Ippodamia ad AchilleEpistola terza
Da la rapita Ippodamia, da quella
Felice serva, e sventurata moglie,
Questa ti viene, o valoroso Achille,
Non ben da me, che son barbara e strana
E male avezza a la favella greca,
Di greche note, a me mal note, scritta.
E le lagrime ch'io qui verso han fatto
Queste macchie, ch'in lei sì spesse vedi;
Ma le lagrime e 'l pianto aver devrebbe
Entro al tuo cor di dolorosa voce,
Di mesti accenti, e di querele pie
La forza e 'l suono: e se mi lice alquanto
Di te mio sposo e mio signor dolermi,
Del mio signor, del mio marito irato
Lamenterommi, e di mia sorte aversa,
Poi ch'a dolermi e lamentar m'invita
L'onta crudele, e l'inumano oltraggio,
Che fuor del merto mio, de la tua voglia,
Lassa, sopporto; e so ben io che tua
Non fu la colpa ond'io mandata fussi
Al grand'Agamennon, ma il tuo furore
Fu ben cagion dapoi che così presto,
Senza pur dirmi a Dio, scacciata quasi
Da te mio sposo, al tuo signor ne gissi:
Onde Taltibio et Uribante, umili
Del nostro maggior re messaggi fidi,
Che mi chiamaro, a cui fidata fui,
Si guardavano in faccia, e mesti e cheti
Dicevano a se stessi: ove è la fiamma,
Ove l'amor, che dolcemente ardeva
Ambe l'anime loro? Io ben poteva
Esserti, oimè, vie più pregiata e cara
Ch'io non ti fui, e s'io dovea per forza
Irne lunge da te, girne più tardi,
Che la dimora avria scemato in parte
Il mio dolor: misera me, ch'io pure
Non potei darti a la partita un bacio,
Né dirti sospirando: Achille, a Dio.
Ma ben versai dagli occhi amari pianti,
E mi squarciai le chiome, ahimè, dolente,
Che mi parve al mio padre, al mio marito
Esser di nuovo, et a mia patria tolta.
Spesso ho voluto al mio guardiano ordire
Inganni e frode, ed involarmi a quello,
E ritornarmi al mio consorte in braccio.
Ma s'io dal padiglion fuss'ita lunge,
Femina, inerme, e paurosa, e sola,
Il nimico troian non lunge ivi era,
Che m'avria presa, e gran terrore aveva
Da l'ombre de la notte, ond'io potessi
Irne prigiona, e divenire ancella
Di qual si sia tra le più chiare e belle
Del vecchio re troian figliuole o nuore,
Benché fosse ciascuna, o nuora, o figlia,
Per preda avermi, o per ancella indegna.
Ma tu dirai ch'io fui donata a lui
Perch'io dovea per la salute greca
Essergli serva: io lo concedo, ahi lassa!
Perché debb'io, s'Agamennon, pentito
Del grave oltraggio, or mi ti rende, avere
Il mio signore, il mio marito avverso?
A che per tante notti, a che per tanti
Giorni infelici, e nubilosi, e foschi,
Lunge mi sto dal mio signor pregiato
E mio dolce marito? ahi, freddo Achille,
Perché non mi richiedi? ahi pigro amante,
Ahi lento sposo, a che sì tarda è stata
L'ira tua giusta a vendicar l'oltraggio
Che mi ti tolse, e ti fe' darmi altrui?
Oimè! che 'l gran Patroclo, oimè, che 'l fido
Compagno tuo, quando io parti', mi disse:
A che t'affliggi, Ippodamia? tu quindi,
Credimi, non sarai gran tempo lunge,
E torneraiti al tuo consorte in breve.
Ma io non torno, e tu crudel non pure
Non mi richiedi, anzi fai forza ch'io
Non ti sia resa, e mi discacci e fuggi.
Vatten pur ora, e di bramoso amante
Prenditi il nome e di marito fido.
