Ippodamia ad AchilleEpistola terza

By Remigio Nannini

Da la rapita Ippodamia, da quella

Felice serva, e sventurata moglie,

Questa ti viene, o valoroso Achille,

Non ben da me, che son barbara e strana

E male avezza a la favella greca,

Di greche note, a me mal note, scritta.

E le lagrime ch'io qui verso han fatto

Queste macchie, ch'in lei sì spesse vedi;

Ma le lagrime e 'l pianto aver devrebbe

Entro al tuo cor di dolorosa voce,

Di mesti accenti, e di querele pie

La forza e 'l suono: e se mi lice alquanto

Di te mio sposo e mio signor dolermi,

Del mio signor, del mio marito irato

Lamenterommi, e di mia sorte aversa,

Poi ch'a dolermi e lamentar m'invita

L'onta crudele, e l'inumano oltraggio,

Che fuor del merto mio, de la tua voglia,

Lassa, sopporto; e so ben io che tua

Non fu la colpa ond'io mandata fussi

Al grand'Agamennon, ma il tuo furore

Fu ben cagion dapoi che così presto,

Senza pur dirmi a Dio, scacciata quasi

Da te mio sposo, al tuo signor ne gissi:

Onde Taltibio et Uribante, umili

Del nostro maggior re messaggi fidi,

Che mi chiamaro, a cui fidata fui,

Si guardavano in faccia, e mesti e cheti

Dicevano a se stessi: ove è la fiamma,

Ove l'amor, che dolcemente ardeva

Ambe l'anime loro? Io ben poteva

Esserti, oimè, vie più pregiata e cara

Ch'io non ti fui, e s'io dovea per forza

Irne lunge da te, girne più tardi,

Che la dimora avria scemato in parte

Il mio dolor: misera me, ch'io pure

Non potei darti a la partita un bacio,

Né dirti sospirando: Achille, a Dio.

Ma ben versai dagli occhi amari pianti,

E mi squarciai le chiome, ahimè, dolente,

Che mi parve al mio padre, al mio marito

Esser di nuovo, et a mia patria tolta.

Spesso ho voluto al mio guardiano ordire

Inganni e frode, ed involarmi a quello,

E ritornarmi al mio consorte in braccio.

Ma s'io dal padiglion fuss'ita lunge,

Femina, inerme, e paurosa, e sola,

Il nimico troian non lunge ivi era,

Che m'avria presa, e gran terrore aveva

Da l'ombre de la notte, ond'io potessi

Irne prigiona, e divenire ancella

Di qual si sia tra le più chiare e belle

Del vecchio re troian figliuole o nuore,

Benché fosse ciascuna, o nuora, o figlia,

Per preda avermi, o per ancella indegna.

Ma tu dirai ch'io fui donata a lui

Perch'io dovea per la salute greca

Essergli serva: io lo concedo, ahi lassa!

Perché debb'io, s'Agamennon, pentito

Del grave oltraggio, or mi ti rende, avere

Il mio signore, il mio marito avverso?

A che per tante notti, a che per tanti

Giorni infelici, e nubilosi, e foschi,

Lunge mi sto dal mio signor pregiato

E mio dolce marito? ahi, freddo Achille,

Perché non mi richiedi? ahi pigro amante,

Ahi lento sposo, a che sì tarda è stata

L'ira tua giusta a vendicar l'oltraggio

Che mi ti tolse, e ti fe' darmi altrui?

Oimè! che 'l gran Patroclo, oimè, che 'l fido

Compagno tuo, quando io parti', mi disse:

A che t'affliggi, Ippodamia? tu quindi,

Credimi, non sarai gran tempo lunge,

E torneraiti al tuo consorte in breve.

Ma io non torno, e tu crudel non pure

Non mi richiedi, anzi fai forza ch'io

Non ti sia resa, e mi discacci e fuggi.

Vatten pur ora, e di bramoso amante

Prenditi il nome e di marito fido.

