Isifile a GiasoneEpistola sesta
La bella fama, che l'illustri e belle
Altrui opre non tace, ha pieno intorno
Il regno mio che di Tessaglia ai lidi
Tornato sei, de l'onorata preda
Del ricco vello d'oro altero e carco;
E ne son lieta sol quanto a te piace.
Ma tu dovevi ben per qualche messo,
O per tuoi scritti discoprirmi il caro
Ritorno tuo; e fu possibil forse
Che torcer desiando a queste rive,
A te promesse, il tuo viaggio, il vento
Poco propizio a' tuoi desiri avessi.
Ma 'l vento averso, e la fortuna, e l'onde
Non dovevan già mai esser cagione
Che con due versi, o due parole almeno,
Non mi potessi far sicura e certa
Del tuo venir, sì come io n'era degna.
Perché pria de' tuoi scritti, il comun grido
Udir mi fe' che gl'infiammati tori
Piegaro al giogo i non domati colli,
E col vomere poi la terra apriro?
E che del seme sparso entro agli arati
Campi la fera e bellicosa gente
Tosto risorse, alla cui morte d'uopo
Non fu la tua vittoriosa mano?
E che quantunque il sempre desto drago
Guardasse ognor del bel monton le spoglie,
Tu nondimeno i ricchi velli avesti?
Oh come sarei io felice e lieta,
Quando io potessi a quei che l'alte e chiare
Tue prove ascolta, e con timor le crede,
Sicura dire: il mio fedel consorte
Giason scritte me l'ha, da lui l'ho intese!
Ma perché mi doglio io che tardo e lento
Sia stato il mio consorte a darmi aviso
Del suo ritorno? assai gran premio fora
De l'amor mio quando io ti fussi grata,
Come ti fui, e per mio male, un tempo.
Ma 'l comun grido è che menato hai teco
Una barbara maga, e quella fede
Ch'a me promessa fu, l'hai data a lei,
E in vece mia per tua consorte hai presa.
Il vero amore agevolmente crede:
E piaccia al ciel ch'io sia tenuta stolta,
Temeraria, e gelosa, e folle, e sciocca,
E ch'a gran torto il mio marito accusi!
Ahimè! che di Tessaglia or ora è giunto
Un peregrino, a cui bramosa, e ingorda
D'aver nuove di te, pria ch'ei toccasse
Le soglie mie con l'affannato piede,
Dissi: il mio sposo, il mio Giason che face?
Et ei pien di vergogna, i lumi affisse
In altra parte, e si taceva; ond'io
Squarciati i panni, e con tremante core
Più gli m'appresso e grido: oimè, vive egli?
È vivo il mio Giasone? anch'io m'uccido!
Et egli allora: ei vive. Et io ch'in forse
Stava del viver tuo, lo spinsi a forza
Co' giuri a dirmi il vero, et a gran pena
A' giuri diedi e a' sacramenti fede.
Ma poi ch'io fui sicura, i fatti egregi
Comincio a ricercare: et ei narrommi
Come i tori infiammati araro i campi;
Come de' denti de la belva sparsi
Altera gente e bellicosa uscio,
Ch'in fra se stessa se medesma uccise;
Come vincesti il velenoso drago
Mai sempre desto: et io che speme e tema
Aveva all'alma intorno, un'altra volta
Domando se tu vivi, e mentre ch'egli
Narrava l'opre illustri, a caso, e fuori
Del suo pensier, mi discoperse il furto
De la figliuola del gran re de' Colchi.
Ahimè, dove è la fede? u' sono i giuri?
U' son le faci, che più degne furo
D'ardersi dentro al funeral mio rogo,
Che render lume a l'infelici nozze?
Io non ti fui qual meretrice a canto,
Né ti fei don celatamente de la
Alma mia castità, ma l'alma Giuno
E 'l sacrosanto dio, le tempie intorno
Cinto di fiori, e d'intrecciati rami,
Vi fur presenti; anzi Imeneo, né mai
La suora e sposa del gran re de' lumi,
Lassa, non vidi, ma la trista Erinne
Portò le maritali infauste faci.