Lassa! ch'e' venne il valoroso Aiace,
E 'l gran figliuol d'Amintore, a te questi
Amico fido, e tuo parente quello,
E 'l saggio Ulisse, in compagnia di cui
Mi ritornassi al mio diletto Achille:
I quali ai ricchi doni aggiunser molte
Parole e preghi, e t'offeriron meco
Venti vasi di rame, entro e d'intorno
Con magistero ben tagliati e sculti,
E sette scanni eguai di pregio e d'opra,
A cui l'imperador cortese aggiugne
Dieci talenti d'oro, e quel che poscia
A gentil cavalier conviensi, e forte,
Dodici bei corsieri, avezzi in guerra
Et in corso portar mai sempre il pregio,
E molte schiave ancor gentili e belle,
Che di Lesbo fur tratte, allor ch'in terra
Cadde per le man vostre, e insieme aggiunge
A così ricchi, a sì pregiati doni
Una, di tre ch'ei n'ha, pregiate figlie;
Ma bisogno non hai d'altra consorte
Che sia con teco in matrimonio aggiunta.
Ahi dolce Achille mio, qual mia sventura,
Qual tua voglia crudel ti sforza, e spinge
A ricusar con sì sdegnoso core
Quell'oro, oimè, ch'al grande Atrida offrire
Dovevi tu per riavermi, s'io
Dovea da te con oro esser riscossa?
Per qual mio fallo, o mio pregiato Achille,
Per qual mia colpa ho meritato mai
Diventarti sì vile? ove n'è gito
Sì veloce da te sì lungo amore?
Segue mai sempre empia fortuna e trista
I miseri mortali? ed uno stile
Tiene in far loro oltraggio? ahimè, non deve
Seguir mai più la mia tempesta e 'l fosco
Aura più dolce, e più sereno cielo?
Lassa! ch'io vidi il mio Lirnesso in terra
Cader per tuo valore, e di quel danno
La maggior parte Ippodamia sofferse;
Ch'io vidi andare ad un medesmo fine
Tre miei fratelli, e 'l mio canuto padre
Farsi con le sue mani al collo il nodo;
E vidi poscia il mio marito fido,
Qual ei si fosse, oimè, giacer per terra
Nel proprio sangue orribilmente involto.
Io nondimen de' miei parenti in vece,
E per tante perdute amate cose,
Te solo accolsi, ed in te sol mi posi:
E m'era solo il glorioso Achille
Padre, patria, signor, fratello, e sposo.
Tu pei sacrati e riverendi numi
Della marina Teti, alma tua madre,
Mi promettesti, e mi giurasti ch'io
Dovea render al ciel grazie non poche
Per tal ventura, e mi sarebbe immenso
Util, gloria, et onor, pregio e salute
L'esser fatta d'Achille ancella e preda.
O grand'util che m'è ch'io sia scacciata
Dal mio sposo e signore! e bench'io torni
Ricca di doni, e di gran dote carca,
Ei m'abbia a schivo, e mi dispregi insieme
Con quei sì ricchi e sì pregiati doni
Che dar gli vuole il grand'Atrida meco.
Anzi il publico grido è che tu spieghi,
Tosto che spunti in oriente il sole,
Le vele ai venti, ancor che fosse il cielo
Carco di nubi, e di tempesta il mare:
La qual novella ria, tosto che giunse
A l'infelici e spaventate orecchie,
Si fe' lo petto mio d'anima voto,
E 'l sangue si nascose, io non so dove,
Perch'io tosto mi fei gelata e smorta.
Tu dallo sdegno, e dal voler sospinto
N'andrai per l'onde, e la tua fida ancella
In man di cui sarà lasciata? ahi lassa,
Chi sarà mai, che de la tua consorte
Faccia il dolor men grave? aprasi omai,
Aprasi pur l'ingorda terra, e queste
Membra s'inghiotta, o quando irato Giove
Su nel ciel tuona, in me sdegnato vibre
Un dei più crudi suoi fulmini ardenti,
Prima che senza me si veggin l'onde
Rotte da' remi tuoi spumare, o prima
Ch'io veggia senza me negletta donna
Irsene i legni tuoi felici al porto.
Ma s'e' ti piace omai tornare indietro,
Ed a' paterni tuoi paesi aspiri,
Perché mi lasci sola? io non son grave
Soma ad un legno, e seguirotti ognora
Non come sposa il suo consorte amato,
Ma quale ancella il vincitor nimico:
Né poco util sarò, perch'io lo stame
Trarrò con l'altre tue donzelle e serve,
E seguirò come una schiava umile
I passi ognor della tua bella donna:
Che bellissima fia tra l'altre greche
Qualor andrà per adagiarsi, a cui
Il serico trarrò reale ammanto,
E degna nuora fia del tuo gran padre,
Che de la bella Egina e del gran Giove
Non è nipote indegno, e d'essa ancora
Nereo non sdegnerà d'esser parente.