Lassa! ch'e' venne il valoroso Aiace,

E 'l gran figliuol d'Amintore, a te questi

Amico fido, e tuo parente quello,

E 'l saggio Ulisse, in compagnia di cui

Mi ritornassi al mio diletto Achille:

I quali ai ricchi doni aggiunser molte

Parole e preghi, e t'offeriron meco

Venti vasi di rame, entro e d'intorno

Con magistero ben tagliati e sculti,

E sette scanni eguai di pregio e d'opra,

A cui l'imperador cortese aggiugne

Dieci talenti d'oro, e quel che poscia

A gentil cavalier conviensi, e forte,

Dodici bei corsieri, avezzi in guerra

Et in corso portar mai sempre il pregio,

E molte schiave ancor gentili e belle,

Che di Lesbo fur tratte, allor ch'in terra

Cadde per le man vostre, e insieme aggiunge

A così ricchi, a sì pregiati doni

Una, di tre ch'ei n'ha, pregiate figlie;

Ma bisogno non hai d'altra consorte

Che sia con teco in matrimonio aggiunta.

Ahi dolce Achille mio, qual mia sventura,

Qual tua voglia crudel ti sforza, e spinge

A ricusar con sì sdegnoso core

Quell'oro, oimè, ch'al grande Atrida offrire

Dovevi tu per riavermi, s'io

Dovea da te con oro esser riscossa?

Per qual mio fallo, o mio pregiato Achille,

Per qual mia colpa ho meritato mai

Diventarti sì vile? ove n'è gito

Sì veloce da te sì lungo amore?

Segue mai sempre empia fortuna e trista

I miseri mortali? ed uno stile

Tiene in far loro oltraggio? ahimè, non deve

Seguir mai più la mia tempesta e 'l fosco

Aura più dolce, e più sereno cielo?

Lassa! ch'io vidi il mio Lirnesso in terra

Cader per tuo valore, e di quel danno

La maggior parte Ippodamia sofferse;

Ch'io vidi andare ad un medesmo fine

Tre miei fratelli, e 'l mio canuto padre

Farsi con le sue mani al collo il nodo;

E vidi poscia il mio marito fido,

Qual ei si fosse, oimè, giacer per terra

Nel proprio sangue orribilmente involto.

Io nondimen de' miei parenti in vece,

E per tante perdute amate cose,

Te solo accolsi, ed in te sol mi posi:

E m'era solo il glorioso Achille

Padre, patria, signor, fratello, e sposo.

Tu pei sacrati e riverendi numi

Della marina Teti, alma tua madre,

Mi promettesti, e mi giurasti ch'io

Dovea render al ciel grazie non poche

Per tal ventura, e mi sarebbe immenso

Util, gloria, et onor, pregio e salute

L'esser fatta d'Achille ancella e preda.

O grand'util che m'è ch'io sia scacciata

Dal mio sposo e signore! e bench'io torni

Ricca di doni, e di gran dote carca,

Ei m'abbia a schivo, e mi dispregi insieme

Con quei sì ricchi e sì pregiati doni

Che dar gli vuole il grand'Atrida meco.

Anzi il publico grido è che tu spieghi,

Tosto che spunti in oriente il sole,

Le vele ai venti, ancor che fosse il cielo

Carco di nubi, e di tempesta il mare:

La qual novella ria, tosto che giunse

A l'infelici e spaventate orecchie,

Si fe' lo petto mio d'anima voto,

E 'l sangue si nascose, io non so dove,

Perch'io tosto mi fei gelata e smorta.

Tu dallo sdegno, e dal voler sospinto

N'andrai per l'onde, e la tua fida ancella

In man di cui sarà lasciata? ahi lassa,

Chi sarà mai, che de la tua consorte

Faccia il dolor men grave? aprasi omai,

Aprasi pur l'ingorda terra, e queste

Membra s'inghiotta, o quando irato Giove

Su nel ciel tuona, in me sdegnato vibre

Un dei più crudi suoi fulmini ardenti,

Prima che senza me si veggin l'onde

Rotte da' remi tuoi spumare, o prima

Ch'io veggia senza me negletta donna

Irsene i legni tuoi felici al porto.

Ma s'e' ti piace omai tornare indietro,

Ed a' paterni tuoi paesi aspiri,

Perché mi lasci sola? io non son grave

Soma ad un legno, e seguirotti ognora

Non come sposa il suo consorte amato,

Ma quale ancella il vincitor nimico:

Né poco util sarò, perch'io lo stame

Trarrò con l'altre tue donzelle e serve,

E seguirò come una schiava umile

I passi ognor della tua bella donna:

Che bellissima fia tra l'altre greche

Qualor andrà per adagiarsi, a cui

Il serico trarrò reale ammanto,

E degna nuora fia del tuo gran padre,

Che de la bella Egina e del gran Giove

Non è nipote indegno, e d'essa ancora

Nereo non sdegnerà d'esser parente.

