Isifile a GiasoneEpistola sesta

By Remigio Nannini

La bella fama, che l'illustri e belle

Altrui opre non tace, ha pieno intorno

Il regno mio che di Tessaglia ai lidi

Tornato sei, de l'onorata preda

Del ricco vello d'oro altero e carco;

E ne son lieta sol quanto a te piace.

Ma tu dovevi ben per qualche messo,

O per tuoi scritti discoprirmi il caro

Ritorno tuo; e fu possibil forse

Che torcer desiando a queste rive,

A te promesse, il tuo viaggio, il vento

Poco propizio a' tuoi desiri avessi.

Ma 'l vento averso, e la fortuna, e l'onde

Non dovevan già mai esser cagione

Che con due versi, o due parole almeno,

Non mi potessi far sicura e certa

Del tuo venir, sì come io n'era degna.

Perché pria de' tuoi scritti, il comun grido

Udir mi fe' che gl'infiammati tori

Piegaro al giogo i non domati colli,

E col vomere poi la terra apriro?

E che del seme sparso entro agli arati

Campi la fera e bellicosa gente

Tosto risorse, alla cui morte d'uopo

Non fu la tua vittoriosa mano?

E che quantunque il sempre desto drago

Guardasse ognor del bel monton le spoglie,

Tu nondimeno i ricchi velli avesti?

Oh come sarei io felice e lieta,

Quando io potessi a quei che l'alte e chiare

Tue prove ascolta, e con timor le crede,

Sicura dire: il mio fedel consorte

Giason scritte me l'ha, da lui l'ho intese!

Ma perché mi doglio io che tardo e lento

Sia stato il mio consorte a darmi aviso

Del suo ritorno? assai gran premio fora

De l'amor mio quando io ti fussi grata,

Come ti fui, e per mio male, un tempo.

Ma 'l comun grido è che menato hai teco

Una barbara maga, e quella fede

Ch'a me promessa fu, l'hai data a lei,

E in vece mia per tua consorte hai presa.

Il vero amore agevolmente crede:

E piaccia al ciel ch'io sia tenuta stolta,

Temeraria, e gelosa, e folle, e sciocca,

E ch'a gran torto il mio marito accusi!

Ahimè! che di Tessaglia or ora è giunto

Un peregrino, a cui bramosa, e ingorda

D'aver nuove di te, pria ch'ei toccasse

Le soglie mie con l'affannato piede,

Dissi: il mio sposo, il mio Giason che face?

Et ei pien di vergogna, i lumi affisse

In altra parte, e si taceva; ond'io

Squarciati i panni, e con tremante core

Più gli m'appresso e grido: oimè, vive egli?

È vivo il mio Giasone? anch'io m'uccido!

Et egli allora: ei vive. Et io ch'in forse

Stava del viver tuo, lo spinsi a forza

Co' giuri a dirmi il vero, et a gran pena

A' giuri diedi e a' sacramenti fede.

Ma poi ch'io fui sicura, i fatti egregi

Comincio a ricercare: et ei narrommi

Come i tori infiammati araro i campi;

Come de' denti de la belva sparsi

Altera gente e bellicosa uscio,

Ch'in fra se stessa se medesma uccise;

Come vincesti il velenoso drago

Mai sempre desto: et io che speme e tema

Aveva all'alma intorno, un'altra volta

Domando se tu vivi, e mentre ch'egli

Narrava l'opre illustri, a caso, e fuori

Del suo pensier, mi discoperse il furto

De la figliuola del gran re de' Colchi.

Ahimè, dove è la fede? u' sono i giuri?

U' son le faci, che più degne furo

D'ardersi dentro al funeral mio rogo,

Che render lume a l'infelici nozze?

Io non ti fui qual meretrice a canto,

Né ti fei don celatamente de la

Alma mia castità, ma l'alma Giuno

E 'l sacrosanto dio, le tempie intorno

Cinto di fiori, e d'intrecciati rami,

Vi fur presenti; anzi Imeneo, né mai

La suora e sposa del gran re de' lumi,

Lassa, non vidi, ma la trista Erinne

Portò le maritali infauste faci.