E noi tue serve umili, e fide ancille,
Da le rocche trarrem lo stame e 'l lino,
E renderen de l'uno e l'altro il peso.
Sol questo bramo, o mio signore amato,
E questa grazia sol pregando chieggio,
Che la tua donna e mia padrona, a cui
Schiava sarò, non sia signora ingiusta,
E contra Ippodamia spietata e cruda;
Né sopportar ch'al tuo conspetto il crine
Duramente mi sveglia, o batta il volto,
Ma con dolce parlar dica: anco questa
Fu già, qual or sei tu, mia sposa fida.
Ma soffra pur con questo ogn'altro oltraggio
Pur ch'io non resti abbandonata indietro:
Che questo è quel timor che crudamente
Ognor, misera me, mi scuote il core.
A che più tardi, Achille? ecco che 'l grande
Agamennon dell'error suo si pente,
E giace tutta impallidita e mesta
Dinanzi ai piedi tuoi la Grecia altera,
Dal tuo valor sol attendendo aita.
Vinci omai l'ira tua, vinci il tuo core,
Tu che gli altri guerrier di forza vinci;
Perché sopporti, oimè, che 'l forte Ettorre
Col suo valor le greche forze avanzi?
Riprendi, signor mio, riprendi il ferro,
E col favor di Marte in fuga volta
Gli sbigottiti tuoi nimici e nostri;
Ma pria ricevi me tua fida ancilla:
Che se per me di disdegnoso foco
S'accese il petto tuo, per me si spenga,
E sia de l'ira tua principio e fine.
Né t'ascrivere a biasmo, ai preghi miei
Intenerir de l'indurata mente
Il sasso e 'l giel, ché Meleagro ancora
Al prego umil de la consorte amata
Riprese per la patria allegro il ferro.
E sai ben tu che la sua madre Altea,
Perch'egli avea di lei due frati ucciso,
Sdegnosa il maledisse, e d'ira accesa
Al suo proprio figliuol bramò la morte;
Ond'ei pien di furor, posando l'armi,
A la patria, a la madre, anzi a se stesso
Duramente negò la grande aita,
Ch'ella dal suo valor solo attendea.
Sol la sua donna a sì bell'opra il volse,
E del suo cor sol l'adamante roppe.
O ben di me più fortunata lei!
Poi ch'io tanti lamenti, e tanti preghi
Dinanzi al signor mio, misera, spargo,
E questi veggio e quelli al vento sparsi.
Io nondimen non me ne sdegno, ch'io
Non fui degna già mai d'esserti sposa,
Né questo mai mi persuasi, poi
Che come serva il mio signor chiamommi
Più volte il giorno a diportarmi seco.
E mi sovien ch'ad una schiava io dissi,
Che mi chiamava sua signora e donna:
Tu fai lo stato mio con simil nome,
E la mia servitù più grave e dura.
Ma io ti giuro, e ti confesso aperto
Per l'ossa del mio sposo, a cui mal diedi
Onorato sepolcro, e ch'io tuttora
Avrò nell'alma in riverenza e 'n pregio,
E per l'anime forti, e pel valore
Di tre fratelli miei, che giustamente
Per la lor patria oprando il ferro e 'l core
Si giaccion or con la lor patria estinti;
E per la fronte tua ti giuro, e mia,
E per quell'armi invitte, onde togliesti
La vita a tanti miei parenti amati,
Che 'l grande Atrida, e mio signor, già mai
Di me non prese alcun piacer d'amore.
E s'io ti giuro il falso, opra in me stessa
Ogni tuo sdegno, e mi dispregia, e lascia.
Ma s'io dicessi, o mio pregiato Achille,
Giura ancor tu di non aver mai preso
Gli amorosi piacer con donna alcuna,
Tu no 'l vorrai con verità giurare.
Oimè! ch'i Greci han nel pensier che sempre
Per mia cagion tu ti lamenti e doglia,
E de l'assenza mia sospiri e pianga.
E tu lieto ti stai, di qualche bella
Amica tua, o fortunata, in braccio,
Al dolce suon di ben soave cetra
Accordando d'amor leggiadri accenti.