E noi tue serve umili, e fide ancille,

Da le rocche trarrem lo stame e 'l lino,

E renderen de l'uno e l'altro il peso.

Sol questo bramo, o mio signore amato,

E questa grazia sol pregando chieggio,

Che la tua donna e mia padrona, a cui

Schiava sarò, non sia signora ingiusta,

E contra Ippodamia spietata e cruda;

Né sopportar ch'al tuo conspetto il crine

Duramente mi sveglia, o batta il volto,

Ma con dolce parlar dica: anco questa

Fu già, qual or sei tu, mia sposa fida.

Ma soffra pur con questo ogn'altro oltraggio

Pur ch'io non resti abbandonata indietro:

Che questo è quel timor che crudamente

Ognor, misera me, mi scuote il core.

A che più tardi, Achille? ecco che 'l grande

Agamennon dell'error suo si pente,

E giace tutta impallidita e mesta

Dinanzi ai piedi tuoi la Grecia altera,

Dal tuo valor sol attendendo aita.

Vinci omai l'ira tua, vinci il tuo core,

Tu che gli altri guerrier di forza vinci;

Perché sopporti, oimè, che 'l forte Ettorre

Col suo valor le greche forze avanzi?

Riprendi, signor mio, riprendi il ferro,

E col favor di Marte in fuga volta

Gli sbigottiti tuoi nimici e nostri;

Ma pria ricevi me tua fida ancilla:

Che se per me di disdegnoso foco

S'accese il petto tuo, per me si spenga,

E sia de l'ira tua principio e fine.

Né t'ascrivere a biasmo, ai preghi miei

Intenerir de l'indurata mente

Il sasso e 'l giel, ché Meleagro ancora

Al prego umil de la consorte amata

Riprese per la patria allegro il ferro.

E sai ben tu che la sua madre Altea,

Perch'egli avea di lei due frati ucciso,

Sdegnosa il maledisse, e d'ira accesa

Al suo proprio figliuol bramò la morte;

Ond'ei pien di furor, posando l'armi,

A la patria, a la madre, anzi a se stesso

Duramente negò la grande aita,

Ch'ella dal suo valor solo attendea.

Sol la sua donna a sì bell'opra il volse,

E del suo cor sol l'adamante roppe.

O ben di me più fortunata lei!

Poi ch'io tanti lamenti, e tanti preghi

Dinanzi al signor mio, misera, spargo,

E questi veggio e quelli al vento sparsi.

Io nondimen non me ne sdegno, ch'io

Non fui degna già mai d'esserti sposa,

Né questo mai mi persuasi, poi

Che come serva il mio signor chiamommi

Più volte il giorno a diportarmi seco.

E mi sovien ch'ad una schiava io dissi,

Che mi chiamava sua signora e donna:

Tu fai lo stato mio con simil nome,

E la mia servitù più grave e dura.

Ma io ti giuro, e ti confesso aperto

Per l'ossa del mio sposo, a cui mal diedi

Onorato sepolcro, e ch'io tuttora

Avrò nell'alma in riverenza e 'n pregio,

E per l'anime forti, e pel valore

Di tre fratelli miei, che giustamente

Per la lor patria oprando il ferro e 'l core

Si giaccion or con la lor patria estinti;

E per la fronte tua ti giuro, e mia,

E per quell'armi invitte, onde togliesti

La vita a tanti miei parenti amati,

Che 'l grande Atrida, e mio signor, già mai

Di me non prese alcun piacer d'amore.

E s'io ti giuro il falso, opra in me stessa

Ogni tuo sdegno, e mi dispregia, e lascia.

Ma s'io dicessi, o mio pregiato Achille,

Giura ancor tu di non aver mai preso

Gli amorosi piacer con donna alcuna,

Tu no 'l vorrai con verità giurare.

Oimè! ch'i Greci han nel pensier che sempre

Per mia cagion tu ti lamenti e doglia,

E de l'assenza mia sospiri e pianga.

E tu lieto ti stai, di qualche bella

Amica tua, o fortunata, in braccio,

Al dolce suon di ben soave cetra

Accordando d'amor leggiadri accenti.

