi;

E s'a fuggir tu non t'affretti, questa

Agli occhi tuoi sarà l'ultima notte.

Onde d'orrore e di spavento pieno

Sorgesti presto, e ti fuggio dagli occhi

La gravezza del sonno, e rimirando

Quel ferro, ch'io ne la tremante destra

Teneva ancor, m'addomandavi quale

Fosse cagion ch'io t'esortassi tanto

A la veloce inaspettata fuga.

Et io ti dissi: eh, mentre ancor l'oscura

Notte no 'l vieta, eh, troppo amato Lino,

Fuggi veloce; e tu tra pietà e tema,

Tra spavento et amor, tra dubbio e speme,

D'indi partisti, ed io rimasi sola

Mesta, nel mesto e doloroso albergo.

Già fuor de l'ocean levato aveva

La fronte Apollo, e n'arrecava il giorno,

Quando mio padre in minacciosa e fera

Vista s'entrò ne' funerali alberghi

Per numerar gli esanimati corpi

De' miseri fratei, generi suoi,

Che si giacean ne' mal bramati letti,

Nel sangue loro orribilmente involti.

Tu sol mancavi a la gran strage; ed egli,

Non potendo soffrir la vita in uno,

Si lamentava, e si dolea che poco

Sangue s'era versato, ond'ei mi prese

Per l'ancor sciolte chiome (e queste sono

Di mia pietà le meritate spoglie)

E mi trasse per forza a questa oscura

Prigion, dov'io d'ogni stagion rimiro

Spaventi e morti, ove io dogliosa seggio,

Cinta di ferro i piè, le braccia, e 'l collo.

Oimè! ch'ancor de la sdegnata

Giuno l'ira ne nuoce, e la gelosa rabbia,

Ch'ella contra di noi misere donne

Prese quel dì che la bellissima Io

Cangiata fu dal gran rettor de' lumi

Di donna in vacca, e di giovenca in dea.

Ahi troppo, ahi troppo fu suplicio e scempio

Che l'infelice, mal gradita donna,

Come l'altre giovenche al ciel mandasse

Mugiti strani, e le bellezze prime

Cangiate in brutte ed in mostrose forme,

Non potesse mai più piacere a Giove.

Ella fermossi in su l'erbose rive

Del patrio fiume, e di quell'onde chiare

Facendo al volto, et a sé tutta specchio,

A la fronte si vide aver le corna:

E sforzatasi poi parlare, in vece

Del favellare uman, la voce fore

Mandò di belva, e spaventosse insieme

De la cangiata sua figura e voce.

A che diventi infuriata e stolta,

Infelice Io? a che nell'onde chiare,

Misera te, ti specchi? a che pur conti

I molti piedi a' nuovi membri aggiunti?

Tu, che già fusti a la sorella e moglie

Del sommo Giove a schivo, e tua beltade

Di geloso timor le punse il core,

Or vai foglie pascendo, erbette e fiori,

E con cibo sì vil da te discacci

L'immensa fame, ed in un rio bevendo,

Di stupor piena entro a quell'onde miri

L'orrenda forma, e ti spaventi e tremi

Che l'armi acute che tu porti in fronte

Non ti ferischin le cangiate membra:

E benché pria per tua beltade immensa

Fussi del gran motor stimata degna,

Or nuda giaci in su la nuda terra,

E veloce ten vai d'intorno intorno

Al mare, ai lidi, ed a' paterni fiumi,

A cui fan strada i fiumi, il mare, e i lidi.

Ma qual cagione a sì veloce corso,

Lassa, ti spinge? a che pur corri indarno,

O Io sì bella? ah lassa te, non vedi

Che fuggir non potrai tua forma brutta?

Ove i tuoi passi affretti? ove ten vai?

Non vedi tu, misera te, che sempre

Te stessa segui e te medesma fuggi,

Ed a te stessa sei compagna e duce?

Ella poi là dove il gran Nil si versa

Per sette bocche entro all'immenso vaso

Del superbo Ocean, dov'egli insieme

Attuffa l'onde, e vi sommerge il nome,

De la fera crudel lasciò le spoglie,

E ritornò qual pria giovine e bella.

Ma perché raccont'io gli andati esempi,

Che da' vecchi avi miei narrati furo,

Se 'l secol nostro, e se quest'anni rei

Tragger mi fan sì dolorosi guai?

Oimè! che 'l padre mio fa guerra insieme

Col suo fratello, et avend'ei perduto

Lo scettro e 'l regno, or peregrine e sole

Seco n'andiamo, et ei mendico e vecchio,

Per gli altrui regni, e per gli altrui paesi

Seco ne guida; e poverelle e nude

Non abbiam pur dove fermar le piante.

E di tanti fratei n'è vivo un solo:

Ond'io gli piango, e mi lamento ancora

Di chi gli trasse a sì cattiva morte:

Ma prendin quelle, e questi almeno insieme

I lamenti angosciosi, e i tristi pianti,

Ch'incatenata, et a la morte in grembo,

Per la lingua e per gli occhi sfogo e verso.

Ecco ch'io son, poi che restasti in vita,

Serbata a gran tormenti: oimè, qual pena

Si converrà già mai, qual scempio rio,

A chi nuoce ad altrui, poi ch'io di quello

Di che portar devei salute e pregio

Ne riporto prigion, catene, e morte?

Ma tu, dolce mio Lin, s'alcuna omai

Cura o pietà di me ti prende e muove,

Che già ti fui così pietosa moglie,

O s'alcun guiderdon merta quel dono

Ch'io ti donai ne la funesta notte,

Vienne, e dammi soccorso, o con tua mano

Toglimi l'alma; e poi che l'alma fia

Sciolta dal suo mortal caduco velo,

Ardimi dentro a qualch'ascoso rogo,

E la cenere mia bagnata e molle

De' pianti tuoi, come tu debbi, ascondi

In pietra o marmo, e nel sepolcro poi

Farai scolpir queste parole brevi:

– Ipermestra fedel qui morta giace,

Che del suo regno fuor, dal padre ingiusto

(O de la sua pietade iniquo merto!)

Uccisa fu, perché morir non fece

Il suo fratello, il suo consorte amato –.

Io vorrei seguitar, ma la mia destra

Dal peso omai de la catena è stanca;

E lo spavento ancor sottragge all'alma

Molto valore, ond'io piangendo taccio.