Perché quindi passare unqua doveva

La tessalica armata? et Argo e Tifi

Ch'aveva a far co' miei paterni regni?

Qui non era il monton dei velli d'oro,

Né del canuto Eeta il patrio seggio.

Io ben pensato avea dentro al mio petto

(Ma 'l mio fato crudel tardò l'impresa)

Col valor feminil cacciar di fuori

De' miei confin la peregrina armata:

E lo poteva far, ché le mie donne

Uccider sanno i valorosi maschi;

E schermir mi dovea con tai guerriere,

E difender da te la vita, e l'alma

Mia pudicizia, e 'l non macchiato nome.

Ma non pur non ti nocqui, anzi qual fido

E dolce sposo mio, t'accolsi dentro

Al regno, alla cittade, al letto, all'alma:

E lieto meco dimorasti tanto,

Che di neve imbiancò due volte il verno

I colli intorno, e nell'ardente state

Due volte ancor ve la distrusse il sole;

E l'ingordo arator già lieto intorno

Ne' campi biancheggiar scorgea le biade

La terza state, e s'accingeva a corre

Di sue fatiche i desiati frutti,

Quando dal bel desio, da l'alta impresa

Alteramente e stimolato e punto,

Da' tuoi compagni inanimito e mosso,

Dal mar tranquillo e da' propizii venti,

Lusingato da quei, da questi spinto,

I larghi seni alle gran vele apristi,

E nel duro partir con tai parole

Di pianti miste, e di sospiri ardenti

Cercasti far minor mio duolo immenso:

– O bella Isifil mia, io quindi sono

Rapito a forza, e se 'l mio buon destino

Vorrà già mai ch'io mi ritorni indietro,

Io tornerò tuo fido amante, e sposo,

Come or tuo sposo, e fid'amante io parto.

E fa' che quel che dentro al ventre ascoso

Tu tien del sangue mio si serbi in vita,

Ch'io son padre di lui, di lui tu madre –.

E queste son quante parole il duolo

Ti lasciò mandar fuore, e ben soviemmi

Che da' pianti interrotto e da' singulti

Non potesti seguir più oltra il dire.

Tu fra gli altri compagni, afflitto in volto,

Bagnandoti di pianto il petto e 'l viso,

Su la sacrata nave il sezzo andasti:

E mentre ella fuggia, gonfiando il vento

Le bianche vele, e sottraggendo i remi

Dall'alta prora l'acque, Isifil gli occhi

Volgeva al suo Giason, Giasone ad ella:

Tu la terra miravi, io, lassa, l'onde.

Poi che dal lido io non scorgea le vele,

Sovra una torre a presti passi ascendo,

Che d'ogni intorno il mar discuopre e vede,

Empiendomi di pianto il volto e 'l seno:

E bench'io gli occhi avessi umidi e molli,

Tra le lagrime pur le vidi, et oltra

L'usato modo lor scorgean le luci,

Ch'elle seguendo il gran desio del core

Vedean più lunge assai ch'umana vista

Soglia mirare: e quante, ahi stolta, poi

Quante sparsi preghiere al cielo e voti,

Che mi trasser da l'alma amore, e tema,

Che scioglier deggio ancor, poscia che salvo

Tornato sei da sì lodata impresa!

I voti io scioglierò? l'empia Medea

Goderà de' miei voti? Ahimè! che 'l core

Scoppia non men d'amor che d'ira e rabbia.

Io l'ostie sacre a' sacrosanti templi

Porterò mai? e pecorelle, e tori

Morti cadranno a' sacri altari inanti,

Da la mia destra uccisi? io, perché priva

Resti del mio Giason, misera, in vita,

E de' miei danni avrò mai grazie al cielo?