E s'alcun vuol saper ond'è che tanto

Il coraggioso e già sì forte Achille

Fugga la guerra, e grandemente tema

Di ritrovarsi in periglioso assalto,

È sol perché ne la battaglia è sempre

Tema e travaglio, ed a chi l'usa nuoce:

Ma 'l soave cantar, lo star la notte

In bel diporto e grato, aver talora

Di Venere e d'Amor diletto e gioia,

Molto più giova, e più diletta e piace;

E più sicuro è l'ociose piume

Premere in pace, e tener stretta in braccio

Bella donna e cortese, e dolce suono

Udir di dolce e di sonora lira,

Che lo scudo imbracciar, che correr l'asta,

Et allacciato aver grave elmo in testa.

Ma tu solevi pur le spoglie altiere,

E le chiare vittorie, e il nome illustre

Ch'acquistar suol chi si travaglia in arme,

Più che simil lascivie avere in pregio.

Fusti tu solo, oimè, gagliardo e forte,

E del ferro e del sangue amico e ingordo

Per fin ch'io fussi tua prigiona e serva?

Giac'ella, oimè, con la mia patria insieme

La tua gloria maggior battuta in terra?

Oh no 'l consenta il ciel! ma via più presto

Dal forte braccio tuo vibrato il ferro

Trapassi il cor di quel famoso duce,

Per cui Troia sen va sì fiera in vista,

Di cui la Grecia tua cotanto teme:

Mandate, o Greci, me sua serva, e sposa

Ambasciatrice al mio signore, e sposo,

Ch'io porterò con l'ambasciate insieme

Molti di vero amor soavi baci.

Io più che 'l buon Fenice, io più che 'l saggio

Ulisse, e più ch'il giovanetto Aiace

Potrò nel cor del mio signor crudele:

Che molta forza ha negli irati amanti

Il sentirsi talor stringere il collo

Dalle già tant'amate amiche braccia,

Mostrare il seno, e con sospir baciarli.

Che benché tu via più feroce e crudo

Dell'onde sia della tua madre Teti,

Ancor ch'io taccia, al mio sol pianto amaro

Si cangerà de l'indurato petto

E del tuo duro cor lo scoglio in polve.

Deh or (se 'l padre tuo finisca in bella

Vecchiezza i suoi begli anni, e se felice–

Mente sen vada il tuo figliuolo in guerra)

O valoroso, o mio pregiato Achille,

Rivolgi gli occhi alla tua fida ancilla,

All'infelice Ippodamia, che tanto

Di gravosi pensier l'animo ha pieno,

E non voler, crudel, con tanta e tale

Lunga dimora incenerirle il core.

Ma se 'l tuo amor s'è convertito in odio,

E venuta ti son, misera, a schivo,

Sforza a morire almen colei, che senza

Te, suo gradito ben, vivere astringi:

E se tu segui esser crudel con meco,

Mi sforzerai morir, che già fuggito

S'è dal mio viso il bel vermiglio e bianco,

E da le membra la grassezza; e sono

Pallida, e magra, ed una speme sola

Mi mantien viva, ond'io se d'essa fia

Privata, ahi lassa, io seguirò del mio

Morto marito, e de' miei frati insieme

L'ombre sanguigne, impallidite, e smorte;

Né ti sarà d'onor, né de la morte

Andar potrai d'una donzella altiero.

Ma perché vuoi d'estrema doglia amara

Farmi finir la dolorosa vita?

Prendi, prendi il pugnal, prendilo, e dentro

A questo sen l'ascondi: io ben di sangue

Ho tanta copia ancor, che ben potrassi

Farsi vermiglio; aprami il petto omai

Quel ferro rio, che trapassar doveva,

Se la gran Palla acconsentito avesse,

Al grand'Agamennon l'altr'ieri il core.

Ma sarà meglio assai che quella vita,

Che già per tua bontà, lassa, mi desti,

Viva conservi ancora, e chieggio amica,

Quel che nimica e fuor di speme

Ottenni dal mio signor vittorioso in dono.

Ben ti daran delle troiane mura,

Che fe' Nettunno, i difensori altieri

Molti nimici, a cui col ferro ignudo

Spogliar l'anime possa; e da' nimici

Prendi la giusta, e gloriosa, e bella

Occasion di trar di vita altrui,

E non da me, che ti son fida sposa:

E come sposo, e mio signore amato,

O bramando spiegar le vele al vento,

O di star fermo a la troiana guerra,

Quasi tua moglie e serva, a te mi chiama.