E s'alcun vuol saper ond'è che tanto
Il coraggioso e già sì forte Achille
Fugga la guerra, e grandemente tema
Di ritrovarsi in periglioso assalto,
È sol perché ne la battaglia è sempre
Tema e travaglio, ed a chi l'usa nuoce:
Ma 'l soave cantar, lo star la notte
In bel diporto e grato, aver talora
Di Venere e d'Amor diletto e gioia,
Molto più giova, e più diletta e piace;
E più sicuro è l'ociose piume
Premere in pace, e tener stretta in braccio
Bella donna e cortese, e dolce suono
Udir di dolce e di sonora lira,
Che lo scudo imbracciar, che correr l'asta,
Et allacciato aver grave elmo in testa.
Ma tu solevi pur le spoglie altiere,
E le chiare vittorie, e il nome illustre
Ch'acquistar suol chi si travaglia in arme,
Più che simil lascivie avere in pregio.
Fusti tu solo, oimè, gagliardo e forte,
E del ferro e del sangue amico e ingordo
Per fin ch'io fussi tua prigiona e serva?
Giac'ella, oimè, con la mia patria insieme
La tua gloria maggior battuta in terra?
Oh no 'l consenta il ciel! ma via più presto
Dal forte braccio tuo vibrato il ferro
Trapassi il cor di quel famoso duce,
Per cui Troia sen va sì fiera in vista,
Di cui la Grecia tua cotanto teme:
Mandate, o Greci, me sua serva, e sposa
Ambasciatrice al mio signore, e sposo,
Ch'io porterò con l'ambasciate insieme
Molti di vero amor soavi baci.
Io più che 'l buon Fenice, io più che 'l saggio
Ulisse, e più ch'il giovanetto Aiace
Potrò nel cor del mio signor crudele:
Che molta forza ha negli irati amanti
Il sentirsi talor stringere il collo
Dalle già tant'amate amiche braccia,
Mostrare il seno, e con sospir baciarli.
Che benché tu via più feroce e crudo
Dell'onde sia della tua madre Teti,
Ancor ch'io taccia, al mio sol pianto amaro
Si cangerà de l'indurato petto
E del tuo duro cor lo scoglio in polve.
Deh or (se 'l padre tuo finisca in bella
Vecchiezza i suoi begli anni, e se felice–
Mente sen vada il tuo figliuolo in guerra)
O valoroso, o mio pregiato Achille,
Rivolgi gli occhi alla tua fida ancilla,
All'infelice Ippodamia, che tanto
Di gravosi pensier l'animo ha pieno,
E non voler, crudel, con tanta e tale
Lunga dimora incenerirle il core.
Ma se 'l tuo amor s'è convertito in odio,
E venuta ti son, misera, a schivo,
Sforza a morire almen colei, che senza
Te, suo gradito ben, vivere astringi:
E se tu segui esser crudel con meco,
Mi sforzerai morir, che già fuggito
S'è dal mio viso il bel vermiglio e bianco,
E da le membra la grassezza; e sono
Pallida, e magra, ed una speme sola
Mi mantien viva, ond'io se d'essa fia
Privata, ahi lassa, io seguirò del mio
Morto marito, e de' miei frati insieme
L'ombre sanguigne, impallidite, e smorte;
Né ti sarà d'onor, né de la morte
Andar potrai d'una donzella altiero.
Ma perché vuoi d'estrema doglia amara
Farmi finir la dolorosa vita?
Prendi, prendi il pugnal, prendilo, e dentro
A questo sen l'ascondi: io ben di sangue
Ho tanta copia ancor, che ben potrassi
Farsi vermiglio; aprami il petto omai
Quel ferro rio, che trapassar doveva,
Se la gran Palla acconsentito avesse,
Al grand'Agamennon l'altr'ieri il core.
Ma sarà meglio assai che quella vita,
Che già per tua bontà, lassa, mi desti,
Viva conservi ancora, e chieggio amica,
Quel che nimica e fuor di speme
Ottenni dal mio signor vittorioso in dono.
Ben ti daran delle troiane mura,
Che fe' Nettunno, i difensori altieri
Molti nimici, a cui col ferro ignudo
Spogliar l'anime possa; e da' nimici
Prendi la giusta, e gloriosa, e bella
Occasion di trar di vita altrui,
E non da me, che ti son fida sposa:
E come sposo, e mio signore amato,
O bramando spiegar le vele al vento,
O di star fermo a la troiana guerra,
Quasi tua moglie e serva, a te mi chiama.