Perché quindi passare unqua doveva
La tessalica armata? et Argo e Tifi
Ch'aveva a far co' miei paterni regni?
Qui non era il monton dei velli d'oro,
Né del canuto Eeta il patrio seggio.
Io ben pensato avea dentro al mio petto
(Ma 'l mio fato crudel tardò l'impresa)
Col valor feminil cacciar di fuori
De' miei confin la peregrina armata:
E lo poteva far, ché le mie donne
Uccider sanno i valorosi maschi;
E schermir mi dovea con tai guerriere,
E difender da te la vita, e l'alma
Mia pudicizia, e 'l non macchiato nome.
Ma non pur non ti nocqui, anzi qual fido
E dolce sposo mio, t'accolsi dentro
Al regno, alla cittade, al letto, all'alma:
E lieto meco dimorasti tanto,
Che di neve imbiancò due volte il verno
I colli intorno, e nell'ardente state
Due volte ancor ve la distrusse il sole;
E l'ingordo arator già lieto intorno
Ne' campi biancheggiar scorgea le biade
La terza state, e s'accingeva a corre
Di sue fatiche i desiati frutti,
Quando dal bel desio, da l'alta impresa
Alteramente e stimolato e punto,
Da' tuoi compagni inanimito e mosso,
Dal mar tranquillo e da' propizii venti,
Lusingato da quei, da questi spinto,
I larghi seni alle gran vele apristi,
E nel duro partir con tai parole
Di pianti miste, e di sospiri ardenti
Cercasti far minor mio duolo immenso:
– O bella Isifil mia, io quindi sono
Rapito a forza, e se 'l mio buon destino
Vorrà già mai ch'io mi ritorni indietro,
Io tornerò tuo fido amante, e sposo,
Come or tuo sposo, e fid'amante io parto.
E fa' che quel che dentro al ventre ascoso
Tu tien del sangue mio si serbi in vita,
Ch'io son padre di lui, di lui tu madre –.
E queste son quante parole il duolo
Ti lasciò mandar fuore, e ben soviemmi
Che da' pianti interrotto e da' singulti
Non potesti seguir più oltra il dire.
Tu fra gli altri compagni, afflitto in volto,
Bagnandoti di pianto il petto e 'l viso,
Su la sacrata nave il sezzo andasti:
E mentre ella fuggia, gonfiando il vento
Le bianche vele, e sottraggendo i remi
Dall'alta prora l'acque, Isifil gli occhi
Volgeva al suo Giason, Giasone ad ella:
Tu la terra miravi, io, lassa, l'onde.
Poi che dal lido io non scorgea le vele,
Sovra una torre a presti passi ascendo,
Che d'ogni intorno il mar discuopre e vede,
Empiendomi di pianto il volto e 'l seno:
E bench'io gli occhi avessi umidi e molli,
Tra le lagrime pur le vidi, et oltra
L'usato modo lor scorgean le luci,
Ch'elle seguendo il gran desio del core
Vedean più lunge assai ch'umana vista
Soglia mirare: e quante, ahi stolta, poi
Quante sparsi preghiere al cielo e voti,
Che mi trasser da l'alma amore, e tema,
Che scioglier deggio ancor, poscia che salvo
Tornato sei da sì lodata impresa!
I voti io scioglierò? l'empia Medea
Goderà de' miei voti? Ahimè! che 'l core
Scoppia non men d'amor che d'ira e rabbia.
Io l'ostie sacre a' sacrosanti templi
Porterò mai? e pecorelle, e tori
Morti cadranno a' sacri altari inanti,
Da la mia destra uccisi? io, perché priva
Resti del mio Giason, misera, in vita,
E de' miei danni avrò mai grazie al cielo?