Io non fui mai sicura, anzi mai sempre

Temei che 'l padre tuo in Argo un giorno

Non ti sposasse; et ho temuto indarno

Le chiare greche e belle, anzi una strana

Barbara maga e meretrice infame

Offeso m'have, et oltraggiata sono

Da cui non sperai mai soffrire oltraggio.

Io so ben ch'ella, o per beltate o merto,

O per virtù, non t'ha infiammato il core,

Ma sol ne l'amor suo t'ha spinto e volto

Per forza d'erbe, e di parole maghe:

Ch'ella ne l'ombre de l'oscura notte

Erbe maligne e velenose svelle,

Altre ne sega con sagrata falce.

Ella dal corso suo ferma la luna

Di lei mal grado, et ha valor dapoi

Del maggior lume impallidire i raggi.

Ella de' fiumi e de' torrenti i piedi

Ne' lacci involve, e dal nativo loco

Gli arbor, le selve, e i vivi sassi muove;

E tra' sepolcri poi discinta e scalza,

Sciolti i capei, nella più folta notte

Sen va solinga, e tra la calda polve

Degli arsi roghi poi certe ossa accoglie:

Ella distrugge altrui, consuma, e ancide,

Benché lontani, e certe imagin finge

Di cera e lana, et acutissimi aghi

Entro a' lor cori affige, et altre poi

Opre maligne, ch'io non so, compone,

Ond'altrui spinga a viva forza amarla:

Ma 'l vero amor, non con incanti od erbe,

Ma con beltà, ma con virtù s'acquista.

Certo che l'empia, in quella guisa ch'ella

Costrinse i tori al non usato giogo,

Ha te sommesso all'amoroso incarco,

E con la forza istessa ond'ella vinse

La velenosa, e vigilante belva,

Ancor te vinse, e ti piegò la voglia,

Ed alla voglia sua la fe' conforme.

Aggiugni poi ch'alle famose prove

D'Ercole invitto, e di Polluce altero,

Di te, degli altri tuoi compagni fidi

Si fa compagna, e scelerata nuoce

Alla gran fama del suo sposo indegno.

E ben son molti ancor che 'l creder folle

Seguon dell'avo tuo maligno e crudo,

Che la vittoria al tuo valor sottragge,

Ed agli incanti e malefici ascrive;

E dicon non Giason, non la virtute

Degli altri suoi, ma sol Medea da' sacri

Muri levò le ricche spoglie d'oro.

Ma la tua madre Alcimede non have

Questa credenza, né 'l tuo padre Esone,

Che negli ultimi suoi vecchi anni vede

Dal più gelato ciel venuta l'empia

Incantatrice sua barbara nuora.

Ella dovea là nella Scizia, dove

L'altero Fasi, e la gelata Tana

Ne' Meotici stagni apportan l'onde,

Prendersi sposo, e non tra noi, che siamo

Di pietate e d'amor difformi a loro.

Ah volubil Giasone, ahi via più lieve

Dell'aure levi alla stagion novella,

Tue promesse di fé perché son vote?

Tu quindi pur ti dipartisti mio

Dolce consorte, e perché, ahi lassa, d'indi

Non sei tornato mio consorte amato?

Perché non son nel tornar tuo tua sposa,

Come tua sposa alla partita fui?

Se l'alta stirpe, e nobiltà del sangue,

La chiara fama, e i generosi fregi

Degli avi illustri ti commove e piace,

Ecco che io figlia son del gran Toante,

E gli avi miei furo Arianna e Bacco,

Quell'Arianna che dal sangue uscio

Del re di Creta, e fu rapita in cielo

Dal suo consorte, e coronata il fronte

Di nuove stelle, che co' raggi ardenti

Fanno minore, anzi sparir la luce

Dell'altre stelle che le sono intorno;

E Lenno avrai per marital tua dote,

Ch'assai feconda si dimostra, quando

Tenuta è colta; et infra tante e tante

Ricchezze e nobiltà, son degna anch'io

Esser da te mio sposo avuta in pregio.

Et or del seme tuo, porgendo aita

Al parto mio la sacrosanta Giuno,

Due figli ho fatto, e se domandi forse

Di cui sien lor sembianze, al volto, agli occhi

Sembran Giasone, et han del padre ogn'altra

Bella fattezza, e sol difformi in questo

Son dal lor genitor, che per l'etate

Non san tradire, od ingannare altrui.

E quasi fui, quantunque avolti in fasce,

In cambio mio per inviargli al padre,

Ma l'inumana lor matrigna, e cruda,

Il mio pensiero, e lor viaggio ha rotto:

Io di Medea ho paventato l'ire,

Perch'ella è via più cruda, e via più acerba

Di qual altra si sia matrigna ingiusta;

E di Medea le scelerate mani

Ad ogni brutta e scelerata impresa

Mai sempre sono apparecchiate e pronte.

Ella, che 'l sangue, e le squarciate membra

Del suo fratello alla campagna sparse,

Unqua sarebbe a' miei figliuoi pietosa?

E nondimen, quant'alcun dice, ahi folle,

E da' magici versi avinto e preso,

Hai posto lei, là dove Isifil prima

Dal merto suo, e dal tuo amor fu posta.

Ella, vergine ancor, nel letto accolse

L'amante suo sfacciatamente, et io

Con sante nozze mi ti diedi in braccio.

Ella tradì suo padre, io dalla morte

Tolsi il mio genitore; ella fuggio

Da Colco, io Lenno ancor mia patria albergo.

Ma che mi val, se l'impudica et empia

E scelerata, me pietosa amante

Superi e vinca? e se per dote immensa

Ha l'arte maga, e per quest'arte infame

Ha meritato aver tant'alto sposo?

Io l'opra ben delle mie donne incolpo:

Non laudo, o mio Giason, che crudamente

O con ferro o venen cacciaron l'alme

A' figli, a' frati, a' lor consorti, e a' padri,

Ma 'l fier dolore, e 'l dispregiato sesso,

E la rabbia e lo sdegno in man lor pose

L'armi, che fer del lor gran duol vendetta.

Dimmi, s'i venti alla tua voglia aversi

T'avesser spinto alle mie rive insieme

Con l'impudica tua lasciva putta,

Et io nel porto fuor venuta incontra

Ti fussi co' miei figli (ahi Giason crudo,

Certo ch'allor ti bisognava umile

Pregar la terra che s'aprisse, e vivo

Ti s'avesse inghiottito!), oimè, con quale

Animo mai, o con qual faccia avresti

I tuoi figliuoli, e me tua sposa accolto?

Ahi, perfido Giason, di qual tormento

Saresti stato, e di qual morte degno?

Io nondimen non t'avrei fatto oltraggio,

Non perché degno tu, ma perch'io pia;

E sol del sangue dell'iniqua et empia

Vil meretrice avrei saziati questi

Spregiati lumi, e quei begli occhi ancora,

Ch'ella co' versi suoi, lassa, m'ha tolto,

E di Medea, stata Medea sarei.

Ma se là su nel ciel dal sommo Giove

I voti nostri, e 'l lagrimar s'intende,

Pianga ella quel ch'or la negletta, e sola

Isifil piange, e d'altretanti figli,

E dello sposo suo resti orba e priva,

Sì com'io sposa, e di due figli madre

Lasciata son dal mio consorte infido;

Né lungamente si possegga quello

Sì mal cercato, e mal goduto bene,

E peggiormente l'abandoni e perda:

E qual suora al fratel, qual figlia al padre,

Tal sposa al sposo sia, tal madre ai figli.

E poi che 'l mar, poi che la terra indarno

Avrà cercato, ancor s'inalzi a volo,

E senza speme mai, povera e sola

Sen vada errando, e disperata alfine

Con le sue proprie man se stessa uccida.

Quest'è quel poi ch'io vi sospiro e bramo,

O scelerati abominandi sposi,

Poich'io tradita son, ch'al chiaro e al fosco

Il letto genial mai sempre abonde

Di rabbia, di timor, di sangue, e pianto.