Io non fui mai sicura, anzi mai sempre
Temei che 'l padre tuo in Argo un giorno
Non ti sposasse; et ho temuto indarno
Le chiare greche e belle, anzi una strana
Barbara maga e meretrice infame
Offeso m'have, et oltraggiata sono
Da cui non sperai mai soffrire oltraggio.
Io so ben ch'ella, o per beltate o merto,
O per virtù, non t'ha infiammato il core,
Ma sol ne l'amor suo t'ha spinto e volto
Per forza d'erbe, e di parole maghe:
Ch'ella ne l'ombre de l'oscura notte
Erbe maligne e velenose svelle,
Altre ne sega con sagrata falce.
Ella dal corso suo ferma la luna
Di lei mal grado, et ha valor dapoi
Del maggior lume impallidire i raggi.
Ella de' fiumi e de' torrenti i piedi
Ne' lacci involve, e dal nativo loco
Gli arbor, le selve, e i vivi sassi muove;
E tra' sepolcri poi discinta e scalza,
Sciolti i capei, nella più folta notte
Sen va solinga, e tra la calda polve
Degli arsi roghi poi certe ossa accoglie:
Ella distrugge altrui, consuma, e ancide,
Benché lontani, e certe imagin finge
Di cera e lana, et acutissimi aghi
Entro a' lor cori affige, et altre poi
Opre maligne, ch'io non so, compone,
Ond'altrui spinga a viva forza amarla:
Ma 'l vero amor, non con incanti od erbe,
Ma con beltà, ma con virtù s'acquista.
Certo che l'empia, in quella guisa ch'ella
Costrinse i tori al non usato giogo,
Ha te sommesso all'amoroso incarco,
E con la forza istessa ond'ella vinse
La velenosa, e vigilante belva,
Ancor te vinse, e ti piegò la voglia,
Ed alla voglia sua la fe' conforme.
Aggiugni poi ch'alle famose prove
D'Ercole invitto, e di Polluce altero,
Di te, degli altri tuoi compagni fidi
Si fa compagna, e scelerata nuoce
Alla gran fama del suo sposo indegno.
E ben son molti ancor che 'l creder folle
Seguon dell'avo tuo maligno e crudo,
Che la vittoria al tuo valor sottragge,
Ed agli incanti e malefici ascrive;
E dicon non Giason, non la virtute
Degli altri suoi, ma sol Medea da' sacri
Muri levò le ricche spoglie d'oro.
Ma la tua madre Alcimede non have
Questa credenza, né 'l tuo padre Esone,
Che negli ultimi suoi vecchi anni vede
Dal più gelato ciel venuta l'empia
Incantatrice sua barbara nuora.
Ella dovea là nella Scizia, dove
L'altero Fasi, e la gelata Tana
Ne' Meotici stagni apportan l'onde,
Prendersi sposo, e non tra noi, che siamo
Di pietate e d'amor difformi a loro.
Ah volubil Giasone, ahi via più lieve
Dell'aure levi alla stagion novella,
Tue promesse di fé perché son vote?
Tu quindi pur ti dipartisti mio
Dolce consorte, e perché, ahi lassa, d'indi
Non sei tornato mio consorte amato?
Perché non son nel tornar tuo tua sposa,
Come tua sposa alla partita fui?
Se l'alta stirpe, e nobiltà del sangue,
La chiara fama, e i generosi fregi
Degli avi illustri ti commove e piace,
Ecco che io figlia son del gran Toante,
E gli avi miei furo Arianna e Bacco,
Quell'Arianna che dal sangue uscio
Del re di Creta, e fu rapita in cielo
Dal suo consorte, e coronata il fronte
Di nuove stelle, che co' raggi ardenti
Fanno minore, anzi sparir la luce
Dell'altre stelle che le sono intorno;
E Lenno avrai per marital tua dote,
Ch'assai feconda si dimostra, quando
Tenuta è colta; et infra tante e tante
Ricchezze e nobiltà, son degna anch'io
Esser da te mio sposo avuta in pregio.
Et or del seme tuo, porgendo aita
Al parto mio la sacrosanta Giuno,
Due figli ho fatto, e se domandi forse
Di cui sien lor sembianze, al volto, agli occhi
Sembran Giasone, et han del padre ogn'altra
Bella fattezza, e sol difformi in questo
Son dal lor genitor, che per l'etate
Non san tradire, od ingannare altrui.
E quasi fui, quantunque avolti in fasce,
In cambio mio per inviargli al padre,
Ma l'inumana lor matrigna, e cruda,
Il mio pensiero, e lor viaggio ha rotto:
Io di Medea ho paventato l'ire,
Perch'ella è via più cruda, e via più acerba
Di qual altra si sia matrigna ingiusta;
E di Medea le scelerate mani
Ad ogni brutta e scelerata impresa
Mai sempre sono apparecchiate e pronte.
Ella, che 'l sangue, e le squarciate membra
Del suo fratello alla campagna sparse,
Unqua sarebbe a' miei figliuoi pietosa?
E nondimen, quant'alcun dice, ahi folle,
E da' magici versi avinto e preso,
Hai posto lei, là dove Isifil prima
Dal merto suo, e dal tuo amor fu posta.
Ella, vergine ancor, nel letto accolse
L'amante suo sfacciatamente, et io
Con sante nozze mi ti diedi in braccio.
Ella tradì suo padre, io dalla morte
Tolsi il mio genitore; ella fuggio
Da Colco, io Lenno ancor mia patria albergo.
Ma che mi val, se l'impudica et empia
E scelerata, me pietosa amante
Superi e vinca? e se per dote immensa
Ha l'arte maga, e per quest'arte infame
Ha meritato aver tant'alto sposo?
Io l'opra ben delle mie donne incolpo:
Non laudo, o mio Giason, che crudamente
O con ferro o venen cacciaron l'alme
A' figli, a' frati, a' lor consorti, e a' padri,
Ma 'l fier dolore, e 'l dispregiato sesso,
E la rabbia e lo sdegno in man lor pose
L'armi, che fer del lor gran duol vendetta.
Dimmi, s'i venti alla tua voglia aversi
T'avesser spinto alle mie rive insieme
Con l'impudica tua lasciva putta,
Et io nel porto fuor venuta incontra
Ti fussi co' miei figli (ahi Giason crudo,
Certo ch'allor ti bisognava umile
Pregar la terra che s'aprisse, e vivo
Ti s'avesse inghiottito!), oimè, con quale
Animo mai, o con qual faccia avresti
I tuoi figliuoli, e me tua sposa accolto?
Ahi, perfido Giason, di qual tormento
Saresti stato, e di qual morte degno?
Io nondimen non t'avrei fatto oltraggio,
Non perché degno tu, ma perch'io pia;
E sol del sangue dell'iniqua et empia
Vil meretrice avrei saziati questi
Spregiati lumi, e quei begli occhi ancora,
Ch'ella co' versi suoi, lassa, m'ha tolto,
E di Medea, stata Medea sarei.
Ma se là su nel ciel dal sommo Giove
I voti nostri, e 'l lagrimar s'intende,
Pianga ella quel ch'or la negletta, e sola
Isifil piange, e d'altretanti figli,
E dello sposo suo resti orba e priva,
Sì com'io sposa, e di due figli madre
Lasciata son dal mio consorte infido;
Né lungamente si possegga quello
Sì mal cercato, e mal goduto bene,
E peggiormente l'abandoni e perda:
E qual suora al fratel, qual figlia al padre,
Tal sposa al sposo sia, tal madre ai figli.
E poi che 'l mar, poi che la terra indarno
Avrà cercato, ancor s'inalzi a volo,
E senza speme mai, povera e sola
Sen vada errando, e disperata alfine
Con le sue proprie man se stessa uccida.
Quest'è quel poi ch'io vi sospiro e bramo,
O scelerati abominandi sposi,
Poich'io tradita son, ch'al chiaro e al fosco
Il letto genial mai sempre abonde
Di rabbia, di timor, di sangue, e pianto.